venerdì 31 ottobre 2003

Ho certi amici che solo con uno sguardo hanno una precisa misura del peso degli oggetti: se gli appoggi un mazzo di spaghetti in mano, loro, senza la minima indecisione, ti dicono: “centododici grammi, vigola sette; no… aspetta: virgola otto”. Io, invece, ho bisogno di bilance e contrappesi; un mazzo di spaghetti in mano a me pesa sempre mah etti e boh grammi. Che ne so di quanti sono tre chili e mezzo?

Alla televisione è appena finito il telegiornale; mia madre si avvicina di soppiatto – un po’ curva, come se stesse camminando dietro un muro non abbastanza alto da nasconderla interamente – sussurra: vieni, vieni. La seguo e lei dice: sta giù. Accendo la luce in cucina e lei: spegni la luce. Ci appostiamo in balcone, al buio. Dal condominio di fronte, secondo piano, un uomo e una donna stanno litigando. “Io chiamo la polizia” dice mia madre “Se lui la tocca, io chiamo la polizia” Intanto vediamo delle ombre muoversi dietro le luci della finestra, sentiamo delle urla del tipo: lui: “ti ammazzo!” lei: “metti giù il coltello, tu non ammazzi nessuno”; lui: “vattene di qui”; lei “questa è anche casa mia”; “ti ammazzo!”; “Se mi metti le mani addosso, ti ammazzo io” – Poi parte un vaso che sbatte contro il vetro della finestra chiusa, ma la finestra non si rompe e neppure il vaso. Mia madre chiama la polizia.

Il giorno dopo, sto scrivendo un'e.mail quando sento dal salotto: “Ale sconnettiti!” “Eh?” “Sconnettiti che è urgente!” “Che succede?” “Devo chiamare Raitre!” “Cosa?” “Devo chiamare Mi manda Raitre” “Ma per cosa?” “L’inquinamento acustico! sconnettiti!”. Questa, dell’inquinamento acustico, non c’entra nulla con la storia precedente, giuro, è un’altra faccenda.

Allora, tre chili e mezzo sono:
- due bottiglie e un quarto di acqua Fonte Guizza (tra le più gassose dell'universo) compresa la plastica
- due bottiglie e tre quarti di Cabernet Franc, compreso il vetro
- il mio polpaccio, probabilmente, compreso il piede e parte del ginocchio
- sei confezioni da otto teste di aglio cinese, compreso il packaging di nylon e cartone, più quattro teste d’aglio sciolte e tre spicchi
- diciannove rotoli di carta scottex
- un nipote appena nato (praticamente un bisonte)

- Ma senti – mi dice mia sorella – tu come lo chiameresti?
- Io, a dirti la verità, lo chiamerei Strelnik
- Eh?
- Strelnik; non ti sembra un bel nome? Con la K finale, che fa un po’ Diabolik, un po’ Satanik, un po’ fumetto horror degli anni settanta
- Mah, non so
- Non ti piace? Allora: Strelnikov, che ne dici? Non è un nome al quale si deve per forza voler bene?
- Mi sa che devo andare
- Dai, non ti piace Strelnikov? con quel tono russo da rivoluzionario, la v finale, un nome importante!
- Si sta contorcento, oddio, si sta rigirando, devo andare.
- Allora senti questo: Strelnikovblog, che te ne pare? Diventerà un mito tra i suoi amici!
- Ciao
- Pensaci!
Strel', io la proposta l’ho fatta, se poi mia sorella ha scelto per Emiliano sono fattacci suoi.

Insomma sono diventato zio. Devo cominciare a nascondere i fumetti.

p.s volevo parlare anche del paradosso di Russel, ma sarà per un'altra volta, che devo andare a Lucca.

martedì 28 ottobre 2003

Non lo so.

(se vi chiedete qual è la domanda la cui risposta è "non lo so", la risposta alla vostra domanda, domanda che sarebbe: "qual è la domanda?", intendendo la domanda la cui risposta è "non lo so" essendo "non lo so" evidentemente - visto il pronome "lo" che rimanda a qualcosa detto in precedenza, in questo caso una domanda con ogni probabilità - la risposta a una domanda - la domanda di cui avete fatto domanda è: qualsiasi domanda - che non è una domanda, piuttosto una categoria di domande la cui risposta, come forse ho già detto, è: "non lo so")

sabato 25 ottobre 2003

Quando apro la porta del taxi ne esce Adelia con un impermeabile marrone tutto sporco di sangue. Chiudo la porta, mi infilo nel finestrino davanti per pagare: la tassista sbuffa, sbuffa, sbuffa, prende i soldi, sbuffa e dice: “La prossima volta datele l'indirizzo giusto!”

