giovedì 31 luglio 2003

Già. Eppure la nostalgia, lo diresti? Ti rimescola le ossa, e senza neanche rendertene conto ti ritrovi un femore al posto di una falange, una costola dove prima c’era la spalla, la spalla al posto della tibia, la falange al posto dello sterno. Tutto un groviglio.

Sei isolato da giorni. La tua massima vita sociale è andare in biblioteca a parlare con i libri. Interi scaffali si sono stufati di te, hanno deciso di non risponderti. Se solo ti avvicini, minacciano di cascarti addosso. La Letteratura Italiana Einaudi ti ha morsicato una mano, l’ultima volta, quasi ti staccava un dito. Una foto di AsorRosa, perdendo per un attimo il naturale aplomb che la contraddistingue, ti ha urlato frasi terribili che ancora ti vibrano nei sogni, tipo: “Vai a studiare Fogazzaro!” o anche “In culo a Monti!” o anche, la più tremenda: “Vaffanculo con Metastasio!”

L’aria condizionata della feltrinelli è troppo condizionata. Ma tu, come al solito, te ne accorgi troppo tardi. Hai appena guardato un libro che non dovevi guardare e nel guardarlo, nel guardare un articolo che forse avresti fatto meglio a ignorare tout court, hai sentito un pop sonorissimo, come se qualcuno avesse stappato uno spumante. Ti giri, ma sei solo. Fa freddo. Fai due passi e capisci cos’era il pop: ti sono saltate le ginocchia. Saltate via, completamente. Sei tutto sproporzionato adesso, e le gambe sembrano come piallate. Le vedi, le tue ginocchia, lì per terra vicino allo scaffale di linguistica. Cerchi di raccoglierle, ma senza ginocchia è dura chinarsi. Chiedi aiuto, ma i commessi si ritraggono schifati. Nel frattempo, l’aria condizionata colpisce. Per la precisione: mentre sei chinato, cominci a sentire una burrasca nello stomaco. Allarme. Sudori freddi. Rumore di onde che ti sciabordano ovunque.

Senza ginocchia, naturalmente, non puoi pedalare. Correre non è proprio il verbo più adatto a descrivere quella specie di andatura da burattino che hai preso, ma diciamo che forse è l’espressione più vicina al tuo zoppichio.

Incontri S. Sono anni che non vi incontrate, vi incontrate adesso. Ovvio.
- Ciao!
- Ciao, scusa ma io-
- Ma che è successo alle tue ginocchia?
- Niente, sono saltate via. Be’ io dev-
- Eh, anche a me è successo una volta, ma con i gomiti, stavo cucinando una fritt-
- Ah interessante. Senti io-
- E lì? Cosa hai fatto al piede?
- Niente, mi è caduta una lampada addosso. Adesso però-
- Una lampada? Ma ti avranno dato dieci punti!
- Sì. Lampada. Vetro. Ma- (senti che stai perdendo la tua battaglia interiore. Stringi i denti.)
- E là dietro? Cosa hai fatto sulla coscia?
- No. Niente. Caduto. Calcetto. Io-
- E il gomito? Cosa hai fatto al gomito?
A questo punto, fai l’unica cosa sensata prima di soccombere: le tiri un pugno sulla testa. Lei non dà segni di cedimento, ti chiede cosa ti sei fatto in fronte. Le tiri un altro pugno. Sembra non accorgersi di nulla. Dice: – E quella cicatrice sul mento? – La colpisci allo stomaco, ma ha degli addominali di ferro. Sudi. Allora, senza crederci troppo, indichi il cielo e dici: - Guarda! Un’enorme cicatrice che vola!-
E lei ci casca.
- Dove? Dove? Non la vedo?

Ma quando si gira per chiederti spiegazioni, tu sei già a casa, salvo, in bagno.

martedì 29 luglio 2003

Tutti a rendere omaggio! Tutti dal guru il lunedì mattina! A rendere omaggio!
Buone vacanze! (inchino, via un altro)
Buone ferie! (inchino, via un altro).
Il guru oggi ha una camicia blu elettrico. Dispensa benedizioni. Prenditi una vacanza, dice a una. Riposati, dice a un altro. La fila è lunga tutto il corridoio. Volevo consegnargli ottantamila pagine, invece sono lì, solo, col mio sorriso più scemo, in coda, l’ultimo.

(Falciatrici, ferri da stiro, lavatrici: vi odio, sappiatelo. Soprattutto voi, falciatrici. Vi odio più di tutti. E’ inutile che continuate a svegliarmi per ripicca. Io vi odio, vi odierò per sempre. La lotta è appena comincita, falciatrici, vi saboterò. Saboterò il vostro piano di dominio. La vostra visione del mondo, piena di prati rasati, è aberrante.)

- Ho una nuova ricetta – questa è mia madre
- Ah sì? – questo sono io.
- Una ricetta piena di ananas – questa è ancora mia madre
- Ananas. – sì, questo sono ancora io
- Non lo sai? Fanno una strana reazione chimica. Quando mangi un sacco di ananas poi la pelle ti profuma di ananas – questa è? (un po’ di suspance) be’ sì, è mia madre.

Arriva il mio turno. Il guru ha appena ordinato a E di prendersi una vacanza. “Adesso ti prendi una vacanza”, le ha detto. Mi avvicino io. Mi rimpicciolisco. “Volevo solo salutarla”, dico. Lui mi prende la mano, la stringe. La scuote. Continua a scuoterla. I suoi occhi si ingrandiscono, lo giuro. Si colorano. Onde di colore diverso dal centro verso l’esterno. Mi continua a stringere la mano mentre mi ipnotizza. Quando sono in sua completa balia e penso che stia per spalancare la bocca e ingoiarmi in un unico boccone, mi dice, con una voce suadente, ammaliante: “Buon lavoro.” Continua a stringere la mano.
Continuo a scuotere la mano. Scuoto. Il rumore della porta del suo studio che si chiude mi risveglia.
Sto ancora scuotendo la mano destra. Agosto sarà lunghissimo.

