lunedì 17 dicembre 2007

Adesso il rubinetto è chiuso perché c’è una perdita nello scarico. Per lavarci i denti usiamo la vasca da bagno, oppure la cucina. Raramente il bidé. Dice mio padre: gli affittacamere di Padova. Ma forse è una questione più generale.

Qualche giorno fa si è marcito un tubo nel muro. L’idraulico armato di scalpello ha scavato un buco per sostituirlo (c'ha lasciato quello vecchio per ricordo). Fortuna che si vede poco, ha detto il padrone alla fine, osservando la chiazza di malta tra le piastrelle.

Siamo qui da poco più di un anno, questo è l’elenco dell’erosione (a futura memoria).

La lavatrice si è rotta due volte, la prima a causa di una guarnizione messa male: la cucina si è allagata, bolle di sapone ovunque. L'intonaco si sgretola in più stanze, di notte ci cade in testa: Giovanna, nel sonno, chiede cosa è stato, poi dimentica. Le finestre sul terrazzo si chiudono male, perché a suo tempo sono state imbiancate anche le maniglie. Entrano gli spifferi, fanno corrente, giocano a ramino. Il riscaldamento non ha termostato, bisogna accendere e spegnere la caldaia di volta in volta. Strattonando, ad agosto si è spezzata la maniglia della camera da letto. Il giorno dopo, la porta si è chiusa con un colpo di vento e non si apriva più. Abbiamo smontato diverse serrature. Lo scaldabagno elettrico ha fatto corto circuito una notte di febbraio: il calcare aveva ucciso la serpentina, l’idraulico albanese ha dovuto scavare più di un'ora prima di riuscire a pulirlo del tutto. Il lavandino del bagno (quando va) è sempre intasato. Il bagno si allaga una volta al mese. La finestra del salotto ha un pezzo che si stacca. Gli scuri della camera da letto non rimangono aperti. Un po' di muffa agli angoli delle pareti. I pavimenti della casa - soprattutto quello del bagno, strategicamente bianco - sono autosporcanti. Alcuni frammenti di linoleum bordeaux si staccano dal pavimento della camera. Questo divano è troppo piccolo per due. Le piante si suicidano. Le sedie si spezzettano. Gli scuri si imbarcano se piove troppo. La lampada del bagno, a dicembre dell’anno scorso, ha incendiato i fili elettrici perché era montata male. La luce dell’avanbagno non si accende, ma non si può aggiustare perché il cavo è murato. La porta del bagno non si chiude, alle volte strascica per terra. Il tubo di scarico del lavandino in cucina si è dissolto a maggio. Saltano le guarnizioni, il termosifone in studio sgocciola, la portella della madia in salotto mi è rimasta in mano perché era incollata male. L’appendiabiti dell’armadio è crollato ripetutamente. L’appendino in ingresso si è spezzato in due. Il rubinetto della vasca da bagno non si chiude.

Mi sembra che basti.

Devo finire la tesi di dottorato. Questo blog non sarà più aggiornato, almeno fino a luglio, a meno di altri danni casalinghi. Intanto, se volete, qui.

sabato 22 settembre 2007

La finestrella del bagno mi arriva al collo. Verso le cinque di pomeriggio, di solito, ci appoggio le braccia incrociate, il mento sulle braccia e aggrappo lo sguardo al ramo spezzato del tiglio di fronte (non è un tiglio), all’ascensore in vetro della clinica privata, alla terrazza dei vicini, all’azzurro uniforme che sembra così leggero.

«Questa deriva casalinga del blog» dice, «questo richiuderti nella relazione» soggiunge, «non mi piace per nulla». «E poi scrivi poco. Non scrivi mai» dice l’altro. «Preferivo», fa un terzo, «preferivo quand’eri paranoico».

A notte, quando Giovanna si addormenta, cammino sul letto, in piedi, a larghi passi per non pestarla. La luce bassa della lampada dal design fantascientifico - anche se di una fantascienza tutta anni settanta - proietta un'ombra tenue sulla parete. Strizzo gli occhi in cerca di zanzare nascoste, in mano la racchetta fulminate che m'ha regalato mio fratello. Un passo sul copriletto, appoggio le dita dei piedi sul cuscino, scavalco Giovanna se si rigira. Quando schiaccio i pulsanti sul manico, si sente il sibilo dell'elettricità che passa sulla rete. Se prendo un insetto, scintilla e brucia, rimane appiccicato finché non lo scuoto via in bagno. Ho scoperto che le zanzare si mimetizzano con l’armadio, o nei crepi dell'intonaco. In silenzio, aspetto un ronzio.

