martedì 22 maggio 2007

The science of sleep - 1

Così ci troviamo fianco a fianco, da soli, io e questo tizio con le scarpe eleganti. Marroni, lucide: sapete il genere. Avrà il cinquantadue, a occhio. Io non ho la cravatta. Fa troppo caldo, anche se il sole è a mezzo cielo e una brezza (la brezza delle prime ore serali) si infila nelle maniche della giacca. Il tizio si chiama Mavis, è un rappresentante farmaceutico, specializzato in Cialis. La sua camicia sembra ritagliata direttamente da un quadro op-art. «Sai andarci?», mi chiede. Indica l’altalena. «Certo...» rispondo, con una mano sul collo, «più o meno...». «Non fare il modesto», ghigna, «Devi essere bravo, coi polpacci che ti ritrovi...». Mavis si siede a destra, io a sinistra. L’altalena è di acciaio, rossa, alta tre metri circa. Davanti a noi la linea dell’orizzonte è piattissima, come se fossimo al centro di un’enorme pianura. Non c’è niente a ostacolare lo sguardo, se non ai margini qualche albero, qualche cespuglio. Che Mavis sia pericoloso, si vede subito dai segni che ha in faccia, da come digrigna i denti quando l’altalena dondola indietro. Le scarpe da ginnastica mi assicurano un vantaggio, ma preferisco essere prudente: dopo un paio di giri della morte sia in avanti che indietro - le catene dell’altalena sferragliano ogni volta che passo lo zenit - lo lascio vincere. «Hai visto?» gli chiedo, «non sono un granché». Lui fa un cenno di sufficienza col braccio, scuote la testa, poi si pizzica il lobo dell’orecchio: da dentro un cespuglio sbuca un complice coi vestiti strappati dai rami, i denti sporchi di terra, gli occhi rossi. Mi tiene le braccia mentre Mavis mi colpisce con una barra di ferro arrugginito. Mi chiudono in una cassa, tramortito, mi portano via.

Quella stessa notte incontro la Squadra al porto. Mavis, con la cassa nella quale mi ha rinchiuso, si è rifugiato in un magazzino. Sono qui per salvarmi. Il capo Squadra mi passa un tesserino blu con un codice a barre. «Indossalo bene in vista» mi dice «Così possiamo riconoscerti. Quando ti unirai a noi?» «Mai» gli rispondo, mentre attacco alla felpa il tesserino, «non voglio far parte di M-tv» «Cambierai idea, vedrai». Alzano l’inferriata per lasciarmi entrare. Forse ho fatto un errore a portare con me solo una torcia elettrica. Mentre mi preparo a setacciare l’ambiente (come da prassi), Mavis mi crolla addosso da una pila di scatole. Riesco a svicolare, lo stringo cercando di placcarlo, ma è scivoloso, la sua giacca - quella che credo sia la sua giacca - ha la viscidità della mucillaggine. Attento al complice, mi dico. Illuminato dalla luna che filtra dai finestroni in alto, Mavis mi sembra più grosso, più scuro, con la bocca larga, i denti aguzzi, le braccia corte, una grossa macchia bianca vicino agli occhi, piccoli, neri. Si è trasformato in un’orca assassina: mi si lancia addosso, alza nubi di polvere, rotola sul pavimento cercando di schiacciarmi...