Adelia è la prima volta che la vedo. Ha 75 anni. E’ la cugina della zia della cugina della congata della sorella di mia nonna, o qualcosa del genere. Mi arriva poco sopra dell’ombelico, ha i capelli ricci, un cerotto sulla fronte, gli occhiali enormi e sotto gli occhiali due occhi che sembra abbia scazzottato con Mike Tyson. Ha il braccio sinistro ingessato.

Il giorno prima in pizzeria - in pantaloncini che ero appena stato a giocare a calcetto, una sconfitta, ed eravamo anche uno in più, ma Simo, come si dice, ha più culo che anima, diobuò, ha fatto 42 gol e sì che giocavamo a colpire i pali e io giocavo in pantaloni corti e camicia per il freddo, ho dei pantaloni corti orribili giusto sopra il ginocchio dei quali ho perso il legaccio e calano come tutti i miei pantaloni calano, pensavo in pizzeria pensavo che cosa succederebbe pensavo se adesso calassi i pantaloni qui? zak, pantaloni giù “e insomma arriva sta pizza per asporto?” e il pizzaiolo avrebbe cominciato a innervosirsi “ma che fai! ma rivestiti!” e l’altro pizzaiolo si sarebbe nascosto dietro la pila di cartoni, e il terzo pizzaiolo avrebbe preso un po’ di pasta e me l’avrebbe lanciata per coprirmi e il quarto pizzaiolo – che erano in quattro dietro il banco – avrebbe urlato: chiamo la polizia! la digos! i carabinieri! il wwf! dan peterson! chiamo l’autoambulanza! l’autotreno! eccetera! e io sghignazzavo pensando a tutto questo e pensavo, ormai con la mente contaminata, che questa cosa volevo scriverla sul blog ma non avevo il coraggio di scriverla in prima persona, perché io non penso queste cose, o almeno vorrei che nessuno pensasse che io le penso, perché poi certe cose tra il pensarle e il farle veramente a volte il confine è più sottile del timpano in un orecchio, così mi ero inventato questo personaggio G. che faceva queste cose in pizzeria e io gli dicevo smettila va’ che ci guardano tutti, smettila va’, e lui mi diceva, che era pure in odore di saggezza questo personaggio, proprio diverso da me, diceva, ma vedi che se le faccio io queste cose tutti mi danno addosso se invece le fa una figa, eh? se le fa una figa ste robe? tutti contenti…

io, i blog, fanno male i blog

mia madre apre la porta, la spalanca: sono le otto di mattina: “chiamerà la cugina Adelia!” dice “io esco! tu dille di prendere un taxi! venire qui! la metti in camera mia!” “E chi è?” “E’ la cugina di Jalmicco” e giù con l’albero genealogico, alle otto di mattina, avrei fatto fatica a seguirlo alle otto di sera, figurati.

Adelia si siede al tavolo dopo che l’ho aiutata a togliersi la giacca. “Io sto facendo da mangiare, vuoi?” Non risponde. Mi guarda. “Sto facendo da mangiare.” “Ah, sì, magari un po’” “Cos’è successo?” Mi racconta che si era trovata con delle amiche ad Abano, alle terme, stava tornando a casa, quando sui gradini della stazione è inciampata, patatrac. Un braccio rotto. E mi hanno già dimesso dopo un giorno. Non ha soldi, perché li dà tutti ai rumeni, poi così gira senza soldi per non avere paura. Ai rumeni? Sì, lì ad Abano. Ad Abano hanno proprio messo dei bei negozi. Ma ti fa male? Eh, un po’. Mentre mangiamo – lei: un mignolo di frittata, due crocchette di patate e mezza pera - mi racconta del suo orto.