«Allora, come va?»
«Insomma, dai»
«Forse domani siamo a Padova, ci siete tu e Giovanna?»
«Eh, non so, almeno fino a ottobre siamo pieni di scadenze...»
«Cioé?»
«Sì, esami, dottorato, fumetti, solite cose, ma tutte insieme...»
«Le scadenze... dovresti dire che ti aspettano dietro l'angolo...»
«Più o meno...»
«Ti aspettano dietro l'angolo, poi ti assaltano. Magari assieme a delle zanzare, ecco. Farebbe molto brekane. A proposito, quando aggiorni?»

Nelle pozzanghere, nello stagnare del lavandino, nelle piccole polle che si raccolgono in balcone, mi appaiono le sopracciglia del guru che mi intimano di finire: «Portami i capitoli! Fammi leggere quello che hai scritto! Hai due settimane da ora» dice in uno scoppiettio di bolle. Scompare in onde che seguono il corrucciarsi della sua fronte. Pensavo di sfuggirgli non presentandomi in dipartimento, ma ha lui ha canali misteriosi a disposizione. E io? Io credo che un giorno le librerie mi cascheranno addosso, dietro l’angolo del salotto...

sabato 8 settembre 2007

- Giò!
- Eh
- Giò! E' successa una cosa tremenda.
- Cosa.
- Una cosa tremenda...
- Cioé?
- Si sono ristrette tutte le cinture!
- ...
- ...
- ...
- ... non è che le hai messe in lavatrice, vero?
- ...

lunedì 3 settembre 2007

Il Grande Sudoku è sceso su di me. Sono intrappolato in una griglia nove per nove, circondato da numeri che non si devono ripetere. La protesta delle piante per la nostra assenza di luglio si è protratta tutto agosto ed è terminata nell'autocombustione. La terrazza sembra un giardino preistorico, con tanto di triceratopi sotto l'ombrellone piegato. Si salva solo la nuova agave che di notte figlia con un pop. Sono affascinato dai colluttorii, dal loro perfetto verde ghiacciolo, dal rumore che fanno passando tra i denti, dal sapore di menta che persiste, dalla patina verdastra che lasciano sulla ceramica del lavandino. Se piove, piove dentro: dopo un anno di insediamento questo lo sapevamo. La novità è che adesso la pioggia zampilla attraverso le crepe alle finestre. Forse sono i giorni, ma mi sento a disagio a scrivere anche solo due parole una accanto all'altra. Le scadenze, oh, le scadenze si accumulano, questo è il loro dovere; ma le mie si sormontano, morsicano, attaccano, sbranano. Abbiamo finito gli alcolici, e pure le verdure nel cassetto in basso. L'acqua sa di freezer se la raffreddi senza tappo. In frigo frigheggiano le cose che non si sa più in che regno classificare. Ma le marmotte in montagna, nelle loro tane a balcone, fischiano, o abbaiano, mezze in piedi, aspettando l'inverno.

martedì 17 luglio 2007

- Secondo te si può fare lo spriz con l'aceto? Il colore è lo stesso...
- ...
- ...
- Non pretenderai mica che ti risponda.

lunedì 16 luglio 2007

- Vuoi una fetta di anguria?
- Vorrei una cotoletta...
- Vuoi che t'impani una fetta di anguria?
- ...
- ...
- Ogni tanto vorrei un moroso che non dice solo stronzate...

martedì 10 luglio 2007

Stasera che mangio, minestrone? mi chiedo qui davanti al computer, da solo, con quindici tab firefox aperti, quattro programmi attivi, mentre tento di bruciare il processore. Il vento sommuove la porta. Durante la notte mi sveglierò al suono dell'albero agitato. Passerò qualche minuto alla finestra, con lo sguardo nel sonno, a vederlo oscillare sconvolto. In cucina cadrà qualcosa che non saprò mai. Dai fagioli salterini del messico nasceranno due falene dall'aria invadente. Si vedranno le montagne, domani. E le cicale furiose...

Al Convegno Annuale dei Letterati si Gozzoviglia fino alle Tre del Mattino, quando anche l'ultimo locale chiude. In cinque o sei dondoliamo per le strade vuote, verso gli alloggi. Poi qualcuno dice qualcosa. Ci giriamo. Tra di noi è apparso un ragazzo in mutande. «Klakw dwrxe?» dice. Ci grattiamo la testa. Cerchiamo di metterlo a fuoco ciondolando avanti e indietro, mentre un vento fresco arriva dall'Austria e alcuni cespugli d'erba secca ci rotolano davanti. «Xwpwk!» dice lui, «Xwpwk!» ripete, con una mano sull'anca, l'altro braccio ripiegato sul petto. E se ne va.

