lunedì 30 giugno 2003

From: M.
To: Ale
Subject: dove cazzo sei


Scusa uomo che scompare..sei ancora in questo mondo? No, perchè ogni tanto mi vengono dei dubbi e poi mi preoccupo, che non si sa mai cosa può succedere prendendo schede. Scrivo perchè se ti telefono ti faccio la voce acida, tu mi insulti, io ti insulto, tu ti scazzi, io ti chiedo se sei scazzato, tu mi dici no, e io allora che cos'hai, ma niente cosa vuoi che abbia. E poi continua con: cazzo se non ti chiamo tu non è che ti fa vivo, e tu: che ne so io magari ti sei trasferita a Bologna; ma no che non mi sono trasferita a Bologna e anche se mi fossi trasferita a Bologna un colpo di telefono vabbe; ma se tu nemmeno ti sei fatta viva; cazzo ma lo sai che ho finito i soldi, se tu ti comprassi un telefono mi capiresti e invece non te lo compri perchè tanto ti chiamo io. Ma se non ti chiamo io tu non mi chiami.
Comunque che fine hai fatto? Io sono appena arrivata a bs e domani torno a pd in macchina che devo fare trasloco, ma a te cosa te ne frega, tanto non mi chiami. Ingrato.

Insensibile.
Freddo gelido.
Odioso odioso odioso.

Bacio (però sei odioso)

***

From: Ale
To: M.
Subject: dove cazzo vuoi che sia


Scusa demente, guarda che non è che sono mesi che non ci sentiamo, ci siamo visti due giorni fa, dico, due giorni, mica tre settimane, non so se ti rendi conto. e tu sei piena di uomini e di impegni improrogabili, di feste di compleanno, addii al nubilato. e io sono irritabile e scazzato e fastidioso. e fa caldo, e qui non si tromba neppure a pagare - voglio dire: se avessi i soldi per pagare - e io scrivo cazzate e sto per rigurgitare il secondo capitolo della tesi e non ho voglia di fare un cazzo e tutto quanto il resto.

che fine vuoi che abbia fatto? sono a casa, o in biblioteca a smanettare con libri fotocopie e computer. e tu con i tuoi mille uomini? (dico:1. l'artista fotografo, 2. quello che ti chiama perchè la seconda scelta e 3. l'ingegnere motociclista; e anche 4. d., va.)

Spero di averti irritato abbastanza. Ti ho irritato abbastanza? Bon.
Dove traslochi? a Bologna? Ma soprattutto: quando?

ciao

***

From: M.
To: Ale
Subject: quantomistaisulcazzo


Demente sarai tu. Iratatisssssssima. Contento? Per amor di precisione (e sai che io ci tengo..almeno con i miei uomini) te ne sei dimenticato uno. Di uomo. Il croato tamarro che sembra un po' gesù cristo e un po' un frequentatore di harley davidson. La moto. si scrive così?

Guarda che sei uno stronzo, cazzo centrano 'sti uomini??!! vabbè stasera arrivo e ti insulto di persona.
Sei fastidioso

***

From: Ale
To: M.
Subject: Possofareanchedimeglio


Non ho dimenticato il croato, l’ho evitato consapevolmente. Troppo tamarro.
Comunque si scrive Davinson.

***

From: M.
To: Ale
Subject: ti odio


Vedi che sei ignorante, oltre che stupido? Si scrive Davidson.
E sei pure uno snob di merda, cazzo elimini il croato solo perché è tamarrro, a me piacciono tamarri, chiaro? Tamarro tamarro tamarro, sono stufa di tutti ‘sti intellettuali del cazzo come te.