Basta, mi sono rotto i maroni, continuo un’altra volta.

martedì 21 ottobre 2003

Certe giornate sono più allucinanti di altre. La novità - non del tutto novità - è che ho l’angoscia facile. La sento mormorare nei pomeriggi di pioggia, poi, se minimamente stimolata, risale il dotto biliare, si aggancia allo stomaco e lo usa come trampolino elastico. Su, giù, su, giù. Certe giornate sono più allucinate di altre. Mia sorella mi telefona per chiedere se c’è neve in montagna. Non credo, dico. Sai che ho sventato una rapina? dice. Ah sì? Erano due bambinetti. Mi hanno vista incinta, hanno pensato che non avrei reagito. Li ho sorpresi con le mani nella tasca dello zaino. Io lì non ci tengo niente, perché lo so che è più esposta. E allora, le chiedo, che hai fatto? Ho cominciato a urlare: laaaadri! aiuuuuto! laaaadri! E che è successo? Uno dei due mi ha fatto la faccia cattiva, sai come i cani? Ha ringhiato, grrrr, così, ha stretto gli occhietti malefici. E tu? Io ho cominciato a colpirli con l’ombrello. Zac. Zac. Zac. Non se l’aspettavano. Certe giornate sono più giornate di altre. Oggi è il compleanno di S. e io non so se ho il coraggio di telefonarle. Ho sognato che ci inconrtavamo alla Feltrinelli, le facevo gli auguri là. Magari basta così. Certe allucinazioni sono più giornate di altre. Spesso quando parlo mi sembra non avere le parole giuste per inserirmi nei discorsi. Ascolto. Se richiesto di un’opinione, dico: sì, è come hai detto tu. Ma non è certo che io abbia capito di cosa si stia parlando. Certe altre sono più altre di altre. Sempre più spesso le cose che dico mi appaiono arbitrarie. Certe certe sono più certe di certe.

domenica 19 ottobre 2003

“Io e te, Thomas, abbiamo un problema”, dici, “Dobbiamo parlare.”
“Scusi, le serve aiuto?”: il commesso ti si è avvicinato silenzioso, ti si è acquattato dietro e, a tradimento, ti ha posto la domanda: “Posso darle una mano?”
“No”, dici, “sto parlando con lui” e indichi davanti a te, una pila di libri. Il commesso, con un movimento antiorario del collo, fissa gli occhi sul libro; con lo stesso movimento del collo, ma in senso orario, guarda te: con lo sguardo leggermente annacquato, fa un passo indietro. Poi un altro. Un altro ancora. Afferra il telefono. Schiaccia un bottone rosso. Ti sembra che un nuovo ronzio si diffonda nella libreria, sotto la musica. Il commesso, al telefono, dice: “Sì”, dice, “Ce n’è un altro”, tiene la mano a coppa sulla cornetta come per non farsi sentire, ma si sente benissimo “Sì. Ancora Pynchon. Cosa devo fare?”, annuisce, “Capisco. Sì. Lo lascio fare. Sì. Se sbraita chiamo la squadra anti-Pynchon. Sì. Ok.”
Tu intanto hai ripreso a fissare L’arcobaleno della gravità. E lui, l’arcobaleno – edizione economica – ti osserva imperturbabile. Ha una copertina orribile. “Ti sconfiggerò” dici “Ti lacererò, ti squarterò, ti straccerò, ti massacrerò, ti macellerò, ti leggerò” dici, a denti stretti. E L’arcobaleno: imperturbabile. “Ti macererò, ti sottolinerò, ti insalaterò, ti delegalizzerò, ti deatomicizzerò, ti trasgenizzerò, ti racabezzerò, ti opporozzerò, ti ufferizzerò, ti looppolizzerò, ti huxerizzerò, ti kuyzzwerizzerò!” dici “Ti yiiyzzererò, ti kzzererò, ti xzzererò, ti azzererò, ti bzzererò, ti czzererò! ti zzzererò!” dici. E lui, l’arcobaleno: imperturbabile. La sua imperturbabilità ti perturba e infastidisce. E’ il caso di passare alle maniere forti. Lo sollevi (e la colonna in cui è impilato si dimezza) ma nel momento stesso in cui lo sollevi ti viene il singhiozzo. Lo sfogli e il singhiozzo aumenta. Leggi due righe e il singhiozzo si fa veloce, quasi non riesci a respirare. Appoggi il libro: il singhiozzo passa. Lo riprendi: riprende anche il singhiozzo. Lo lasci: il singhiozzo svanisce. “Non si preoccupi” dice il commesso, che si era nascosto dietro una pila di Benni, “E’ normale.”, dice avvicinandosi. “Cioè?”, chiedi. “Cioè guardi.” dice. Si avvicina, prende il libro e inizia a sternutire. Uno sternuto. Due sternuti. Tre sternuti. Quattro sternuti. Lo appoggia. Non sternutisce più. “Io ci sono abituato, ma a certi fa venire la febbre a trentanove solo a guardarlo. Un mio collega ne ha letto metà e l’hanno dovuto ricoverare per un intervento alla prostata. Aveva ventitre anni.”

giovedì 16 ottobre 2003

1. Sto sviluppando un’insana passione per la marmellata di ciliegie dentro le brioches. Molto, molto insana.

2. Mi sono svegliato di colpo. Era ancora buio. Ho spalancato gli occhi. Avevo le coperte tirate. La testa sul cuscino. Sul soffitto vedevo le impronte delle zanzare spiaccicate. Come ho aperto gli occhi ho cominciato a cantare: burn baby burn, disco infernoo.

