venerdì 21 luglio 2006

Da dove cominciare? Giovanna si è laureata, con la sua tesi gialla come un limone su uno scrittore vicentino, qualche settimana fa. Quella sera, mentre lei rimaneva lucida, io bevevo troppi mojito. Nel tentativo di smaltire ho percorso a piedi tutto il quartiere cinese - che cinese non è - girando per strade vuote e buie, ai margini della ferrovia, dietro case popolari rimesse a nuovo. Il mio stomaco aveva iniziato a raccontarmi di quella volta che aveva incontrato Hemingway, a Parigi, negli anni venti, e di come non si separassero mai, tanto che negli ambienti artistici avevano iniziato a chiamarli Hem&Estomac. Diceva che avevano scritto dei racconti assieme, e che una volta avevano addirittura risolto un caso di omicidio. La baronessa Foiegras era stata strozzata con una collana di perle il giorno del suo compleanno, e... ma è una storia troppo lunga. I giorni successivi sono stati veloci e caldi. Un matrimonio, la notte bianca, un battesimo, un convegno interuniversitario, i mondiali. Mentre Zidane batteva il rigore, nei primi minuti della partita, ero seduto in bagno perché avevo mangiato del ramen istantaneo troppo caldo. E' in questi momenti che si scopre chi, nel tuo corpo, ti è veramente amico e chi no. Poi, a fine partita, la gente si tuffava nella fontana di prato della valle schizzando in giro fanghiglia e ghiaino. P*** si aggirava bagnato, senza scarpe, a petto nudo, con la bandiera dell'italia a mo' di mantello, attorno all'acquaccia: aveva lasciato tutto (comprese chiavi di casa e cellulare) in mano a un amico che era scomparso - già si immaginava di passare la notte all'addiaccio, fradicio, coi piedi scorticati. Così gli avevo prestato il cellulare per chiamare il suo, e proprio mentre stava digitando il numero, una ragazza gli si era fermata davanti, guardandolo negli occhi, gli aveva rapinato il telefono dalle mani e gli aveva detto "stronzo!". Prima che si allontanasse, l'avevo strattonata e le avevo detto che era mio; lei mi aveva guardato e mi aveva rivelato che gliel'avevano appena rubato uguale: ero sicuro che fosse proprio mio? bah, lo so, non è molto interessante... Da settimane cerco di scrivere senza successo una recensione da pubblicare qui, ma mi incarto e perdo tempo. Giro a vuoto, rileggo duemila volte, inizio discorsi sconclusionati e pretenziosi, scuoto il monitor sperando che le parole si ordinino da sole. Nel frattempo il guru mi ha dato il solito ultimatum annuale; a questa notizia ho iniziato ad accumulare ancora più progetti estranei al dottorato, lavori non pagati, letture, fumetti, e cose così. Ma la notizia vera è che io e Giovanna abbiamo trovato casa in affitto. Non so quanti di voi siano pratici di padova. Qualche tempo fa, vicino a prato della valle, stavano scavando un parcheggio interrato. Credo che successe questo: durante i lavori, gli operai trovarono una falda acquifera e la svuotarono, facendo sprofondare parte delle case là sopra. Ecco. Noi abbiamo trovato casa proprio lì, nella via delle case mezze sprofondate. Abbiamo una stanza per gli ospiti, siete i benvenuti.

Questo blog chiude per ferie. Tra qualche giorno si parte per la spagna, poi si dovrà traslocare. Nella casa nuova non ci sarà adsl, penso, e avrò un sacco di lavoro da finire. Non so se brekane riaprirà, insomma. Certo non prima di novembre. E forse in forme nuove, non lo so, credo che si debba cambiare qualcosa, anche se non so bene cosa. Ciao.

lunedì 26 giugno 2006

Ho flettuto e riflettuto, ho aperto word e ho chiuso word, e mi sono seduto e mi sono rialzato, ho girellato per casa e fuori casa, ho sudato e strasudato in posti che non pensavo potessero sudare e, come al solito, ho deciso che non ho voglia di continuare. Non che ci fosse più molto da dire. Quella stessa sera siamo stati presi di mira da due vecchi, alla festa di rifondazione. Il primo era zoppo. Si faceva aiutare dalla moglie, ma tra di loro non si parlavano. Una volta seduti, lei si è messa a mangiare una piadina, lui si è avvicinato per raccontarci che, ai suoi tempi, i morosi si sgraffiavano e si morsegavano, si davano pedae, invece adesso si dicono Yess. Yess, si dicono, hai capito? La moglie ha finito la piadina con calma, poi si è alzata per trascinarlo via. Lui continuava a dirci, indicandola con colpetti di testa, di non sposare le donne furlane, che sono dure, dure, come la carne piena di nervi. Il secondo si chiamava Narciso, e ci ha raccontato tutta la vita a partire dal concepimento in mezzo alle barbabietole. Era uguale al padre di Braccio di Ferro. Aveva una maglietta a righine orizzontali, rosse e nere, sulla quale portava una collana di piccole pietre azzure. Sembrava sobrio, ma era ubriachissimo. Raccontava del suo lavoro di imbianchino e di quella volta che si era preso un acido a un concerto dei Nomadi. Diceva che poi si era perso per Bologna e vedeva il marciapiede ondeggiare. Mentre parlava, continuava a sgomitarmi tra le costole; quando si rivolgeva a qualcuno iniziava la frase urlandone il nome più volte. Ci offrì dei bocconcini di provola tutti sudati e umidi. Poi non ricordo più, perché per sopportarlo mi è capitato, per caso, di ubriacarmi anch'io.

