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Se una notte d'inverno lo spazzolino elettrico di tuo figlio si anima di vita propra senza nessun apparente motivo e tu e tua moglie vi trovate in bagno, assonnati, per capire da dove proviene quella vibrazione e in quel momento, dallo scarico del lavandino un gorgoglio rauco esala una risata che richiama alla memoria una brutta storia mai del tutto chiusa, allora, ecco, forse qualcosa si sta agitando; ma non qui: di qua . So che non dovrei farlo.
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Adesso il rubinetto è chiuso perché c’è una perdita nello scarico. Per lavarci i denti usiamo la vasca da bagno, oppure la cucina. Raramente il bidé. Dice mio padre: gli affittacamere di Padova. Ma forse è una questione più generale. Qualche giorno fa si è marcito un tubo nel muro. L’idraulico armato di scalpello ha scavato un buco per sostituirlo (c'ha lasciato quello vecchio per ricordo). Fortuna che si vede poco, ha detto il padrone alla fine, osservando la chiazza di malta tra le piastrelle. Siamo qui da poco più di un anno, questo è l’elenco dell’erosione (a futura memoria). La lavatrice si è rotta due volte, la prima a causa di una guarnizione messa male: la cucina si è allagata, bolle di sapone ovunque. L'intonaco si sgretola in più stanze, di notte ci cade in testa: Giovanna, nel sonno, chiede cosa è stato, poi dimentica. Le finestre sul terrazzo si chiudono male, perché a suo tempo sono state imbiancate anche le maniglie. Entrano gli spifferi, fanno corrente, giocan
La finestrella del bagno mi arriva al collo. Verso le cinque di pomeriggio, di solito, ci appoggio le braccia incrociate, il mento sulle braccia e aggrappo lo sguardo al ramo spezzato del tiglio di fronte (non è un tiglio), all’ascensore in vetro della clinica privata, alla terrazza dei vicini, all’azzurro uniforme che sembra così leggero. «Questa deriva casalinga del blog» dice, «questo richiuderti nella relazione» soggiunge, «non mi piace per nulla». «E poi scrivi poco. Non scrivi mai» dice l’altro. «Preferivo», fa un terzo, «preferivo quand’eri paranoico». A notte, quando Giovanna si addormenta, cammino sul letto, in piedi, a larghi passi per non pestarla. La luce bassa della lampada dal design fantascientifico - anche se di una fantascienza tutta anni settanta - proietta un'ombra tenue sulla parete. Strizzo gli occhi in cerca di zanzare nascoste, in mano la racchetta fulminate che m'ha regalato mio fratello. Un passo sul copriletto, appoggio le dita dei pi
- Giò! - Eh - Giò! E' successa una cosa tremenda. - Cosa. - Una cosa tremenda... - Cioé? - Si sono ristrette tutte le cinture! - ... - ... - ... - ... non è che le hai messe in lavatrice, vero? - ...
Il Grande Sudoku è sceso su di me. Sono intrappolato in una griglia nove per nove, circondato da numeri che non si devono ripetere. La protesta delle piante per la nostra assenza di luglio si è protratta tutto agosto ed è terminata nell'autocombustione. La terrazza sembra un giardino preistorico, con tanto di triceratopi sotto l'ombrellone piegato. Si salva solo la nuova agave che di notte figlia con un pop. Sono affascinato dai colluttorii, dal loro perfetto verde ghiacciolo, dal rumore che fanno passando tra i denti, dal sapore di menta che persiste, dalla patina verdastra che lasciano sulla ceramica del lavandino. Se piove, piove dentro: dopo un anno di insediamento questo lo sapevamo. La novità è che adesso la pioggia zampilla attraverso le crepe alle finestre. Forse sono i giorni, ma mi sento a disagio a scrivere anche solo due parole una accanto all'altra. Le scadenze, oh, le scadenze si accumulano, questo è il loro dovere; ma le mie si sormontano, morsicano, attaccan