giovedì 26 giugno 2003

L’orrore nel computer si risucchia energie e sentimenti. Oscilli da una continua distrazione a un abisso sterile di idee. Il tuo corpo, in queste fasi, prende l’aspetto degli oggetti che ti circondano. La sedia. I libri. La tastiera. A seconda dei momenti sei a forma di L; oppure rettangolare, pieno di pagine, polveroso; oppure, quando ti distenti, cosparso di tasti. I tasti che ti si formano sul corpo non portano lettere, ma istruzioni tipo: ingozzati fino a svenire, dormi tre settimane, sbatti la testa contro il muro finchè sanguina (il muro, non la testa), trattieni il respiro, cattura una nutria nel Piovego, guarda telenovelas su retequattro, storciti le dita, strappati le unghie, tagliuzzati, stordisciti, drogati, ubriacati,

lunedì 23 giugno 2003

Il vento che si alza, irrompe dalla finestra, solleva in un turbine le fotocopie e le scompiglia, le agita per tutta la stanza; le carte alzate mi puntano, mi superano, curvano e tornano indietro; poi passano dietro il monitor, e - vorticando - mi girano dietro le spalle: così via a mulinello, mentre sto seduto davanti al computer. Rimango fermo per un po’, i fogli che mi passano davanti agli occhi, i capelli fissi nella direzione della corrente d’aria.

Stavolta mi affaccio io alla finestra. Lo scarico dell’aria condizionata dell’appartamento di sopra mi sgocciola sulla testa. Mi scanso, ma il vento non mi dà tregua e le goccie mi gocciano sul collo e sulla nuca. Plik. Vedo la mia vicina di casa che cammina sotto di me e la chiamo. Ehi! Plik. Lei si volta e mi fa Ale! Ehi! Plik. Così iniziamo a parlare, ma io evidentemente, per l’età, sto diventanto mezzo sordo, non sento metà delle cose che dice e le chiedo, imbarazzato: Eh? Ale! Ehi! Plik. Allora lei mi dice che sta andando a prepararsi che stasera ha un appuntamento. Ma va? Eh? Ale! Ehi! Plik. Porco cane, penso, e io che pensavo ci stesse provando con me. Porco cane. Ma va? Eh? Ale! Ehi! Plik. E pensavo, mentre pensavo che ci provasse, pensavo: provaci! E provaci! Dai che non c’ho voglia, io, di provarci. Provaci tu, provaci, che magari ti va bene, provandoci. Porco cane. Ma va? Eh? Ale! Ehi! Plik. E invece no. Così rientro, mi faccio largo tra i fogli che vorticano attorno al computer, mi siedo e fisso il monitor brilluccicante. Provandoci. Porco cane. Ma va? Eh? Ale! Ehi! Plik. Poi mi rialzo, passo attraverso il vortice di fogli, penso siano passati cinque minuti, invece sono passate tre ore, mi riaffaccio ed è buio. Brilluccicante. Provandoci. Porco cane. Ma va? Eh? Ale! Ehi! Plik. E da lontano, dalla finestra della mia vicina sento: Ale! Mi stanno tirando un bidone!
E io? Ho risposto: “Ah sì? Buio. Brillucciante! Provandoci? Porco cane…Ma va? Eh? Ale! Ehi! Plik.”

Plik.

(p.s. questa grafomania non durerà. Non può durare. Oh, no, non durerà. No no.)

domenica 22 giugno 2003

Da tre giorni qualcosa dietro l’occhio destro punge e pulsa. Sento il dolore anche ai bordi delle palpebre. Chiudo l’occhio, lo riapro. Chiudo l’altro occhio e lo sguardo si offusca come se non avessi gli occhiali, i margini si sfaldano, i contorni degli oggetti si mischiano, le distanze si appiattiscono come se la terza dimensione fosse il soffietto di una fisarmonica che si chiude. Se riapro l’altro occhio all’improvviso, per un attimo mi gira la testa: come se, per riequilibrarsi, lo sguardo si travasasse da un occhio all’altro; invece è solo l’occhio sinistro che riprende il possesso della vista globale. Come se. Se. Se. Come.