Come quando esco di casa per una gita in montagna e già dopo qualche chilometro da Padova mi viene il dubbio di aver lasciato la caffettiera accesa sul fuoco. E benché io sappia con certezza che non sia possibile, perché non è possibile, perché non dimentico le cose sul fuoco, men che meno le caffettiere, tuttavia prende spazio in me questo pensiero della caffettiera sul fuoco che lentamente si brucia - cola il manico sui fornelli, si squaglia la guarnizione, un fumo sottile invade la parte bassa dell’appartamento - e magari, a un certo punto, esplode, gratuitamente, appiccando fuoco qua e là, in piccoli incendi da poco, che però si alimentano dei chili di carta che io e Giovanna accumuliamo giorno dopo giorno, tanto che ci vuole un attimo perché si accenda un rogo, un rogo immenso, implacabile, insaziabile e divorante che in alcuni istanti si propaga per tutto il condominio, arricciando le piante, mozzicando il legno, facendo esplodere i vetri e gli occhi degli inquilini, levando un fumo nero, denso, visibile dallo spazio a occhio nudo, come la muraglia cinese - allo stesso modo mi sento a questi convegni, quando le persone mi parlano - pensando che io sappia dell'argomento su cui scrivo la tesi tutto lo scibile - e pretendono che sia in grado di fare discorsi sensati quando lo sanno tutti che non so fare discorsi sensati e che è meglio lasciarmi perdere e anzi, piuttosto di fare discorsi sensati annuisco, balbetto, formulo giudizi inammissibili e all’improvviso cerco di parlare del tempo.

lunedì 2 luglio 2007

Per esempio non è vero che mi dilungo spesso su un solo argomento

Tipo, diciamo, le zanzare. Ho bevuto troppo, e troppi miscugli, ieri sera dalle parti di Bassano. Si vedevano le luci a valle, oltre la rete che delimitava il giardino. Le braci erano spente, i bambini a dormire e Massimo si scolava le ultime gocce della grappa migliore degli ospiti, vantandosene. Io, intanto, facevo l'occhiolino alle bavaresi nel tentativo di instaurare un rapporto di codipendenza. Ho una piaga dietro gli incisivi che non mi fa dormire bene. Ascolto di notte il ronzio dei nemici, immobile, con tutta la pelle in allerta, sperando di cogliere il momento in cui si appoggiano su di me. Quando mi sembra di percepire il lieve molleggiamento delle zampe in atterraggio, colpisco. Alle volte sbaglio e mi tiro degli schiaffi che svegliano i vicini. Abbiamo eliminato la zanzariera, perché creava una privazione di ossigeno e tanto sudore da gonfiare bolle nei materassi. L'abbiamo sostituita con un aggeggio giapponese che sventaglia insetticida. Per vendicarsi, esse ci ronzano nelle orecchie, spernacchiando la nostra fiducia nella chimica, e ci pungono sotto le piante dei piedi. Con le tempeste, sbattono gli scuri, saltano i fermi alle finestre. Si spezzano i vasi dei cactus, già stranamente pallidi, cola la terra tra gli infissi. Invece il basilico. Il basilico... Il basilico, non lo so, io, il basilico. L’argomento settimanale tra me e Giovanna è stato "le tette". Non chiedete, è una storia lunga che non è stata risolta se non in parte. Mi dedico alle letture più disparate per non dover affrontare il fatto che sono indietro con lo studio, così indietro che invece di stare fermo indietreggio sempre di più, e indietreggiando dimentico tutto quello che già ho fatto in questi due anni e mezzo: si accumula l'accumulabile finché l'accumulo non diventa ingestibile, indigeribile e opprimente.

Quando meno me l'aspetto, mi aggredisce il letto.