- Castelli non si vuole mica dimettere. – (questa è ancora mia madre)
- Ah, no? – (e questo sono… vabe’ si è capito)
- Tiene duro.
- Si dimetterà, vedrai.
- Tengono tutti duro.
- Si dimetteranno.
- Ad ogni modo se becchi un temporale non stare vicino agli alberi.
- Scusa?
- Sì. Sai, gli alberi?
- So cosa sono gli alberi, ma cosa…
- Viene una raffica e ti cadono addosso
- Sì, ma come…
- Succede sempre così, con questi temporali. Muore sempre qualcuno.
- Ma mi vuoi spieg…
- Io se vedo che piove, dagli alberi me ne sto lontana.
Se ne va.

State tutti lontani dagli alberi, neh?

lunedì 28 luglio 2003

Luglio è stato sufficientemente crudele, grazie.
E non è ancora finito.

In compenso, attorno, la gente si laurea, le feste si sprecano, le mie finanze si assottigliano – anche quando non faccio i regali. Le mie autoflagellazioni non saranno volontarie, ma ci sono e visibili: ho un’ustione lunga tre centimetri lungo il polso. L mi ha chiesto se ho tentato di suicidarmi col filo interdentale. Invece è solo il segno della mia incapacità di cucinare. Diciamo: la mancanza di pazienza. Alla festa sui colli si vedono le luci della città. “Ma! è Padova?” chiede A, che cerca, come me, tutti modi più stupidi di passare il tempo. “Non so. Potrebbe essere New York.” “Be’ sì. Il profilo è più o meno lo stesso.” Marcàspio mi fa notare la selva di scarpe a punta; poi, dopo che gli ho presentato l’unica ragazza libera della festa, mi ringrazia dicendo che faccio il galletto nel pollaio. Io non sono permaloso e gliela faccio pesare per tutta la sera. Per l’informazione, io non faccio il galletto. E la tipa aveva occhi solo per Marcaspio: quando lui ha detto che del gruppo era l’unico già laureato, lei gli si è avvicinata di due passi due, credendo (ha! ingenua!) che fosse la sola persona seria di noi tre. (Ad ogni modo, quando se ne è andata non ha salutato nessuno.) E alle due non abbiamo neppure parlato di merda. Un buon risultato.

Oggi a prendere la pizza c’era una rumena. Stavo leggendo, aspettando una prosciutto e fichi, quando mi ha urtato per raggiungere il videopoker. Indossava delle adidas finte: bianche con quattro strisce parallele: le strisce erano di gel rosso, coi brillantini. Davanti erano scarpe da ginnastica, dietro erano aperte come zoccoli olandesi. La rumena infilava velocissima monete da due euro, beveva uno spriz al cynar dietro l’altro. Si è girata all’improvviso, puntando la televisione accesa, ha detto: “Il terzo è rumeno?” “Non so.” ho detto “Non ho visto” Intendeva la gara di nuoto. “Guarda la bandiera.” mi ha detto, poi si è rimessa a giocare, senza chiedere più nulla. Aveva una camicia rosa, e gli occhiali da sole sopra i capelli. Un reggiocchiali rosso le girava attorno al mento: all’inizio l’avevo scambiato per il laccio di un cappello minuscolo. Il viso sembrava giovane, ma allo stesso tempo la sua pelle aveva l’aspetto di una che si fosse fatta quattrocento lifting. Sulla mano destra, all’anulare, portava cinque anelli con brillantini. Al videopoker perdeva sempre.

Non è vero che ho preso la pizza col prosciutto e fichi, nel caso che qualcuno se lo stesse chiedendo.

“E tu smettila con i solventi!” (Che film è?)

giovedì 24 luglio 2003

Il cielo ieri si è oscurato, ma era un falso allarme. E’ tornato subito il sole e la polvere che si era alzata oltre i tetti dei palazzi è ridiscesa a coprire le strade. Tutto sembrava arido, secco, dopo. Più secco, più arido.

Mia madre, in due giorni, da sola, si è mangiata tredici chili di anguria. Compresa la buccia, penso. Non c’erano bucce nella spazzatura, questa mattina.

Il fruttivendolo indossa calzini bianchi di cotone che non arrivano a coprirgli le caviglie, e ciabatte di plastica azzurre, come quelle dei chirurghi. Sono angurie nostrane, dice, non come quelle che compri all’Auchan che vengono dalla Grecia, dalla Spagna e non si sa che cosa gli danno da bere. E’ scocciato perché gli ho detto che un’anguria costa troppo. Lui quasi mi morsica la giugulare: è che è troppo basso, se no non sarei qui a scrivere, ma disteso con una chiazza di sangue che si espande, tra le patate e le cipolle.
Patate e cipolle nostrane, naturalmente.

Il caldo fa uscire i negozianti che non hanno l’aria condizionata, o almeno un frizzer dove nascondersi, come il macellaio, che si dondola tra le carni appese a prender fresco. Le due donne della copisteria - la copisteria accanto al fruttivendolo -sono sedute una di fronte all’altra, ai due lati del marciapiede. Sono enormi e sudano. Sembrano due sfingi col viso da maiale, che controllano chiunque attraversi il loro varco. Una è vestita di nero, perché snellisce. Ma non snellisce. Se passi di qua, mi dice l’altra, indicando la vaschetta di gelato che porto a casa, assieme all’anguria, se passi di qua con quella, rischi, rischi tantissimo. Il fruttivendolo, da dietro urla: Rischi perché ti mangia tutto il gelato, compresa la vaschetta! Poi ride. Poi ammicca. Ride e ammicca. Ammicca e ride, sguaiato. E le due sfingi ridono, aprendo tutta la bocca, le gocce di sudore che si disperdono sulla frutta accanto. Sono circondato, ma approfitto della loro ilarità per scappare.