Salita sul treno, dalla porta ancora aperta, A. mi domandò se le avevo fatto l’occhiolino.
- Mi hai strizzato l’occhio.
Non proprio una domanda. Una constatazione.
- No – le dissi, io – Odio le persone che strizzano l’occhio.
- Ma ti ho visto! Hai chiuso l’occhio destro. – disse.
La gente, attorno, continuava a salire sull’interregionale per Mestre. Il binario era un cantiere: assi di legno sul pavimento, polvere, pavimenti sfasciati, intere zone recintate da muri di plastica arancione.
- Non è possibile. Non sopporto le persone che fanno l’occhiolino. Non le reggo.
- Be’ allora hai un tic.
- Non ho un tic.
- Hai un tiiic! Hai un tiiiiiic!
- Non ho un tic. E non faccio l’occhiolino.
- Haaaai uuuuun tiiiiiiiiiiiic!
- Smettila.
- Tiiiiic! Tic tic TIC!
- Vuoi smetterla? Non ho un tic.
- Ok, va bene. La smetto.
- Tra quanto arrivi?
- L’hai fatto di nuovo! L’hai fatto di nuovo! TIIIIIC! TIIIIIIIIIIIIC!

Non mi ricordo dove volevo andare con questa storia. Comunque non ho un tic. E davanti al treno le assi erano talmente messe male che nell’ordine: un signore grasso vestito di blu, una signora con le zeppe, una signora larga e bassa con una borsa di paglia, un uomo normale con un cappello grigio, un ragazzo con lo zaino verde, un tipo di carnagione scura con la barba incolta, un’insegnante di matematica, una ragazza che sicuramente - dalla faccia - doveva chiamarsi Annaluisa; tutti questi nell’ordine inciamparono sull’asse subito dopo gli scalini e rischiarono di spaccarsi il naso, ma non se lo spaccarono. E io non ho un tic. E il treno a un certo punto partì con A. dietro i finestrini chiusi che mimava con la bocca: (lo devo proprio scrivere?)

venerdì 20 giugno 2003

Si affaccia alla finestra mentre passo e dice che mi ha sognato. Ah. Dice che nel sogno ero in una cassa. Una cassa? Che tipo di cassa? No, dice, una cassa di vini. E come ci stavo? Dice che ci stavo bene. Una cassa di vini o una cassa da morto? Dice una cassa da vini e una cassa da morto. Una cassa da vini che è una cassa da morto o una cassa da morto che è una cassa da vini? Dice che non lo sa. C’è una certa differenza. Dice che era una cassa da morto che era una cassa da vini che era una cassa da morto. E tu? Tu dov'eri? Dice che lei era con me. Nella cassa da vini che è una cassa da morto? Sì, dice, stretti. E poi? Dice che poi io non c’ero più. E la cassa? Dice che non c’era più la cassa, neanche la cassa. Dice. E, mentre dice, ruota l’avambraccio tenendo fisso il gomito. E io, che la guardo dal piano terra, lei che è affacciata alla finestra a pochi metri sopra di me, penso (non penso niente) e (non faccio niente) e invece di (ebbene sì), io, che (qui c’era una cazzata), (mah).
Accorrete! Accorrete all’evento ridente e fuggitivo dell’estate 2003: la spremitura dei foruncoli!

giovedì 19 giugno 2003

Se ci penso, penso di avere paura delle persone.
Torno a casa verso mezzanotte e mentre torno a casa incrocio un ragazzo con un braccio ingessato e poco dopo una ragazza vestita di bianco che cammina zoppicando e si aiuta con una stampella blu e quando arrivo a casa apro la porta e penso a quanti infortunati ho incontrato oggi, un numero impreciso ed enorme di infortunati di tutti i tipi, uno senza un braccio, uno senza denti, tre in sedia a rotelle, penso a tutti gli infortuanti che ho visto oggi e apro la porta e trovo mia madre con un fazzoletto sul naso e chiedo Che è successo.