La paranoica l'abbiamo incontrata di nuovo il giorno dopo, in un cantiere deserto. China sotto il sole, tra mucchi di sabbia e sanpietrini, era vestita di nero e teneva le labbra in fuori, come si fa quando si cerca un gatto. Ieri, invece, mentre ci stavamo organizzando per pranzare il pranzo della Grande Abbuffata, un signore in tenuta da golf, si avvicinò, puntandoci, a passi lentissimi e, una volta raggiunti, ci indicò e disse, dopo una pausa di qualche secondo: Internet people. E se ne andò.

martedì 20 giugno 2006

Si scoperchiano le soffitte! Usciamo dagli sgabuzzini un po' acciaccati. L'inverno ci ha rattrappito i gomiti e le ginocchia. Soffiamo via la polvere dalle giunture e flettiamo le gambe verso la piazza, anticipati da un refolo di scartoffie. Tutti davanti alla partita. E' un sabato fantasmatico, in centro; sarebbe anche silenzioso, non fosse per quel gruppo di americani al bar che guarda la televisione e si sommuove ad ogni avvenimento; o i suonatori di strada che intonano, con fisarmoniche e trombe, gli inni nazionali ad ogni gol - neanche fossimo in un film di kusturica.


Ho un matto personale che mi punta quando mi vede passeggiare. Non ne parlerò oggi, perché è da un po' che non lo incontro. Quando mi incrocia, mi chiama Ignazio, oppure Francesco, certi giorni IganzioDaLoyola, una volta Porco!, mentre pedalavo verso casa con Giovanna.

Sabato, in piazza, si avvicina una signora vestita di rosso. Avrà circa cinquant'anni. Mi chiama per cognome, con una pronuncia acuta come un coltello. La bioenergia! dice, La bioenergia di una persona si vede da come muove le mani!

Io e te, mi dice senza prendere fiato, abbiamo partecipato a un seminario di scrittura assieme. Come sta quel tuo racconto sulle vongole? E i pistacchi?

Lo sai? Non si scrive per dolore, ghigna, si scrive per passione! Io avevo scritto un bel racconto, pieno di passione, con tutte le parole giuste, gli aggettivi al loro posto, tutti i sentimenti ben scritti, le mie emozioni, e voi...

Glielo abbiamo stroncato, rispondo...

Me l'avete stroncato! Ma io ho depositato tutto alla Siae, tutti i miei racconti, e la mia tesi di laurea! Perché pensavano di rubarmela! Mi chiamò una sera il professor Rupertino per dirmi che forse avrebbe scritto una cosa con la mia tesi, ma la mia tesi l'ho scritta io! Così l'ho depositata alla Siae insieme a tutto il resto. Ho speso un sacco di soldi, maa...

Ha fatto bene, dico...

Ho fatto bene! E tu... tu, dice a Giovanna, tu! io lo vedo; il tuo sguardo mi offende! Bisogna accettare il vissuto degli altri, e non scrutare con quegli occhi, io mi sento offesa da come mi guardi, mi guardi corrucciata e il tuo sguardo mi offende! Non si guardano così le persone...

E se ne va.

(continua, se ho voglia)

venerdì 16 giugno 2006

Si fa presto a dire i congressi: i congressi, uh!, si fa presto a dire; ma a me i congressi mi stracciano le palle, mi sfracassano i coglioni, mi lacerano gli intestini facendo sobbollire tutti i liquami che normalmente se ne stanno quieti e stabili in fondo alla pancia. Erano quei giorni che non se ne vedevano da anni, tanto erano limpidi - e nessuna foschia, neanche il baluginare del caldo sulla strada (il miraggio che fa ondeggiare lo sguardo) e un vento di quelli che sbatte dolcemente le porte. Ma no. Io e Giovanna ci avviamo dentro un'aula mezza buia, mezza vuota, intuendo che vibriamo a una frequenza tutta diversa rispetto agli altri - forse è un leggero sfasamento nell'ambizione, o magari solo la birra kaiser e il panino con la porchetta - fatto sta che già dopo mezz'ora facciamo traballare le sedie, accavalliamo le gambe sbuffando a voce alta, e la nostra pietà si azzera di colpo. Sarà questo a innervosirci? Il tempo misurato e letto? I toni delle voci che tradiscono un mestiere banale, con poche idee? O il senso di essere incanalati in un mondo chiuso, in cui si accettano le cose perché sono così da sempre?

(Intanto si organizzano tornei di ping pong e nuove trasferte e mirabolanti concerti e kit portatili per grigliata e un'estate giallo limone sotto il cielo di Salamanca)

giovedì 8 giugno 2006

Ritornano le nuvole e il maltempo. Sono passati solo pochi anni dall'estate più calda del secolo. Non ho mai visto così tanti ventenni parlare di metereologia. E' l'anticiclone delle azzorre che si restringe, la temperatura media dell'Europa che cala. Risparmieremo i soldi dell'aria condizionata. La pioggia di giugno annacqua le birre, fa saltare gli amplificatori sui palchi. Tutta questa umidità rende gommoso il pane dei panini e più dure le ossa della porchetta. E' iniziata, è iniziata la stagione dei concerti! Giovanna ha consegnato la tesi, con una copertina giallo limone. Ora si addormenta dove capita. Con un bicchiere di sambuca stretto in pugno la troviamo rannicchiata in mezzo al più frastornante baccano degli Yo la tengo. Oppure in piscina: nuota senza occhialetti, esce con gli occhi rossi rossi a spaventare bambini e importunatori. Mi dice che ci non vuole più andare, durante la settimana, nella piscina all'aperto; ci vanno i disperati, gente che di solito sta solo in certi film americani ambientati in texas. A sera ci incontriamo alla festa nel parco, sotto gli alberi che fanno più buia la notte; ci muoviamo tra le ombre e gli ombrelli, cospiriamo sui tavolini del bar, sputazziamo sentenze sul mondo, attorno, che brulica...

