sabato 18 dicembre 2004

"Se sapessi cos'è un'allucinazione, saprei anche cos'è la realtà. Ho esaminato la questione attentamente e affermo che è impossibile avere un'allucinazione: va contro la ragione e il senso comune. Coloro che sostengono di averne avute probabilmente mentono. (Io qualcuna ne ho avuta.)"

Philip K. Dick - Sarà mai perfezionata la bomba atomica? E, se sì, che ne sarà di Robert Heinlein? [1966] - da Mutazioni, Milano, Feltrinelli, 1997

giovedì 16 dicembre 2004

Ma magari anche prima, va.
Sto riprendendo fiato. Un respiro, una parola, un respiro, un bianchetto.
Eh, ci rivediamo, mi sa, con l'anno nuovo.

giovedì 25 novembre 2004

Ma pensa... Alla fine avevo deciso che qui, io, non avrei più scritto, sarei scomparso nel nulla, silenzioso, senza dire niente, semplicemente facendo sempre più ombra su queste frasi, un centimetro per volta, una parola per volta, nel tentativo di sparire e affrancarmi da tutto questo, dalle frustrazioni, soprattutto, e dalle ferite, dai giochetti di potere stronzi che si riproducono anche qui, nel piccolo, dove penseresti che no, e invece i gruppetti, le invidie, le gerarchie - stupido io a non pensare subito che l'immagine riflessa non si svincola dall'oggetto... e poi arriva una lettura improvvisa e inaspettata: una di quelle scosse sintattiche che fanno ripartire i meccanismi arrugginiti, stanchi, persi in continui ritorni - la parola, diceva il poeta, tradirà l'ossessione - smussati dall'abuso senza senso, dal controllo totale sul nulla; una mano che, "abile o incauta, / toglie l'impedimento" (complice, forse, Pynchon maledetto) ed eccomi ancora qui, di nuovo qui...

insomma, in una giornata piovigginosa, fredda come una ghiacciaia o il frigo di un macellaio, quei fighi che si vedono nei film di mafia, o anche in Rocky se non ricordo male, quando Stallone si allena coi quarti di bue che gli oscillano addosso e affianco (o era un altro film?), in una giornata così, grigia, col cielo basso, neanche un uccello, ma le macchine a targhe alterne - tutta la notte la mia pancia aveva dato segnali orrendi, borborigmi e crampi, e la mattina stessa una nausea mi aveva avvolto la testa facendomi vomitare anche solo la tazza di tè che mi ero arrischiato a bere - in un giorno così ho vinto una borsa di studio a padova, per un dottorato di ricerca. passerò i prossimi tre anni, pagato, a studiare un proto-blog lunghissimo, ottocentesco e tutto privato; fatemi gli auguri: auguri, grazie.

"ma sei contento?", chiede mia sorella al telefono, con una strana ridarola, un'euforia tutta dentale che tintinna nella cornetta.
"sì", accenno, "ma avrei preferito vincerlo da un'altra parte, in un'altra città"
"vedi che scherzi che fa l'inconscio..."
"l'inconscio..."
"sì, tu pensi di volere una cosa, invece sotto sotto ne vuoi un'altra."
"ma magari è solo che non sono riuscito a vincerlo prima..."
"e perchè? perchè non ce l'hai fatta?"
"non so... ho sbagliato gli esami, ho scritto cazzate, ho avuto sfortuna, che ne so? sarà stato il caso..."
"il caso o il casso?"

martedì 2 novembre 2004

Forse sto perdendo il controllo sugli oggetti - penso in corridoio.

... poi alle volte ti svegli e ti sembra di essere nel mezzo di una dissolvenza incrociata, nella quale due immagini si sovrappongono senza essere nè una nè l'altra e tu sei incastrato proprio lì, bloccato come in un fermo-immagine, senza sapere quale delle due svanirà e quale, invece, diventerà presente e reale...

Cosa stai facendo? chiedo.

Ho comprato un quaderno verde stamattina, (o era ieri?) a righe, e oggi non lo trovo più, così eccomi a passare il pomeriggio ripetendo avanti e indietro il percorso da camera mia a camera di mio fratello, spostando i libri - incolonnati sul tavolo in un ordine fittizio - da destra a sinistra, poi da sinistra a destra alla ricerca del quaderno verde a righe che ho comprato stamattina (o devo ancora comprarlo?), in un tripudio di frustrazione, senza capire se ho messo il quaderno appena comprato in borsa o se invece, senza accorgermene, ho sbagliato mira facendolo cadere per terra. Ma com'è che mi ricordo di averlo appoggiato sul tavolo oggi? E se ho questo ricordo, come posso non esserne sicuro, tanto da pensare di aver sbagliato mira nell'infilare il quaderno in borsa? Com'è che il mio cervello genera e crede a queste spiegazioni pur avendo la sicurezza di non essere in balia del pieno rincoglionimento?

... e questa sensazione si trascina attraverso la giornata dando a tutto ciò che vedi una patina di inconsistenza: passato e futuro si confondono, il tuo sguardo produce altre sovrimpressioni che non sai distinguere e via così, dislocato continuamente, confondi i rumori della mattina con quelli del pomeriggio, le persone ti appaiono accanto e parlano pur, forse, non essendoci...

Appena sveglio sento un rumore, come di sfregamento. Sono le sette. In cucina qualcuno immerge qualcosa in acqua. Sfregamento, sfregamento, acqua. Sfregamento, sfregamento, acqua. In mutande, senza occhiali, apro la porta (trovo la maniglia a memoria, mica perchè la vedo) Sfregamento, sfregamento, acqua. Mia madre su una scala, accanto alla parete, con uno staccio in mano, ai piedi della scala un secchio. Cosa stai facendo? chiedo. Lei si ferma: Pulisco i muri, dice. Alle sette di mattina? Guarda che sporchi che sono. Torno a letto, mi riaddormento, lo sfregamento scompare. Quando mi sveglio, un'ora dopo, in cucina non c'è più nessuno. Ma i muri sembrano incredibilimente più brillanti.

... fino a quando non trovi insopportabile tutta questa sincronia - ingestibile quantomeno - e cerchi uscirne, anche se non sai bene come...

Ma ecco cosa mi ricordo con precisione: che su un cavalcavia in un posto imprecisato tra Bologna e Padova, tornando da Lucca, cercando alla radio una musica umana che accompagnasse il viaggio, con T che meditava sulla fluorocontaminazione e Marchevole che si allenava per i campionati di canto nazionalpopolare (e ancora in macchina risuonavano le parole chiare che ci erano state ripetute a Lucca, e cioè che il nostro fumetto era bello ma assolutamente invendibile) io pensavo - con un'esattezza al limite della pignoleria - che ero contento di tornare a casa perché così ci saremmo rivisti presto...

martedì 26 ottobre 2004

Lei: «Hai la cerniera aperta.»
Lui: «Ti piace guardare, eh?»

sabato 23 ottobre 2004

Comunque, ribadisco, Eudora mi mangia la posta. Chiunque mi abbia scritto in questi giorni e non abbia ricevuto risposta è pregato di rispedire le mail scomparse. L'orrore è anche questo: cercare di capire che cazzo non va nel mio computer mentre, dalla finestra aperta, non posso fare a meno di ascoltare un gruppo di scouts - camicia marroncino chiaro, pantaloni corti blu, fazzoletto al collo - cantare in coro, stonando, io vagabondo. Questo non c'entra niente ma l'altro giorno avevo semplicemente dimenticato di scriverlo. Accanto all'argine che percorro per andare in stazione, la via dei platani, stanno costruendo nuovi complessi universitari. Dal cantiere, al sesto piano delle impalcature, due giorni fa, alle undici di mattina circa, un uomo, verosimilmente un muratore, urlava Ricordati che tra poco è natale! Ricordati! che tra poco! E' natale!

Ricordatevi che tra poco è natale, eh.

venerdì 22 ottobre 2004

Sì, be', sì, sono un disastro. Mi aggiro per la biblioteca, furtivo. Controllo attraverso gli scaffali - come nei film - che non ci siano persone sospette, incontri imbarazzanti. Mi acquatto agli angoli delle pareti e, con uno specchio, mi accerto che la via sia libera. Striscio lungo i muri, annodo una treccia di carta igienica per fuggire dalla finestra. Il mio posto non è questo, penso. Qualcuno ha arrotolato le bandiere ai pennoni, prima della tempesta. O forse sono sempre state così e si scolorano giorno dopo giorno, senza sventolare. Lunedì mi aspetta la resa dei conti, col guru e con un'altra persona che non mi aspettavo, ma che in questa settimana mi ha fatto turbinare lo stomaco in un vortice, avvitare i pensieri nella calanca vertiginosa, che inghiotte ancora vittime - fortuna che poi qualcuno è in grado di arrestare il precipizio nel grottesco con la sua sola presenza... Il guru continua a telefonare alle commissioni d'esami, spacciandomi per uno studente bravo, quando sfioro a malapena la decenza. Scusi, chiedo al commissario, che ha corretto il mio tema su Montale, ma cosa ho sbagliato? Ho sbagliato l'interpretazione? - Metti a caso un asteroide, un meteorite di materiale ferroso; metti che a un tratto, venga attirato nell'orbita terrestre; metti che non resti in orbita, ma scenda nell'atmosfera, sfrigoli per l'attrito, si scaldi a temperature orrende, crolli fischiando a terra: metti che tu sia steso, prendendo il sole, sia addormentato, disteso nel punto di contatto. Ecco. - Il professore risponde: Non solo, c'erano anche errori di italiano; magari hai ricopiato troppo in fretta. Crollano in sequenza: mandibola, occhiali, capelli, pantaloni, mutande (urla di panico nel dipartimento), incisivi, occhi, orecchie, etc. (ho rimesso a posto tutti i pezzi, adesso, ma credo che qualcuno si sia intascato una parte del sistema nervoso...) Alle sei del mattino, Padova sgocciola nel buio. Il treno ad altra frequenza si ferma in stazioni solo sentite nominare che credevo favolose e inesistenti. Siedo in un vagone dove sono l'unico bianco. Un nero si alza, in mano un'enorme bibbia aperta a metà: tra Padova e Vicenza tiene un sermone, una messa, in inglese, su come il suo popolo sia in disgrazia perchè non crede più in dio. Guarda gli stati uniti! Sui loro soldi c'è scritto "In god we trust" [ha una pronuncia difficile da seguire: dice 'trost' e non 'trast', per esempio]; Guarda l'Italia! Hanno ucciso cristo, i romani hanno crocifisso cristo, ma guarda adesso, a ogni angolo una croce, a ogni passo una chiesa! ... E via, via dicendo. Alla fine si scambiano la solita stretta di mano in segno di pace, stringono la mano anche a me, poi tutti scendono dal treno, sostituiti da una mandria di studenti vicentini. Mia nonna oggi compie 94 anni, mia sorella sembra sia di nuovo incinta. Se potete, non accettate lettere da sconosciuti.

mercoledì 13 ottobre 2004

NOTA: Questo post è lungo, ma è così inutile e brutto che potete fare a meno di leggerlo.

Non ho mai preso allucinogeni. C'è stato un periodo in cui avrei voluto farlo. Per un po' è stato un desiderio violento. Poi, non so come, è svaporato. Non ho mai trovato l'occasione giusta. O forse ho fatto in modo di non trovarmici. Poco coraggio, suppongo.

Abito vicino a una porta cittadina cinquecentesca. Da qualche sera, tornando a casa, questa porta è illuminata di rosa. Fucsia. Sparato. Non so se avete presente Dumbo, l'incubo degli elefanti rosa. Una cosa del genere.
«Ma scusa» ho chiesto a mio padre «perché la porta è illuminata di rosa?»
«Prevenzione» ha risposto «Prevenzione dei tuomori al seno»
«Illuminare la porta di rosa previene i tumori al seno? E quelli alla prostata?»
«No: sensibilizza; non fare domande idiote.»
«E funziona? Sensibilizza
«E' un'idea del sindaco» dice, alzandosi.

Insomma, i dottorati. Non ho vinto la borsa da nessuna parte. A P*, orrenda cittadina nebbiosa, ho dovuto parlare della mia tesi: «Sì, ecco, la mia tesi. Ho parlato... sì... dell'influenza di montale sui poeti contemporanei a lui. Ecco. Eeee... Solmi? Sì, Solmi è il più montaliano dei poeti che ho preso in considerazione. Quasi non esisonto poesie di Solmi senza elementi lessicali montaliani. E quando non ci sono elementi lessicali, ci sono elementi tematici... Per esempio... Quella poesia... Oddio non ricordo il nome... quella lì... quella... » schiocco le dita, la commissione prende appunti, scuote la testa, il presidente di commissione sorride «scusate, non capisco, non ricordo il nome... quella dell'astronauta... ecco è accostabile a quella di montale... (oh cazzo) quella... eeee.... » mani sugli occhi «quella lì, quella... non ricordo... quella del prigioniero, avete presente? alla fine della bufera....»