Verso casa, incontro K. K è scozzese, vive a Padova da qualche anno, insegna inglese. E’ alto e magro, ma all’altezza dell’ombelico la sua pancia prende una piega bizzarra, si ingrossa.
Guardo l’anguria, guardo la sua pancia. La forma è esattamente la stessa. Guardo K. K guarda l’anguria. K mi guarda. Guarda l’angura. Guardo la sua pancia. Guardo l’anguria. E’ per mia madre, dico, guardandolo. Ah, dice, fissando la mia anguria.
Mi saluta. Ma quando, poco dopo, mi volto, lo vedo davanti al banco del fruttivendolo, fermo.

(Non rispondi al telefono. Non rispondi. Probabilmente fai bene. Non so.)

mercoledì 23 luglio 2003

Io, a Strelnikov, gli devo offride da bere, gli devo,
offrire da bere.
già.
gli devo. offrire. da bere.
offrire. gli devo. da bere.
da bere. offrire. da bere.
già- gli devo.
Gli spazzini arrivano sempre a mezzanotte in punto. Attraverso i vetri vasistas sento il soffio meccanico degli stantuffi che sollevano i bidoni: rifiuti secchi, non riciclabili. I camion della nettezza urbana arrivano di notte, tutti assieme in lunghe file che neanche la conquista del west, inframezzati da apecar arancioni. Sopra gli argini si distribuiscono i quartieri da pulire: le luci intermittenti e i vapori si diffondono per tutta Padova.

(Lo spazzino sordomuto trova una tavola da surf in polistirolo. In spiaggia sta seduto guardando il mare - in silenzio ovviamente - e aspetta l’onda giusta.)

C’è un vicolo che unisce il centro di Padova a casa mia. Lo percorro ogni notte, quando esco, perché mi terrorizza. Non c’è mai nessuno. Da un lato ci sono condomini, dall’altro dei muri altissimi, che a vederli così diresti che dietro non c'è nulla, ma se sbirci attraverso i cancelli hanno giardini nascosti più grandi di un campo da calcio.

-Ale!- sento. Sono concentrato a immaginare i camion della nettezza urbana. Mi immagino le carovane di camion della nettezza urbana in silhuette sugli argini di Padova, di notte. Sono concentrato a organizzare un’epopea fantascientifica di camion della nettezza urbana stellari che, rigorosamente in fila, esplorano pianeti, saccheggiando la spazzatura. Pirati della spazzatura, si intitolerebbe. E qualcuno mi chiama. E’ mezzanotte e un quarto, sto biciclettando senza una meta, in cerca di qualcuno. Ho chiamato Umberto, ma aveva altri progetti per la notte. Non so bene dove sto andando. E sento una voce che mi chiama. – Ale! – è una voce di donna, e quando la sento, nella mia perfetta concentrazione rischio di cadere, sbando, quasi mi schianto al muro. Non c’è nessuno. Neppure una macchina. Vuoto. Torno indietro. Osservo le finestre con le luci spente. Le finestre aperte per il caldo. Niente.

Ripeti con me: io non sono schizofrenico. Io non sento le voci.

Un pipistrello mi rade i capelli, mi barcolla attorno. Sono sotto la luce di un lampione. Il lampione è appeso ai fili che dividono il cielo in rettangoli ondeggianti. E il pipistrello volteggia, si abbassa, mi sfiora.
In famiglia storie tremende di pipistrelli attorcigliati ai capelli delle zie.
Io sto per diventare zio.
Scappo.

Adesso so che farò la figura dell'adolescente sfigato, anche se non sono più un adolescente sfigato, nel senso che non sono più un adolescente, c'ho la mia bella età orami anche io, ma questa cosa te la volevo dire stamattina, poi non l'ho fatto perchè non sono capace, perché come al solito mi sento cretino. Tu non capisci, io non capisco. Io non capisco, finchè non è troppo tardi, quando ormai le cazzate le ho già dette. Poi allora mi chiedo, girando di notte in bicicletta, perché dico certe cose, perché rispondo certe volte come se volessi buttare tutto nel cesso e rimanere solo. Tu non capisci che quando mi parli di X… no, non è questo che non capisci: io non capisco che quando stai così male per X, quando stai così male per qualcuno che non sono io… no, piuttosto: io non capisco che quando stai così male per una persona, e quella persona non sono io, tu non capisci che mi storci qualcosa dentro, qualche valvola si apre, io non capisco che mi sblocchi qualche canale otturato, qualche arteria si allarga, qualche bronco fa passare più ossigeno nel sangue, qualcosa sbatte contro il cervello, si crea un lago di ossigeno che atterrisce i pensieri, li coagula in un’unica entità fantasmatica che dice quelle cose e poi non ha il coraggio di negarle. Tu non capisci, io non capisco, lui non capisce, noi non capiamo, voi non capite che se tu stai così male per qualcuno, e quel qualcuno non sono io, io penso che tu non starai mai così male per qualcuno, quando quel qualcuno non è qualcun'altro, ma quel qualcuno sono io, e se tu non starai mai così male per qualcuno, quando quel qualcuno non è qualcun'altro, ma quel qualcuno sono io, significa che io, tu, tu non potrai mai stare con me così bene da farti stare così male quando succede qualcosa che mi allontani da te. Allora storci qualcosa, apri la valvola, fluisci il sangue al cervello, elabora strategie dementi, sblocca le rotelle, gira a vuoto i pensieri. Errore di sistema. Pagina non trovata. Resettare.