lunedì 5 giugno 2006

Sulla scala della gran guardia, aspettiamo il funerale. Arriverà in piazza tra poco, ci hanno detto. I bar sono a lutto. Espongono casse da morto nere in vetrina, accendono lumini rossi sui marciapiedi. In piazza, i lumini formano un piccolo corridoio. Più che altro sembra la pista d'atterraggio di un aereoporto. Le bare verranno deposte là. Una accanto all'altra. La piazza è semi vuota, ma la gente arriverà col corteo, ci diciamo. Non ci posso credere che siamo qui ad aspettare, dice A*, ma sul serio stiamo aspettando il funerale? Non ci posso credere! Oggi si celebra la morte dello spritz! I baristi del centro protestano contro il sindaco che li obbliga a chiudere a mezzanotte. Cosa mangiamo stasera? Pizza? Kebab? Un paio di gazebo raccolgono le firme; dell'evento ne parlerà anche il Times. I baristi hanno speso soldi: si sono stampati dei manifesti mortuari, il più bello dice: sì al divertimento in centro, no alle stragi del sabato sera. Sei proprio un borghese, mi dice il Commu, sei proprio un borghese, tu. Fai ragionamenti da borghese! E intanto arrivano, arrivano le bare, portate a spalla, in fila, i primi hanno cappucci bianchi, urlano contro i bar aperti. Arrivano! Arrivano! Quando arrivano? Adesso! Ma che fanno, la via crucis? E offrono da bere? Perché non offrono da bere? Avrebbero dovuto offrire da bere, dice M*, allora sì sarebbe stato un carnevale, tutti ubriachi e una festa come si deve. Invece sobri sobri, tristi e lugubri e i baristi che si precipitano davanti alle telecamere. E noi? E noi? Uh! Non ci credo! Non ci credo che siamo ancora qui; andiamo a mangiare? a casa mia? E' troppo lontana! dice il Commu, Casa tua, dopo, come ci torno da casa tua in bicicletta? Commu, vattene a dormire, allora, dice A*. Be' potremmo stare in centro, dico. Ma tu cosa lo stai ad ascoltare? Non stare ad ascoltare il Commu, che dice un sacco di fregnacce. Commu, va a dormire! Prendo la macchina allora, dice il Commu, vi raggiungo. Per il compleanno mi hanno regalato una canna, dice T*, la mia prima canna, ma non so bene quando fumarla, mi dimentico che ce l'ho. Allora vado a prendere la macchina, eh? Questi baristi, loro dovrebbero fumarsi una canna, non capisco perché non offrano da bere. Vai vai Commu, vai. Ah, che tristezza. Abbandoniamo il funerale, formiamo una fila di biciclette che si allontana dal centro. E' buio e un po' freddo e ci avviamo verso discorsi su salsicce e patate e il gioco del bicchiere in bocca che si inserisce trivellando. Tutto ciò accadeva una settimana prima che io compissi trentun'anni, a giugno, nel 2006, uno dei primi giorni del mese.

martedì 30 maggio 2006

In una settimana (sabato incluso; inclusa domenica, alle otto e mezza del mattino), hanno lavorato in casa mia: i pittori, gli elettricisti, i falegnami, i muratori, manovali, camionisti, sartine, gasisti, informatici, tecnici generici, tappezzieri, postini, giardinieri, stuntmen, giocolieri, infermieri, disegnatori, arredatori...

Così arrivo a Venezia con la testa svagata, il pensiero di aver sbagliato qualche passaggio. Che ci faccio qui? Non è il caso, alle volte, di rifiutarsi? Non sono in forma, mi nascono pensieri strampalati che non riesco a elaborare bene. Sento soprattutto una stanchezza agli occhi che coinvolge tutto il resto; ho l'impressione di essere impreparato a tutto. Devo studiare, penso. Devo studiare di più. Memorizzare. Ripetere. A pranzo, il Commu mi dice che non riesce a scrivere perché ci vuole tempo. Due giorni dopo - ho i riflessi più veloci di un rettile - mi viene in mente che anch'io, anch'io non riesco a concentrarmi sullo studio: ci vuole tempo; i risultati non sono immediati, so che dimenticherò tutto e dovrò rileggere e rileggere e rileggere. Quando arrivo al ponte dei giocattoli, non mi ricordo se Tina, al telefono, mi ha detto di attraversarlo o no. Allora aspetto. Il mio lavoro qui? Editare un testo, metterlo a posto, riscriverlo. Di solito queste cose le faccio a casa. Tina ha insistito, invece, che ci incontrassimo a Venezia, perché da lei, a Yale, si fa così: ci si incontra e si discute. Non mi oppongo, mi dico: vediamo cosa succede. Eccola che mi viene a prendere. Mi scuso per il ritardo, ci avviamo verso casa.

... apicoltori, bibliotecari, addetti non sistematici, dattilografi, stenotipisti, palombari, podologi, otorini, geografi, botanici, archeologi, saldocarpentieri, direttori di cava, rilegatori, responsabili minimi, acconciatori, operatori, operatori ecologici, operatori sanitari, operatori ittici, operatori di tombolo, operatori di macramè, pornografi, elettrauto, tutor, risk managers, auditor etici...

Certe volte fisso il computer come i bambini la televisione, completamente ipnotizzato, gli occhi immobili. Mi immagino visto da fuori e non è una bella scena. Mi accrocchio sul monitor del portatile di Tina e guardo le frasi, ma le parole mi sembrano svolazzare sullo schermo. Ho in mente una storia di astronavi, salsicce antropomorfe che vanno a pesca, divinità a forma di arbusto che manipolano il multiverso. Il protagonista è il capitano di un razzo a forma di medusa, ha una gallina per assistente. Nel mezzo di un dialogo con l'arbusto, Tina mi dice qualcosa. Io annuisco. Dico: sì, certo. Lei dice: No, era una domanda. Ah, dico. Mi affretto a rileggere sullo schermo, ma non capisco niente. Mi chiede: E qui cosa dovrei scrivere? Sì, dico, sì - intanto nello spazio profondo, su un pianeta sconosciuto, una salsiccia gigante calpesta dei grattaceli dalla forma di categorie grammaticali, dicendo, da una bocca che sputa ciccioli, "Distruggerò Sintax City! Nessuno mi può fermare! Raderò al suolo ogni casa!"

... conduttori di sistema, salesmanager, sistemisti hardware, programmatori applicativo di ambiente dbms, cinefili, cinofili, cinetici, cinesi, cimici, operatori eidomatici, litografi, esperti di sicurezza piste, vetrinai, vetrinisti, esperti di crittologia, ittologi, ittiti, itterici, operatori pratici di fecondazione artificiale animale...

