martedì 24 febbraio 2004

Il naso arriva nella stanza dieci secondi prima di me. Sgocciola. Di profilo, è l’unica parte che sbuca, adunca, dalla mantella blu. I pantaloni pesanti d’acqua, l’unico guanto gonfio di pioggia, una palude dentro le scarpe. – Dovevi metterti i guanti da cucina, per uscire – dice T., asciutto – E gli stivali di gomma – dice P. Loro sono arrivati in macchina. Mi tolgo il cappuccio e l’acqua gelida mi cola nel collo. Ho gli occhiali ricoperti di gocce per fuori, appannati per dentro, come se, pedalando, del vapore avesse continuato a uscire dagli occhi: l’effetto visivo è una continua rifrazione di luci da tutti i lati in una nebbia personale – Sembri un fantasma – dice T. – No, sembri Igor (Aigor), quello di Frankenstain Jr. – dice P.
Ridono.
Io, invece, sgocciolo.

-Cos’hai, Ale? – chiede mio padre a cena
Nell’altra stanza, in salotto, sentiamo mia madre camminare con Emiliano in braccio. Canta, gli parla, lo dondola.
- Tua madre è andata via di testa – dice mio padre a mia sorella
- Sì, ma che ci devo fare? – dice lei
Passo il pane sul pomodoro, svogliatamente.
- Sono stanco - dico
- Ma se non hai niente da fare? –
- Sì, infatti, ma sono stanco lo stesso – dico – sono sempre stanco. Dormirei sempre –
- Da quando? – chiede, psichiatricamente, mia sorella
- Da un po’ – le dico.
Mio padre taglia una fetta di formaggio.
Sentiamo in salotto mia madre che dice: - Oooh, ma quanto sonno che abbiamo! – o anche – Facciamo la cacca eh? Facciamo la cacca? – Il nano, che oggi è vestito di verde pistacchio, si lascia dondolare, a volte risponde così: - Aaaag – o anche – Uuup – oppure, ultima scoperta dei suoi vocalizzi: – Prrr –
- Secondo me sei un po’ depresso – dice mia sorella
- Boh. – dico – Può darsi. –

Torno a casa da Chiesanuova, come ogni lunedì. Continua a piovere, sempre più forte. Sento il freddo dei pantaloni sulle cosce. Il naso, esposto, si sta gelando. Alla radio trasmettono solo Elisa, per quanto cambi canale non riesco a trovare niente di decente da ascoltare. Il vento mi arriva diretto in faccia. Piego la schiena per fare meno attrito, pedalo con più forza, mi appoggio al manubrio. Ripenso al film delirante che abbiamo visto stasera: a un certo punto, nel film, un cadavere esplode, dalla pancia gli escono gli intestini che si arrotolano su uno dei protagonisti nel tentativo di soffocarlo. Ho sonno. Pedalo, ma non procedo. Non di un centimetro. Mi sembra di essere su una cyclette.

Allora smetto di pedalare e il vento mi riporta indietro, indietro, indietro, indietro, indietro, indietro, indietro, per chilometri e chilomentri e chilometri, sempre più veloce, per chilometri indietro, sempre più indietro, finchè non perdo l’equilibrio.

venerdì 20 febbraio 2004

Continua a piovere, e poi il vento.
Ieri la neve non ha attecchito, ma la bufera ha piegato gli ombrelli di tutta Padova; a girare per il centro, oggi, si vedono cestini pieni di scheletri contorti di ombrelli abbandonati.

Ho il sonno cronico, la socialità intontita.

Sarà il tempo: mi sento stanco, affaricato, le gambe pesanti.

E’ tutto qua.


Ma il segnale di una ripresa è questo:
ricomincio, dopo mesi, a ricordarmi i sogni.

Questo è il sogno di ieri.
Sembra una barzelletta, ma non è. Forse un incubo.
Casini, dal suo scranno di presidente della camera, parla all’opposizione. Dice, con voce ferma, quasi urlando nel microfono: “Volete il dossier Mitrokhin? Volete il dossier Ustica? Eccolo qui, il dossier!”
Si alza e mostra il culo a tutti, con gli applausi della maggioranza.
Nel sogno vedo distintamente le righe biance del suo gessato scuro.

Non un bello spettacolo.

mercoledì 18 febbraio 2004

Conversazione frequente
X : Allora che farai, adesso che hai finito?
Ale: Be', cercherò un lavoro, mi sa...

Reazione comune
Fase 1: emissione di liquido da bocca e naso per la sorpresa
Fase 2: - TU?!
Fase 3: risate
Fase 4: risate più forti
Fase 5: - Un lavoro? Tu?
Fase 6: ancora più risate
Fase 7: mani sulla pancia
Fase 8: tosse
Fase 9: - Mi manca il fiato
Fase 10: respiri profondi
Fase 11: risate (reprise - dopo avermi osservato in faccia)
Fase 12: - Oddìo, le lacrime...
Fase 12 bis: lacrime, appunto
Fase 13:- Un lavoro... bella questa...
Fase 14: - No, sul serio cosa...
Fase 14: risate remix (con coinvolgimento dei passanti)

lunedì 16 febbraio 2004

Paragrafi in ordine casuale

Il mio esaurimento nervoso ha la copertina di cartoncino rosso, intestazione in nero, arial 12, nessuna dedica, nessun ringraziamento. Se dovessi ringraziare tutti - e tutti dovrebbero essere ringraziati per aver sopportato me e tutte le mie assenze - verrebbe un’appendice più lunga della tesi, più lunga di Musil, più lunga di Prust. Più dell’enciclopedia britannica, perfino.