3. Disco inferno continua a perseguitarmi da tre giorni. E non so perchè.

4. Scaldo l’acqua per il the in un pentolino. Quando l’acqua bolle, metto la mano in mezzo al vapore. Ho le mani così fredde che il vapore si condensa in un secondo. La mano sgocciola subito. Come si dice: gronda.

5. grazie del libro grazie del libro grazie del libro gra, cià cià cià.

lunedì 13 ottobre 2003

Ceni a casa, stasera?, dice mia madre sulla porta dello studio.
Sì, mangio a casa.
Bene, dice mia madre, perché ci sono le orate.
Bene, dico, le orate.
fratres, dice lei
Cosa?
Fratres, dice.
Cosa stai dicendo?
Orate fratres. Non lo sai il latino?
Sì, ma…
Orate fratres, ripete e se ne va.

Ho sognato il cane degli Inumani. Non era proprio il cane degli Inumani; una specie: diciamo: la stessa specie. Un bulldog, credo. Gli Inumani sono dei personaggi della Marvel: una popolazione di superesseri che vive sul lato oscuro della luna. Il cane degli Inumani è un bulldog gigante con un diapason sulla fronte che teletrasporta le persone dove vogliono. Il cane che ho sognato era un bulldog nero, femmina, incinta. Ho sognato un bulldog nero che partoriva, ma non partoriva cuccioli. Partoriva i personaggi della prima serie di star trek, alti dieci centimetri e ammassati assieme come un fascio di asparagi. I personaggi di star trek avevano dei maglioni a girocollo rosso – che erano le loro divise - e pantaloni neri e una volta partoriti si alzavano e se ne andavano in giro per casa cercando da mangiare.

Ieri sera ero convinto che avrei studiato. Ero deciso. Avrei passato la notte a studiare. Mi sono detto: prima controllo la posta.
Ieri sera, convinto che avrei studiato, controllando la posta, ho trovato un’e-mail di un mio amico piena di zeta. Questa e-mail aveva delle parole che non gli ho mai sentito usare al mio amico, parole come: notizia, complicazione, interruzione. Io pensavo di mettermi a studiare, invece ho spento il computer, ho spento la luce, mi sono svestito, mi sono disteso sotto le coperte. Nel buio, guardavo il soffitto e secondo me c’era qualcuno sotto il letto, perché da sotto sentivo tirare la coperte, e il bordo della coperta mi stringeva il collo, lo stringeva fortissimo, così forte da non farmi respirare. Qualcuno sotto il letto tirava le coperte e io mi sentivo intrappolato, non riuscivo a respirare, strizzavo gli occhi e lacrimavo.

Lacrimavo e lacrimavo.

giovedì 9 ottobre 2003

Io, sebbene… quantunque, ad ogni modo; in effetti, d’altronde benché… se; di-a-da in osservanza al fatto che; comunque vadano le cose, tra… Ma, sì, decisamente, eppure, pare… che io no, non lo so, tra il qua e il là; di su, di giù, a livello di… no, niente.

Questa, ecco: questa è la qualità dei miei ragionamenti in questi giorni.

Io non lo so.
Le cose.
Gli oggetti.
Gli oggetti in mano mia - io credo di avere il potere di farli invecchiare più velocemente. Decadono. Gli oggetti, dico. Si rompono, si impolverano proprio mentre li stringo. Non so. E’ l’entropia, mi dicono. Ma cos’è: si concentra tutta nelle mie mani, ‘sta cazzo di entropia?

la bici ha perso misteriosamente un bullone, il bullone che tiene fermo il portapacchi. ora, quando pedalo, il portapacchi oscilla e vibra, risuona colpendo la forcella posteriore, annunciando il mio arrivo a cinque chilometri di distanza. ma il problema è: è mai possibile che un bullone con un diametro di cinque millimetri, con uno spessore rasente al centimetro, si sviti da solo? è possibile? eh? EH?