C'è qualcosa che non va nella mia memoria, o forse è sempre così: mi ricordo con molta più intensità le situazioni in cui ho provato vergogna piuttosto che quelli in cui sono stato felice. Voglio dire: la sensazione di vergogna si ripercuote anche nel presente quando mi torna un ricordo imbarazzante; mentre la felicità - se va male - diventa nostalgia, oppure un'immagine confusa. C'è un organo predisposto alla vergogna? Questo spiegherebbe molte cose: un organo sconosciuto al centro del petto, di forma oblunga, che oscilla e fa vibrare tutto il resto per segnalarci che sarebbe il caso di fuggire, nascondersi, non farsi più vedere. E come funzionerebbe nello spazio? E che organi interni ha una salsiccia antropomorfa? E si dice compiaciuto o compiacente? chiede Tina. Non chiedere a me, è lui l'italianista, dice il Commu che ci ha raggiunto per pranzo. Uh? dico io, Uh? Cosa? Chi? Quando? Sì, dico. Sì. Compiaciuto. Compiacente, ecco, mah, sì, no, forse, certo. Sì. Sì. E mentre il Commu prende in mano la situazione e spiega cosa vuol dire compiacente, io oscillo e oscillo e mi rinpicciolisco, cerco di confondermi con i gatti che sonnacchiano negli angoli più nascosti della casa.

... veterinari, investor relators, operatori di macchine a controllo numerico, astronauti, fresatori, car stilisti, olivocoltori, guide speleologiche, creatori di eventi, dialoghisti, osservatori radar, disegnatori edili assistiti da calcolatori, marmisti, marmo nanni, decoratori doratori, compositori floreali e altri che non dico. Adesso basta, però. Voglio dormire.

giovedì 25 maggio 2006

Mi aggiravo per la peggio pioggia di maggio in bicicletta e pensavo, pieno di sonno, ai complotti. Lontano, in un palazzo circondato da acquitrini, il Consiglio Centrale progettava la conquista. Il Colonnello Seccoz ronzava attorno a un tavolo di fòrmica; nella prima zampetta destra teneva un plico di fogli. L'Attendente Koblikoz, mentre stendeva il verbale, sorseggiava un cocktail in cui aveva versato cinque gocce di sangue; ed erano solo le dieci del mattino. Il Generale Plasmaz mostrava un grafico che riassumeva l'andamento dell'Operazione. Parlava di Zone di ronzamento, Tecnica della deprivazione del sonno, Resistenza all'insetticida, Guerriglia dal Soffitto. Da anni aspettavano l'arrivo della Grande Ciabatta, nel frattempo accumulavano neonati d'allevamento, accuditi da zanzare nutrici. Nelle notti d'estate, enormi sciami di zanzare si aggiravano per la città, entravano dalle finestre aperte, rapivano i bambini. Certe sere, dai balconi, potevi vedere per le strade bambini e bambine trasportati da nuvole di zanzare. La stalla era segreta ai più, per evitare fughe di notizie. Il deposito di sangue degli infanti era sotterraneo e nascosto anche ai vertici del Consiglio. Se fosse arrivato il cataclisma, si sarebbero salvati solo i pochi ai vertici della gerarchia. Questo pensavo, e mi perdevo nell'immagine della stalla di infanti, accerchiati da zanzare con la cuffietta da nutrice, mentre la tempesta mi abbracciava e vedevo di sfuggita il riflesso sciolto dei palazzi sull'asfalto.

lunedì 22 maggio 2006

Sono tornati i pittori. In una settimana hanno sconvolto la casa, ribaltato le sedie, aperto scalette e cavalletti, divelto finestre, spostato vasi di fiori nel cuore delle camere e le veneziane nella vasca da bagno. Si sono impossessati degli spazi; hanno coperto i mobili con teli chiazzati di vernice, hanno creato nuove isole informi al centro del salotto. Girano con scarpe da ginnastica bianche, trasportando finestre attraverso i corridoi. Hanno una grazia tutta loro, un po' brusca ma efficace. Se si rompe qualcosa - uno spigolo in un muro, una scheggia in un'architrave - appaiono dal nulla gli dei dello stucco, delle puntine e della colla. Arrivano alle sette e mezza del mattino, bevono birra alle cinque del pomeriggio, sono contenti se hanno delle donne attorno, piallano, verniciano, vanno a sottomarina per le vacanze, i loro figli sono architetti e informatici, le loro mogli hanno la sciatica e un principio di bronchite. Parlano continuamente, nel bel mezzo fischiettano.

Mi chiudo in camera, mi nascondo sotto i teli - aspetto che passi; poi di notte mi sveglio a snasare la vernice fresca.

giovedì 18 maggio 2006

Il maldigola mi ha svegliato stanotte, o è stato l'odore del sambuco sul cavalcavia? Lo attraversavo in bicicletta, senza sapere della febbre che al mattino mi avrebbe gelato le ossa. T*, davanti al ristorante cinese, sotto le lanterne a mandarino, mi aveva spiegato come impaginare in Photoshop, ma il marsala - eh, i vini liquorosi stendono le loro dita su di te quando meno te l'aspetti - il marsala aveva conservato le mie cellule cerebrali, le aveva protette dall'abuso, proiettando, piuttosto che parole, esplosioni chimiche, asteroidi in collisione, meduse dai colori del petrolio sull'acqua. A proposito di meduse, ne avrei una imbarazzante. La scena me l'hanno raccontata, tacerò il nome dei protagonisti.