“Che è successo”, chiedo. “Mi sono rotta il naso” “Ti sei rotta il naso?” “Sono caduta per le scale.” “Ma fa male?” “Be’, non fa bene certo.” “Come sei caduta?” “Avevo un sacco di libri in mano, sono caduta salendo le scale e mi sono rotta il naso.” “E papà? Che ha detto papà?” “Diocà, ha detto.” “Come?”
“Gli ho detto: mi sono rotta il naso. Diocà, mi ha risposto.”
Sull’ultimo banco dell’aula C, c’è scritto con la scolorina in uno stampatello preciso ed elegante:
LIMONARE
FORTE
LIMONARE
DURO

lunedì 16 giugno 2003

Gli slavi sull'argine vicino a casa tua ballano in cerchi di sette od otto persone. Si tengono per mano e alzano le braccia a tempo. Un uomo con una camicia a quadri blu e neri canta in un microfono. Il microfono è attaccato a una cassa che diffonde musica preregistrata. L'uomo ha la camicia completamente aperta e sul collo si vede, rosso, il segno dell'abbronzatura. Quando un brano finisce, si sente il ronzio del generatore a cui è attaccato l’impianto stereo.

Poi la musica riprende e i cerchi si muovono e le braccia si alzano e i cerchi girano e girano e girano, e girando sollevano la polvere che li avvolge in una nebbia strana.
- E allora? – ti chiede lei, con l’espressione di chi è convinto di perdersi qualche cosa, qualsiasi cosa, mentre invece parla con te.
- Niente. Mi sembrava una cosa bella da raccontare.
- Ma era bello?
- Mi sembrava bello. Anche un po’ triste, però. E squallido, per certi versi.
- Squallido?
- Non so. C’è chi tirerebbe fuori cose generali da una scena del genere. Io non ci riesco. Volevo solo raccontartelo.
- Cose generali? Cosa stai dicendo?
- Niente. Lascia stare. E’ che vorrei uno sguardo più acuminato.
Quando dici queste cose, giustamente, non ti ascolta più.
Non ti ascolto più neppure io. Figurati gli altri.

A cena, due giorni prima, N. ti chiede, stupito, se tu e lei vi sentite ancora. Tu, stupitissimo, gli dici di sì. Lui, molto più stupito, con gli occhi strabuzzati, ti dice che credeva che vi odiaste. Tu, facendo le capriole per lo stupore, rotolandoti per terra da quanto stupito sei, dici di no che non vi odiavate. Lui saltando sul tavolo, eseguendo un perfetto salto mortale triplo, cantando una canzone dei Sigur Ros per lo stupore, una canzone di quindici minuti riarrangiata apposta per l’occasione in una canzone di dieci secondi, il tempo di un perfetto triplo salto mortale, ti dice che non è vero che pensava che vi odiaste, ma che lei odiasse te sì.
Ah, dici tu.

In bicicletta, verso Radiosherwood, la strada è stretta al limite del legale, quasi non ci passa una macchina, ma il senso di marcia è doppio e tu, in bicicletta, pensi a cosa stai facendo e perché lo stai facendo, sentendoti un perfetto idiota e, mentre stai per affrontare un sottopassaggio, tutto concentrato sulla tua idiozia, spunta dal nulla un cane lupo grande come un cavallo. Ho detto un cavallo? No. Era un cane lupo grande come un trattore. Un trattore? Siamo matti? Era grande come una palazzina di tre piani, grande come una collina, un cane lupo a forma di montagna, con bave da irrigare cinque risaie, un cane lupo all’attacco, puntato su di te. Acceleri, ma ancora, ore dopo, a letto, prima di prendere sonno, lo senti abbaiare.

(p.s. E’ ormai confermato che l’argomento di conversazione preferito di qualcuno verso le due di notte è invariabilmente: la merda.)

sabato 14 giugno 2003

Checché ne dica certa gente, io non sono taccagno.
E ieri, giocando a briscola, ho vinto quattro bottoni e un laccio per le scarpe.