Odio gli eurostar. Da firenze a milano non esistono intercity che arrivino a un'ora decente. Davanti a me una ragazza, carina, vestita di nero, capelli raccolti in una treccia. Accanto a lei, a destra e a sinistra - circondata - due fantini. Due fantini con tanto di frustini e sella. I fantini non trombano evidentemente da quindici anni, perchè ci provano in tutti i modi con la ragazza. In quattro ore di viaggio, tentando inutilmente di leggere Auto da fè di Canetti, scopro, sulla ragazza interrogata dai fantini: 1- che vorrebbe entrare in aereonautica ma è troppo vecchia; 2- ha fatto gli esami per entrare volontaria nell'esercito; 3- è la terza di sette figli; 4- il padre è napoletano, appassionato di cultura orientale; 5- lei ama il sushi; 6- ma la salsina verde fa cagare; 7- ha studiato in spagna; 8- ha giocato a calcio, fatto equitazione; 9- ora vive da sola; 10- ma ha un moroso calabrese, gelosissimo; 11- i suoi genitori vivono in danimarca; 12- sua madre ama i balli bretoni, gira per i paesini danesi a promuovere balli bretoni; 13- lei lavora come cameriera; 14- ogni giorno per andare a lavorare si fa 30 km in bici; 15- eccetera.

A V* scopro di essermi iscritto al dottorato sbagliato. Mi sono iscritto a Filologia Moderna invece che Italianistica, pensando di fare una mossa geniale. Scopro invece che a V* Filologia Moderna significa: Lingue e letterature straniere. Passo lo scritto, ma l'orale è in inglese. Spero mi chiedano della tesi - ormai mi sono preparato - e invece mi interrogano sulla critica tematica in un ambito di letterature comparate. Critica tematica? Letterature comparate? No scusate, io ho sbagliato dottorato. E il progetto di ricerca? Credo non vada bene per voi: voglio lavorare sulla lingua di Leopardi. No, non va bene. Eh, lo sospettavo. Legga qui un po' di francese, traduca. Devo proprio? Come vuole lei. Allora no, non vorrei peggiorare ulteriormente la mia situazione. Voto all'orale: 1 su 8.

Preferisco gli interregionali. Dietro di me, un signore con la giacca verde si stende su due sedili, rigido, come nei giochi di prestigio degli ipnotizzatori. Ha i calzini grigi, i capelli bianchi e lunghi. Tiene le mani sulle anche e dorme. Verso Brescia salgono delle africane, più o meno otto, si siedono dietro il signore e urlano, sghignazzano, chiacchierano. Il signore si gira in due secondi, dice, piano «Per cortesia, parlare adagio». Non farò l'analisi linguistica di questa frase, farò notare solo l'uso dell'infinito, spersonalizzante. Le africane non lo sentono. Allora lui si alza, alza la voce: «NON SIAMO AL MERCATO! PARLARE ADAGIO!» Una ragazza dice «Vattene in prima classe...» «ANDATECI VOI IN PRIMA CLASSE! PARLARE ADAGIO! TORNATEVENE IN AFRICA!» La ragazza si alza, ha i capelli sottili, una frangetta «Lei è un maleducato» «SE NON PARLATE ADAGIO VI TIRO UNA SCARPA IN FACCIA!» «Lei è un maleducato, in treno fanno tutti confusione, perchè ce l'ha con noi?» «TORNATEVENE IN AFRICA! PARLARE ADAGIO! VI TIRO UNA SCARPA IN FACCIA!» «Scusi» dico «Ma lei vuole dire: parlate a bassa voce» «COSA?» «No, dicevo, "parlare adagio" significa che uno deve parlare lentamente. Lei vuole che parlino a bassa voce» «E TU DI CHE TI IMPICCI? VUOI UNA SCARPA IN FACCIA?» «No, guardi, dicevo che forse c'è un problema linguistico. Adagio significa lentamente. Capisce? Len-ta-men-te.»

La protesta dei ricercatori a padova continua. Lunedì mi sono perso l'assemblea generale, spero di non perdermi le altre. Vicino a casa mia dei ragazzi col megafono arringano gli studenti di passaggio. Mia madre si ferma e gli chiede se fanno parte del Centro Sociale.
«No, signora, qui c'è la spontaneità più assoluta»
«Ma non siete del Centro Sociale?»
«No, qualcuno, qualcuno forse sì, ma questo è un gruppo spontaneo. La sponteneità più assoluta»
Vabe'.

A V* vince il dottorato una bionda con gli occhi a mezzaluna. La bionda con gli occhi a mezzaluna ha 32 anni e fa questi discorsi qui: «Sapete qual è il problema di Taormina e di quelle città così turistiche? Io l'ho capito. Il problema è la globalizzazione. La globalizzazione, capite? Tu giri per Capri e ti sembra di essere a Venezia, perchè ci sono gli stessi negozi. Gucci di qua, Benetton di là. Gli stessi negozi! Tu vai in cerca di qualche scorcio caratteristico, qualche angolo tipico e trovi Gucci, Benetton. E' possibile?»

Eudora mi mangia le mail. Se per caso in questi giorni mi avete scritto (lo so che non l'avete fatto, ma va bene lo stesso) sappiate che le vostre mail non mi sono arrivate. Se siete arrivati fino a qui siete coraggiosi, vi ammiro e vi voglio bene: scrivetemi, appena avrò dei soldi vi offrirò da bere. Sempre che le vostre mail mi arrivino.

martedì 5 ottobre 2004

Il malditesta ha la forma di un grasso verme succoso che si adagia nella zona ovest del mio cranio (tendenzialmente la meno soleggiata). A letto, lo sento quasi strisciare dal collo verso la fronte, facendosi spazio negli interstizi spugnosi. Dovrei smetterla di frequentare amici ipocondriaci, fanno diventare ipocondriaco anche me. Oppure è il contrario, e sono loro che dovrebbero smettere di cercarmi. Tasto il collo alla ricerca di linfonodi ingrossati; mi immagino in ospedale, dopo la chemioterapia - calvo - dire all'infermiera di non far entrare nessuno: «non voglio che mi vedano così». Domani parto, vado in giro a esami. Mica tanta voglia.

martedì 28 settembre 2004

Ecco quello che volevo dire la settimana scorsa e poi mi sono dimenticato: mi rendo conto delle partenze sempre con un secondo di ritardo. O un minuto, un'ora, o anche un giorno intero. Credo che sia una forma di autismo, lo stesso che mi fa ricordare le scarpe che indossano le persone e certe equazioni differenziali. Al momento del saluto non mi rendo conto di quello che sta accadendo, anzi: non capisco tutto l'agitarsi degli altri. Poi la mancanza mi lavora ai fianchi di sorpresa. A pordenone mi hanno detto che questo diario sta diventando ermetico, o incomprensibile. Per chiarire, direi che posso riassumere la mia vita di settembre con queste parole: l'animale che mi porto dentro non mi fa vivere felice mai, mi prende tutto, anche il caffè, eccetera. Il fatto è che, per quanto tutto vada bene, qualcosa continua a stuzzicarmi lo stomaco, ad annodarmi il fiato. Sono sempre stanco, ma non è una novità. Non sono solo le partenze a scompensarmi (AP è a barcellona, M a milano), ma anche la distanza: il qui, il lì, l'oltre, il collegamento, il tempo, gli orari, l'organizzazione. Non è molto più chiaro di prima, me ne rendo conto. Giro l'italia in treno a scrivere temi di dottorato. Non ne parlo per scaramanzia, ma mi sono già rotto le balle di questa situazione - e ne ho fatto solo uno. Cambio umore tre volte all'ora; non riesco a distrarmi se non quando guardo, al cinema, film orrendi; inciampo su tutto. Altro? La mia borsa si muove da sola. Oggi l'ho lasciata all'ingresso della biblioteca, l'ho trovata un'ora dopo alle macchinette del caffè, in un altro edificio della facoltà

mercoledì 22 settembre 2004

Vivo in un mondo popolato da zanzare invadenti, venditori idioti e amici con problemi al culo. Non lo faccio apposta. Calamito invasioni della sfera intima o anche solo personale. Mi orbitano attorno satelliti di sgradevolezza, asteroidi emorroidali che la mia atmosfera non riesce a disgregare prima che mi craterizzino. Q, rappresentante di una nota ditta di telefonia il cui nome camufferò infallibilmente per evitare ripercussioni, telefona alle otto di mattina per accertarsi che ci sia qualcuno in casa. Sbando, mezzo assonnato, verso il telefono, in mutande, tastando il corridoio. Mia madre mi passa il ricevitore con il microfono rivolto verso l'alto, in modo da farsi sentire bene, dice: «E' per te: quickweb, anzi, no, meglio: è earlyweb». «Mi scusi se ho svegliato sua madre.», dice Q. «No», rispondo, «mia madre è sveglia dalle sei, lei ha svegliato me». Evito, per pura sonnolenza, di concludere con un eccheccazzo... Q si prensenta infallibilie alle nove: giacca e pantaloni blu (ma di una tonalità leggermente diversa), camica bianca, cravatta a pallini, scarpe marroni. Si toglie la giacca, prende possesso di una sedia e quasi mi aspetto che si arrotoli le maniche. «Sei giovane» mi dice «Ti dò del tu» «No. Mi dia del lei.» «Ma cosa hai fatto alle dita?» «Non si preoccupi e mi spieghi tutto. E mi dia del lei.» «Comunque mi spiace di aver svegliato tua madre» Valuto quale oggetto possa essere abbastanza pensante da scavargli il cranio. Alle sei e mezza di mattina una zanzara particolarmente affettuosa decide di pungermi in punta le dita delle mani, una per una. Poi ronza decisa nell'orecchio per svegliarmi e farmi vedere la sua opera d'arte: in opposizione alle unghie, tutte le mie dita hanno un piccolo bubbone collinoso perfettamente piazzato nel mezzo al polpastrello. L'unico modo per grattarmi è passare le dita su una superficie ruvida. La grattuggia è pefetta. Forse dovrei scusarmi per il cambio drastico di discorso. Ma invece parlerò della mattinata in biblioteca passata a sentire le storie del culo di N - nel senso che il culo è l'argomento della storia, non colui che le racconta, essendo il narratore N e non il culo, il suo culo, che invece è il soggetto di innumerevoli storie, mai raccontate in prima persona. ("Ah, se i culi parlassero, chissà quante ne avrebbero da raccontare", recita un vecchio adagio, se non ricordo male.) Vi risparmio tutto, tranne le conclusioni: «Adesso appena mi siedo il mio culo sprizza sangue, ho un grumo enorme che spunta, un grumo così grande che mi sembra di avere una terza chiappa». Qui c'era la conclusione dell'incontro con Q. L'ho cancellata perchè faceva schifo. Le parole chiave erano: sudore, firma, avidità, risparmio, stupidità, promozioni mancate, azienda, ritorno del rimosso. Finite voi, io adesso vado al cinema.

lunedì 20 settembre 2004

No no no no, che palle, no. No. Che palle. No. No, no, no, nooo. No. Che palle. Oh, che palle. Oh. Oh. Oh, che palle. No. Che palle. Oh no. Oh che palle. Oh. Palle. Che oh. Che no. Che che. Palle. Palle. No. Palle. Che. Uuuuuuh. Uuuuuuuh. No. No. No. Che palle. Nooooo. Uuuuuuh. No. Uuuuuuh. No. Eh. No. Che. No. No! NO! NOOO! Chee. Chi? Cosa? Eh. Eh. Eh. Uh. Ih. Eh. Uh. Oh. Che palle. Uh. Eh. Oh. No. No. no no no no. nonononono. no. Ecco. No. No. Forse. Mah. Mah. Iiiiiiiiiiiiiiiiiiii. Ih. Ih! A-E-I-O-U. Oh. Che palle. Che palle. Che palle. Che palle che palle. No. Uf. No. Che. Palle. No. P-che-alle. Ah. Pa-che-lle. C-palle-he. Eh. Uuuuuuuh. Iiiiiiih. Ecco. No. No. Ecco. No. No. no. no nononononononononono. No. Ecco. Uh. Oh. Ecco. No. Ecco. Giusto. No. Ecco. No. Ecco. No.


No, ecco. No.