Giovanna... oddìo, ho detto Giovanna? Intendevo Y. Y ha un relatore Z che è amico di famiglia di X che tra l'altro è il ragazzo di Y. Dopo essere stata da Z, Y va da X con un sorriso. Un sorriso di quelli che dicono: io so. Un sorriso che ride dentro, e ride tanto. Così, quando X chiede a Y come è andata con Z, Y dice Oooooooooh, e poi Uuuuuuuuuuh e fa una piroetta nel cortile della facoltà, quindi strizza gli occhi e si avvicina all'orecchio di X; sussurra: la medusaaaa. X sa che Y ha in faccia un'espressione che non porterà niente di buono; è l'espressione di chi ha scoperto qualcosa con la quale ti può ricattare per il resto della vita. E allora, quando X chiede cosa, cosa c'entra la medusa, di cosa stai parlando; Y si dondola sulle punte dei piedi, con le mani dietro la schiena, e racconta: «Dopo aver parlato della tesi per un secondo, Z è stato zitto e mi ha guardato, con quell'occhio che non si capisce cosa pensa, perché è lucido e furbo. Ha accavallato le gambe, unito le punte delle dita, così, e ha borbottato "Tu lo sai che conosco X fin da piccolo... Forse non dovrei raccontarti questa storia". Ha detto, ma poi si vedeva che gli brillavano gli occhi, che non riusciva a trattenersi. "Noi andavamo sempre in vacanza assieme, sai. Quando era piccolo. X mi chiedeva sempre di leggergli dei libri. Andavamo in grecia. Sai cosa è successo una volta?" Adesso aspetta. Prima devi immaginartelo, e immaginartelo bene: un signore distinto, di settant'anni, con la barba, i capelli bianchi, vestito elegante, nel suo studio da docente universitario, dietro una scrivania piena di libri, che parla con una sua studentessa, che, per caso, è la ragazza del figlio di amici. Ci siamo? Ok, e cosa racconta? "Una volta... X era in acqua e... una medusa... l'ha punto sul pisellino..."

Hai capito? sul pisellino...»


giovedì 11 maggio 2006

Alla fine del film, Giovanna dice: ok, bello, ma non esistono morose così.

Lei non se ne accorge, ma intanto uno spilungone si avvicina e mi siede accanto. È circa alto tre metri. Se fossimo inquadrati da una telecamera, si vedrebbero le spalle e il collo, ma non la testa.

No, è anche ideologicamente sbagliato, dice Giovanna, uno fa l'agente segreto, rischia la vita ogni secondo, non lo dice alla morosa e poi? Cosa succede quando glielo dice?

Le faccio un gesto, cerco di indicarle il mio vicino. Lui intanto ha messo le mani sulle cosce e sta zitto. Indossa dei pantaloni di tela blu, una camicia a righe gialle, scarpe gialle.

Non che mi dispiaccia del tutto eh? continua lei, Già mi vedevo che si lamentava e si lamentava e dovevamo sorbirci mezz'ora di melensaggini, ma è diseducativo! Vuoi che non si preoccupi mai? O che non gli rompa le palle perché non le ha rivelato di fare l'agente segreto? Eh?

Giovanna? dico, Devo presentarti...

No, dice lei, non esiste. Non. Esiste. Questa ammazza due cattivi, si trova in Cina senza sapere perché, e poi, alla fine, sono lì, lei e quel nano di Tom Cruise che ridono, circondati da cinesi che ridono anche loro e... mi ero anche divertita, sai, ma poi così questi ultimi minuti... Ma che c'è? Che hai?

Mi massaggio la fronte. No, niente, dico, volevo presentarti...

Lo spilungone le porge una mano: Buonasera, dice, sono Tommaso Cappucci, l'Amministratore delle Paranoie di Alessandro.
Ah, dice lei, è un piacere; è da tanto che volevo conoscerla. Ha visto il film?
No, dice lui con quella sua voce da Paul Newman, sono appena arrivato: una chiamata improvvisa. Vede? Non ho neppure la giacca.
Peccato, dice Giovanna, era un bel film, a parte il finale.
Scusate, dico io, mentre voi due fate i migliori amici, ci sono quattro tipi, lì, nella fila davanti, che ci prendono per il culo.

E' qui per questo? chiede Giovanna a Tommaso.
Lui annuisce.
No, vi sbagliate, dico io, non è una paranoia, non li vedete? Sono piegati in avanti; parlottano per non farsi sentire; si girano di soppiatto ad osservarci e poi ridono.

Giovanna guarda Tommaso.
Tommaso alza le sopracciglia.
Giovanna scuote la testa.

Posso suggerirti che magari è una questione generazionale? chiede Tommaso.
Ma così lo fomenti! dice Giovanna.
Sì, sì, è vero! sono dei giovinastri, dico io strizzando gli occhi, non capiscono un cazzo...
È il mio lavoro, dice Tommaso.

Quando usciamo dal cinema, incontriamo i quattro - tre maschi e una femmina - nel parcheggio. Ridono e fumano sigarette.

Non hai niente da dire? mi fa Tommaso, Non hai visto niente?
L'hai notato anche tu? Stavano ridendo e quando siamo usciti si sono improvvisamente zittiti...

Ma scusi, dice Giovanna, solo per curiosità...
Dammi pure del tu, le risponde
Ah, ok, grazie. Ma quanto ti pagano? No, che magari poi, dopo la laurea magari io...
Be' dipende, dice, Scusa, aspetta un attimo. Alessandro, guarda! non ti sembra che quel vecchio ci stia seguendo? E quello lì, coi capelli a spazzola? Credo che abbia sorriso a Giovanna...
Maledetti, maledetti!, dico stringendo i pugni e roteandoli in aria, andiamocene, presto!