lunedì 25 giugno 2007

La Maledizione dello Lavandino Intasato

Sinossi
Una giovane coppia affitta una casa per andarci a convivere, ma lo scarico del lavandino è intasato. «Non ti preoccupare», dice lui, che si chiama A., «Ci basta uno stura lavandini». Qualche giorno dopo il lavandino funziona perfettamente, ma la vasca da bagno perde acqua. Dopo qualche settimana torna l'intasamento. «Sei stata tu?», chiede A. «Sei stato tu?», chiede lei, che si chiama G. Dallo scarico si sentono delle voci che parlano del traffico mondiale di case in affitto. Arriva Mr. Muscolo, che nel giro di qualche minuto libera il flusso d’acqua grazie a qualche elemento chimico in grado di sterminare intere specie animali (opossum). In compenso il bidet inizia a gocciare a ore impreviste. A. e G., che sono preoccupati per i problemi idrici del pianeta e per la sua imminente desertificazione, applicano un riduttore di flusso e chiudono il rubinetto del lavandino mentre si lavano i denti. A quel punto però il rubinetto della vasca da bagno non si chiude più, la manopola scatta e gira a vuoto. Lo scarico del lavandino si intasa di nuovo, senza un evidente colpevole. «Forse il gatto» dice lui. «Non abbiamo un gatto» dice lei. «Possiamo sempre prenderne uno» dice lei. «Ma sei matta? Già ci intasa il lavandino, chissà che altro potrebbe farci» dice lui. Certe notti i vicini sentono i rumori dello stura lavandini in azione fino alle quattro. Un giorno, suona il campanello Gaspard-Gustave Coriolis per chiedere di fare meno rumore. I due assoldano un assassino cieco per ucciderlo, ma Coriolis scappa in Australia e da lì - grazie alla sua conoscenza degli scarichi mondiali, tutti collegati in una rete pre-umana di scarichi mostruosi, pieni di graffiti inneggianti il sacro tubo di Agarthi - si vendica lanciando capelli di sua moglie attraverso i continenti, in modo da occludere definitivamente il lavandino dei due. L’assassino cieco muore nel bagno che si allaga, soffocato da una matassa di capelli senziente, mentre A. e G. sorseggiano in terrazza della sangria troppo dolce - sentono lo zucchero erodere i denti, il segno di qualcosa terribile e imminente. E infatti, una mattina di giugno, il guru del dottorato di A. gli appare in cielo e lo ipnotizza, in modo da fargli promettere di scrivere due capitoli della tesi entro settembre. Due. Non uno. Due. Intanto Mr. Muscolo, in quei casi della vita che ti sorprendono come un sassetto nel riso, incontra in un club med a Sharm-el-Sheikh, la moglie calva di Coriolis. Si innamorano e scappano assieme nel deserto.

lunedì 18 giugno 2007

Certe volte ci malmeniamo.

Al lato destro del salotto, io arroto i denti (terrore +2), stringo i gomiti alla vita (difesa +6), mi preparo a sventagliare le mani (attacco +4). All’angolo opposto, dietro il tavolo tondo, con i capelli a medusa (terrore +2), Giovanna si avvicina sgranchendo le dita per pizzicarmi (attacco +1), intanto gira gli occhi spiritati su ogni oggetto valutandone l'attrito in caso di lancio (terrore +infinito). Se siamo arrivati a questo punto, cioè a girare attorno al tavolo a passi laterali, con in sottofondo una musica fischiettata da ignoti e fuori una tempesta così tempestosa che sembrano essere scomparse le pareti, significa che i libri sono già sparpagliati a terra, mezzi strappati, e potrebbe essere che qualcuno abbia anche lanciato mezza cipolla contro la parete e che questa si sia rintanata dietro la gamba di una sedia per qualche giorno, in attesa di soffritti a fuoco più lento.

Giovanna flette le gambe e mi è subito addosso. Le blocco i polsi, prendo la mira ma sono troppo miope, si vede che sto mettendo a fuoco, così, quando cerco di colpirla a mano aperta, lei scansa grazie a un giro veloce della testa, si abbassa liberando le mani e tenta la mossa del mozzicatore di braccia. Il riflesso dei denti mi mette in allerta e con una giravolta le faccio uno sgambetto prima che mi azzanni. Lei cade, ma subito si rialza dopo una capriola. Salta sul tavolo, dalle tasche estrae dei calzini puliti e me li sfreccia addosso. Corro in circolo per non farmi prendere, mi nascondo sotto il tavolo e lo ribalto. Lei salta sullo schienale di una sedia, io su quello della sedia di fronte. Ci fissiamo. Sputiamo a terra, io a destra, lei a sinistra. Fuori, il bagliore di un lampo. Appena tuoneggia, mi aggrappo al lampadario per colpirla con un calcio volante, ma un calzino affilato taglia il cavo proprio appena mi aggrappo. Crollo a terra. A questo punto, con una mossa da Antonio Inoki, come un vero angelo sterminatore del catch, illuminata dalla luce della vittoria tutta proveniente dai denti, a un solo secondo dal suono del gong, mi salta addosso.

- Ripetimi: per cosa stavamo litigando?

lunedì 11 giugno 2007

La zanzariera a baldacchino in poliestere mi salverà l'anima e la carne. E soprattutto salverà chi passa di qui dal leggersi per tutta l'estate sproloqui contro gli insetti.

Sul terrazzo, l'altra domenica, mentre la pentola a pressione piena di sangria si svuotava per la siccità; mentre Alberto si lamentava che l'americano cocktail di mia produzione gli risultava solo poco più alcolico di un succo di frutta; e mentre le pance degli invitati si organizzavano in assemblea contro l'assoluta mancanza di cibarie, Paolo ci informò - in mezzo a un discorso su tutt'altro - che di recente aveva scoperto l'esistenza, nei negozi vicino a casa, di vibratori in argento.