No.

mercoledì 15 settembre 2004

Teoria della letteratura

- Tu l'hai capito cos'è il decostruzionismo?
- Ma sì; è come la casa delle libertà: ognuno interpreta un po' come cazzo gli pare.

martedì 14 settembre 2004

E poi si incendiano le locomotive. Sarà lo Spirito del Tempo. I freni si surriscaldano, si diffonde in aria un odore di plastica bruciata, e un fumo scuro sale seguendo il vento, allargandosi a ventaglio. E' notte. La locomotiva fuma sul binario cinque. Devi stare attento col blog, mi dice K. al telefono, Devi stare attento a tutte le puttanate che scrivi. Come... hai presente la rosa purpurea del cairo? A furia di scrivere puttanate, le puttanate si ribellano, invadono la realtà, escono dal blog. Anche questa storia della locomotiva... a chi vuoi che accada? A chi vuoi che capiti che una locomotiva si incendi, bloccandoti in stazione per un'ora? Attento al blog, stai attento!" Una ragazza si sporge dal finestrino di un treno fermo Ehi controllore! dice, Ehi! Ma adesso che non ci muoviamo, ci pagate i taxi? Ci mettete sui taxi e ci fate andare dove dobbiamo andare?" Il controllore ha il cappello da controllore calcato sulla fronte, sfoglia l'orario per verificare le coincidenze che questo treno perderà, dice, serio serio, Non sono io a decidere, è la direzione; la direzione decide queste cose." E intanto indica verso l'altro, gli apogei della ferrovia. I pompieri sbandano tra di loro correndo, come nelle comiche; tutti, attorno a me, si tengono la maglia sul viso per non respirare l'aria marcia. La ragazza dal finestrino mi guarda, sorride. Dice, indicando il controllore, E' un po' mona, ma è paziente. Certi altri mi avrebbero già sbranata..." Intanto penso a quello che mi dice sempre P, che queste cose le faccio accadere apposta, che sono io che le faccio verificare per poi poterle scrivere... Ehi controllore! Controlloree! dice la ragazza dal finestrino, Senti, devo essere a casa per le undici, non è che mi porti tu in spalla?" E il controllore, sfogliando l'orario: Signorina, non posso, il mio turno finisce alle due. Vedrà che partiamo tra poco..." Più tardi deciderò di lasciar perdere. Me ne andrò in centro, rinuncerò, per oggi, al mio appuntamento veneziano. Più tardi incontrerò R, cammineremo e mi dirà che ha chiuso il blog perchè non sa inventare. E allora? le chiederò. E allora immaginavo che nella storia del blog dovessero succedere alcune cose, ma non potendole immaginare bene le facevo prima accadere nella realtà per poi scriverle..." Controllore! Ehi controlloree! dice la ragazza dal finestrino, Ho fame! Non è che mi offri una cena mentre aspettiamo?" Signorina, dice il controllore, Non posso mica; non vede che ho da fare? Le va bene lo stesso se le dò dei soldi e lei va a prendersi quello che vuole?"

giovedì 9 settembre 2004

- Da quando ci conosciamo - mi dice G. - mi accadono le cose più strane, gli incontri più bizzarri, come se all'improvviso fossi passata in una dimensione parallela, più grottesca, dove non valgono le normali leggi sociali del mondo in cui vivevo prima. -
- Cosa intendi? - chiedo - Fammi qualche esempio concreto. -
Siamo stesi in prato della valle, sotto un albero. Abbiamo appena pranzato.
- Be' come l'altro giorno, no? Che ho incontrato i mercenari in treno... -
- Quali mercenari? -
- Sì, dai, te l'ho raccontato, quei tipi schifosi, ciccioni, a petto nudo, che bevevano birra e fumavano nel vagone... Gli mancava solo il kalashnikov... -
- Ok, mi ricordo, e poi? -
- Stamattina in autobus, un tipo mi ha rimproverato perchè tossivo. Mi ha detto di smetterla di tossire, che lo disturbavo. Ma tossiva anche lui. Poi mi ha proposto un cammello. -
- Un cammello? -
- Sì - mi fa - Mi ha detto che mi dava un cammello se la smettevo di tossire -
- In autobus, un uomo ti ha proposto un cammello -
- Sì, per smettere di tossire. -
Intanto, alle nostre spalle senitamo dei passi vicini. Penso: pensa se fosse un ladro, noi non lo stiamo guardando, le nostre borse sono incustodite... Ma va là, cosa vado a pensare, penso.
Nel giro di un secondo sentiamo un certo trambusto. G. si alza, mi dice: - Aspetta un attimo... - Ci guardiamo attorno: la sua borsa non c'è più. In lontananza, un tipo che corre. Tutti gli sguardi della piazza sono rivolti verso di lui. Scompare nel giro di un secondo.

Il 16 settembre ho il primo esame di dottorato. A Siena. Viaggerò insieme con TS e NM, il che è una buona notizia per il blog, una cattiva notizia per la mia salute mentale. Facendo un rapido calcolo, l'altro giorno, mi sono reso conto che ho circa 7000 pagine da leggere, studiare, memorizzaare per essere decentemente preparato. Ho 7 giorni, il che vuol dire 1000 pagine al giorno. Facendo finta di riuscire a studiare 10 ore al giorno sarebbero 100 pagine all'ora, facciamo 102. Cioè: 102 diviso 60 = 1,7 pagine al minuto. Diciamo 1,8. Allora 1,8 diviso 60, sono circa 0,03 pagine al secondo. Con una comoda proporzione: 1 sta a 0,03 come 60 (numero di righe circa per pagina) sta a x, verrebbe fuori circa 2 righe al secondo. Circa, più o meno, 180 caratteri, sempre al secondo. Mi fermo qua. Ce la posso fare.

Adesso però vado a letto, che tutti sti numeri mi hanno fatto male agli occhi.

lunedì 6 settembre 2004

Mio padre con un bastone verde in mano, il manico di una scopa senza spazzola. La luce dietro di noi, a destra, non illumina il balcone a sufficienza: vado a prendere una torcia elettrica. Anche la torcia è verde. L'acero è alto circa un metro, a partire dal vaso. Ha un tronco sottile, tre centimentri di diametro. "Era qua, lo giuro", dico indicando con la torcia un ramo davanti a me, "una cavalletta enorme. Quindici centimetri, saranno stati. Quindici centimetri di cavalletta." Allargo l'indice e il pollice. Mio padre si muove attorno al tronco, a passi laterali, incrociando le caviglie. Muove i rami con la punta del bastone, mentre io illumino l'altra parte dell'albero. "Eccone una", dice. Con un colpo secco la fa cadere su una foglia della pianta sottostante. Una foglia larga. Si china. Appoggia la mano libera sotto la foglia, all'altezza della cavalletta. Prende la mira col bastone. "Cosa fai? La uccidi?" Mi guarda, come realizzando qualcosa. Poi sventola il manico verso il giardino del condominio accanto. La cavalletta descrive una parabola discendente. Diciamo: y=-3x²+4, con x positivo. "Forse dovremmo aspettare che torni la mamma", dico. "Qui ci vuole dell'insetticida." dice lui. "Lei saprebbe cosa fare." dico. "Del diserbante, ci vorrebbe. E' ancora in commercio il DDT?" A me il DDT fa venire in mente il Vietnam. "Comunque la mamma le prenderebbe in mano. Le prenderebbe in mano e le lancerebbe via", dico. Il condominio di fronte ha tutte le tapparelle tirate. Forse sono tutti a dormire oppure devono ancora rientrare dalle vacanze. Mio padre beve un sorso di porto. Rappoggia il bicchiere sul davanzale, vicino alla fila di cactus. "Vabe'" dico, continuando a illuminare l'acero con la torcia "Aspettiamo che torni la mamma?". "Eccone un'altra" dice lui. Con una mossa a sorpresa afferra la cavalletta per la coda e la lancia nel giardino. "Ah" dico. La cavalletta si perde nel buio, questa volta non riesco a seguirne la traiettoia. "Be' adesso possiamo entrare", dico. "Guarda qua". Non so come ne ha in mano un'altra. La tiene per la coda. Me la mostra. La illumino. E' verde. Ha gli occhi arancioni, brillanti. Alla giuntura delle gambe vedo delle gocce marroni, un liquido non ben definito, denso. "E' orrenda", dico, senza riuscira a distogliere lo sguardo. E' viva? E' morta? Dorme? Non si muove, non muove niente. Non fa un verso. (Fanno un verso, le cavallette?) Penso alla vivisezione, alle operazioni chirurgiche, alla catalogazione tassonomica degli insetti. Alle vendette notturne delle cavallette. (Stanotte chiuderò tutte le finestre) Mio padre la lancia nel giardino. Appoggia il bastone. Finisce il porto. "Basta così", dice.

giovedì 2 settembre 2004

Riassunto delle puntate assenti.

Un quasi trentenne - diciamo - parassitario (in molti sensi) vive segregato in casa. Non per vocazione. Così: senza nessun motivo plausibile. Non proprio segregato. Ogni tanto esce. Un giorno di Agosto, il trentenne decide di andare in banca per cambiare un assegno. Prende il walkman, prende un libro per passare il tempo nell'eventuale coda, intasca il telefono. Esce. Appena chiude la porta, si rende conto di essersi dimenticato le chiavi. Non solo le chiavi: anche l'assegno. E i soldi. Allora manda messaggi in giro, si siede sul marciapiede, aspetta che qualcuno lo salvi. Fuori è caldissimo. Intanto legge un libro sul Trystero. Non chiedetemi cos'è il Trystero. Ha a che vedere con la posta. Questo è quanto. Comunque poi alla fine arriva il padre del quasi trentenne che lo fa rientrare. Nel frattempo un piccione si intrufola in casa attraverso una finestra aperta. Ho scritto nel frattempo, ma il piccione entra in casa settimane dopo. Il trentenne (lo chiameremo A.) entra in casa con G. dopo aver camminato tutta la mattina e si trova un piccione nel salotto. La prima cosa che A. pensa - con sgomento - la prima cosa che pensa è: piccioni! come in quel romanzo di Trevisan! A. ha un decisivo problema con la letteratura. O forse è il contrario. Forse la letteratura ha un problema con A. Forse la letteratura ha un problema con se stessa. O forse se stesso ha un problema con sè e con stesso. O forse. Intanto il piccione, con sgomento anche lui (lui? no, no, cos'è questa umanizzazione? esso per dio!) scagazza, sbatacchia le ali, impianta la testa contro il vetro della finestra e rimbalza fuori, non senza uno schiocco orrendo. Schiok. La merda del piccione sul pavimento bordeaux. Un tocco cromatico alla Lynch... Invece, qualche giorno prima, anzi, una sera, il trentenne che continua a tergiversare nel suo parassitismo rimandando al rimandabile tutto ciò che dovrebbe fare e non fa - per rendere il riassunto gratuitamente un po' confuso d'ora in poi lo chiameremo B. - dopo una cena da amici scopre che qualcuno gli ha rubato un'altra bicicletta. La bicicletta in questione era la bicicletta di suo fratello S. ed era dentro al giardino di P., a Terranegra. Per cui, il ladro, il bastardo, l'infame, il lucido figlio di una maiala, nonchè lurido, deve aver scavalcato il cancello avanti e indietro, prima senza e poi con la bici. Certo che voi ladri di biciclette (e lo so che ci siete! siete una setta! vi scoprirò! tutti!) siete proprio delle merde. Dico così per dire, eh?, senza offesa. Merde. M-e-r-d-e. Merdissime merde. E la smetto qua. Contemporaneamente, i genitori di B. sono in vacanza. Ma anche B. è in vacanza. E allora? E allora le piante del balcone muoiono. Tutte. Non sarebbe niente di grave se adesso le piante secche e morte non attirassero il peggio del mondo entomologico: le cavallette. E non sarebbe niente se le cavallette in questione non fossero lunghe 15 cm. E se di giorno in giorno non aumentassero di numero. B. non apre più la finestra del balcone. Si sente assediato. Cavallette. Cavallette mostruose. Piccioni, cavallette mostruose e piante morte. E dottorati di ricerca.
Ma questo un'altra volta.

mercoledì 25 agosto 2004

- Ma scusa, che asilo facevi?
- Il Bertacchi.
- Ma non abitavi davanti alle suore?
- Non mi volevano.
- Perchè?
- Non sono battezzato...
- Aaaah... Ma lo sai che ogni cattolico può battezzare un non battezzato?
- No, non lo sapevo.
- Sì sì. Sai cosa? Potrei battezzarti durante il sonno.
- No.
- Non sarebbe fantastico? Tu dormi, poi quando ti svegli sei battezzato. Senza saperlo
- Non ci provare.
- Potrei aveti già battezzato.
- Sai che esiste un'associazione che sbattezza?
- Non ci si può sbattezzare.
- Oh, se si può...
- Comunque pensa che potresti essere già battezzato e non saperlo, pensa che roba.
- Non sono battezzato, e non provare a battezzarmi.
- Ma sarebbe per il tuo bene! Mi sa tanto che lo farò. Mi sa che stasera ti battezzo. Ti battezzooo!
- Se ti becco a trafficare con dell'acqua...
- Dài! Lasciamelo fare, adesso che mi sei anche simpatico...
- Non so se sia peggio il battesimo notturno o il fatto che adesso ti sono simpatico...