E, già che ci siamo, ai referendum voterò sì e sì.
Oh.

venerdì 13 giugno 2003

Qui d’estate sembra di essere in un bunker.
Tapparelle abbassate, porte chiuse, tende tirate per non far filtrare un filo di luce.
- Chiudo la porta? – mi chiede Margherita
- Sì, chiudi la porta
Chiude la porta; apro la porta, entriamo in un’altra stanza buia.
- Chiudo la porta?
- Chiudi, sì.
- Cazzo, mi sembra di essere sul set di The Others.

Esco in preda a un’orrenda nostalgia. S.Antonio desertifica la città più della temperatura. Le strade riverberano vuotezza, bruciano lo sguardo. Circolo per le solite zone: il freno destro della bici penzola rotto giù dal manubrio. Nella via più trafficata (due macchine incidentate), un refolo di phon mi suggerisce che ho la patta aperta. Abbandono con la sinistra il manubrio, guardo i pantaloni. Contemporaneamente curvo. I bottoni fanno un’inspiegabile quanto fastidiosa resistenza. Curvo male. La prendo troppo larga. Alzo lo sguardo. Freno, ma il freno è rotto.
La transenna metallica mi accoglie a braccia aperte.

All’improvviso ricordo che L., un giorno che eravamo soli - io seduto sul divano, lei accanto a me - mi assalì nel tentativo di schiacciarmi i punti neri. “Come in quel racconto di Carver!”, diceva.
La letteratura può far male, a volte.
Ha riaperto uno dei miei blog preferiti.

La chiusura è stata breve, ma lacerante.

mercoledì 11 giugno 2003

Ti accorgi che fa un caldo anormale quando senti chiaramente che quel buon odore di grigliata non viene dal giardino della casa accanto ma da dentro di te.

Ha chiuso uno dei miei blog preferiti. Non so se questa volta riuscirò a elaborare il lutto. Raccoglierò firme per una petizione.
Collassero'.

martedì 10 giugno 2003

Il termometro della banca segna 36 gradi. Se sale ancora la temperatura, come hanno pronosticato, andremo tutti in giro in uno stato perenne di febbre.
Potrebbe essere interessante.

Il matto di filosofia, quello con la barba e il faldone pieno di carte sotto il braccio, quello che se ti becca a parlare non ti molla più con i suoi deliqui sconnessi sulla filosofia di Hegel e della vita di Hegel e di quando ha conosciuto Hegel neanche fosse il Numero Uno di Alan Ford, il matto di filosofia mi vede passare in bicicletta e mi saluta con la mano destra (perché la sinistra è occupata dal faldone grigio enorme) e mentre gli passo davanti, con una voce flebile, chiudendo e aprendo ancora la mano destra, mi guarda e mi dice: “Sono trentaquattro gradi…”
“Eh anche di più!”, gli dico senza fermarmi…

Mi chiedo quanto manchi a quando anche io vedro' e parlero' coi miei scrittori.
- Ma cazzo: hai finito tutte le birre? Le ho appena comprate, Ray. Mi avevi detto che ne eri uscito…
- Preferirei di no, Hermann. La pesca non fa per me.
- Fedor, smettila con questi attacchi epilettici! L’ho notato, sai, che ti vengono solo quando dico che L’Idiota non l’ho finito di leggere.

E via e via dicendo…

domenica 8 giugno 2003

Vagare per il centro di Padova, sotto la canicola, in preda al delirio deformante da mancanza di sonno. Con la bicicletta, sbandare attraverso strade vuote, percorrendole a ondate.

(Ogni volta che ascolti dal vivo Sono un ribelle, mamma ti commuovi)

Chiedersi come è possibile continuare a pensare che tutto quello che fai sia merda, merda, solo merda, merda inutile e dannosa. Se non ci sia un certo compiacimento nel fare sempre le scelte sbagliate e pentirsene subito dopo. Domandarsi quale sia la spinta compulsiva che ti costringe a fare, dire, scrivere cazzate in giro. Credere con convinzione di avere un tumore al fegato.