- Vibratori! Vado ogni settimana al supermercato a vedere quanti ne vendono...
- In argento? Sapete che l'avvelenamento da argento rende la pelle blu?
- Questo spiegherebbe molte cose sui puffi.

**************************

Avete presente quella puntata dei Simpson in cui Marge si lamenta perché Homer le fa solo regali interessati; lui dice che non è vero e poi per il compleanno le regala una palla da bowling con su scritto Homer? Be', non è che sui miei nuovi cestini di bambù per cucinare a vapore ci sia proprio scritto "Giovanna", però...

lunedì 4 giugno 2007

Mi ricordavo più comodo il divano. Le luci sono accese. Fisso un libro marrone sulla libreria ancora da montare. Non è mio, penso, che ci fa quel libro non mio nella mia libreria. Metto a fuoco, si sfibra tutto. Dondolano le molle dei cuscini. Per stare comodo piego le ginocchia, mi giro ogni due minuti, mi intorpidisco, mi rigiro. Stendo le gambe, ma il bracciolo spezza la circolazione. Il salotto è infestato dagli insetti. La ceramica nel lavello si sfrega, scricchiola. La mia nuova mascotte si chiama Spazzy, uno scopettone di plastica alto un centimetro e mezzo, la faccia incazzata, braccia e gambe rosa. In testa un afro marrone, inequivocabile. With a sky blue sky/ This rotten time/ Wouldn’t seem so bad to me now/ Oh, I didn’t die/ I should be satisfied/ I survived/ That's good enough for now. I sogni del porto sono rossi e prudono. Quando chiudo gli occhi, mi appaiono tutti i programmatori di flash che insulto giornalmente. Hanno la forma dei barbapapà, ma ispidi. Dindillano. Ho trentadue anni, perdio. È ora di mettere su famiglia, dice mia madre dal telefono. Me ne torno a letto.

lunedì 28 maggio 2007

Dormo male, faccio fatica ad addormentarmi. In terrazzo ieri abbiamo trovato un’enorme milza caduta da chissà dove. Volevamo cucinarla con le acciughe e la salvia, ma ha cominciato a pulsare, a contorcesi chiedendo pietà. Abbiamo lasciato perdere, anche perché, a dirla tutta, a me le acciughe non piacciono. Lo so. Lo so. Lo so. Sembro ossessionato. Le zanzare. Dio buono, le zanzare. Giovanna appoggia la testa sul cuscino, batte tre volte i denti e via, addormentata. Io sudo in faccia. Mi sento appiccicaticcio. Appena mi distendo, mi prende tutto uno scaldone che... Non c’è nulla da fare. Mi accendo di rosso. Irradio. Se mi agito troppo alla ricerca di una posizione sveglio Giovanna. Allora mi immobilizzo, faccio pensieri da sasso e sudo in faccia. In quei momenti spero nell’effetto carta moschicida, le zanzare che si appoggiano sulle guance e restano invischiate. Invece ronzano. Zanzareggiano. Superbe. Signorili. Come dei gran gagà. Ampie volute attorno all’orecchio. Lenti ronzii in lontananza, picchi improvvisi. Falò sui soffitti. La mattina ho gli occhi a ping pong. Mentre Giovanna prepara il caffè, io spiattello le zanzare grasse sui muri. Cerco di lasciare delle impronte, per le giovani generazioni che entreranno a sera dalla finestra. Ma hanno memoria breve, le giovani zanzare, il sangue gli dà alla testa...

Dopo che è uscito questo (lasciate perdere il commento! quel mino lì lo conosco bene, è un matto!), mi sono sentito in dovere di farlo leggere in famiglia. Tutto bene, non me l’aspettavo. Anzi, pareri entusiasti. Mio padre ha tentato di aprirsi un blog tutto suo. Mia madre invece mi telefona per darmi suggerimenti editoriali. Tipo perché non lo distribuisco nelle edicole, magari allegato a qualche giornale.