- ... comunque adesso che mi ci fai pensare, credo che tu debba essere in punto di morte perchè io possa battezzarti.
- Ah, sì?
- Se cade l'aereo ti battezzo sicuro. Giuro che ti battezzo.
- Provaci e l'aereo che cade sarà l'ultimo dei tuoi problemi.
- Uh uh, che duro!

venerdì 20 agosto 2004

La luce delle lucciole impazzite colava sullo schermo dove il dottor Miles correva insieme a Becky Driscoll per sfuggire ai bacelloni. Intanto il burro sulle pentole cercava in tutti i modi di solidificarsi, senza riuscirci, nonostante la concentrazione. La frutta che contro ogni elementare legge di conservazione avevo messo in freezer prima di partire si stava squagliando, sgocciolando, da qualche parte in casa. Le piante prive di acqua sembravano sciolte nell'accartocciarsi, riarse. E io mi chiedevo se tutto questo avesse a che fare con me, o se fosse un normale procedere del disfacimento della realtà, come in uno dei più orrendi quadri di Dalì.

domenica 8 agosto 2004

1.
Leggevo questo, più o meno, quando il treno si è fermato in mezzo al nulla, tra padova e venezia: Se questo in particolare è vero, il piacere procurato dalla letteratura ha una utilità ben più durevole per gli uomini che non le scappatoie infide dei lapsus, le difese penose del sintomo e gli appagamenti allucinatori del sogno...;

seduto su un sedile azzurro - o forse verde - cercavo di decifrare il senso delle lettere che fluttuavano senza connettersi, stanco ma stanchissimo. Qual era il nucleo? Il centro molle del discorso? Perchè all'improvviso questo terrore degli aerei? o il rifiuto della concentrazione? Mi sfuggiva l'orizzonte, il margine, il punto di fuga di una prospettiva sballata, quasi da racconto di Lovecraft. Mi aspettavo che uomini dalla testa di pesce arrivassero nei corridoi del regionale, coi loro riti malsani, nel tentativo di evocare un dio conchiglia pieno di tentacoli: un dio ustionatore, acido, incorporeo, che lasciasse cicatrici sugli organi interni: sui reni, sulle arterie o anche sui muscoli delle gambe. Sarà, pensavo, Sarà l'ipotesi del viaggio, pensavo ieri. Il mio, il tuo. E tutto questo per dire cosa? Per andare dove? Per accusare una mancanza che in quanto mancanza non c'è?

2.
Il ragazzo con l'accento mestrino fu il primo ad affacciarsi e a capire cosa stava succedendo. Il mio vicino, a sinistra, leggeva una rivista di fumetti porno. La signora di duecento chili con la maglia leopardata non riusciva a capacitarsi che il treno si fosse fermato così, all'improvviso, senza ragione. Mi affacciai anch'io, ma nel buio non si vedeva nulla e non capivo come il ragazzo mestrino col viso da cavallo potesse aver scoperto che qualcuno si era aggrappato al treno. Aveva ricostruito tutta la storia, aveva la spiegazione di tutto e non si capiva da dove l'avesse tirata fuori. Un uomo di colore, senza biglietto, era stato fatto scendere a Mira, ma una volta partito il treno non si era rassegnato e si era attaccato all'esterno dell'ultima carrozza, aggrappato a una porta o a un finestrino aperto. La signora leopardata sbuffava alzandosi, sendendosi. Il mio vicino del fumetto porno si sporse per un secondo, poi si tolse i sandali e tornò a leggere. Guardai lungo il corridoio, c'erano solo alcune teste che crescevano ai bordi dei sedili e si guardavano, cercando di capire, nel riflesso degli occhi degli altri - di riflesso in riflesso - che cosa succedesse in fondo al treno. Ci fu un correre di controllori, qualche bisbiglio, un brusio diffuso. Il mestrino ridacchiava, la leopardata camminava su e giù da un finestrino all'altro, guardava l'orologio. Io pensavo: sarei in grado di aggrapparmi al treno per non perderlo? Lo farei? Lo potrei mai fare?

3.
Da un po' continuo a svegliarmi sempre più tardi, ma le occhiaie non spariscono; e ancora non del tutto tranquillizzato cerco di convincermi di un destino che mi mantenga in vita. E' una cosa stupida pensare che non si può morire perchè tra un anno, tra due, tra dieci si ha un appuntamento con qualcosa o qualcuno? Stupido quasi come pensare che il proprio treno deragli, o che arrivi un terremoto proprio nel momento in cui si è a venti metri dal suolo, in cima a un acquedotto che non ha mai dato segni di crollo?

Ma valà, pensavo oggi pomeriggio, prima, adesso, mentre scrivo. Ma valà: il cielo brontola, forse pioverà, un giorno la teoria delle stringhe risolverà i problemi della fisica moderna. E io, in quel treno che si era fermanto tra padova e venezia, pensavo che quando parlo degli aerei non parlo mica solo degli aerei e forse dovrei spiegarmi meglio.

Potrei spiegarmi meglio, mi spiegherei così:

... sai: questa cosa che è cosata all'improvviso, non so se è una cosa che coserà, ma coso di sì, anche se, cosando le solite cose, coso a cosare che le cose si cosino cosabilmente e che le cose non cosino per sempre, che siano cosabili, cosibili, soprattutto cosubili. Queste cose si stracosano all'inizio, poi si cosano, si discosano, si supercosano, fino a cosarsi di nuovo, e noi, in tutto questo, non ci possiamo cosare nessuna cosa, anche se adesso io ti coso cose e tu mi cosi cose, e tutti cosiamo le cose che ci cosiamo fino a scosarci e ricosarci all'infinito...

mercoledì 4 agosto 2004

Fottiti, dico al cielo, fottiti e vaffanculo e fottiti, merda di cielo, e fottetevi, dico alle nuvole, alle gocce che mi sommergono, fottetevi, affanculo, merda di pioggia, cesso di tempo del cesso, schifo di temporale che ribadisci le partenze coi cataclismi. E il cielo si apre, le nuvole si aprono, e le gocce continuano a scendere mentre delle voci del cazzo dal cielo mi dicono Ma se ti abbiamo anche risparmiato la grandine... Fottetevi voci del cazzo, fottetevi, fottetevi, dico pendalando sotto la pioggia, fottetevi, cazzo merda figa, fottetevi... Ti abbiamo anche avvertito coi lampi dice il cielo aperto ti abbiamo avvertito con la foschia, o credevi che fosse solo il caldo? Non avrai mica creduto a quella storia del caldo che genera lampi, vero? Fttttvffttvffculofft, dico tra i denti. Cerco di non lasciare scivolare l'impermeabile verdino (un sacchetto della spazzatura col cappuccio): Ftttvffftttvfffculo! Tengo il cappuccio tra i denti, il sapore della plastica si mischia a quello del vino, vedo come attraverso una lente sgocciolante e appannata le luci dei lampioni, la strada che si confonde con le case e le barriere dei lavori in corso, la rotaia del tram. E il cielo si richiude, le nuvole si addensano sopra di me, le gocce si ingrossano, trapassano l'impermeabile, le voci ridacchiano di questo mio ricondurre gli eventi atmosferici a didascalie idiote di ciò che vivo, mentre io torno a casa insultando (ffffffttttttttttvfffffnculo!), bagnandomi e pensando agli aerei, ai temporali e ai vini siciliani...

lunedì 2 agosto 2004

Passo le mie giornate anche a controllare gli aerei che mi volano sopra la testa, pensando non è ancora caduto, non è ancora caduto, non è ancora caduto, non è ancora caduto, fino a quando non escono dal campo visivo oppure qualcuno mi chiede cosa cazzo sto facendo. L'esorcismo non regge sempre, sogno aerei che si avvitano in fiamme e io, nel sogno, dico, indicando il cielo, placido, E' così che mi immagino la morte. Alcuni amici mi propongono farmaci omeopatici che provocano la dissociazione, oppure di ubriacarmi prima di salire. Da ubriaco credo che potrei fare più danni di un motore in avaria: rovesciare sedili, cercare di scendere in corsa, fare lo sgambetto alle hostess, scandire dal microfono del pilota la frase buonasera signori, moriremo tutti.... Con Marco, al mare, si discuteva delle persone alle quali non si apre il paracadute: fino a quando sono coscienti? E cosa pensano quando scoprono che l'ultima cordicella d'emergenza non ha funzionato? Elaboravamo uno scenario in cui, da altezze esagerate, per il troppo ossigeno, il paracadutista sviene per poi risvegliarsi all'improvviso a cento metri dallo schianto, scuotendosi e dicendo: Dove cazzo sono, che caz...
Sembrava più divertente l'altro giorno.
Gli aerei non cadono - lo so (lo so?)- questo aereo non cadrà, ma io sono continuamente e già in tensione

martedì 27 luglio 2004

- Sì, allora, qualche tua mania.
- Be' per esempio mi lavo i denti spesso.
- No. Sul serio?
- Sì... be' sì.
- Anch'io! Tipo quattro o cinque volte al giorno.
- No! Stai scherzando?
- No no, non sto scherzando. E poi magari ti lavi i denti quando sei concentrata, o preoccupata, per pensare meglio.
- Sì! E' vero!
- E cammini per la casa con lo spazzolino in mano, magari ti metti anche alla finestra.
- Sì! E' così! Ma anche tu...
- Aspetta: e poi quando vai in giro per le case degli altri devi assolutamente assaggiare il loro dentifricio per vedere che gusto ha...
- ...
- ...
- No.
- ...
- ...
- ... non è che io lo faccio. No... l'ho solo sentito... no, è... no scusa, perchè ti sei allontanata?

domenica 25 luglio 2004

UNA QUESTIONE DI LESSICO
(ovvero: e mo' che faccio? cambio nome?)

Dove si scopre che il limite della propria cialtroneria è sempre un po' più in là rispetto a dove lo si sospetti.
(tratto da questi commenti al blog di giuliomozzi)

(...) Brèkane. Chissà dove ha preso quel nome da cattivo di cartone animato giapponese tipo Goldrake.
Posted by Raspberry at 21.07.04 01:41

Ehm, be', il nome... il cattivo di un cartone animato giapponese ancora non me l'aveva detto nessuno... comunque, brekane (o meglio "breccane") è la parola veneta per ortiche. In sè non vuol dire nulla, ma qui "andare a breccane" significa - oltre che "andare così lontano che ci sono solo le ortiche", cioè (con un'altra perfetta locuzione locale) "andare in tanta mona" - anche "divagare, uscire dal discorso".
Posted by brekane at 21.07.04 08:52

Ma le brecane non sono le eriche selvatiche?
Posted by Mro at 21.07.04 18:36

orpo, non lo so, potrebbe essere. preso da un'ansia lessicografica ho fatto una ricerca, e il meglio che ho trovato è questo (viene da un "Vocabolario polesano" di Giovanni Beggio, ed. Neri Pozza, quindi non proprio dialetto di padova)

brékane: luogo paludoso e selvaggio, pieno di sterpi ed erbacce; zona lontana da centri abitati e difficile da raggiungere; da inonde viento, dale brekane?, detto a persona rozza, dai modi incivili; stare in mezo ale brekane, abitare lontano dal paese, in luoghi selvaggi e solitari; andare a brekane, andare a raccogliere sterpi; ma va là, va a brekane!, vai al diavolo!, va fuori dai piedi!. Anche grebane.
Posted by brecane at 22.07.04 11:20

io invece su 'Parole venete' di Manlio Cortelazzo (ed. Neri Pozza) ho trovato che: 'Brècane o brècani (si sentono entrambi i generi) sono le "eriche arboree", che crescono in luoghi incolti e selvaggi, tanto da suggerire ripetuti riferimenti a persone ritenute rozze e a luoghi remoti e selvatici. Il vocabolo arriva fino al Polesine, dove significa "sterpi (specie quelli dei greppi)"'. Ho trovato anche che: 'La festa delle brècane ha luogo invece a Torreglia la prima domenica d'ottobre. Molta gente da Padova e paesi fa centro a Torreglia per poi scalare i colli e tornarsene con fasci di erica'.
Posted by Mro at 23.07.04 16:57

mercoledì 21 luglio 2004

Poi, sulla strada del ritorno, dalla stazione a casa, lungo la pista ciclabile dove una sera una donna corpulenta su una graziella rosa - non so se hai presente quei circhi in cui fanno girare l'orso con un fez in testa su una bicicletta dalle ruote microscopiche: stesso effetto - mi urlò di tutto perché camminavo nella sua corsia e io non potei fare a meno di risponderle di stare attenta, perché se continuava ad arrabbiarsi così, presto avrebbe avuto un infarto (frase di cui, dopo una breve esaltazione, mi sono pentito immediatamente, tanto da rallentare il passo per non doverla di nuovo incrociare al semaforo rosso dal quale mi sbirciava di sottecchi, forse digrignando i denti), pensavo a quando idiota e deficiente io fossi, e di come avremmo dovuto cercare un modo di non-salutarci che fosse più stupido, meno traumatico, magari inscenando una piccola vicenda comica nella quale tu scendi dal treno per verificare che non deragli - perchè prima hai sentito uno strano rumore - io ti dico che intanto gli impedisco di partire, ma, invece di stare sulla porta, appoggio l'orecchio al pavimento del corridoio per controllare se il rumore c'è ancora, intanto il treno parte, tu fai una faccia strana dal binario, come per dire "ma come?" e io me la prendo con gli altri passeggeri che non mi hanno avvertito della partenza, cammino e dico frasi sul genere di "qui la gente si fa solo i cazzi propri!" oppure "nordest del cazzo...", gesticolo, sparpaglio i bagagli di tutti, poi a padova scendo e, camminando verso casa sulla pista ciclabile, invece di pensare, come al solito, di essere un perfetto mona, me la rido. Una cosa così.