‘Inculàtevi’ era il mio pensiero fisso sabato sera, nel girare – bici alla mano – tra la folla delle piazze. In uno slalom tra gruppetti alcolizzati e bottiglie di birra in terra, ‘iculàtevi’ dicevo a voce alta, senza essere ascoltato. Più di tutti, le coppie. Io sabato alle coppie non so cosa avrei fatto.

‘Voi stasera cosa fate?’ una coppia all’altra. ‘Noi stasera proviamo la nuova tuta in poliuretano che si è comprato Gianni’ ‘Avete anche il gatto a nove code?’ I due si guardano languidi: ‘Roba vecchia, ormai.’ dice lui ‘Siamo passati al crick dell’automobile’ Lei ha un brivido di piacere. ‘Che romantici che siete’, dice l’altra ragazza. ‘Ti ricordi la prima volta che abbiamo usato il crick?’ dice il suo ragazzo, guardandola.

L’esaurimento nervoso è arrivato con l’ultimo scatto della stampante, quando mi sono accorto che 160 pagine su 166 erano stampate una riga sì e una no e il discorso filava lo stesso, anzi: meglio.

C’è una sala nella biblioteca dove si sente respirare. Non c’è mai nessuno, ma se ti siedi al tavolo e aspetti, dopo un po’ si sente il rumore di un respiro profondo. Proviene dagli scaffali di grammatica generativa. Ma tra gli scaffali di grammatica generativa non c’è mai nessuno.

Quello che segue è il veritiero resoconto di quanto accadutomi venerdì, in biblioteca, nella sala del respiro.

Sentivo un rumore come di topi. C’era qualcuno che scavava e scavava. Sentivo il rumore di qualcuno (o qualcosa) che scavava nel muro, dietro il muro. Mi avvicinaii, e subito il muro crollò, rivelando un tunnel. Ne uscì un uomo. Aveva una barba lunga grigiastra, i capelli bianchi. Una camicia bianca, pulitissima. Unghie sporche di terra. ‘Dov’è il mare?’ chiese ‘Secondo i miei calcoli dovrebbe esserci il mare, qui’ Indicai più o meno verso Venezia: ‘Il mare è di là’ dissi. Si avvicinò alla finestra, vide la strada: ‘Questo non è il castello d’If’, disse. ‘Più o meno’ risposi ‘E’ la biblioteca del Maldura’ ‘No! La biblioteca no!’, disse ‘Almeno tu, scappa…’ dicendo questo ebbe un attacco epilettico e morì. Il tunnel crollò subito dopo, chiudendomi l’unica via di fuga.

Ho sonno. Sono stanco. Dormo poco e male. Se dovessi parlare di tutto quello che mi irrita non la finirei più: alcuni film di hong kong, l’ultimo di John Woo, i 23-enni che pubblicano libri, il corpo dei ranger, i dopobarba profumati, le sciarpe bianche, Ben Affleck, la pubblicità della cocacola, gli psicologi in televisione…

Vado a dormire, forse è il caso.

mercoledì 11 febbraio 2004

1
T: E l’influenza dei polli?
P: Bella cosa, quella. E’ che le industrie non vanno alla stessa velocità della società. Pensa che un mio amico, nello Yucatan, gli hanno dato da mangiare un pollo che sapeva di pesce. Capisci? Un pollo che sapeva di pesce! Perché ai polli danno da mangiare le frattaglie del pesce. Un pollo che sa di pesce, ti rendi conto?
T: E’ successo anche a me.
P: Sei stato nello Yucatan?
T: No. Mia nonna cucina tutto con lo stesso olio

2
Biblioteca.
La cicciona è a dieci metri da me. La vedo attraverso il vano della porta. Avanza. La sua velocità è uguale alla mia. La mia velocità è piuttosto elevata. Mi guarda. Digrigna i denti. Penso: Ci passo prima io attraverso la porta, cicciona. Procedo. Anche la cicciona procede. Penso: Se non mi fermo ci scontriamo. Esito per un secondo a due metri dalla porta. Contemporaneamente, nell’altra stanza, a due metri dalla porta, esita la cicciona. Penso: ha esitato, vuole farmi passare. Accelero. Contemporaneamente: la cicciona accelera. Ci incastriamo nel vano della porta.
Ci vorranno sette persone per liberarci.