Poi torno a casa e ho i sensi attutiti. In questi giorni puzzo di yougurt.
Mi sento come se dovessi affondare.

martedì 22 luglio 2003

Odio il martedì.

lunedì 21 luglio 2003

Ah, siamo ridotti a questo, siamo ridotti alle pippe, eh, siamo ridotti a impipparci di pippe tutto il giorno, 182 pippe al giorno per intontirsi - guarda che occhiaie che c’hai, guardati le mani, c’hai calli neanche suonassi la chitarra. Siamo arrivati a questo?
Be’ no.
NON NEGARE! Guarda che mi fai girare le palle si neghi, guarda che mi viene da tirarti due pugni sulle orecchie, poi altro che pippe, perdi il senso dell’equilibrio, perdi di vista la tua stessa anatomia poi ti ritrovi a smanettarti la caviglia, non negare che ti ho visto.
No, io…
Ah, no? Ma cosa credi, che nessuno si faccia le pippe? Tutti se le fanno, ma tu… tu… diobuono tu te ne fai un sacco.
Ma io, cioè-
Fossero solo pippe fisiche, non sono solo pippe fisiche, ti fai 824mila pippe fisiche solo per cancellare le pippe mentali, negalo se hai il coraggio.
Ma noo, io pippe mentali non…
Hai il coraggio di negare! Hai il coraggio di negare il non negabile, l’evidente, il trascendentemente visibile a tutti: il tuo spiccato senso per la contorsione mentale, per i processi psichici disturbati, per le paranoie fumose e intorcolate, vorresti forse negare tutto ciò, vorresti forse sfuggire alle ombre che si stampano attraverso il tuo cervello su tutto quello che vedi?
Ma i miei pensieri sono processi logici formalmemente inattaccab-
Sei uno sfigato. Ma chi credi di imbrogliare? Vuoi che ne parliamo? Vuoi che parliamo di domenica?
Domenica?
Sì, domenica. In libreria?
Ci sono andato perché c’era l’aria condizionata.
La smetti di fare il sottoproletario? Che mi fai incazzate quando fai il sottoproletario che va in libreria perché c’è l’aria condizionata, mi fai incazzare come una carogna schiantata, visto che non sei un sottoproletario anzi, visto che l’aria condizionata ce l’hai pure in casa, non capisco perché fai il sottoproletario, minchiatanta, minchiarotta, mi fai anche dire certe parolacce che non stanno in cielo in terra
Be’ sono andato a fare un giro…
Sì, ok, e c’era questa tipa.
Che tipa?
Lo sai che sei bravo? Allora la racconto io, stacosa. Eri seduto a leggere a scrocco come fai sempre quando fai finta di essere un sottoproletario, che non sei, e hai visto una tipa che ti piaceva l’anno scorso. Neghi?
Io, non, davvero forse non…
Vuoi descriverci com’era?
Be’ carina. Capelli chiari. Aveva la fronte che veniva un po’ in fuori, tipo elephant man, hai presente?
Ma ti sembra carina una descritta così? Ma sei capace di descrivere una ragazza? Facciamo un esempio. Sei convinto che M. sia molto bella, no? Allora descrivimela.
Che dire… Ha il naso con la gobba, i capelli corti ed è piuttosto piatta e poi-
No, smettila, meglio non peggiorare ulteriormente la tua situazione… Proviamo così: perché ti piaceva la tipa della libreria?
Boh, forse per l’accento un po’ friulano, forse perché portava i sandali senza smalto sulle unghie dei piedi.
E quindi cosa hai fatto?
L’ho sbirciata da dietro il libro che leggevo. Era un libro Einaudi, parlava de…
Non tentare di cambiare discorso con me, che non sei in grado. Dimmi cosa hai fatto.
Niente.
Le hai parlato?
No.
No?
Ho cercato di ricordarmi come si chiamava. Poi mi sono svolto in testa il possibile dialogo. E nella mia testa il possibile dialogo finiva male.
Quanto male?
Molto male. Mi picchiava. Mi tirava tutti i libri della libreria addosso. Poi mi saltava con entrambi i sandali sullo stomaco, cinque, sei volte. Oppure diventava appicciocosa. Alla fine voleva sposarmi. Voleva quindici figlie da me. Tutte femmine. Io volevo solo un cane, lei quindici figlie. Ma l’aveva vinta lei. E poi tutte e sedici complottavano contro di me, mi mettevano il formaggio nella pasta, che lo sanno che a me non mi piace il formaggio nella pasta e-
Basta, basta, ho capito. E quindi?
Quindi mi sono nascosto. Ho tentato la mossa telepatica. Ho pensato intensamente: parlami.
Ti ha parlato?
No. Non mi ha neanche visto.

sabato 19 luglio 2003

A te non pare di aver bevuto così tanto, eppure in macchina, tornando a casa, mentre commentate la serata, ti attraversa la certezza che l’espressione Va in mona de to sorèa (Cioè: Accomodati nella vagina di tua sorella, per favore) sia un’espressione poeticissima.

All’una e mezza di notte, da casa, le telefoni, ma non risponde nessuno. Chiami. Aspetti. Dalla finestra aperta senti le voci di due ragazzi che litigano. Spegni la luce e ti apposti accanto il vetro per vedere che succede. Ma non succede nulla. Poi telefoni di nuovo: continua a non rispondere nessuno.

E*, quel pomeriggio, ti aveva raccontato dei suoi litigi. Alla fine aveva chiesto di te. Ti aveva consigliato di insistere. E’ quello che sto facendo, hai detto. Le donne premiano la costanza, ha detto lei. Eh sì, ha ripetuto, le donne, la costanza, la premiano, la costanza. E tu, dopo questa frase, ti sei sentito sgonfiare, come se qualcuno ti avesse bucato. E quando lei si è girata e ti ha visto perdere volume, ti ha chiesto: Ale, che succede? Nulla, hai detto. Ma la tua voce era sempre più flebile. Posso fare qualcosa? No, no, succede sempre così, lasciami qua. Posso rigonfiarti? No, lasciami qua, mi gonfio da solo. Ok, ha detto, Però insisti! E ti ha lasciato sulla fontana, così, completamente sgonfio: la tua pelle faceva tutte le grinze e il viso perdeva fisionomia.
Facevi impressione, lasciatelo dire.

Allora la sera sei andato a una festa invece che a un’altra. Tu e i tuoi amici - quasi tutti i tuoi amici - avevate dei lupi in faccia: vi voltavate a scandagliare le prede. Posizionati a cerchio, facendo finta di parlare, col bicchiere in mano, giravate la testa a destra e sinistra puntando il mirino sulle possibili vittime.