no.
no che non è possibile
è l’entropia, cazzo.

il portatile di mio padre ha iniziato a vibrare. da solo. così. vibra. io ci scrivo sopra, lui vibra. senza sosta. microvibrazioni che si riverberano sui libri della biblioteca, dai libri al tavolo, dal tavolo alle sedie, dalle sedie al pavimento. dal pavimento a tutto la facoltà. oggi, al piano di sotto, guardando in alto, esattamente nel punto dove mi siedo di solito, ho notato una crepa.

e il computer vibra.

per provare la stessa sensazione che provo io dopo un’ora di scrittura al computer vibrante, queste sono le istruzioni:

1) prendere un palo di metallo. non troppo largo, non troppo pesante: va impugnato come si impugnerebbe una mazza da baseball.

2) trovare una superficie o un oggetto duro. una parete di marmo va bene, meglio una colonna. deve essere un oggetto o una superficie molto solida, mi raccomando.

3) sbattere, con forza, tenendolo stretto con entrambe le mani, il palo di metallo del punto 1 contro la superficie (o l’oggetto) al punto 2. per una piena riuscita dell’esperimento si dovrebbe colpire la superficie (o l’oggetto) con la parte del palo più vicina alle mani.

4) riprovare ad libitum.

5) godersi la sensazione di formicolio e vibrazione per tutto il tempo che si riterrà opportuno.

p.s. colpire la superficie o l’oggetto del punto 2 direttamente con le mani provoca un dolore di un certo interesse, ma non la sensazione che qui si vuole descrivere.

martedì 7 ottobre 2003

AM ha un soprannome e il suo soprannome è: Porco D.o.c. (pòrcodoc)

Circa dieci anni fa certe cabine telefoniche impazzivano e lasciavano telefonare ovunque, per tutto il tempo, con solo duecento lire. Una cabina di questo tipo l’avevamo trovata dietro la Stanga. Ogni sera, lungo i marciapiede che portavano a questa cabina, c’erano file di immigrati che chiamavano a casa.

E c’eravamo noi, che in gruppo telefonavamo agli 144.

Il pòrcodoc era un mio ex-compagno di classe, bocciato un paio di volte. Non lo chiamavamo ancora pòrcodoc. Abbiamo cominciato a chiamarlo così quando lo abbiamo sorpreso alla cabina, da solo, col walkman in mano, intento a registrarsi le conversazioni con la telefonista pornografica.

Diceva che lo faceva per un suo amico.

Già. Certo.

L’ho incontrato ieri, dopo anni che non ci vedevamo.

- Ciao!
- Ciao.
- Da quanto tempo!
- Eh, sì.
- Come va? Cosa stai facendo?
- Studio.

Mi guarda, gli occhi spalancati. Si mette a posto gli occhiali. Tossicchia.

- Quanti anni è che hai?, mi fa.
- Ventotto.
- Ah.

Lo vedo soddisfatto. Si accende una sigaretta. Si appoggia al muro.

- Saranno contenti i tuoi genitori – dice – quando torni a casa e dici che ti hanno bocciato a un esame! – ride. Poi si ferma. Poi ride di più. Così, da solo.
- Gli esami li ho finiti. Sto per laurearmi.
- Be’ dai. Con calma, eh?

Lo vedo toccarsi la barba. Gli sono caduti tutti i capelli, ha in testa qualche ricciolo di peli isolati. In questa fase da aranciameccanica in cui mi ritrovo, ho una pazienza limitiatissima.

- Cos’è che fai?
- Lettere.
- Ah. – dice – quindi dopo… futuro assicurato, eh!? C’hai lavoro sicuro!

Ride di nuovo. Rido anche io per distrarlo e trovare l’angolazione giusta da cui tirargli una testata. Intanto mi avvicino. Cerco di non essere minaccioso. Ha ha ha. Che bella battuta!
Mi trattengo.

- E tu? Che stai facendo? – gli chiedo
- Sono disoccupato.

domenica 5 ottobre 2003

(Poi monterà la nausea e il piccolo nazista a molla che tieni sommerso nell’ipotalamo scatterà in piedi, prenderà carica, travolgerà il tuo perplesso umanesimo e, marciando a passo d’oca - salutando a destra e a sinistra (heil! heil! heil!) – comincerà a urlarti nell’orecchio.)