Quando può, lo pubblicizza per il quartiere.
«Anche dal barbiere?» le chiedo a cena, col boccone nella trachea.
«Certo!» mi fa, «Era entusiasta!».
«Mio dio...», dico «Non potrò più farmi vedere in giro...»
«Non ti preoccupare» dice lei, «Guarda che prima li preparo. Gli dico due tre cose in modo che non se la prendano...»
«Cioé?»
«Niente. Li avverto che in quel periodo eri sostanzialmente un po’ depresso e sempre ubriaco».

martedì 22 maggio 2007

The science of sleep - 1

Così ci troviamo fianco a fianco, da soli, io e questo tizio con le scarpe eleganti. Marroni, lucide: sapete il genere. Avrà il cinquantadue, a occhio. Io non ho la cravatta. Fa troppo caldo, anche se il sole è a mezzo cielo e una brezza (la brezza delle prime ore serali) si infila nelle maniche della giacca. Il tizio si chiama Mavis, è un rappresentante farmaceutico, specializzato in Cialis. La sua camicia sembra ritagliata direttamente da un quadro op-art. «Sai andarci?», mi chiede. Indica l’altalena. «Certo...» rispondo, con una mano sul collo, «più o meno...». «Non fare il modesto», ghigna, «Devi essere bravo, coi polpacci che ti ritrovi...». Mavis si siede a destra, io a sinistra. L’altalena è di acciaio, rossa, alta tre metri circa. Davanti a noi la linea dell’orizzonte è piattissima, come se fossimo al centro di un’enorme pianura. Non c’è niente a ostacolare lo sguardo, se non ai margini qualche albero, qualche cespuglio. Che Mavis sia pericoloso, si vede subito dai segni che ha in faccia, da come digrigna i denti quando l’altalena dondola indietro. Le scarpe da ginnastica mi assicurano un vantaggio, ma preferisco essere prudente: dopo un paio di giri della morte sia in avanti che indietro - le catene dell’altalena sferragliano ogni volta che passo lo zenit - lo lascio vincere. «Hai visto?» gli chiedo, «non sono un granché». Lui fa un cenno di sufficienza col braccio, scuote la testa, poi si pizzica il lobo dell’orecchio: da dentro un cespuglio sbuca un complice coi vestiti strappati dai rami, i denti sporchi di terra, gli occhi rossi. Mi tiene le braccia mentre Mavis mi colpisce con una barra di ferro arrugginito. Mi chiudono in una cassa, tramortito, mi portano via.

Quella stessa notte incontro la Squadra al porto. Mavis, con la cassa nella quale mi ha rinchiuso, si è rifugiato in un magazzino. Sono qui per salvarmi. Il capo Squadra mi passa un tesserino blu con un codice a barre. «Indossalo bene in vista» mi dice «Così possiamo riconoscerti. Quando ti unirai a noi?» «Mai» gli rispondo, mentre attacco alla felpa il tesserino, «non voglio far parte di M-tv» «Cambierai idea, vedrai». Alzano l’inferriata per lasciarmi entrare. Forse ho fatto un errore a portare con me solo una torcia elettrica. Mentre mi preparo a setacciare l’ambiente (come da prassi), Mavis mi crolla addosso da una pila di scatole. Riesco a svicolare, lo stringo cercando di placcarlo, ma è scivoloso, la sua giacca - quella che credo sia la sua giacca - ha la viscidità della mucillaggine. Attento al complice, mi dico. Illuminato dalla luna che filtra dai finestroni in alto, Mavis mi sembra più grosso, più scuro, con la bocca larga, i denti aguzzi, le braccia corte, una grossa macchia bianca vicino agli occhi, piccoli, neri. Si è trasformato in un’orca assassina: mi si lancia addosso, alza nubi di polvere, rotola sul pavimento cercando di schiacciarmi...

giovedì 17 maggio 2007

Il vento ha spezzato i bracci all’ombrellone, i soliti conti da regolare, immagino. Adesso il riverbero del terrazzo è insopportabile, almeno fino alle sei di sera. Non è bastata la colla millechiodi - neppure per la madia in salotto, la cui anta mi è rimasta in mano il mese scorso - se non ad appiccicarmi il gomito sul pavimento. Pezzi di cute sono ancora là, in sacrificio al dio del bricolage perché abbia pietà di me. Io e Giovanna facciamo a gara su chi usa meno carta igienica. Mentre beviamo orzata tagliata vodka, seduti sulle sdraio, le chiedo se non vuole per caso un rotolo di vantaggio. Mi guarda come si guardano gli sbruffoni. Nel frattempo la salvia della vicina è veramente più verde della nostra: di notte, se non dormo per il ronzare degli insetti (e spesso non dormo per il ronzare degli insetti) progetto di lanciare giù il vaso simulandone il suicidio. Ho già in mente la lettera d’addio, conterrebbe le espressioni declorofillizzazione, solitudine alle radici e il congedo Non più burro.