- Assaggia questa birra.
- Che ha?
- Niente assaggia. L’hai assaggiata?
- Sì.
- Lo senti? Sa di sudore.
- Ma che schifo…
- Ma cosa dici?
- Dice che la birra sa di sudore.
- Non lo senti, sa di sudore! Assaggia.
- Basta, non voglio più berla.
- Lo senti? Sa di sudore, una birra che sa di sudore. Per questo costa poco.
- Non sa di sudore.
- Sì, che sa di sudore, lecca il mio sudore. Senti, dai.
- E poi pisciami addosso.

Tu e D vi allontanate verso un bar, D ordina due havana&cola. Il barista chiede: “Cos’è? E’ havana club con coca cola?” Brafo. Hai indofinato.
Non riesci a capire perchè alle persone vengono sempre in mente ricordi fantastici, immagini piene di significato, mentre a te invece ti tornano solo ricordi del cazzo. Sarà un caso?

Spagna, Alicante. Tu e D andavate sempre allo stesso bar, perché la prima sera il barista vi aveva offerto due birre medie. Allora ogni giorno vi fermavate lì almeno due volte al giorno e vi dicevate Dai che stavolta offre di nuovo. Dai che stavolta offre. E non offriva mai. Vi dava solo dei sottaceti che avevano tutti lo stesso sapore: cipolline, cetrioli, carote: tutte il sapore aspro della salamoia e solo quello. Il bar era gestito da un ragazzo rasato a zero con una testa enorme, e dalla madre. Voi arrivavate e vi sedavate a uno dei tre tavoli. Guardavate la televisione spagnola o giocavate a carte. Ogni tanto qualcuno conversava con voi.
La madre, un giorno, vi si avvicina, guarda D, gli tocca la maglietta e dice Muy bonita! Eh, fa D, è italiana. La madre guarda te, guarda la tua maglietta, seria, serissima, poi guarda D, guarda la sua di maglietta e sorride: bonita! Guarda te, seria; guarda D, sorridendo. Guarda te, seria; guarda D, sorride. Si siede a un tavolo, guarda la televisione, scarabocchia qualcosa. Voi finite la birra, vi alzate, andate a salutarla. Su un foglio ha disegnato le vostre due magliette. La tua ha una croce sopra.

venerdì 18 luglio 2003

Io, per me, nel mio modesto parere, Nicola sta diventando sempre più bravo

giovedì 17 luglio 2003

Uno gira lo sguardo un secondo
e attorno ne combinano di tutti i colori.
Sempre attenti bisogna stare.
In questi giorni le canzoni mi si appiccicano alla lingua come certe patatine che se le tieni in bocca senza masticarle ti frizzicano le papille, ti si macerano da sole.
E ripeto i ritornelli per delle ore, fino a quando qualche altra canzone non stappa via l’altra.
Canto da solo ritornelli di cui so solo una parola. Sembro autistico.

Intanto Ale, l’altro Ale, è partito. Da solo, per la Spagna. Ha il mio zaino, che gli ho prestato, forse il mio saccoapelo e nessuno ha notizie di lui. Segue il cammino di Santiago di Compostela. A sua madre non ha detto nulla. Le ha lasciato un biglietto con su scritto: Parto.
Pensavo le scrivesse anche la destinazione, invece no. Tornerà, se tornerà, tra un mese.

- Il corrispondente in televisione – dice mia madre – si scusava perché non aveva la cravatta.
- La cravatta?
- Sì, per il caldo. A Londra c’è un caldo mortale.
- A Londra?
- Sì all’ombra – Ride
- Ah, siamo alle freddure.
- Appunto. – Ride di più.

Poi la solita partita di calcetto. Ormai in notturna. Oggi si sudava così tanto che sembravamo tante fontane. Le gocce cadevano dai capelli, sulla fronte: gocce di sudore caldo che invece di rinfrescare scaldavano il corpo. E noi correvamo su e giù. E io correvo avanti indietro, senza prendere mai palla, schivandola, svirgolandola. La palla mi evitava consapevolmente. E durante il mio turno in porta – stavamo perdendo di un paio di gol – pensavo che le cose che faccio in questo periodo, tutte le cose che mi capitano, sono tutte più o meno così - pensavo con il sudore che zampillava – tutte le cose attorno a me sono questo correre avanti e indietro senza prendere la palla – pensavo mentre ai miei piedi si formava una pozzanghera salata, un oceano pacifico di sudore – senza prendere palla mai e perennemente nel tentativo di recuperare un punteggio a sfavore – un sentirsi sempre indietro, sempre in ritardo, a rincorrere qualcosa…

(Qui ci andrebbe una citazione del Grande Gatsby, quella sulla luce orgiastica che ci sfugge continuamente, quella sulle barche controcorrente che ci sospingono sempre nel passato, ma non me la ricordo)

Così, in porta, pensando a tutto questo, ho fatto una giravolta. E ho cominciato a girare su me stesso.
- Che fa Ale? – sentivo.
- Gira – dicevano
E io giravo. La pozzanghera ai miei piedi vorticava con me.
- Ma continua?
- Ale! – chiamavano.
- Cosa c’era in quel Rhum che avete bevuto prima di giocare?
E giravo. E gli altri si erano fermati a guardarmi, sul campetto in cemento, mi guardavano girare su me stesso.
- Ok, ragazzi, ce lo siamo giocati!
- Un’altra vittima del calcetto. – ripetevano, scuotendo la testa.
Erano fermi tutti a guardarmi, e a un certo punto il pallone si è avvicinato a me rotolando e si è messo a orbitarmi attorno. E io andavo sempre più veloce, sempre più veloce. Non mi si vedeva più, scomparivo nell’aria, si sentiva il rumore dell’aria. Vorticavo, e il pallone vorticava attorno a me, e uno a uno i miei compagni, dal più vicino al più lontano, iniziarono a vorticarmi attorno, urlando: "Smettila coglioneeeee!" Poi si staccarono le porte in metallo fissate sul cemento, mi giravano attorno, si alzavano in cerchi enormi in cielo; e poi via i muri, e via la chiesa sradicata; poi le case, gli animali, le macchine, via tutti presi dal tornado che avevo generato e di cui ero il centro.
Finchè dal campo non salì un fumo sottile. I piedi si scaldarono. E girando e girando trivellai il cemento, scavando, affondando nel suolo fino ai capelli.

