venerdì 16 giugno 2006

Si fa presto a dire i congressi: i congressi, uh!, si fa presto a dire; ma a me i congressi mi stracciano le palle, mi sfracassano i coglioni, mi lacerano gli intestini facendo sobbollire tutti i liquami che normalmente se ne stanno quieti e stabili in fondo alla pancia. Erano quei giorni che non se ne vedevano da anni, tanto erano limpidi - e nessuna foschia, neanche il baluginare del caldo sulla strada (il miraggio che fa ondeggiare lo sguardo) e un vento di quelli che sbatte dolcemente le porte. Ma no. Io e Giovanna ci avviamo dentro un'aula mezza buia, mezza vuota, intuendo che vibriamo a una frequenza tutta diversa rispetto agli altri - forse è un leggero sfasamento nell'ambizione, o magari solo la birra kaiser e il panino con la porchetta - fatto sta che già dopo mezz'ora facciamo traballare le sedie, accavalliamo le gambe sbuffando a voce alta, e la nostra pietà si azzera di colpo. Sarà questo a innervosirci? Il tempo misurato e letto? I toni delle voci che tradiscono un mestiere banale, con poche idee? O il senso di essere incanalati in un mondo chiuso, in cui si accettano le cose perché sono così da sempre?

(Intanto si organizzano tornei di ping pong e nuove trasferte e mirabolanti concerti e kit portatili per grigliata e un'estate giallo limone sotto il cielo di Salamanca)