giovedì 25 novembre 2004

Ma pensa... Alla fine avevo deciso che qui, io, non avrei più scritto, sarei scomparso nel nulla, silenzioso, senza dire niente, semplicemente facendo sempre più ombra su queste frasi, un centimetro per volta, una parola per volta, nel tentativo di sparire e affrancarmi da tutto questo, dalle frustrazioni, soprattutto, e dalle ferite, dai giochetti di potere stronzi che si riproducono anche qui, nel piccolo, dove penseresti che no, e invece i gruppetti, le invidie, le gerarchie - stupido io a non pensare subito che l'immagine riflessa non si svincola dall'oggetto... e poi arriva una lettura improvvisa e inaspettata: una di quelle scosse sintattiche che fanno ripartire i meccanismi arrugginiti, stanchi, persi in continui ritorni - la parola, diceva il poeta, tradirà l'ossessione - smussati dall'abuso senza senso, dal controllo totale sul nulla; una mano che, "abile o incauta, / toglie l'impedimento" (complice, forse, Pynchon maledetto) ed eccomi ancora qui, di nuovo qui...

insomma, in una giornata piovigginosa, fredda come una ghiacciaia o il frigo di un macellaio, quei fighi che si vedono nei film di mafia, o anche in Rocky se non ricordo male, quando Stallone si allena coi quarti di bue che gli oscillano addosso e affianco (o era un altro film?), in una giornata così, grigia, col cielo basso, neanche un uccello, ma le macchine a targhe alterne - tutta la notte la mia pancia aveva dato segnali orrendi, borborigmi e crampi, e la mattina stessa una nausea mi aveva avvolto la testa facendomi vomitare anche solo la tazza di tè che mi ero arrischiato a bere - in un giorno così ho vinto una borsa di studio a padova, per un dottorato di ricerca. passerò i prossimi tre anni, pagato, a studiare un proto-blog lunghissimo, ottocentesco e tutto privato; fatemi gli auguri: auguri, grazie.

"ma sei contento?", chiede mia sorella al telefono, con una strana ridarola, un'euforia tutta dentale che tintinna nella cornetta.
"sì", accenno, "ma avrei preferito vincerlo da un'altra parte, in un'altra città"
"vedi che scherzi che fa l'inconscio..."
"l'inconscio..."
"sì, tu pensi di volere una cosa, invece sotto sotto ne vuoi un'altra."
"ma magari è solo che non sono riuscito a vincerlo prima..."
"e perchè? perchè non ce l'hai fatta?"
"non so... ho sbagliato gli esami, ho scritto cazzate, ho avuto sfortuna, che ne so? sarà stato il caso..."
"il caso o il casso?"

martedì 2 novembre 2004

Forse sto perdendo il controllo sugli oggetti - penso in corridoio.

... poi alle volte ti svegli e ti sembra di essere nel mezzo di una dissolvenza incrociata, nella quale due immagini si sovrappongono senza essere nè una nè l'altra e tu sei incastrato proprio lì, bloccato come in un fermo-immagine, senza sapere quale delle due svanirà e quale, invece, diventerà presente e reale...

Cosa stai facendo? chiedo.

Ho comprato un quaderno verde stamattina, (o era ieri?) a righe, e oggi non lo trovo più, così eccomi a passare il pomeriggio ripetendo avanti e indietro il percorso da camera mia a camera di mio fratello, spostando i libri - incolonnati sul tavolo in un ordine fittizio - da destra a sinistra, poi da sinistra a destra alla ricerca del quaderno verde a righe che ho comprato stamattina (o devo ancora comprarlo?), in un tripudio di frustrazione, senza capire se ho messo il quaderno appena comprato in borsa o se invece, senza accorgermene, ho sbagliato mira facendolo cadere per terra. Ma com'è che mi ricordo di averlo appoggiato sul tavolo oggi? E se ho questo ricordo, come posso non esserne sicuro, tanto da pensare di aver sbagliato mira nell'infilare il quaderno in borsa? Com'è che il mio cervello genera e crede a queste spiegazioni pur avendo la sicurezza di non essere in balia del pieno rincoglionimento?

... e questa sensazione si trascina attraverso la giornata dando a tutto ciò che vedi una patina di inconsistenza: passato e futuro si confondono, il tuo sguardo produce altre sovrimpressioni che non sai distinguere e via così, dislocato continuamente, confondi i rumori della mattina con quelli del pomeriggio, le persone ti appaiono accanto e parlano pur, forse, non essendoci...

Appena sveglio sento un rumore, come di sfregamento. Sono le sette. In cucina qualcuno immerge qualcosa in acqua. Sfregamento, sfregamento, acqua. Sfregamento, sfregamento, acqua. In mutande, senza occhiali, apro la porta (trovo la maniglia a memoria, mica perchè la vedo) Sfregamento, sfregamento, acqua. Mia madre su una scala, accanto alla parete, con uno staccio in mano, ai piedi della scala un secchio. Cosa stai facendo? chiedo. Lei si ferma: Pulisco i muri, dice. Alle sette di mattina? Guarda che sporchi che sono. Torno a letto, mi riaddormento, lo sfregamento scompare. Quando mi sveglio, un'ora dopo, in cucina non c'è più nessuno. Ma i muri sembrano incredibilimente più brillanti.

... fino a quando non trovi insopportabile tutta questa sincronia - ingestibile quantomeno - e cerchi uscirne, anche se non sai bene come...

Ma ecco cosa mi ricordo con precisione: che su un cavalcavia in un posto imprecisato tra Bologna e Padova, tornando da Lucca, cercando alla radio una musica umana che accompagnasse il viaggio, con T che meditava sulla fluorocontaminazione e Marchevole che si allenava per i campionati di canto nazionalpopolare (e ancora in macchina risuonavano le parole chiare che ci erano state ripetute a Lucca, e cioè che il nostro fumetto era bello ma assolutamente invendibile) io pensavo - con un'esattezza al limite della pignoleria - che ero contento di tornare a casa perché così ci saremmo rivisti presto...