martedì 15 luglio 2003

- Allora, come è andata dagli F*? – chiedo a tavola
- E’ andata bene – risponde mia madre – V * mi ha detto che vi siete conosciuti.
- Alla laurea di A*
- Già. Mi ha detto che sei molto educato. Quasi mi mettevo a ridere.
- Perché? Io sono molto educato – dico, arrotolando quattro etti di spaghetti in una sola forchettata.
- E allora com’è che a casa scoreggi, lasci i vestiti sporchi in salotto e mangi come un camionista?
- Non è mica vero. – rispondo, con la bocca piena - Avete mangiato bene?
- Sì, benissimo. Da quando V* cucina vegetariano, a casa sua si mangia benissimo.
- Cosa avete mangiato? - chiedo, mentre con la mano libera mi gratto un'ascella.
- Di primo: pasta con le cozze. – dice - La smetti di fare quei bocconi?
- Le cozze non sono vegetali. - puntualizzo ruttando.
- Sei il solito pignolo. Comunque per me sì: le cozze sono vegetali.
- Ah sì? E che altro? Il pollo? Il pollo è vegetale per te? - sarcastico, con un dito nel naso.
- Il pollo no – dice – Ma l’agnello sì. L’agnello è vegetale.

lunedì 14 luglio 2003

Domani - dici - domani cambierò-
ma non è mai domani

è sempre oggi, sempre qui, adesso,
è sempre adesso

sei sempre tu.

eccheccazzo.
p.s. Vorrei anche aggiungere che lo spettacolo mi è piaciuto, che siete stati bravi. Vorrei raccontarlo a tutti, ma ho troppo sonno, perchè ieri sono tornato alle tre, dopo aver bevuto due Tennents medie. No, sono tornato alle cinque ubriaco fradicio per aver bevuto 15 spriz, sette birre da litro, tre cartoni di tavernello e un chinotto energy. No, sono tornato alle sei ed ero così ubriaco che mi ricordo solo di essermi attaccato - visto che non c'era altro - alla bottiglia dell'alcol denaturato e al flacone del dopobarba.
Duccio, mi devi una birra.
Ma le strade di sera cambiano planimetria. Si arricciano a spirale, come minimo si intorcolano. Se di giorno una strada dritta ti porta da A a B, la stessa strada verso sera ti conduce da A ad A e poi a Q, forse a K, passando per il mare, i campi di granturco e uno stadio da baseball. Di B neanche l’ombra.
E’ così che ci si perde, mica per altro.

Il sole, alle otto e un quarto, è un filo più alto dei palazzi; è arancione: sembra la luce di mezzo di un semaforo. Attenzione, sembra dire.
Attenzione a chi? eh? Attenzione… ma senti questo. Attenzione lo vai a dire a tua sorella.

C’è lo spettacolo stasera e ci tengo. Parto un’ora e un quarto prima che inizi per arrivare presto e trovare posto. La strada la conosco PERFETTAMENTE. E’ dritta: va diretta da A a B. E infatti, dopo venti minuti di pedalate, arrivo a C. Allora rivedo mentalmente il tragitto. Decido che dovevo curvare prima. Torno indietro, curvo. Passo semafori, cunette, scritte fasciste sui muri. Arrivo a un bivio e, dopo averci pensato un po’, giro a sinistra. Incrocio case immense, stradine che curvano e ricurvano, ville con campi da calcetto e filo spinato sui cancelli. Mais ovunque. Un ristorante eritreo nel nulla. E alla fine mi rendo conto di essere tornato a C. Così, sudato, incarognito, affaticato, nonché disidratato, torno indietro, immaginandomi già la solita figura di merda.

Mancavaaaaaaaa… poco.

venerdì 11 luglio 2003

Arrivi in biblioteca che sembri un facchino - altro che.

Una tracolla e una borsa a mano. Nella borsa c’è il portatile. Col portatile ti senti finalmente professionale. Nordesticamente professionale. Imperativamente professionale. Guardatemi!, pensi, Guardate, quanto professionale sono. Sono o non sono professionale?, pensi pedalando, Sembro o non sembro un professionista? – e tieni la borsa con la mano destra e solo con la destra perché a sinistra c’è l’unico freno funzionante della bici. La borsa - mentre pensi alla tua superba professionalità, al fatto che solo per andare in giro così professionalmente dovrebbero pagarti un tanto al metro, perché alzi il livello medio di professionalità dalla tua città e quindi in qualche modo influisci sul PIL nazionale - ti sloga la spalla, ti sbilancia, ti inclina sbilenco.
Uno sbilenco professionale, però sbilenco (però professionale).

Arrivi in biblioteca. Lucchetti la bici. E senti un odore. Un odore acido, come di piscio di gatto. Cammini e l’odore ti segue. Ti avvolge. Annusi. Ne ricerchi l’origine: scopri che l’origine sei tu. O meglio: la tua maglietta. Le cose sono due: o il tuo sudore è marcito per il troppo alcool maturato in un decennio di bevute, o qualche gatto si è infiltrato in camera e ti ha pisciato sulla maglietta. E’ sicuramente la seconda ipotesi: qualche gatto si è infilato attraverso le tapparelle sbarrate, attraverso le finestre sigillate e ti ha pisciato sulla maglietta. E tu non te ne sei accorto. Un’orda di gatti notturni e silenziosi, una fila di gatti che si è arrampicata sul tuo balcone, si è fatta strada tra le piante, si è infilata spettralmente negli infissi, si è bilanciata nel disordine della tua scrivania senza far cadere nulla e infine ti ha pisciato sulla maglietta per marcare il territorio. (E’ noto che i gatti invidiano le tue magliette.) Stupidi gatti. E tu? Tu, mentre milioni di gatti in fila per uno facevano la coda attraverso la città per arrivare a marcare la tua maglietta, una fila immensa che neanche ai bagni di un concerto dei Rolling Stones, una fila di gatti di tutto il veneto, da tutta Europa, gatti che avevano attraversato l’oceano solo per pisciarti sulla maglietta e renderti quindi socialmente infrequentabile, più infrequentabile del solito, nonostante tutta la tua nuova professionalità, tu: tu dov’eri?