A fine concerto Paolo si avvicina al palco. Freak sta raccattando cartelli e oggetti piovuti dal pubblico (tra cui: una scarpa sinistra da montagna, il compertone di una ruota da motorino, un paio di mutande sporche di nutella). Firma autografi, stringe mani, chiede numeri di telefono alle ragazze. Paolo ha bevuto troppi gin lemon con troppo gin; durante il concerto è diventato molesto, ha pogato con un sosia di Henry Rollins; adesso urla di tutto a Freak.
-Freak! Freak! Fammi un autografo!
-No.
-Freak! Come, no?
-No, ti ho visto prima. Mi hai insultato troppo, durante il concerto.
Freak si gira, si dirige verso il camerino e quasi sottovoce dice: -Anch’io ho una mia sensibilità, sai…

(Te lo dico una volta per tutte, faresti bene a crederci:
se ti fa male il fianco sinistro non puoi avere un tumore al fegato, perché non c’è il fegato a sinistra.)

Meglio un mezzo di fortuna che un intero di sfiga.

venerdì 6 giugno 2003

- Ehi, ciao, volevo chiamarti prima ma era sempre occupato
- Non era sempre occupato
- Certo, era sempre occupato. Occupatissimo.
- Ti sbagli, l’altro ieri era sempre occupato, oggi non era occupato. Era libero.
- Sì, che era occupato, non era libero, e lo so perché era occupato.
- No, guarda che ti stai sbagliando, era libero, non era occupato.
- Era occupato, e lo sai perché? Perché è il tuo compleanno! Auguri!
- …
- Auguri!
-...
- Auguri?
- Appunto. Il mio compleanno era l’altro ieri, oggi non era occupato.
- …
- …
- Ah, era l’altro ieri?
- L’altro ieri.
- Ecco perché era sempre libero
- Già

All’una di notte, io, Alberto e Marco, cominciando a parlare di cinema, volendo parlare di cinema, e di cinema estivo in particolare e in particolare di cinema d’essai estivo, cinema d’essai estivo pesante e mortale, ma non per questo non affascinante, parlando di cinema d’essai estivo lesbico islandese, io, Alberto e Marco, all’una di notte o giù di lì, dopo aver offerto una serie di spriz – la voce si era sparsa, che avrei offerto, e sono venuti a riuscuotere tutti quelli ai quali ho scroccato negli ultimi anni, gente che non vedevo dal 1989 - siamo finiti a sviscerare i seguenti tre argomenti:
1. certe persone avrebbero bisogno di quattro chili di cazzo;
2. cagare è bello, ma anche difficile;
3. nel forum della Marvel dicono di parlare di fumetti, ma in verità parlano solo di figa e si vede benissimo.

Lascio immaginare.

mercoledì 4 giugno 2003

L’afa ti prende al cervello. Ogni parte molle del tuo corpo si accascia. I pensieri si fanno lunghi, lenti, si autoalimentano, si inceppano, si ripetono, saltano passaggi. Le parole si gonfiano di umidità, strabordano, si spintonano. Collassano una sull’altra.

L’afa ti prende al cervello. Il tuo corpo si accascia. Ti scopri a pensare al processo che porta i nomi lunghi a diventare bi o monosillabi. Alessandro. Ale. A’. Sandro. Sa’. Dro! Le’. Andr. I pensieri si fanno lunghi, lenti, si ripentono, saltano in aria, si conflagrano. Le parole si confondono.

Il cervello ti prende l’afa. Il tuo accascio si corpizza. Le lungaggini si fanno pensierose, farragginose, si incupiscono le dita. L’umidità si risucchia le parole, le arrangia, le disordina.