(Sì, da domani la smetto con le frasi così lunghe)

sabato 17 luglio 2004

Allora, le anime morte?, mi dice il professore seduto dall'altra parte del tavolo. Con l'indice e il pollice si arriccia il sopracciglio destro: Parliamo delle anime morte, dice. Il romanzo? Il romanzo di Gogol? Valà - fa lui, sporgendosi - le anime morte, parliamo delle anime che muoiono: hai presente l'anima? hai presente la morte? L'anima - dico - quello che diciamo l'anima non è che una fitta di rimorso. Le citazioni non ti salveranno, risponde lui, sorridendo, e si alza. Mi dà le spalle, le mani dietro la schiena. Guarda fuori da una finestra buia che prima non avevo notato. Non credo all'anima, dico, non credo che esista un'anima separata dal corpo, non credo, quindi, alle anime morte. Allora affermi che l'anima è immortale, ribadisce. Non mi sembra di aver detto questo. Allora, dice dopo essersi girato, forse dopo morti ci si trasforma in foglie! Non lo so - dico - forse. Mi sudano le mani, dico. C'è un postino da queste parti? chiedo, Ho bisogno di un postino. Non c'è nessun postino - dice, appoggiandsi al tavolo - guardati: sei una mosca. Mi mostra uno specchio nel quale si riflette il mio viso da mosca con tanto di proboscide a forma di tromba e occhi da mosca. Poi dalla tasca afferra una bomboletta e me la spruzza - Non ti preoccupare, è solo deodorante!, dice - ma io comincio a tossire per l'odore dolciastro, il rumore dello spray mi infastidisce, tossisco e tossisco fino a che...


... un po' di luce trapassa le tapparelle, mi prude la gola, tossisco ancora un po'. C'è un odore orrendo in camera e dal balcone si sente il fruscio di uno spray. L'insetticida quasi riesco a vederlo che da fuori entra in cucina, si assottiglia sotto lo stipite della porta, si intrufola tra i cardini, mi punta, vaporoso, mi circonda. Mi alzo, controllo l'orologio. In balcone c'è mia madre, due bombolette di insetticida, una per mano, come in un film di John Woo. E' chinata su una pianta. Indossa una vestaglia rossa. Spruzza le due bombolette contro il basilico, prima una, poi l'altra, infine assieme. Cosa fai? chiedo. Lei si gira: uccido un verme. Mamma, sono le sei e mezza. Sì, ma c'era un verme sul basilico, un verme verde. Ho capito, ma non... Guarda il basilico, com'è ridotto, tutto mangiato. Sì, ma... Non lo vedevo perché era verde come le foglie, ma adesso... Mamma, tutto l'insetticida passa in camera mia. Oh, scusa... adesso ho finito, guarda che roba. Mi mostra le foglie del basilico, tutte un po' mosce e come sgonfie.

Quel verme sa di basilico, dice.
Cos'è, l'hai assaggiato?
No, ma mangiava solo basilico, di cos'altro vuoi che sappia?

martedì 13 luglio 2004

Ma tu, a un trentaduenne rasato a zero, alto una spanna più di te, col pizzo; che indossa una camicia azzurra, senza maniche, sfrangiata, aperta sul petto fino al terzo bottone; a un tipo così, che insegna greco in un liceo calabrese e parla con un forte accento marchigiano; uno che ti ha appena detto che sei strano perché giri svagato per il prato dove si festeggia il matrimonio (ma non uno svagato-triste, uno svagato-sereno, senza pensieri); a questo tipo che ti guarda da una sedia di plastica bianca, nella penombra della pista, e che prima di chiederti di che segno sei, mentre tu sei perso nel solito tentativo di dimostrare a te stesso che tutto ciò che pensi sia sbagliato o al più la solita fantasia senza fondamenta, ti domanda se sei felice, tu, a una domanda così - sei felice, alessandro?- tu, che cosa balbetti?

domenica 11 luglio 2004

La settimana è stata questa (scusate il disordine): una cravatta rossa, mezz'ora in piscina, una camicia uscita direttamente da un video dei darkness, una questione di trisillabi, roma no, l'ansia del curriculum, non esistono pullman per berlino, un treno che brucia, questo è il famoso maldura, il bar più afoso di padova (con transessuale annesso), la granita infinita, l'autoscatto che aspetto, il mare dal treno, un caffè freddo senza un euro, i documentari di pasolini, il prosciutto grosso, un braccialetto marrone, un corpetto rosso color insolazione, una prigione sottoterra, via della bora, il parco più caldo del mondo, il messaggio che aspettavo, una lastra del cervello, la cuffia della laureata, il bicchiere vuoto, una settimana più giovane, i primi problemi in classe, magari ho sbagliato giorno, un cartone che stava per arrivare, una battuta infelice, le carambar, voglio solo scaccolarmi, una non-rissa da matrimonio, un'agitazione tremenda, le rime chiare di cui non parlerò, una perfetta giornata ventosa di cui tacerò tutto, il concerto metallaro dei belle&sebastien, una grigliata al ginko biloba, una trappola mancata, un assessore spiritoso, un sì urlato, due scemi che guardano in giù, il bouquet tra maschi, le foto a sorpresa, la piscina che non c'era, i lecca lecca da incartare, un equilibrista che cade, un racconto zen sulla sazietà, una danza sicula, una domatrice di fiamme incinta, un ballo bretone coi mignoli, una bomboniera al burro, una dedica imbarazzante, il faro che si spegne, il battistero attraverso 50 cartoline, una birra costosa, lanterne magiche e parolacce in italiano.

lunedì 5 luglio 2004

I sintomi (di cosa?) sono questi:
maledizioni agli dèi déi satelliti,
formulazione di presagi senza
senso che non si avverano mai. Eh.

giovedì 1 luglio 2004

Il demente che è in me sta prendendo il sopravvento. Si risveglia nei momenti più importuni, mi fa dire frasi idiote passandole per necessarie, scardina il vacillante senso di sicurezza che da poco mi ero costruito. Ondeggio, rimugino, ripenso; mi intontisco sui particolari - sempre gli stessi - mi ripeto parola per parola brandelli di conversazioni nel tentativo di parare, nel futuro prossimo, l'idiozia dilagante. Ma l'idiozia... be': dilaga.

La psicosi inizia alle sei e mezza del mattino, quando, svegliandomi di colpo, mi chiedo se ho lasciato fuori la bici di mia madre. E se non l'ho fatto - se cioè ho messo la bici in garage - com'è che non lo ricordo, mentre ricordo perfettamente il prima e il dopo, senza buchi temporali? Mi rigiro e giro tra le lenzuola arancioni. Non posso essere così mona da aver lasciato fuori una bici senza lucchetto. Ma forse sono così mona da pensare di non essere così mona da aver lasciato fuori la bici. Ma non posso essere così mona da pensare di essere così mona da pensare di non essere così mona da aver lasciato fuori la bici. Un po' di fiducia, perdìo! Ma se non posso essere così mona da pensare di essere così mona da pensare di non essere così mona, forse sono così mona da pensare di essere così mona da credere di essere così mona da sottovalutare la monaggine di essere convinti di non poter essere così mona - e quindi un mona al cubo, un ipermona, un oltremona (ubermona) - da aver lasciato fuori la bicicletta di mia madre, appoggiata a un muro alle sei e mezzo del mattino mentre io giro e rigiro le lenzuola rigirandomi, disquisendo di monate. Indosso la tuta, maglietta, ciabatte di sughero. Ascolto i movimenti di mia madre. Aspetto che se ne torni in camera sua. Poi, felino, scendo in strada. La bici non c'è. Soddisfatto, torno a letto.

Ma se la bici non è appoggiata al muro, vuol dire forse che l'ho messa in garage o invece che l'ho dimenticata fuori e qualcuno se l'è presa - cosa non inverosimile, visto il mio recente quoziente di furti di bicicletta? E perchè sono così mona da scendere alle sei e mezzo del mattino in preda a un'ansia psicotica, senza controllare in garage, girando per la via in ciabatte e tuta come un pensionato, magari senza occhiali, se effettivamente la bici è lì? Ma soprattutto: se il mio desiderio è, o dovrebbe essere, quello di dormire, com'è che invece sono ancora qui a discutere della monaggine dei miei gesti in un tripudio di monità girando e rigirandomi nel letto tra le lenzuola arancioni?

mercoledì 30 giugno 2004

Tremate tutti! Tutti!
Sono usciti i bandi dei dottorati!

sabato 26 giugno 2004

Se possibile, il vento - oltre ad alzare i fogli di tutte le stanze trasportandoli per i corridoi e poi in balcone, sulle piante - ha spazzato via l'umidità e la concentrazione. Ieri pomeriggio ero convinto di essere nel 2006. Sono sempre più distratto. I greci della casa di fronte hanno riesumato le bandiere per attaccarle al balcone, accanto alla parabola. Greek Pride: noncuranti lo stereotipo, hanno ballato il sirtaki tutta la notte, bevendo l'ouzo destinato ai matrimoni. Poi, uno di loro, quello che mi saluta solo quando deve chiedermi un favore, per la felicità ha pattugliato padova in cerca di biciclette da rubare. Ieri sbirciavo in libreria le guide per berlino, scandalizzato perchè erano del 2003, al più del 2004. Nel mio sfasamento temporale non riuscivo a capire per quale motivo negli ultimi due anni nessuno più avesse pubblicato guide turistiche di nessun posto. "Ti sei seduta di nuovo sui libri", dice la madre alla figlia, lì accanto a me. Le tira una smanatacciata sul culo. "Ti ho detto di non farlo! I libri sono fatti per essere le-", dice, mentre la figlia, muta, si massaggia il retro, "Sono fatti per essere let- lett- eh? I libri sono fatti per essere let- Rispondi alla mamma!" Mi dimentico tutto, se non me lo scrivo a penna accanto al pollice. Non completo i discorsi, perdo il filo. All'improvviso mi dimentico quello che stavo per dire. Penso ad altro. "Stai riprendendo il tuo colore abituale", mi dice T il lunedì sera, "Verde", aggiunge dopo la solita pausa. Dovrei essere a Genova, oggi, e invece. Mi sono dimenticato di avvertire: a parte i soldi che non ho, a parte che pensavo fosse il 2006, stamattina ero convinto che fosse il 24 e che l'incontro fosse il 26. Almeno il mese lo so, credo. E' giugno, vero? Per strada, una donna con un tailleur giallo punta il dito al petto di un uomo più alto di lei. Lui è biondo, una valigetta marrone, una camicia a scacchi blu. Lei gli dice: "Ve la dovete mettere via", dice, "Ve la dovete mettere via." Lui sta zitto. Lei strizza un po' gli occhi: "Il vostro errore è stato mettervi contro di me." Rallento per ascoltare il resto, ma lei si allontana e lui sta lì in silenzio, fermo. Non so bene quando, in quale istante, ma a un certo punto inizio a tifare Bulgaria. MC, davanti a me, seduto per terra su un cuscino, quando urlo "sfigati!" a chiunque porti una maglietta azzurra, mi artiglia il polpaccio senza farsi vedere e strizza. "Avete sentito Berlusconi?", dico durante l'intervallo, "Avete sentito che mona? I brogli, ziopovero, non sa più che dire...". G, flemmatico, tagliando una torta, risponde: "Se l'ha detto, ne avrà le prove." Un rumore sincronizzato di mascelle che cadono. "Ma..." dico. Lui, serio: "Se l'ha detto, avrà le prove. Vuoi che dica una cosa così, se non ha le prove?" ; "Ma..." esterrefatto, allibito, sconcertato, perplesso, frastornato... "Vedremo", dice. Ruota la mano per chiudere il discorso. Mi guarda negli occhi: "Vedremo." dice, passandomi una fetta di torta.