Tu stavi sognando.

Nel sogno eri un uomo, eri una donna. Cioè vedevi un uomo e una donna, assieme, dall’alto, distesi. Lui sopra, di spalle. Lei sotto: ne vedevi il viso. Sentivi le sensazioni di lui. Pensavi i pensieri di lei. Contemporaneamente. Fisicamente eri lui, psicologicamente eri lei. Lei era un’attrice. Prima – poco prima – qualcuno aveva detto di lei che si era rifatta la verginità chirurgicamente.

mercoledì 9 luglio 2003

Dormo troppo poco, evidentemente.
bzz. ronzo. mi piace ronzare. bzzz. ronzo disegnando uno zero. bzzz. sulle lenzuola grigie, disteso, c’è il mio bersaglio. bz. ronzo. mi piace ronzare. bzz. ronzo a una certa distanza per non farmi sentire. bzzz. il mio bersaglio ha dimensioni eccezionali. sarà un pranzo da zar. attendo, ronzando, che si addormenti del tutto. attendo che la sua attenzione sia rivolta ai suoi sogni. e ronzo. bzzz. mi piace. bz. ronzare, intendo. poi scendo, diritta, sul braccio. zavorro le zampe alla pelle, l’infilzo con l’ago. bz. risucchio. risucchio. bz. il sangue ha un strano sapore. bzz. il sangue finisce. il braccio e svuotato. bz. sembra un guanto svuotato. bz. mi sento più grande. mi sento un po’ gonfia. bz. ronzo. bzz. ronzo radente alla gamba. mi fermo. infilzo. risucchio. cresco. mi espando. grande come una palla da tennis: ronzo. mi alzo in volo a ronzare. barcollo. le dimensioni non tornano, le dist’nze si sfuocano. bz. cosa c’era nel sangue. non seguo più i miei pensi’ri. sghignazzo. ondeggio. ronz’. bzzz. prudenza? macchè prudenza! curvo, sbando, vortico ronzando, riprendo l’assetto, passo a un passo dall’orecchio. mi f’rmo. pernacchio. bzzzzzzz. bzzzzzz. mi rialzo, nebulizzo, obesizzo, voglio un pezzo di stanza per me. bzzzzz. ronzareeee. ronzareee. (mi piace ronzare.) gli ogg’tti si spostano da soli, infilzo un pupazzo di gomma. ronzareee. ronzareeee. mi fermo su un orlo del tavolo. la st’nza mi ruota att’rno. bz. bzzzz. svolazzo. tento un giro m’rtale. m’avvito. mi schi’nto. sghign’zzo. rrrrro’zareeeeee. ‘onzaeeeeee. t’nto la str’da di c’sa. bz. mi inc’stro tra le l’ste d’una v’neziana. bz.
collasso.
p.s. ah, mi sono dimenticato di dirti che mia madre crede che sia tu la misteriosa responsabile delle telefonate notturne. Io nego, ma lei, non so come, non mi crede. Mi dice: certo, non siete morosi, ma vi telefonate come se lo foste. Io nego tutto. Dichiaro solo il mio nome e numero di matricola. D'altronde non saprei cosa altro rispondele. La sua logica sta prendendo una piega del tutto inaspettata. L'altro pomeriggio l'ho vista in salotto con l'aspirapolvere, le ho chiesto cosa stava facendo. Mi ha risposto: Devo lavare le federe dei cuscini. Non ho chiesto ulteriori spiegazioni.
Continui a non mancarmi. Ma quandè che torni?

lunedì 7 luglio 2003

Ciao demente,

Allora sei partita, sei arrivata? Gli aerei hanno smesso di congiurare contro di te o sei ancora seduta in aereoporto, con lo zaino in spalla, ad aspettare un volo che non esiste?
E adesso, tu ed E, state mettendo a ferro e fuoco Lipsia?

Qui le cose procedono più o meno come al solito. Tranne che mi è venuto improvviso lo spasmo di riprendere in mano le cose che mi riprometto sempre di leggere e che non leggo mai. Che non sarebbe male, se non volessi leggerle tutte contemporaneamente. (E se non avessi altro da fare.) Così ho tirato fuori: sei romanzi iniziati mai portati a termine, un libro di linguistica, uno di storia, uno di teoria della letteratura, uno di filosofia, un atlante geografico, qualche volume dell'enciclopedia, sette fumetti arretrati, una lista infinita di libri da comprare, due grammatiche straniere (francese e tedesco). E li ho aperti tutti e letti tutti un po’, qualche riga per ognuno senza concludere nulla, fino allo scontro serale con Cartesio: quasi una rissa sul metodo. Stanotte ho sognato che dovevo rifare l’esame di maturità – un esame nuovo, appena approvato dal parlamento, una cosa di cui nessuno sapeva la dinamica.
Sabato, invece, T. mi ha convinto a vedere un film horror di Lucio Fulci. Non ha dovuto insistere molto. Era un film orribile. Ti sarebbe piaciuto. E' la storia di un prete che si impicca e spalanca le porte dell’orrore. No, è la storia di alcuni zombi che appaiono e scompaiono come fantasmi. Con una mano, questi zombi, prendono la nuca di qualsiasi persona e la spremono. No, è la storia di una ragazza che vomita le proprie interiora. Anzi, no, è la storia di un tipo che viene ucciso con un trapano nel cervello. Ma cosa dico! E' la storia di una medium e di uno psichiatra, che salvano il mondo entrando nella tomba del prete. Lì, dopo aver passato cunicoli pieni di zombi e topi, uccidono il prete maledetto per sempre, tafiggendogli forse la pancia, forse l’inguine – non si capisce bene dalla scena – con una croce di legno appuntita, grande un metro e mezzo. Gli zombi allora bruciano. Insomma: un capolavoro. Si intitola PAURA nella città dei morti viventi, nel caso tu volessi noleggiarlo.
Magari si trova anche in DVD.