Dipende, dice Tommaso riprendendo il discorso, Abbiamo un
forfait mensile, il resto a seconda di quante paranoie riusciamo a creare. Io sono fortunato, gestisco soprattutto laureati in lettere.
Sono tanto paranoici?
Uh! non ci puoi credere! Ho perfino troppo lavoro. Ne conosco uno che è ossessionato dai sonetti a tal punto che... scusa, aspetta.
Da una tasca tira fuori un cerca persone e lo spegne.
Be' devo andare. C'è un dottorando convinto che il suo relatore gli avveleni di nascosto la birra.

lunedì 8 maggio 2006

Diventiamo competitivi quando si unisce a noi il bambino Teo. Un tipo magro, diciamo sui sette anni, con due incisivi grandi come il sudamerica. Gli diamo in mano una boccia gialla, gli facciamo vedere la linea nella sabbia dalla quale lanciare, indichiamo il boccino sommerso tra le dune. Mentre perde, gli enumeriamo i privilegi della sconfitta. Facciamo gli ottimisti, in rima: non ti preoccupare! il risultato può cambiare! vedrai! magari vincerai! Attorno, l'odore della carne alla griglia. Siamo infiltrati tra infiltrati. Abbiamo un amico che conosce un amico che conosce un amico di chi fa la festa. Infiltrati di quarto grado, quindi. Tra le sterpaglie, dietro la spiaggia libera, hanno costruito un gazebo bianco. Si sente a tratti il generatore che va e che viene. Quando va, il dj propone colonne sonore di film italiani degli anni sessanta. Cazzo, come in quelli di Alberto Sordi? Oh, be', direi di sì. E ci sono anche gli aquiloni. Due: uno vola bene, l'altro tenta inutilmente. C'è uno spilungone che lo traina di corsa, avanti e indietro sul bagnasciuga. E' uno spettacolo straziante, ricorda qualcuno strascicato per terra da un cavallo che galoppa. Il bambino Teo, intanto, ha ribaltato a sorpresa il risultato. Si esagita e cerca di animare i compagni di squadra, rotolandosi sulla sabbia: squittisce. Non dura molto. Giusto il lancio di un paio di bocce e si trova di nuovo in svantaggio. Alla fine piange.

Io l'avrei fatto vincere, siete crudeli - dico, anche se so bene che no.
Ma no - dice T* - coi bambini bisogna comportarsi normalmente.
Certo che piangere per una cosa così - dice A* - deve essere un bambino instabile.
Ci versiamo da bere.

venerdì 5 maggio 2006


Il gatto ha visto tutto, dice Giovanna infilandosi un calzino.
Chi?
Il gatto, guarda, dice, e con la punta dell'altro piede, quello nudo, mi indica sotto la madia dove brillano due occhi verdi, spalancati.

Ma ha sempre avuto gli occhi grandi così? chiedo.
No, dice lei, no, di solito li ha più socchiusi, è sempre un po' mezzo addormentato.

Il gatto ci fissa, acciambellato su uno straccio

Allora - mentre Giovanna è in bagno e mi chiede se secondo me l'abbiamo traumatizzato, e che cosa penserà di noi, se riuscirà più a dormire, come interpreterà i fatti, cosa avrà capito, cosa dobbiamo fare, perché poi queste cose rimangono impresse, invadono l'immaginario - io, accucciato accanto alla madia, lo guardo negli occhi e gli chiedo cosa ha visto. Lui dice miao, ma è come di sasso, rigido, non è il solito miao, è un miao più perplesso, un po' trattenuto. Non è quello che pensi, gli dico, probabilmente non hai gli strumenti adatti per capire che... Miao, mi interrompe lui. Capisco, ribatto, capisco che da quando sei stato operato tu non... Miao, fa lui. Ma senti, scusa, dico, quando due gatti si amano cosa... Fffffff, fa lui, fffffffffff, ma senza alzare il pelo. Vabe', dico, vabe', se non ne vuoi parlare sono fatti tuoi, ma non credere che poi ti paghiamo lo psicanali... Miao, taglia corto lui, un po' gradasso. Miao, ribadisce.

Lo lascio perdere, forse ha solo bisogno di stare solo. Rimane sotto la madia per un tempo interminato, quasi immobile. Ogni tanto lo osservo, cerco di sorridergli, ma è come se non mi vedesse. Il suo sguardo mi oltrepassa verso un punto che non c'è, perso in immaginazioni gattesche morbide e tinte di blu; talvolta strizza gli occhi, scuote la testa.

giovedì 27 aprile 2006

Arriva un'ora di notte in cui sento i rumori. Non i soliti scricchiolii, ma colpi forti come uno spostamento dei mobili. Allora prendo in mano il cellulare, come fosse la mia arma di difesa, mi aggiro accendendo le luci, controllo dalle finestre, striscio sotto il tavolo, apro gli armadi, sposto i vestiti, mi ci intrufolo in mezzo, ascolto, mi chiudo dentro, respiro l'antitarme. Non hanno ancora pulito la chiazza di sangue sulle scale. Io certo non lo farò. Tra l'altro mi attira. Di chi è? Dopo la festa, sabato, verso le cinque, M* vede una chiazza rossa per terra. Stanno andando verso la macchina. «Qualcuno ha rovesciato del vino», dice. E' ancora buio, ma gli strani uccelli mestrini hanno già cominciato a cantare. Ce n'è uno che sembra campionato col computer. «No», dice T*, «non vedi? I tannini sono diversi, è sangue». «Sangue?» dice D*, «a quest'ora? a Mestre?» «Facciamo la prova», dice P*. Con la bottiglia in mano barcolla verso la chiazza, ci versa accanto un po' di vino rosso. Il vino si dilegua subito, il rosso non è così rosso, il liquido è di una densità diversa. Nella strada accanto passano gli spazzini. All'una di notte, sotto la mia finestra, arriva sempre il camion del secco non riciclabile. Non lo vedo, ma si sente sbuffare, la vibrazione dei pistoni, l'aria sembra caricarsi di vapore. Accumulo bottiglie d'acqua in camera, ne avrò sei, sparse tutte a terra, in piedi, attorno alla sedia. Sono appannate come se qualcuno, da dentro, ci stesse respirando. Mi svegliano i rumori più strani. Alle quattro e mezza mi alzo per un colpo. Penso che se ci fosse qualcuno in casa non farebbe rumore. Comunque apro la porta di camera con circospezione. Vado a vedere. E' il camion dei gelati. Un uomo scarica delle casse di gelati davanti all'ingresso del circolo di sotto, aperto tutta la notte. Il barista le porta dentro di corsa, come se le stesse rubando. T*, al telefono, mi racconta del ritorno a casa, sabato. «Davanti all'acquedotto», mi dice, «c'erano due bidoni della carta in fiamme, fiamme altissime, vicino alle macchine... Ma dove sei?» mi chiede, «sento tutto un rimbombo». «Sono nell'armadio», dico. «E che fai nell'armadio». «Aspetto».

lunedì 24 aprile 2006

Da qualche giorno c'è una chiazza di sangue sul quarto gradino delle scale di casa. Non riesco a non guardarlo quando rientro. Nessuno la pulisce.