Ti si cervellizza l’afa. Ti chiedi per chi sono le parole. Certe parole. Vorresti che certe parole qualcuno le dicesse anche a te. Ma lo pensi tutto scombinato. Tanto che poi le parole, certe parole, scompaiono. Ti chiedi se c'erano state veramente. Ti si afizza il cervellamento. Ti si memorizza l’atrofia. No: ti si atrofizza la memoria.

p.s. Naturalmente i commenti non funzionano. Aiuto. Aiuto! Qualcuno mi aiuti.

martedì 3 giugno 2003

Risveglio lucido. Occhi sbarrati al soffitto.
Canto, disteso: curami, curami, curamiiii
e anche Prendimi in cura da te, prendimi in cura da te…

Affinità-Divergenze tra la compagna Lapaola e me.
Del compimento del ventottesimo anno d’eta'


- Questo è il tuo regalo – dice. Mi passa un sacchetto dell’Auchan.
- E’ uno scherzo? – dico, prendendo il sacchetto che tintinna.
- Perché?

Apro il sacchetto. Quattro bottiglie di birra. Una Moretti oro. Una St.Deny (Questa è quella più di lusso) Due bottiglie di Cannabis Power. E’ una birra, anche la Cannabis Power. La bottiglia assomiglia a quella di una Corona, ma è di vetro scuro. L’etichetta superiore dice, in verde, Red Power. Sotto, una foglia stilizzata. Sotto la foglia: Bei unserem Bier ist der Schaum oben; o almeno credo perché il font è illeggibile. L’etichetta grande riporta il logo della foglia di Marjuana, ma con un colore più luminoso: verde scarabeo. Eurobrau.
Cannabis (marchio registrato).
Power.
Starkbier.
The beer.
C’è anche il sito internet.

Sul retro, in grassetto: “Cerevisia malorum divina medicina” (Paracelso, 1614)

Veramente non so cosa pensare.

Per il compleanno mi regalo i commenti. Insultatemi.

Curami, curami, curamiiiii; prendimi in cura da te, prendimi in cura da te…

lunedì 2 giugno 2003

Davanti al fruttivendolo, accanto alle cassette di pomodori, ci sta un vecchio seduto su una sedia pieghevole di plastica. A chiunque passi di lì, il vecchio dice: “Afa.” Si appoggia ai braccioli della sedia, si sporge in avanti e con le labbra molli dice: “E’ tutta colpa dell’ afa

Alla fine, le mie vicine di casa, quelle che hanno la finestra che dà sul mio garage, mi hanno invitato a bere qualcosa. V racconta che ha fatto il liceo in collegio dalle suore. Ogni piano del collegio aveva una suora di riferimento, responsabile del piano. “Una di queste”, racconta, “Quella del secondo piano - tipo lesbico, trent’anni, anche una bella donna - a carnevale, un anno, si travestì da Crudelia Demon. Hai presente: capelli metà bianchi, metà neri; pelliccia. Per rendere il tutto più credibile, ha radunato tutte le ragazze del suo piano, gli ha messo un guinzaglio e le ha portate in giro così per il collegio.”

Il desiderio insopprimibile di fare la candela in qualunque posto ti trovi è il segno inequivocabile di una sbronza piuttosto potente. Seguono le seguenti fasi (tutte ovviamente a testa in giù, con le gambe che oscillano pericolosamente):
1. proselitismo (Dai, fai la candela anche tu!)
2. incredulità (Perché non vuoi fare la candela? Davvero non vuoi fare la candela?)
3. sarcasmo (Oh, tu sei così superiore, certo, non ti abbassi a fare la candela!)
4. insulti (Ma sei una merda merdosa! Perché non vuoi fare questo cazzo di candela?)
5. minacce (Se non fai la candela ti tiro un calcio nelle palle.)
6. regressione all’infanzia (Se non fai la candela non sono più tua amica/trattengo il respiro)
7. lusinghe (Dài, fai la candela. Scommetto che nessuno fa la candela come te.)
8. insulti 2 (Ma porcaputtana, cazzo, figa, sei uno sfigato testadicazzo!)
9. manie dittatoriali (Adesso ti ordino di fare la candela! Te lo ordino!)
10. sonnolenza, stanchezza, cedimento strutturale, insulti 3 (irriferibili).