3
Continuo a sbattere la testa contro le impalcature.
Ci vuole troppa concentrazione per masticare un boccone 32 volte. (c'ho provato. Alla decima già pensavo ad altro)
La parola 'languidità' non esiste (se non su google)

venerdì 6 febbraio 2004

Mentre sono incarognito e ingrigito, curvo sul computer - così curvo che quasi batto sui tasti con le spalle e col mento - e digrigno i denti e maledico me stesso, la mia tesi, montale, quasimodo, la poesia italiana del novecento - ma anche quella dell’ottocento e degli anni a venire – e l’intertestualità e la tecnologia e word e la bibliografia e le conclusioni, e i miei nonni, i miei bisnonni, i miei avi fino all'ottava generazione, i miei parenti australiani, i cugini di quarto grado, tutti i miei sei gradi di separazione; mentre complotto disastri navali, incidenti diplomatici, meschinità parlamentari, esplosioni di pus, crateri nei centri cittadini, gas velenosi negli open-space della microsoft, occhiali rotti a Bill Gates, profanazioni di tombe di alcuni poeti italiani, alieni nei fast food, formiche giganti, camion dell’immondizia assassini, pupazzi vendicativi armati di tomi del GDLI (Grande Dizionario della Lingua Italiana); mentre progetto lo sterminio del mondo accademico, NM, al tavolo accanto, indica la finestra e dice: “Guarda!”

“Cosa?”, dico, anche se istintivamente mi verrebbe da morsicargli un braccio e urlare: “Che cazzo vuoi! Che cazzo vuoi, eh?! Ti ho parlato?! Che cazzo vuoi! Cazzo! Cazzo! Cazzzzzo cazzutissimo cazzo!”
“Un coniglio! Sul tetto di fronte!”
Guardo NM. Mi alzo. Guardo il coniglio. Guardo lui.
Poi ancora fuori dalla finestra.
Poi lui.
Poi la finestra.
Poi lui.
Poi il piccione, di nuovo.
“Un coniglio…”, dico. Mi risiedo
“Hai visto?” dice, sorridendo, “E’ enorme! Tu l’hai mai visto un coniglio così grande in una grondaia?”
“No”, dico. Nel frattempo torno a immedesimarmi in Conan il barbaro.
“Pazzzesco!”, dice, “Chissà come c’è finito là. Guarda!” dice.
Non guardo.
Lui si agita. Si toglie gli occhiali. Se li rimette. Si protende verso la finestra. Poi appoggia la schiena alla sedia. Si tocca i capelli. Si gira verso di me. Si gira verso la finestra. Si mette una mano davanti alla bocca.
Mi guarda.
“E’ volato via”, dice.
“Sul serio?”, dico.
“Sì” dice.
Fissa la finestra per qualche istante.

“Certo che questi organismi geneticamente modificati fanno paura”, dice. “Conigli con le ali” aggiunge “Chissà dove andremo a finire.”
“Già” dico, annuendo.


giovedì 5 febbraio 2004

Devo dire che la recensione più convincente del signore degli anelli l'ho letta qua

mercoledì 4 febbraio 2004








...panico...







martedì 3 febbraio 2004

Come ogni mattina fallisco il tentativo di investire un leninista appiccicoso. Sull’altro argine ci sono coperte stinte e scatole non del tutto abitabili. Un uomo su una bicicletta a pale naviga controcorrente, verso di me. La bicicletta ha una base rettangolare di galleggianti e pale posteriori, azionate dai pedali, come quelle dei battelli sul Mississipi.

- [guardandomi negli occhi] Ma sai che stava per mandarmi via?
- Cosa ti ha chiesto? [girando il cucchianino nel caffè]
- Mi ha chiesto dov’è la statua di Garibaldi
- [con sicurezza] In piazza Garibaldi.
- L’ho detto anch’io. E lui [con le mani sui fianchi e la voce da uomo]: “Signorina! Lei abita a Padova da quanto?! E non sa dov’è la statua di Garibaldi?!”
- [col cucchiaino sollevato] Non è in piazza Garibaldi?
- Mi voleva mandare via.
- Ma che domanda è?
- [dopo un sorso di cappuccino] Voleva sapere dove si incontrano i moldavi…
- All’uscita del parco.
- [alzando il tono della voce] Esatto. [abbassando il tono della voce] Ma io non passo mai di là.
- Ma che [guardando i fondi del caffè] domanda è?
- E’ pazzo. [una mano nei capelli] Quest’estate ero al cinema [l’altra mano in aria] e mi si è avvicinato da dietro, chino. [la prima mano sul tavolo, sporgendosi verso di me] Ha sporto la sua faccia enorme oltre la mia spalla e ha detto: “Signorina! Quando viene a fare l’esame!” E io [saltando sulla sedia, girando la testa] “Buongiorno, prof.” E lui: “Buongiorno?! Ma le pare giorno?! Buonasera, si dice!”. E’ pazzo, capisci?

Bollettino casalingo: da quando c’è Emiliano in casa, mia madre ha sempre l’aria di una che si sia fatta contemporaneamente cinque canne da mezzo metro.

- E poi? Pensi di farne un altro?
- Sì.