Il dermatologo mi dice di seguirlo. Il suo studio è condiviso da tre medici. Sposta un pannello, mi spinge in uno spazio buio. Mi guarda. Con le dita sembra leggermi la fronte in braille. L'alito gli puzza un po' e ha un'aria da malato, uno che lavora troppo, la moglie l'ha lasciato e mangia solo pizzette surgelate, scaldandole sempre troppo poco. Me lo vedo al tavolo della cucina, da solo, con poca luce, mangiare pizzette dal cuore gelato, leggendo l'Almanacco del Dermatologo. Poi: Verruche, sentenzia, verruche piane. Sento da trenta chilometri la voce di Giovanna tintinnare qualcosa come Te l'avevo detto io, dovevo studiare medicina altro che lettere. Nel giro di un secondo, il dermatologo mi passa la ricetta di una crema dal nome impronunciabile. Se hai qualche domanda, dice senza mollare la ricetta, cerca su Google. Si trova tutto, su Google, dice, sgranando gli occhi. Quando ero giovane non c'era Google, aggiunge, c'era Giuseppe. Annuisco, sento le verruche agitarsi. Io le verruche le immagino come minuscoli vermi sottopelle che alle volte spuntano in superficie. Non so perchè la penso così, visto che le verruche non hanno niente di vermiforme. Adesso Giuseppe è morto, dice il medico, senza lasciare la ricetta che ci tiene collegati, ma prima sapeva tutto. Un portento. Un vero portento. Lo tenevamo in una teca e lo facevamo uscire quando non capivamo qualcosa. Altro che Google.

A casa, mentre mi spalmo sulla fronte una crema che puzza di suoletta trovo questo con Google: «Le verruche piane sono escrescenze rotondeggianti o poligonali, piuttosto piccole, delle dimensioni di 1-5mm. La superficie e’ liscia o appena rugosa, di colorito roseo, marroncino. Ne sono colpiti soggetti di giovane e giovanissima eta’. Spesso si tratta di bambini che sono emotivamente tesi»

Bambini emotivamente tesi?

giovedì 6 aprile 2006

Alla finestra, con la tazza del caffè tra le mani, sono sicuro di dimenticarmi qualcosa. Che primavera del cazzo. Piove, fa freddo. Fuori il verde sembra meno verde, il grigio più grigio. Che cosa? Dove? Qualcosa mi sfugge. Ieri avevo detto a mia madre che il giornale l'avrei comprato io. Se ci siamo messi d'accordo che l'avrei preso io, significa che dovevo uscire. Ma se dovevo uscire dove dovevo andare? E perché? Che impegno avevo? Lascio perdere. E' un periodo così. La settimana scorsa ho perso il consiglio di dipartimento. Dimenticato, completamente. E poi appuntamenti, scadenze, lavori, promesse... Ho una specie di eczema che si propaga sulla fronte. Giovanna insiste perché vada a farmi vedere. Io non ho tanta voglia, aspetto che passi da solo. Intanto però, se mi gratto troppo, assomiglio a un personaggio di Star Trek, un qualche alieno con la fronte gommosa e arrossata. Me la prendo con calma. Pur non facendo nulla sono sicuro di avere un debito di sonno. Mi scopro curioso di sapere cosa si sarà inventato oggi Mmm-mm-mmm-mm. Dice Giovanna che non va più nominato. Credo che abbia ragione. Ogni volta che lo nomino lei mi fa pagare uno spriz. Sto andando in bancarotta. Ho lasciato il cellulare in camera. Decido di studiare quando vedo che ho delle chiamate non risposte e un messaggio: «Dove sei?».

Ecco, lo sapevo. Dovevo trovarmi mezz'ora fa con E* a colazione.

«Scusami», dico, dopo una corsa in bicicletta. Non ho fatto in tempo a prendere l'ombrello e sono pieno di pioggia, «Scusa, mi sono dimenticato e...»
«Non importa, ...» dice E* che intanto si è letta le dichiarazioni giornaliere di Mmm-mm-mmm-mm.
«Divento sempre più distratto...»
«Non me lo dire»
«No, sul serio: l'altra sera mi sono dimenticato di finire la pizza»
«Eh?»
«Ero con degli amici, stavamo chiacchierando e uno mi fa non la finisci la pizza? non ti piace? e io rispondo ma che dici, l'ho già finita- Guardo nel piatto e c'è questa fetta mangiucchiata di cui mi ero dimenticato. All'inizio penso che sia uno scherzo, che me l'abbia messa Giovanna di nascosto, ma capisco dagli sguardi che non è così. Allora mi metto a ridere, dico sul serio? non è uno scherzo? e cambio argomento il più in fretta possibile...»

***

«A Berlino ho visto un film veramente bello, sulla Stasi, il servizio segreto della DDR. Vallo a vedere quando esce.»
«Come si chiama?»
«In italiano più o meno La vita degli altri, ma non so come lo tradurranno»
«Se tutto va bene uscirà come Se mi lasci ti torturo»