(Ho l’impressione limpidissima di regredire: mi sento meno organizzato, meno competente, più ottuso: il lessico diminuisce, i pensieri si fanno elementari. I miei ragionamenti, oggi, hanno la profondità del mare di Sottomarina...)

lunedì 14 maggio 2007

- Aspetta, fammi riempire la moka di acqua.
- No, non si fa il caffè con l’acqua calda.
- Cosa?
- Ci devi mettere quella fredda, non si fa il caffè con l’acqua calda.
- Ma che dici?
- Neppure la pasta si fa con l’acqua calda.
- Ma poi la scaldo lo stesso, no?
- Sì, ma devi partire dall’acqua fredda.
- Ma valà...
- Vedi? Non hai rispetto per quello che dico.
- Non è vero. È che non capisco cosa cambia se poi l’acqua la scaldo lo stesso...
- Cambia, te lo assicuro. Me l'ha detto un idraulico.
- Un idraulico.
- Sì, un idraulico. Hai qualcosa contro gli idraulici?
- No, è che non capisco che cosa cambia se...
- Ti dico che cambia. E se non ti fidi chiedilo a internet.

martedì 8 maggio 2007

Da quando la tracolla si è strappata, giro con le borse di tela di Giovanna. Quella che preferisco proviene da una libreria di Mestre che non ho mai visto, ma di cui fantastico da tempo, attraverso i racconti di chi c’è stato. È una borsa bianca, con un logo circolare grigio e spiegazzato, sotto cui c’è scritto Sancho Panza, libreria d’essai. Con questa borsa, entro da Gigi e Nanda, qui vicino, a prendere il pane. Se non lo vedessi dietro il banco tutti i giorni - se lo incontrassi cioè per strada e dovessi indovinarne il mestiere per gioco - di Gigi direi che è un barbiere, piuttosto che un fornaio: calvo, baffetti sottili e neri, occhi appuntiti, le mani in tasca. Forbici, vorrei urlargli, non pagnotte. Rasoi, non zoccoletti! Spesso lo vedo attraversare la strada e nascondersi tra i portici per fumare di nascosto. In quei momenti sbircia con nervosismo l’entrata del negozio, sperando che nessuno entri prima di aver superato la metà della sigaretta.
Nanda è bionda, uno sguardo sottile, i gesti un po’ sgraziati, la voce roca: assomiglia a una grossa anatra, a uno di quei personaggi che si incontrano a Paperopoli, gente coi cognomi tipo Anatroni, Quack, Palmati, Starnazza... Ecco, prescindendo dalla valenza fracassona e concentrandosi sulla connotazione di anatrità - un’anatrità anche dolce, volendo - Nanda Starnazza sarebbe il suo nome ideale.
Dal panettiere c’è un altro cliente, oltre a me, un uomo sulla quarantina che indossa un maglione di cotone a righe grigie e arancio. Si fa farcire un panino e intanto chiacchiera coi padroni. Non mi accorgo che è al mio fianco, finché non mi parla:
«Sancho Panza», legge «non ci sono mai stato» .
«È una libreria di Mestre» rispondo mentre scelgo il pane
«Ah sì?» chiede lui «E dove?»
«Non so» rispondo «La borsa è della mia morosa, lei è di Mestre.»
«Ah», fa lui. «Gigi», dice con un gesto sbrigativo «non metterci troppo prosciutto». E poi, rivolto a me, come parlando dello stesso argomento: «Stia attento con le morose, non si sa mai quel che fanno...».
«Eh», sospiro, «ma anche loro non sanno quello che facciamo noi... Mi dà due ciambelle di grano duro?» dico a Nanda.
«Vedo che ci intendiamo!» dice lui «Senta», aggiunge, e si fa vicino vicino, «Parliamo piano, se no si scandalizza la Nanda. Il clitoride... Lei lo sa cos'è il clitoride?»
«Ah be’» rispondo «Proprio un argomento da panificio...»
Guardo verso il banco in cerca d’aiuto, ma Nanda ride alla grande - la bocca aperta, gli occhi che ruotano - mentre infila le ciambelle nel sacchetto.
«Insomma», riprende lui «Il clitoride va dal macellaio...»
«Ma è una barzelletta?»
«La sa già?» Mi guarda preoccupatissimo.
«No, no», rispondo.
«Il clitoride va dal macellaio: che cosa ordina?»
«... lingua?»
«Bravo!» dice lui. Gli brillano gli occhi, mi stringe la mano: «Lei è tra l’1% della popolazione che risponde esattamente alla domanda! Ma la sapeva già?»
«No» dico.
«Un euro» mi dice intanto Nanda, porgendomi il sacchetto.
«Guardi: o la sapeva già o ci ha pensato intensamente...»
«Ci ho pensato intensamente. Ecco a lei l’euro»
Prendo lo scontrino, mi avvio verso l’uscita, ma prima mi giro per salutare. Sul pavimento c'è una pompa da biciclette che non avevo visto.
«È mia» dice il tipo, «Per non rimanere a piedi». Mima il gesto di pompare.
«Sospettavo», dico.
«Lo sapevo che lei è un uomo di mondo!», poi, come pensieroso aggiunge: «Ma ha detto che sospettava o che immaginava? Perché è differente, sa.».
«Ho detto sospettavo», rispondo, proprio sulla porta.
«No, non sospetti», mi urla dal fondo del negozio, «non deve sospettare! Immagini

venerdì 4 maggio 2007

Ai funerali c'è sempre qualcuno che, guardando la bara, ti chiede: "E invece tu come stai?"