Certe mattine i sogni ti si attorcigliano alle braccia: se tenti di srotolarli via, se provi a disintorcolarti, ti accorgi che sono confitti nella pelle con spine a uncino. Provi a tirare, ma gli uncini dei sogni ti lacerano la pelle, ti scarnificano, sanguinano.

In questi casi tenti la mossa mimetizzazione. Procedi verso mediaworld a piccole pedalate, raccontandoti che il tuo scopo è comprare qualche dividì in offerta, sapendo già che invece verrai solo investito dallo schifo. E quando la nausea salirà, il piccolo Goebbels che è in te, insieme col piccolo Himmler (heil! heil! heil!) che pure è in te, ti marceranno dentro urlando: Che schifo la gente! Che schifo l’umanità! I due gireranno in coppia, a braccetto, e disegneranno traiettorie quadrate. La gente fa schifo! La gente è l’orrore! I mostri! Guarda i mostri! La feccia! diranno. E a loro si unirà Travis di Taxi Driver, dicendo che un giorno arrivera la pioggia e spazzerà via la feccia, spazzerà via tutto, spazzerà via pure te, dirà Travis, e Goebbels e Himmel ti guarderanno ridendo e ridendo diranno che la gente fa schifo, sì, ma tu: tu fai più schifo ancora, tu fai senso e orrore. E dal buio uscirà il vecchio Kurtz, nelle fattezze obese di Marlon Brando, toccandosi la pelata, dirà solo: l’orrore. E con Travis, il piccolo Goebbels, il piccolo Himmler comincerà un balletto frenetico tipo vaudeville.

Pappapappaparaparapappappara…Allegria!

giovedì 2 ottobre 2003

Se questa settimana (intensiva e in qualche modo fallimentare) – no insomma, dicevamo: le sconnessioni – se –

…ricominciamo.

La biblioteca in cui mi sono trasferito a vivere ha i soffitti alti – 102 metri, 110, forse, - mi hanno detto che i soffitti sono affrescati – dicono che gli affreschi siano belli, se solo ci vedessi così lontano –

... va be' che anche se ci vedessi fin là…

- ai bei tempi, quando non era ancora accoppiato, Ducc aveva uno sguardo tentacolare –

… il fatto è che a un certo punto, l’anno scorso, hanno cominciato a precipitare pezzi di intonaco sui tavoli – tipo quella scena in Truman Show dove piomba al suolo una lampada dal cielo (lampada non è la parola giusta, lampada non è la parola giusta)

MC. ha 294 anni, vive nella biblioteca, è il padre di uno dei docenti - docente anche lui un tempo, è calvo in cima alla testa, ma attorno - sopra le orecchie, sulla nuca - si lascia crescere i capelli, bianchissimi. Si dice che MC. non si tagli i capelli dal 195X, anno in cui nacque il figlio – figlio, tralaltro, che insomma, diciamocelo, ci prova con tutte le studentesse – MC, ogni mattina, raccoglie i capelli e li fissa dietro nuca con svariate forcine. Giuro. E’ per questo sembra che abbia i capelli corti, invece no

– così quando i pezzi di affresco hanno cominciato a piovere sulle teste studentesche – si sentiva un fischio provenire da lontano come il rumore di un macigno che cade... e tutti allora si nascondevano sotto i tavoli – la direzione ha pensato bene di chiamare dei restauratori – i restauratori hanno montato delle impalcature mastodontiche che coprono il soffitto – infatti ora il soffitto non si vede più si vedono solo le impalcature – ma neppure i restauratori si vedono più – erano tutte restauratrici, e restauratrici bellissime da quel che ne dicono i veterani della biblioteca – sono scomparse le restauratrici, non si sa se per mancanza di soldi o se perché MC se le sia mangiate – si vocifera che sia un vampiro

… l’altro giorno, distratto, ho preso una testata su un tubo dell’impalcatura. Il tubo, cavo, è rimbombato tutt’attorno…

quando una ragazza passava accanto a Ducc - e con accanto, intendo nel raggio di un chilometro - dagli occhi gli partivano due pseudopodi che slingueggiavano verso di lei cercando di fagocitarla –

io + il proliferare di matricole attorno a me + questo sguardo = (...)

- tutto questo per dire che questa settimana mi ha fatto male, non si fosse capito.

C’erano altre cose, tipo la storia delle sette sataniche sui colli euganei.

Magari un altro giorno.

mercoledì 1 ottobre 2003