Non mi manchi, sai. No no. Non ti penso. Anzi, sto piuttosto bene senza di te e senza quei tuoi cazzo di uomini.

(Questo perché non pensi che io sopprima l’insopprimibile voglia di infastidirti ed irritarti solo perchè sei via)

sabato 5 luglio 2003

Il sonno della ragione genera dipendenza.

(Augh)

venerdì 4 luglio 2003

Incomprensibile
Svegliarsi e non trovare gli occhiali. Camminare sbandando per casa. Sbattere contro una porta chiusa. Stare rintronati di fronte alla porta chiusa contro la quale si è sbattuto per qualche istante. Toccare la porta chiusa contro la quale ci si è procurati un trauma cranico di non lieve entità, per verificare che sia veramente lì. Immaginare di essere qualcun altro, dietro, alle spalle, che ti osserva mentre stai fermo davanti alla porta, senza occhiali, con un bernoccolo grande come una palla da tennis. Girarsi e sorridere alla persona che si immagina essere dietro di sé e dire: “Eh, non l’avevo vista”, intendendo la porta. Immaginarsi che il sé davanti a sé, quello che ti osserva mentre stai immobile davanti alla porta, scuota la testa e se ne vada. (Pensare che fa male all’immaginazione stare troppo da soli.) Girare in cerchio alla ricerca degli occhiali.
Pensare, pensando di essere brillanti, che per trovare gli occhiali ti servirebbero gli occhiali.
I traslocatori del piano di sopra lasciano tracce bianche sulle piastrelle bordeaux del tuo salotto. Trasportano una libreria enorme in balcone, perchè da lì è più facile passarla in strada. La appoggiano in bilico sulla balaustra. La libreria di legno, azzurra, oscilla pericolosamente al vento. Piove.

Da lontano, nella via, una donna sbraita: “Vai in figa detomare! Ebreo!”
Adesso aspetti solo che smentisca, urlando: “Era una battuta ironica, non l’hai capito?”

L’inquilina del piano di sopra deposita sculture nel tuo salotto: sta sbaraccando casa prima dei lavori che trapaneranno la tua estate. Sono delle sculture a forma di pezzi degli scacchi. C’è un pedone alto fino alle tue ginocchia. Un cavallo nero che ti arriva all’ombelico. Un re bianco che ti sfiora le spalle. Il diametro della loro base si adatta perfettamente al lato delle piastrelle. Li sposti in giro per la sala cercando impossibili posizioni di scacco matto, accerchiando la televisione.

giovedì 3 luglio 2003

Dopo
Com’è che a un tratto, in un attimo, in un istante, da un momento all’altro - com’è che all’improvviso, senza che niente lo annunciasse, alle quattro di mattina, in bici, solo, per le strade vuote, con un freno rotto, in un secondo, da un secondo all’altro, nello scatto millimetrico di un orologio - com’è che, così, senza preavviso, dopo una serata bella - com’è che poi ti monta dentro l’angoscia? Com’è che, quindi, si gonfia lenta, dal baricentro caldo del tuo corpo, si ingrandisce piano, fino a prendere le forme dei tuoi margini, fino ad espandersi oltre i tuoi confini, diventando una bolla atmosferica di angoscia, una sfera pulviscolare di delirio, e com’è che ti risvegli dentro a una foschia che si muove con te, avanza con te, tenendoti sempre al centro, precipitandoti addosso e non ti fa fuggire? Com’è?

Prima
E’ una cosa istantanea e il pallone ti colpisce e il campo scompare in un bianco lumioso e credi di avere gli occhi chiusi e invece no e invece sono aperti e provi a bestemmiare e non ha il fiato e sei piegato un poco e hai una postura innaturale da punto di domanda e la palla ti ha colpita dritta e forte e ti ha preso in pieno il petto e i polmoni devono essere i polmoni e i polmoni si sono sicuramente svuotati per il colpo e niente e non respiri e non parli e non hai più fiato e non ti accasci e non ti raddrizzi, così. Poi il fiato riprende, ma sempre con uno svirgolo, con un fischio e un soffio che prima non c’erano. “Scusa, non credevo tu fossi là.” “Eh?” “Sì, ti avevo visto, ma sfuocato come sei sembravi un po’ più a lato.”

martedì 1 luglio 2003

"In giardino ci sono due ulivi piantati in un vaso. Vicino agli ulivi ci sono due tavoli; sui tavoli ci sono penne, pastelli e foglietti. Il visitatore è invitato a scrivere un messaggio di pace sui foglietti, poi appenderli con dello spago agli ulivi. Gli ulivi, ieri, erano pieni di foglietti: sui foglietti c'era scritto: "pace", per esempio, oppure "l'arte porta alla pace", o anche "basta guerre". Alcuni foglietti erano disegnati. Oppure c'erano messaggi d'amore. Si sprecavano gli insulti a berlusconi, bush e blair. (Previti in galera; Scolo a Berlusconi, per dirne due) Tutti i foglietti erano abbastanza raggiungibili. Poi ce n'era uno più in fondo, più vicino al tronco dell'albero. Era un albero molto fitto. Per raggiungere quel foglietto ho dovuto intorcolarmi all'interno dell'ulivo. Ho dovuto allungare il braccio, scostare rami e foglie. Avvicinare la testa all'interno dell'ulivo. Pensavo: se qualcuno si è preso la briga di mettere un foglietto così in fondo, deve sicuramente aver scritto qualcosa di speciale. Mi sono scorticato il braccio e il viso per raggiungerlo, tra i rami. Ero incastrato nell'ulivo, chinato e fagocitato dai rami appuntiti. E quando ho raggiunto l'ultimo foglietto, quello appeso nell'intrico, l'ho letto. E sai cosa c'era scritto? Figa. Figa, c'era scritto..."