martedì 24 aprile 2007

Temo il postino più degli insetti emofagi che mi tengono in allerta la notte. Non ho fatto amicizia neppure coi gatti del vicinato. Ci soffiamo addosso ciondolando per strada, neanche fossimo avversari nella catena alimentare.

La cameriera ha la palpebra mezza abbassata; proviene dritta da una balera della bassa. Ridotta a forme semplici sarebbe un cono molle; si muove con la fluidità delle meduse - anche se oscilla poco aggraziata tra i tavoli quando pensa di non essere vista. All’avvicinarsi dell’orario di chiusura insiste al nostro tavolo, punta la coppa al mascarpone che Alberto deve ancora assaggiare. La guarda così tanto che la coppa lampeggia, si illumina della luce delle reliquie sacre. Non riesce a distrarci: noi siamo alla ricerca del soffritto perfetto, in mezzo agli scarafaggi nascosti in cucina, ai millepiedi che sforbiciano sulle pareti e ai creditori che rodono e rodono gli angoli delle case.


Si è rotta di nuovo la lavatrice, oppure è il solito capriccio degli elettrodomestici? Mi cadono piatti, teiere, ciotole. Da qualche giorno noto una maggiore resistenza degli oggetti nei miei confronti, un’ostinata e irriducibile dimostrazione di cosità. Sento il trambusto degli scricchiolii, il fischiare degli infissi...

(Ma in terrazza risplendono le sdraio su cui passeremo la nostra estate migliore, l’ombrellone nuovo e la salvia che ha ricominciato a crescere.)

giovedì 19 aprile 2007

Di notte sibila lo scaldabagno. Se c'è vento, sentiamo il tinnire delle antenne che risuona dalla cappa sui fornelli. Giovanna, mentre si addormenta, batte i denti tre volte, e ogni tanto parla nel sonno: mi chiede se ho bisogno di ripetizioni di pollo o se mi ha mai presentato ai suoi cinque miliardi di fermenti lattici. Hanno i nomi che finiscono tutti in -ione: Marchione Albertione, Lorenzione...

Quando è sveglia, invece, dice che siamo frenetici. Da settembre il tempo sembra essersi contratto di colpo, stringe ai fianchi, mozza il respiro. Per quanto mi riguarda ho il sospetto che sia tutta una questione di attrito: le cose scivolano troppo, o troppo poco, con la conseguenza di ritrovarsi sempre più o meno nello stesso punto, al cuore di un'onda concentrica che si allontana via via.

Sarà che non sono organizzato, penso, e mi distraggo ad ascoltare il lamento sconcio dei gatti.

martedì 10 aprile 2007

È novembre! Tornano le rondini, l'erica morta in balcone si incendia sempre più (acquatta i tentacoli come un anemone di mare); la lavatrice Setra progetta la conquista idrica del palazzo e l’inchiostro ha lasciato una bava misteriosa sul muro - l’altro giorno che pioveva dentro. Ho insegnato a Giovanna a innervosirsi per le zanzare: quando le sente è sicura che non la lascerò dormire. Se si innervosisce, i capelli le si arricciano verso il viso, gli occhi si fanno a punta come quelli di una volpe.

Se facessi un elenco, potrei forse dare il tono della nostra convivenza, ma dubito che riuscirei ad essere esaustivo. L’intonaco si sgretola, i quadri non si attaccano da soli e noi non sappiamo usare il trapano per fissare le librerie al muro - benché Giovanna, aizzata dai Fagioli Salterini del Messico, abbia ormai familiarità con la levigatrice orbitale: si danno del tu, vanno a bere spriz assieme, commentano il culo degli uomini che passano.

Si sarà notato che ho delle questioni aperte con la sintassi (e se non si è notato ve lo dico io): ci sono mattine in cui mi sveglio grondante paratassi, parentesi, strutture narrative. Per dire, ho in sospetto la ritualità con cui si inonda il bagno, il tempismo perfetto dello scarico ingorgato - l’acqua che ristagna tutta nell’angolo a nord, seguendo la pendenza del pavimento. È il segno forse - dice Giovanna - che il Grande Acquerello sta per stendere il bistro.