... mi chiedo se vivo in questo mondo oppure no, oppure la mia dimensione è sghemba rispetto all'altra, reale, dove il tempo è una linea dritta che non si intorcola, dove il qui e l'ora sono uguali per tutti, la gente ha le idee chiare, sa sempre come comportarsi, conosce le regole sociali, le generalizzazioni valgono e si può predire il comportamento di qualcuno conoscendone il sesso, l'età, la classe sociale e qualche altra variabile di poco conto; dove la memoria è rigorosa, senza buchi, senza interpretazioni, il passato è quello che è stato e basta e non è mai diverso da persona a persona, il ricordare non è mai un reinventare, sui libri non ci si può sedere, perchè sono tutti sacri e poi...

martedì 22 giugno 2004

Con Rachele il sabato mattina

Rachele: ?corridore?
Ale: madame! quanto tempo!
R: finalmente! ti avrò lasciato 32057414857,6 messaggi mentre tu non c'eri!!
A: non me ne arrivato nemmeno uno, pensa
R: ma non ci credo
A: giuro, giuro! altrimenti ti avrei risposto
A: cosa mi dicevi?
R: ti dicevo:
R: aleeee
R: iuuuhuhhh bollicina di acqua lete
R: corridoreee
R: e te non rispondevi mai. anzi ti disconnettevi con aria di sufficienza.

R: e la bici?
A: rubata, cazzo
R: ma per davvero? non era una finzione letteraria eh?!
A: no, no, ziomaiale, tutto vero, ma tutto tutto
R: anche tua madre e la radio!!???
A: soprattutto mia madre e la radio.
R: e adesso? quale futuro per ale? ti butti nella corsa?
A: cercherò una bici usata- intanto uso quella di mia madre, oppure vado a piedi.
R: quella di tua madre tipo rossa con il cestino e talmente piccola che quando pedali le ginocchia ti si infilano ritmicamente in bocca?
A: te ne ho già parlato?
R: no. succede a me quando uso quella di mia madre..
A: be' la descrizione è perfetta, come se tu avessi utilizzato la bici di mia madre
R: eh lo soo cazzo, mia madre ha una graziella orrenda. mi viene l'orticaria ogni volta che devo prenderla..ma non l'avevi chiusa la tua, di bici?
A: certo, avevo un lucchettazzo strafigo, enorme. una catena di quelle che gli hip hoppers tengono al collo.

A: ma senti. secondo te. quale delle due città tra padova a brescia, ha più abitanti?
R: padova. così su due piedi direi padova.perchè?
A: ho fatto una scommessa con una mia amica, lei dice brescia
R: valgono anche i bambini appena nati?
A: no
R: e i nonni appena morti li sottraete al calcolo?
A: sì
A: ma è difficile perché bisogna girare per gli ospizi a controllarli uno per uno
A: sai, con il caldo
R: eh lo so con gli anziani è così

A: tu come stai?
R: io sto bene, con attacchi di ansia pre esame e la voglia di lasciare tutto e andare in vacanza o anche solo andare, ma bene.ieri ho visto in dvd alex&emma e mona lisa smile
A: alex&emma deve essere una porcata disarmante
R: è una porcata e anche molto disarmante, sì hai ragione.
A: io ho visto l'anima di un uomo e mio cognato
A: che sono due film, anche se messi insieme fanno un titolo meraviglioso
R: chissà se ci hanno mai pensato a fare un film così: roma città aperta ai ladri di biciclette?
A: il sorpasso dei soliti ignoti
R: miracolo a milano: io non ho paura
A: l'appartamento quando la moglie è in vacanza
R: harry ti presento sally e l'avvocato del diavolo
A: fragola e cioccolato, a qualcuno piace caldo
A: hanna e le sue sorelle hanno ammazzato smoochy
R: matilda sei mitica prima dell'alba!
A: nooooo prima dell'alba noooooooo..
A: un lupo americano a londra prima della pioggia
R: il sapore della ciliegia a manhattan
A: 2001: odissea nello spazio dell'inquilino del terzo piano
R: non vale usare motori di ricerca o elenchi di film eh.
A: mi stai accusando di qualcosa?
R: no no dicevo, come regola.
R: stai usando degli elenchi.. coda di paglia??.
A: nessun elenco, madame, mi stupisce la sua malfede, non è che lei ha aperto tutto imdb?
R: nope assolutamente. no. non potrei. il mio gioco è fair.

R: l'attimo fuggente di biancaneve e i sette nani
A: il cubo di barry lindon
R: ah!che affronto!
R: la venticinquesima ora qualcosa è cambiato
R: tiè
A: so cosa hai fatto l'estate scorsa, Tootsie
R: scream and shine
A: nooo scream volevo usarlo io!
R: ahhh ahhhhhhhhh!!!
A: Cenerentola nel profondo rosso
R: spiderman a spasso con daisy.
A: l'alba del giorno dopo del soldato jane
R: il ritorno di jackie brown
A: i tre giorni del condor sul titanic
R: via col vento di passione
A: bello
R: eh lo so!
A: rambo II: la vendetta di Carter
R: moulin rouge a notting hill
A: l'ultimo tango a parigi di forrest gump
R: the fight club dreamers vale?
A: i predatori dell'arca russa
R: film rosso blu e verdone?
A: Alì e il ritorno dello jedi
A: cos'è successo tra mio padre e tua madre? orizzonti di gloria
R: ehehehehehehehehehehehhehee
R: mi stai battendo!
R: l'uomo senza volto: the mask
A: spartacus dentro la notizia
R: pretty woman:troy?
A: il quarto potere di harry potter e la pietra filosofale
R: il settimo sigillo della nona portaaaaaa
A: !!!!
R: eh beh, la classe non è acqua.
A: un the nel deserto con l'infernale quinlan
R: colazione da tiffany e pranzo da babette?
R: uh cazzo devo andare in posta ale!
A: ok
A: (respiro sapore di mare)
R: ma la sfida non è finita vero?
A: ho vinto io
R: no!
R: NO!
A: sì
R: NOOOOOOOOOOOOO
R: (odio perdere.)
A: truman show, omicidio in diretta
R: rivincita?
A: quando vuoi
R: cazzo. chelsea walls:il muro di gomma
A: la mummia alla battaglia di algeri
A: non pensare di rimontare, devi andare in posta
R: maledetto il giorno che t'ho incontrato batman.
R: devo. rivincita la prossima volta.
A: c'era un cinese in coma che ritornava a kandahar. E la prossima volta anche le trame. ciao

domenica 20 giugno 2004

E' arrivato il monsone delle cinque. Ha spazzato via i volantini elettorali che ancora si annidavano ai bordi delle strade, nelle canalette, o tra le crepe dell'asfalto, nei buchi dei marciapiedi. Le facce dei candidati - una mano sul mento, lo sguardo luccicoso - si sono sciolte e diluite tra i sampietrini.
Lo squalo antistress che tengo vicino al monitor ha la coda mozzata, un'espressione feroce tra le branchie. Mi dice che ho bevuto troppo, questa settimana, ma non abbastanza forse, se, ancora, come sempre, non sono in grado di. Scrivo accanto a una culla messa sghemba: mio nipote pesa più di me, parla più di me (anche lui emette gli stessi suoni incomposti), mangia più di me, alle volte tossisce, di notte urla. Io, di notte, sono ossessionato dai rumori: il filo di ferro che batte il tempo nello split, la ventola aspirafumo del locale di sotto, il bip aritimico di qualche elettrodomestico in cucina, la grandine che picchia sulle pietre in piazza. Ho delle occhiaie che neanche.

Scrivi, penso, scrivi, se ti va. Poi mi dico che domani è estate, che non durano- non dureranno i cataclismi che mi seguono, e l'inerzia, l'imprecisione...

mercoledì 16 giugno 2004

Non dico un centro, mi basterebbe una periferia di gravità permanente.

venerdì 11 giugno 2004

Paragrafi in ordine casuale #2

Ma zio maiale, porca schifa, morte, putrefazione, minchia merda orrenda - questo è più o meno il mio pensiero nel momento in cui, osservando la colonna alla quale avevo l'avevo appoggiata, mi rendo conto che veramente la mia bicicletta non è diventata invisibile come l'aereo invisibile di Wonder Woman, ma è stata proprio rubata, sottratta, saccheggiata, carpita, rapita, accaparrata; insomma inculata, scomparsa, sparita, fottuta, inchiappettata, tarmata, ciavata, eccetera.
Papino, che è lì con me - sono circa le due di notte, forse le tre, non so, ho bevuto troppa birra, il mio sguardo è offuscato al centro, vedo bene solo ai margini - Papino mi guarda, imperturbabile come solo lui sa essere, mi dice: Scusa, ma mi viene da ridere.

- Mi hanno rubato la bici - dico al telefono.
- Oooooooooooooo noooooooooooooooo - risponde il telefono - Noooooooo. Ma dove? -
- In via san Francesco - dico - Ieri notte. -
- Mi dispiaaaace - risponde il telefono - Mi dispiaaace, ma... aspetta... dov'eri tu?
- Ero lì da quelle parti... -
- Sì, ma non è che magari... -
- Tu come stai? Stai bene?
- Non è che eri all'Alexander?
- Hai sentito che caldo? Oggi per esem...
- Cazzo, eri all'Alexander! Te lo meriti che ti abbiano inculato la bici! Se vai in quel posto di merda te lo meriti cazzo; puzzerai di fritto per altre due settimane, che schifo! Te lo meriti! Te lo meriti!
Click.

Non so. Forse nella vita precedente ero un unno. Uno che si vestiva di pellicce di lupo e mangiava solo carne cruda, sbranava marmocchi, squartava gatti, bruciava i capelli alle donne e adorava dèi sanguinari e idioti.

- La psicòloga dice che sono manipolatoria - fa mia madre sulla porta, fingendo sprezzatura.
- Manipolatrice - la correggo, mentre fisso il monitor.
- E' lo stesso. Non è una bella cosa. -
- Comunque ha ragione - dico
- Sarà, ma non mi piace. E poi: chi non lo è? -
- Già. Chi più, chi meno... -
- Sai cosa faccio? Decido che non sono manipolatoria. E se decido di non esserlo non lo sono. -
Si allontana soddisfatta.

Due settimane prima, forse tre: mi resta in mano il manubrio. Non tutto. Solo la parte orizzontale. Quella con le manopole e i freni. Porto la bici ad aggiustare. L'aggiusta-bici - un uomo corpulento di nome Gigio, che indossa sempre la stessa salopette e una fascia bianca di cotone sulla fronte - me lo sostituisce con uno usato, arrugginito, con le manopole bianche e i bulloni dei freni che si svitano da soli. Oggi, invece, torno per chiedergli se ha delle bici da vendere. No, solo bici nuove, dice. E non ne posso più di voi che vi fate rubare le bici, poi venite qui - non parlo mica di te, eh? - e vi lamentate che le bici che vendo costano troppo, e i lucchetti sono troppo cari; e poi magari di notte non le mettete in garage, non le lucchettate a qualcosa, usate lucchetti di gomma. Non è mica colpa mia se siete degli idioti - esclusi i presenti, ovvio.

- Ale! - urla mia madre - Vieni in cucina
Vado in cucina.
- La radio! - mi indica la radio vicino ai fornelli.
- Che ha? -
- Si è accesa da sola. -
- Non è vero. -
- Sì che è vero. -
- Ma valà. - dico. Prendo in mano la radio. Cerco di spegnerla, ma l'interruttore è già sull'Off. Allora la accendo e la spengo di nuovo. La appoggio. Aspettiamo. Mia madre ridacchia.
- Magari è come quel paesino in Sicilia, dove le cose prendevano fuoco da sole - dice
Poi la radio parte.
krr krr krr.

Mio padre a Londra.
Un uomo basso gli si avvicina. Gli dice, in inglese:
- Io so chi è lei. L'ho vista in televisione.
- I beg your pardon? - chiede mio padre
- Lei è uno storico inglese - dice l'uomo, puntandogli addosso un indice.
- I don't think so - dice mio padre.
- No no, sono sicuro - dice l'uomo
- I'm italian - dice mio padre
- Ah - fa l'uomo - capisco. Però a mia moglie dirò lo stesso che l'ho incontrata, che tanto ci crede. Arrivederci.