venerdì 10 marzo 2006

lunedì 23 gennaio 2006

Etcetera

... sono distratto, spesso incostante. Non ascolto chi mi parla oppure ascolto due conversazioni contemporaneamente. Non mi concentro. Sono nervoso. Mi imbarazza guardare negli occhi la gente. Sembro sempre sul punto di andarmene. Ho l'aria di chi pensa sarebbe meglio essere da un'altra parte. Mi vergogna il contatto fisico. Faccio domande e non aspetto la risposta. Rispondo a domande non rivolte a me. Parlo in fretta. Mi esalto e mi deprimo con la stessa velocità. Vivo in uno stato di media insoddisfazione. Ho bisogno di continue conferme. Faccio domande a raffica perché mi agita il silenzio. Tratto tutti con distanza. Gioco male a scacchi. Mi stufo in fretta. Sono noioso. Ripeto più volte le stesse storie e sempre con le stesse parole. Mantengo dei giudizi stabili per più di dieci anni. Sono incline ai pregiudizi violenti. Non mi sfogo. Mi angosciano le pause al telefono. Ho sempre l'idea di dire cose poco interessanti in modi poco interessanti. Ho il sospetto che certe cose piacciano solo a me. Vorrei che certe cose piacessero solo a me. Quando certe cose piacciono a me e a qualcuno che non mi piace, le stesse cose non mi piacciono più. Sono pauroso. Mi spaventano i controllori e le figure autoritarie. Non sono sciolto, cioè sono rigido. In molti sensi. Mi illudo di avere una mente elastica ma mi fisso sui soliti due o tre concetti. Ho complessi di inferiorità e di superiorità contemporaneamente. Non prendo seriamente le cose che mi interessano. Scherzo sulle cose più atroci. Non vado mai a fondo. Rimando tutte le decisioni. Ho la tendenza alla compulsione televisiva. Sono troppo snob per guardare la televisione. Mi appassiono a serie televisive giapponesi misconosciute per potermene vantare in pubblico. Sono ossessionato dalla caduta dei capelli, dal diventare sordo, dalla perdita dei denti e della vista. Sono a disagio con le persone che non conosco bene e spesso anche con quelle che conosco bene. Non mi metto in gioco, anche se dico di sì. Faccio cose che se le facessero a me mi offenderei a morte. Ho spesso la sensazione di aver fatto o detto qualcosa di sbagliato. Quando conosco qualcuno di nuovo penso "che cosa vuole da me?". Quando discuto sono aggressivo. Esibisco una stronzaggine consapevole molto più spesso e molto meno spesso di quanto vorrei. Quando posso, metto le mani avanti, ossia sono un vero paraculo...

sabato 21 gennaio 2006

Vantaggi della partita iva

- Adesso posso scaricare tutto quello che voglio.
- Non lo facevi già con Emule?

mercoledì 18 gennaio 2006

Poi un giorno ti svegli nel mezzo della notte, perché ti sembra di avere qualcosa tra i denti. Scavalchi Giovanna che dorme al tuo fianco, cercando di non farti notare, ma infallibilmente lei ti chiede che fai. Niente, dici, vado in bagno. Apri la porta, procedi a tentoni nel corridoio, accendi la luce sopra lo specchio, perchè quell'altra aziona l'aspiratore - e conosciamo tutti l'effetto di certi rumori sui sogni successivi - e alla luce bianca, irreale ma allo stesso tempo crudele del neon hai la percezione precisa, netta, definitissima che lo spazio tra i tuoi incisivi superiori si stia allargando. E' una paranoia, pensi. Ma non lo dici a voce alta. Piuttosto prendi gli incisivi tra pollice e indice e stringi un po'. Lo spazio si restringe, dandoti la sicurezza che la posizione originaria fosse diversa. «Senti», dici a Giovanna, «guardami i denti». Accendi l'abat-jour, apri la bocca. «Non ti sembra che lo spazio tra i miei incisivi si stia allargando?» Lei si gira, ti dà le spalle: «Ma dai» «No, guarda, ieri non erano così, saranno un millimetro più larghi...» «Leggi troppo» mugugna. «Cosa?» dici, ma intanto le guardi la schiena e ti distrai. Giovanna ha la più bella schiena che tu abbia mai visto. «Pirandello», borbotta. «Pirandello?», ripeti, picchiettando i denti con l'incisivo.

mercoledì 11 gennaio 2006

L'anno vecchio si è concluso con un incidente in bicicletta, la consegna dell'orrore e una battaglia di neve sopra i tetti padovani - le punte delle dita gelate, rosse, doloranti, dietro ai camini usati per riparo. Per quanto riguarda l'incidente: portavo Giovanna sul manubrio, dava le spalle alla strada - mattina presto, direzione biblioteca - quando all'ingresso della zona pedonale lei non era più sul manubrio, ma di schiena, sul cofano di una macchina ferma. Io invece cercavo di mantenere l'equilibrio. Lei si alza con una piroetta, tastandosi la testa, dicendo Non mi sono fatta niente; io balbetto, le giro in tondo con la bici che zoppica, Davvero non ti sei fatta niente? Davvero? Davvero? Dalla macchina, intanto, escono due individui dai lineamenti vampirici - alti, magri, calvi, orecchie a punta, abiti neri, incisivi acuminati - si sfregano le mani in sollucchero e, quando parlano, le esse sibilano in un risucchio voglioso. L'altro giorno mi sono svegliato alle quattro perché mi sembrava di aver sentito il telefono suonare. Non del tutto cosciente, mi sforzavo di riaddormentarmi, ma una voce continuava a ripetermi: e se fosse un'emergenza? Sono giorni che di notte sogno la morte di qualcuno - persone sempre diverse. Il verbo 'sognare' dà l'idea che sia qualcosa di piacevole, ma non è così. Alzarsi di notte, attraversare i corridoi, il salotto, la cucina. Il lampione irradia un giallo nebbioso in casa, attraverso le tende, crea un'atmosfera vittoriana, come in certi film su Jack lo Squartatore. I fumi degli spari si mischiavano con la nebbia, tutto in torno a noi, al nono piano del condominio, le silhouette della città, i botti; una luce rossa da fumogeno si alzava dal prato della valle, l'aria era come dopo un bombardamento. Era il primo gennaio 2006, avevo la pancia gonfia e non sapevo ancora che l'ultima canzone che avremmo ascoltato prima di andare a dormire sarebbe stata di Cesare Cremonini. Il buon proposito era questo: scrivere di più sul blog - diciamo una volta ogni due giorni circa - e poi chiuderlo col 2007. Il problema è questo: scrivere mi fa stare meglio che non scrivere, ma mettermi a scrivere mi fa stare peggio che non scrivere. Come la mettiamo?