A questo punto, visto che ormai sono appiedato, tanto vale allenarsi di più. Mi preparo; esco in pantaloncini e maglietta, porto solo il minimo indispensabile: walkman, chiavi, acqua (un litro e mezzo), un libro - anzi due, che non si sa mai - maglietta di ricambio, telefono, una lattina di birra, cronometro, qualche cd, salsicce al sonnifero (nel caso qualche cane mi inseguisse), cappello, eccetera. Al sesto minuto, senza fiato, mi accorgo di essermi dimenticato i fazzoletti di carta. Tiro su col naso come se avessi appena mangiato dei fagioli piccantissimi. Potrei chiudermi a turno una narice e soffiare, come fanno i ciclisti, ma immagino già il disastro sui pantaloni. Allora, visto che non c'è nessuno, prendo la decisione di scaccolarmi. Il mio errore è farlo in curva. Proprio mentre ho tutto il braccio infilato nel naso - praticamente sto rianimando i polmoni a mano - incrocio l'unica ragazza dell'argine. E' bellissima. E mi guarda con disgusto.

lunedì 7 giugno 2004

Eppure correre non mi dispiace, anche se dopo cinque minuti, ai lati del campo visivo, mi si affastellano màcchiole grigie, sempre più grandi, e la caviglia cigola - la destra. Martedì sera ho perso le chiavi sugli autoscontri, forse quando Criscia è sobbalzata fuori dalla macchina e me ne sono reso conto con un ritardo un po' troppo lungo, continuando a premere sull'acceleratore e trascinandola così per qualche metro col culo sulla pista - con una gamba e una mano si teneva avvinghiata al bordo del veicolo - oppure quando, sbattendo contro Starsky&Hutch, il mio naso ha ricevuto la sua nuca in pieno. Fatto sta che sono rimasto chiuso fuori tutta la notte, per demenza soprattutto, per non essermi reso conto in tempo dell'accaduto, e per non essere tornato indietro, se non più tardi, alle due del mattino, quando ormai tutto era chiuso e le giostre deserte - un vento freddo alzava le carte dalle strade e le bottiglie di plastica da mezzo litro - e io bussavo timido al pullman degli autoscontristi chiedendo se c'era qualcuno - ma chissà se i giostrari dormono nei pullman. Così. I miei genitori erano in montagna e tornavano mercoledì sera e io ho passato quel pomeriggio assonnato a immaginarmi con terrore i giostrari che trovavano le chiavi e si barricavano in casa nostra prima che arrivassero mia madre e mio padre. Giostrari armati di kalashnikov e forchette sporche. I giostrari prendevano in ostaggio i miei, minacciandoli con le forchette al collo, e rubavano tutto, anche i muri non portanti, anche gli interruttori della luce e le piastrelle del balcone, le maniglie delle porte, l'aspiratore del bagno. Aspiratore che, in questi giorni, ha iniziato a rumoreggiare di sua iniziativa. Il bagno di camera mia è cieco, e io di solito lo stacco perchè mi infastidisce tutto quell'aspirare, ma l'altra notte lui, l'aspiratore, da solo, ha dato segni di vita, rumori secchi, nuovi, tanto che ho cominciato a sospettare che un esercito di scarafaggi si stesse facendo strada attraverso le tubature, attratto dall'orrore nell'aspiratore. Così, invece di aprire il pannello per controllare cosa non andasse, l'ho fatto funzionare. Ho sentita la ventola tranciare qualcosa di solido e uno scrocchio come di noci, non so, e forse anche un piccolo urlo, oppure era solo fantasia. Comunque poi le chiavi le ho trovate.

Più confuso del solito, è vero. Sarà il tuo compleanno. (A proposito, auguri!) Oppure la città blindata dall'arrivo del Cavalier Banana. O la pizza coi pomodorini a pranzo. Volevo parlare d'altro. Domani, magari. Oggi mi son lasciato prendere la mano.


p.s. tolgo i commenti perchè sono schizofrenico e non pacificato. Grazie a tutti quelli che hanno lasciato una parola (ma anche a quelli che non l'hanno lasciata).

giovedì 3 giugno 2004

La prima volta non è stata colpa mia. Adriana se ne era uscita di casa chiudendo una serratura di cui non avevo la chiave. Tentai di recuperarla con un espediente che avevo letto nei fumetti. Infilai un foglio di carta sotto la soglia, feci cadere la chiave sul foglio, lo tirai et voilà. Ma la soglia della porta era troppo sottile, la chiave si incastrò, senza passare. Andai a dormire da mia sorella, che abitava ancora in città.

La seconda volta ho lasciato le chiavi sulla toppa e sono andato a una laurea. Rimasi fuori dal portone fino alle sette di mattina, suonando il campanello nel tentativo di svegliare mia madre che dorme coi tappi nelle orecchie. Me la ricordo con precisione, perchè quella mattina, sulle sei - era più o meno estate - arrivarono due uomini a tacchinare manifesti sul muro di fronte a casa mia. Erano manifesti della Lega che dicevano: "L'oceano pacifico è grande ma forte, come la Padania".

La terza volta, due giorni fa. Ma la racconto un'altra volta.

Stamattina sul tavolo della cucina c'era un post-it con scritto in rosso "Auguri vecio". Cerco di fare mente locale e di capire da quando mia madre usi queste espressioni, ma credo che sia - come si dice in gergo - un hapax.

29
Non vi è somma di tre quarte potenze che sia divisibile nè per 5 nè per 29, a meno che lo siano tutte e tre le potenze. [Eulero]
29 è il terzo numero n, dopo 1 e 5, tale per cui 2n²-1 è un quadrato: 2*29²-1=41².
2n²+29 è un numero primo per tutti i valori di n da 1 a 28.
29=(2*3*5)-1= primordiale (5)-1.
Primordiale (n)-1 è un numero primo per n pari a 3,5,11,13,41,89,317,991,1873,2053, e per ciascun altro valore minore di 2377

Da Numeri Memorabili Dizionario dei numeri matematicamente curiosi di David Wells, Zanichelli, 1991

Per chi passa da Leo, stasera sulle sette e a oltranza, offro da bere. Augh.

lunedì 31 maggio 2004

La nuova donna delle pulizie è una signora enorme che proviene dal Perù. Suo figlio, invece, è un pidocchietto striminzito non più grande del mignolo del piede della madre. Alla domanda quanti anni hai alza una manciata di dita e dice due. Mia madre me lo porta in camera per mostrargli il computer. Spengo campo minato e free cell più velocemente possibile. Pretendo di star lavorando. Non posso badare al nano - dico più o meno - sono concentrato. Il nano è un nano bellissimo. Questo - penso - a due anni ha più successo con le donne di me adesso. Figurati tra venti. Ci guardiamo con diffidenza. Lui indica il monitor, un punto a caso; dice: voglio giocare a quello. Lo prendo in braccio, lo faccio sedere sul ginocchio e gli chiedo di nuovo a cosa vuole giocare. Si sporge con tutto il corpo e lascia una bella impronta digitale sul monitor, in un punto in cui non c'è nulla: questo, dice. Ok allora: apro il Mah-Jong. Ho solo questo, gli dico, ma non so giocare. Io sì, dice lui. Be' fa' pure - sorrido - io non so le regole, ma se tu le sai... Sei comodo? gli chiedo, O vuoi una sedia tutta tua? Lui non distoglie lo sguardo dal video neanche per un secondo e con una voce flebile, ma decisa: voglio una sedia tutta mia. Meglio, mi stavi sudando i pantaloni. In due minuti il nano bellissimo di due anni, sulla sua sedia personale, risolve un intricatissimo schema di Mah-Jong. Ma subito prima della sua ultima mossa stacco col piede la spina al computer senza farmi notare. Lui mi guarda con l'aria di chi ha capito tutto. Oh! dico sorpreso, chissà cosa è successo. Speriamo che tu non l'abbia rotto, gli dico. Lui zitto. Be', dico, comunque s'è fatto tardi. Guarda che tardi, dico guardandomi il polso senza orologio. Lo guido davanti al televisore. Gli accendo un canale di cartoni animati. Lui zitto e serio, continua ostinato a fissarmi. Io devo andare, gli dico. Sai, dico, devo correre. Mimo una corsa. Vado a correre, gli dico mentre lui, sul divano, mi fissa. Indietreggio. Chiudo la porta. La riapro. Continua a fissarmi.

mercoledì 26 maggio 2004

Guarda che sono un drago - dice mia madre apparendo nel vano della porta con uno scatto laterale, quasi una scivolata sul pavimento del corridoio - Un drago, hai capito? - io ruoto millimetricamente il collo per guardarla attraverso gli spigoli degli occhiali, un po' a fuoco un po' no, penso : sì, come no, mentre lei appoggia la mano sullo stipite di legno - Ho fatto un test di intelligenza, dallo psicologo. Ho sbagliato cinque domande su cento, quindi stai attento, che sono un drago - e come un ninja scompare in una nuvola di fumo. Non starò qui a spiegare come mia madre sia finita da uno psicologo; non è il caso, casomai rassicuro che non è niente, niente di preoccupante, anche se è preoccupante che non ci sia andata prima, forse, per motivi più reali di quelli per cui c'è andata adesso - ma questa è la personalissima opinione di chi scrive e che tanto pensa che uno psichiatra farebbe bene pure a lui, così, en-passant.

Dopo due minuti di corsa sull'argine il fiato mi si ingruma, si blocca all'ingresso della trachea; non ho le narici abbastanza larghe, avrei bisogno delle froge di un cavallo per sopravvivere. Nitrisco per immedesimarmi.

- Ok, io vado. Ma se telefona qualcuno tu non dire che sto correndo. Dì qualcos'altro. Dì che sono a studiare in biblioteca; o che sono andato a fare un giro, a ubriacarmi con i soldi del pane; dì che mi sono dovuto nascondere perchè ho dei debiti con la mafia cinese oppure che sono andato a sabotare le rotaie del metrobus; dì che sono in bagno col cagotto e non posso uscire, che ho la scarlattina, gli orecchioni, la varicella tutti insieme. Insomma, dì quello che vuoi, ma non dire che sono a correre, che ho una reputazione da difendere.
- Guarda che l'avevo capito, sai. Sono un drago, io.




(continua a continuare)

venerdì 21 maggio 2004

Ad esempio ho cominciato a correre lungo gli argini del piovego, attraverso nubi di polline dei pioppi, seguìto dagli occhi sospettosi di cani zoppi o con le gambe troppo corte e dai loro padroni altrettanto menomati - roba da freaks, praticamente: nani da giadino, uomini con due teste, giganti che portano a spasso cani striminziti, fratelli siamesi attaccati per la schiena che cercano di correre ma non si spostano se non, a mo' di granchio, di lato e cose così - evento astrologico, millenario e millenaristico, da tempesta di sabbia, inaudito, inaudibile, visto che per anni ho considerato la corsa come un fenomeno da dementi, o, più che altro, da autistici dello sport, al pari della palestra, quasi a livello della demenza più assoluta, il golf - la perversione travestita da esercizio fisico - preferendo piuttosto sfiancanti camminate di ore, battendo a tappeto ogni angolo della città, nell'idea che il camminare fosse più a misura d'uomo che il correre. Più umano insomma, e quindi più alla mia portata, oltre che meno faticoso.


(continua, sì, ancora)

martedì 18 maggio 2004

Così, in definitiva, mi dico che la mia inerzia - la mia inerzia umana, mentale, sentimentale, sessuale etc. - è semplicemente un sottoprodotto della mia inerzia fisica, del mio completo e totale rilassamento, di questo senso di fluttuazione che mi circonda e che mi dice, ogniqualvolta io tenti una qualsiasi mossa, mi dice: "ma che fai?", "ma dove vai?", "tanto è inutile", "ma che ti agiti?", "ma torna aqquà" - essendo aqquà il divano o il letto o la vasca da bagno o il pavimento o qualsiasi altra superficie orizzontale (tavolo, scaffale della libreria, marciapiede, etc.), o con pendenza pressocchè nulla. Questo stato oblomoviano - che si autoalimenta e mi rende facile preda delle mire di espansione del divano (il quale divano ho scoperto avere piani ben precisi su come dovrebbe essere il reale assetto gerarchico della casa) - è la vera fonte della mia immobilità, mi dico convinto, convicendomi.

(continua, questa volta sì)

lunedì 17 maggio 2004

Squadrò il cameriere come se gli avesse fatto un affronto e rispose: - No, I don't eat bresaola.

venerdì 14 maggio 2004

Il segno dell'imminente sfaldamento è svegliarsi con in mente, senza nessun motivo, una canzone dei crash test dummies.

mercoledì 12 maggio 2004

Il dentista mi ha iniettato dieci litri di anestesia, ho mezza faccia bloccata, mi sento il fantasma dell'opera.

Con calma rimetterò tutto in ordine, forse.

martedì 11 maggio 2004

E' colpa del tempo

giovedì 6 maggio 2004

Esco allo scatenarsi del temporale delle tre.

No, anzi.

Mi butto a letto, con gli occhiali in mano, il viso sul cuscino perchè si imprimano le pieghe della federa. Ho lo stomaco ribaltato da ieri; sento la demenza del mondo che preme per impossessarsi di alcuni snodi mentali strategici.

Ci vuole un approccio scientifico: elaboro un esperimento psichico.

Diciamo da lunedì scorso ho continui sogni soft-porno. Ho il sospetto che il mio inconscio stia tentando - sottilmente - di dirmi qualcosa. Cosa, non saprei.

Penso intensamente alla protagonista femminile del mio sogno di oggi. Mica per altro - è che era particolarmente interessante. Mi concentro. Per sicurezza punto le dita sulla fronte e chiudo gli occhi. Ecco. Poi esco. Giro per il centro. Non le solite strade. Non apro l'ombrello. Mi guardo attorno. Penso alla Polonia, non so perchè. Canto: I've got you under my skin. Penso che dovrei scrivere un paio di mail. Esprimo, con tutto il mio camminare, un certo distacco verso il mondo.
E a un certo punto... la incontrerò?






(suspance)













No.

martedì 4 maggio 2004

Devo iniziare a tenere un diario.

venerdì 30 aprile 2004

Da due giorni l'odore delle melanzane ai ferri ha invaso la cucina, si è insinuato tra i mobili, sbuca dai cassetti aperti. La casa è sotto l'attacco dei martelli pneumatici e trapani con punte lunghe un metro. Il rumore ha brevi pause interlocutorie (si sente bisbigliare nei buchi provocati dal silenzio) riprende quando pensi che tutto sia finito. Mia madre si stupisce di come il gelsomino rifiorisca ad ogni primavera; mi avverte sempre con sorpresa ai segni della prima fioritura. Ma sulle scale scricchiola il linoleum, nessuno ha pulito le macerie dei muri - i mattoni a vista incrinati e sparsi sul pianerottolo - e il vento ha punteggiato il fiume di foglie e polvere gialla. Non si riflette nulla sull'acqua se non ombre monocrome. A volte penso che ti sto semplicemente aspettando.

martedì 27 aprile 2004

La lobby dei postini ha abbandonato sullo zerbino tre messaggi minatorii scritti sul retro di fotografie di cassette postali. Dicono di comprarne una, di cassetta, che sono stufi di dover suonare il campanello ogni mattina, col rischio di non trovare nessuno in casa. Se non lo faremo, la prossima volta qualcuno di noi si sveglierà con il manubrio decapitato di un motorino nel letto.

Mi prendono strane nausee ultimamente. Nei momenti più impensati lo stomaco mi si attorciglia, si strizza e dondola, coinvolgendo i vicini di torace. Allora sto zitto e aspetto che passi. In quei momenti il mio campo visivo si restringe; ai margini compaiono degli aloni bianchi, istantanei; mi sembra di vedere cose che non ci sono. Ieri pomeriggio, per circa un quarto d'ora, ero sicuro che ci fosse un'anatra davanti a me.

- Io a manifestare per dei mercenari non ci vado. Ho già manifestato contro la guerra, ho appeso anche la bandiera. Se quelli di Forza Italia pensano che sia il caso di organizzare una manifestazione contro la guerra, che lo facciano, che si prendano la responsabilità delle loro contraddizioni. Se lo fanno, ci vado, giuro che ci vado anch'io, vado a vedere. Ma se pensano che io, di mia spontanea volontà, mi lasci ordinare da quattro terroristi in tenuta verde di scendere in piazza per salvare la vita a tre mercenari, be' si sbagliano.
- ...

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
cartelloni elettorali dalla terra addormentata, confonde
ricordo e desiderio, risveglia
oscure radici con la pioggia di primavera.

T.S. Eliot, più o meno.

lunedì 26 aprile 2004

Morsicherei la gente sulla testa.

giovedì 22 aprile 2004

Sono perseguitato dai martelli pneumatici e dal malessere della telefonia mobile.




(oltre che da tutto il resto, naturalmente)

lunedì 19 aprile 2004

- Allora sei pronto?
- Cosa? Per cosa?
- Il concerto. Stasera c'è il concerto.
- Che concerto?
- Dai, quello di Mat. Il concerto metal.
- Uh?
- Ti passo a prendere alle undici, mettiti la maglietta.
- La maglietta...
- La maglietta metal: ricordati la maglietta!

Spengo campo minato - rinuncio all'idea di rimanere a casa a battere il record - le mie serate recentemente non sono proprio il massimo - riesumo da un cassetto la maglietta metal - considero la possibilità di scappare - c'ho quasi trent'anni perdio! - indosso la maglietta - mostro le corna allo specchio - scuoto su e giù la testa, veloce -
... coi capelli corti non fa lo stesso effetto...

Zona industriale, undici e un quarto.
Tra i capannoni, il Country Star.
Dici: Country... e il metal?
Già: benvenuto nel regno della sincronia.

Ai lati dell'ingresso sono disegnati due cavalli. Entriamo. Poster di film western alle pareti. Murales di cowboy in pieno malboro country. Odore di brusìn. Divanetti da sala d'attesa del dentista. I due gestori - marito e moglie - quasi due nani - più o meno centovent'anni entrambi.
E poi: il metal.

- Ecco, sì - dice indicando il bagagliaio - appoggia la tenda qui.
- Be' insomma, come è andata?
- Bene. Al Bobourg ho visto una mostra sui manifesti di Hitchock.
- Bella?
- Una figata. Tieni, ti ho portato un regalo.
Mi passa un sacchetto di carta, sottile. Tiro fuori una cartolina: è la riproduzione della locandina di un film,
Il ladro, ma è in originale, col titolo originale: The wrong man.

Ci sediamo tra i metallari. Sembra una riserva, un parco naturale: qui gli ultimi esemplari di una specie in via d'estinzione. Stanno seduti ad ascoltare i gargarismi del cugino It sul palco. Quando il secondo gruppo intona (intona?) Zombi Raising, vedo una sottile commozione negli occhi di T. Qualcuno alza il braccio col dito indice puntato sul gruppo.

- Mi sembra che stai meglio, dalla voce
- Certo. Se mi allontano da te sto meglio
Ride
Rido: - No, è vero, non sto scherzando.
Ride di nuovo
Rido di nuovo: - No, sul serio, sono serio!
Ridacchia.
Ridacchio: - E' così, lo giuro.
Ridiamo.


Così, a un certo punto, visto che comunque, nonostante il metal, continuo ad estraniarmi e a ripensare ai cazzi miei e mi invortico sempre, come sempre, nei soliti orrendi processi circolari, sovrapponendo ricordi e oggetti e alimentando l'angoscia temporanea - sempre meno temporanea - decido di uscire a prendere un po' d'aria.
Piove e attorno non c'è praticamente nessuno.
- Signor L?
Mi giro. C'è un uomo in impermeabile. Ha la faccia sottile, rasata. Pochi capelli grigi.
E' poco più alto di me.
- Lei ha bisogno del mio aiuto - dice.
- Chi è lei?
Mi passa un biglietto da visita: - Tenga - dice - Adesso però devo andare. Ma ci rivedremo presto. Lei ha bisogno di me.-
- Scusi, ma come... chi... - chiedo, mentre si allontana. Cammina lento, poi svanisce, lasciandomi solo.
- Ma che... -
Adesso si sente solo il rumore attutito della batteria e delle chitarre elettriche.

Sul biglietto c'è stampato, in rosso: "Viktor Sklovskij - Formalista russo."

venerdì 16 aprile 2004

Bella primavera del cazzo.

- Oh, ma sai che è pieno di film porno in tv?
- Ma scusa: guardi la televisione mentre sei al telefono con me?
- No, no... cambio solo i canali...
- Ah be', allora... stavo dicendo...
- Sì...
- Ma mi ascolti?
- ...
- Smettila di seguire il film porno.
- Cosa?
- Smettila di seguire il film porno!
- Non sto guardando un porno.
- Sì, tu stai guardando un porno, si sente.
- No, ti sbagli, non sto guardando un porno. Stavi dicendo?
- Dicevo che... no, non mi stai ascoltando, smettila...
- Ti dico che non sto seguendo un porno!
- ...
- Giuro! Non ne sto seguendo uno.
- Ne stai seguendo due.
- ...
- ...
- Ok, spengo la televisione. Dicevi?
- Non hai spento la televisione
- Sì, che l'ho spenta.
- E cosa sono quei gemiti che sento?
- Sono i vicini.
- Non hai vicini in quella parte della casa.
- ... C'è la finestra aperta.
- Spegni la televisione.
- Ma adesso c'è una scena dove lei è su un tavolino e lui...
- Spegni.
- Ok.

martedì 13 aprile 2004

Semplicemente, non è successo niente.

mercoledì 7 aprile 2004

Il primo pensiero è: coglionedeficiente.
Il secondo pensiero è: coglione o deficiente?
Il terzo: coglione E deficiente, mona.
Il quarto: coglione, deficiente o mona? o magari: coglione deficiente, oh mona (vocativo)?
Il quinto: coglione E deficiente E mona, cretino.


Così via, così via.

martedì 30 marzo 2004

- Pronto? Parlo con Alessandro L.?
- Sì, chi parla?

È pieno di gente, il cinema. Pieno di teste che coprono lo schermo. Davanti a te un tipo biondo, capelli rasati, sposta il peso da una chiappa all'altra, ritmicamente, ogni dieci minuti. Sposta il peso e -prot!- scoreggia. Piccole scoreggie che non si noterebbero, se solo non le facesse nei momenti silenziosi del film e se talvolta le zaffate solforiche dei suoi miasmi tossici non ti circondassero -prot!- stagnando attorno a te. I suoi vicini di posto sembrano non accorgersi di nulla. Evidentemente il vento spira solo verso il retro della sala. Oppure sono solo molto (molto) educati.
- Scusa? ma hai problemi di fegato? - gli chiedi all'uscita.
- No. Ma tu, chi sei? - dice.
- Magari è lo stomaco, allora - dici - conosco un buon gastroenterologo, sai? È mio cugino... Se vuoi ti dò il numero... -
- Ci conosciamo? - (prot)
- Ti ho sentito! -
- Cosa? - (prot prot)
- Ti ho sentito! Stai scureggiando! Ragazzi! Sta scureggiando! -
Si guarda intorno: - No, ma non... (prot) no, io... -
- Addosso allo scureggione! - urla qualcuno da dietro. - Dagli allo scureggione! - grida un tipo con una fiaccola accesa in una mano e un forcone nell'altra.
Cercate di assalirlo, ma (prot) è decisamente più veloce di voi.
- Dei reattori così - dice il tipo col forcone e un cappello di paglia in testa - neanche sul concorde li ho mai visti. -

- Sono Carlo C. Buongiorno.
- Buongiorno.
- Lei ha lasciato un annuncio al supermercato Super di via Umberto?
- Sì. Le servono ripetizioni di italiano?

Lettera aperta a Jim Jarmush
Jim, diobono, Jim. Jim, guarda, lo sai che io ti apprezzo, lo sai. Te lo ricordi, vero? Che ti ho difeso quando dicevano che Ghost Dog era una puttanata e invece io no, vero? E lo sai che Taxisti di notte l'ho visto tutto tutto anche se mi sembrava un film imbarazzante, no? Jim. Jim. Jimbo. No, lo sai, no? Ti sostengo, mi piaci. Ma non puoi sfracellarmi i coglioni così, non puoi non puoi non puoi non puoi. Jim, sì, capisco, il caffè, le sigarette, l'incomunicabilità, l'assurdità dei rapporti sociali, l'orrore del mondo dello spettacolo, gli scacchi, Beckett... Jim, sì, capisco, il cinema indipendente, sì, hai un sacco di amici fichi, sì, ho capito, sì, ma due ore così... volevo veramente spararmi un colpo, Jim. Diobuono Jim, riprenditi, porcocazzo.
Un abbraccio,
Ale
P.s. non è che ti servono ripetizioni di italiano?

- No, non mi servono ripetizioni. Senta. Ha ricevute molte telefonate?
- No, nessuna.
- Lo sospettavo, sa? Non è stato preso nessun bigliettino col suo numero.
- Mi scusi, le servono ripetizioni di inglese, allora?
- No, guardi, non mi servono ripetizioni.
- Non capisco. Cosa vuole?
- Sì, ecco, veniamo al punto: sono il direttore del supermercato Super... siamo un po' a corto di personale...
- Ah.
- No, è che i laureati in lettere... capisce, no?
- No.
- Giusto... non è che le andrebbe di fare il magazziniere? Guardi che le insegnamo a guidare anche il muletto, eh?
- Se posso essere sincero: no.
- Se posso essere sincero anch'io: non troverà un posto migliore.
- Grazie, ma...
- E il banco del pesce? Guardi che lì abbiamo anche una laureata in matematica, sa?
- No, è che...
- Ho capito, ho capito. Lei punta in alto. I salumi. Le offro un posto al banco dei salumi. Che ne dice? Assieme a un laureato in scienze politiche con master in diritti umani e una laureata in economia con dottorato e master in marketing avanzato. Guardi che non le capiterà più un'occasione così.
- ...
- Allora? Cosa ne dice? Provi a immaginarsi vestito da salumiere. Immagini!
- Be'.
- La cuffia, il grembiule... Il fascino dell'uniforme... So che è sensibile a questi temi...
- Ecco, io...
- Valuti i lati positivi! Un posto sicuro, un ambiente sano, nuove conoscenze!
- Ci posso pensare?
- Ci pensi, ma per poco, che il reparto salumi è molto richiesto, eh? Ho una coda lunga un chilometro. Arrivederci.
- Arrivederci.
- Aspetto una sua chiamata. Ma si sbrighi!
- Sì, arrivederci.
- Arrivederci. Mi chiami!
Click.