sabato 31 gennaio 2004

Senti, aspetta, ascoltami.

(Devo dirti una cosa.)

Sono come mia madre, se non faccio le cose subito poi me ne dimentico.

Aspetta, non è questo.

Ti ricordi Gorizia? Era il 16 maggio, qualche anno fa. Ricordo il giorno esatto perché è il compleanno di A*. Doveva venire anche lui a presentare il libro, ha perso il treno per colpa mia. Mi è venuto in mente perchè

Non sto male se sto con te, non sto male; male sto se sto con te e tu mi tratti male, sto male se mi tratti male, se mi fai del male quando sto con te, ci penso e mi convinco che mi tratti male, non lo merito ‘sto male

(Quello che non riusciva a capire, non riusciva a capire come una persona potesse volergli così bene come faceva X. Doveva, doveva esserci un equivoco, no? Era un equivoco, e lui doveva chiarirlo, specificarlo, distinguere. Non è questo che fa uno scienziato? Distingue, specifica, chiarisce ogni volta che qualcosa appare confuso, va alla radice, trova il nucleo del discorso, e il nucleo del discorso era questo:

[...]

…il filo del pensiero… cerco di seguirne i nodi, procedere nel discorso con chiarezza, ma si intorcola; i nodi alle volte sono così grossi che per girarci attorno ci metto dei giorni. Non te l’ho mai detto, ma ho un blog - lo sai? - per seguire il filo del discorso… spesso mi ci ingambero, però, sul discorso, proprio come quando parlo. Certi giorni vengono fuori delle frasi che non ti dico, mi dovrebbero togliere la patente, se solo l’avessi - ma penso che se scrivessi solo cose in cui... se mi concentrassi e fossi capace di scrivere solo cose perfette (non so scrivere cose perfette) e se mettessi sul blog cose che sono sicuro siano perfette, se potessi scrivere cose magnifiche e scritte magnificamente, mica lo terrei un blog, che mi importerebbe di un blog?

(Forse neanche scriverei.)

Quattro anni per chiarire un equivoco non ti sembra eccessivo? Tutto quel tempo per dimostrare che sei un deficiente non è un po’ perverso? Certo, i risultati sono stati ottimi, non sei mai più riuscito a persuadere così bene qualcuno di qualcosa, ma…)

E Gorizia cosa c’entra.
C’entra, c’entra.

martedì 27 gennaio 2004

Minchia, la neve.

Neve così neanche in Wisconsin. Neanche in Siberia, neve così.

Alla luce dei lampioni la vedo fioccare a nugoli più densi del pulviscolo; mi si appiccica alla giacca neanche fosse un panno antipolvere. In bicicletta mi sento il nucleo mobile del maltempo, il centro su cui converge tutta la neve, da tutti i lati.

Sto andando da Umberto. Sono le undici. Per strada non c’è nessuno. Ho finalmente fatto aggiustare il pedale, la mia andatura è abbastanza fluida.
Curvo in via della Biscia.

Se immetto la variabile x nella formula - penso pedalando sotto la neve- se inserisco x nel meccanismo appena prodotto, e moltiplico il risultato per il coefficiente n (coefficiente logaritmico) che ho calcolato in base alle osservazioni sociologiche di cui sopra riguardanti la produzione di aspettative in persone nel numero di y, all’interno di un contesto pseudoreferenziale, e se, stando attento alla proliferazioni degli errori, riesco a considerare, nei dati, la deviazione standard di un mio possibile errore di valutazione (diciamo: z) e alla fine combino x, y, z, senza dimenticare n, in tutte i modi possibili, il risultato è sempre lo stesso, e cioè: sono una persona allucinante. Sono una persona allucinante, pedalo pensando per via della Biscia.

Da qualche giorno il mio walkman si rifiuta di trasmettere in FM. Solo onde medie. Il meglio che riesco ad ascoltare è una radio slovena che programma liscio balcanico, con qualche cover di canzoni italiane degli anni cinquanta. Mentre pedalo (e penso) per via della Biscia, la radio trasmette la versione slovena di Ventiquattromila baci.

Di colpo la canzone si interrompe: “Ale”, sento nelle cuffie.

Non ci faccio caso. Ho imparato da tempo a non dar retta alle voci.
Ma poi, di nuovo: “Ale, frena.”

(continua? mah...)

lunedì 26 gennaio 2004

Io: - Hai poi comprato il libro di XXX?
Lapaola: - No, cazzo. Aveva la copertina rigida. Io quelli che stampano libri con la copertina rigida gli farei indossare vestiti azzurri a righe rosse, così si riconoscono quando vanno in giro.

giovedì 22 gennaio 2004

I poliziotti arrivarono alle dieci e mezza, annunciati da una telefonata.

Quando ha suonato il telefono, ho pensato subito che fossi tu – di solito dopo una certa ora qui non chiama mai nessuno - invece era il 113. I poliziotti arrivarono di lì a poco, e non si vollero sedere. Erano alti uguali, ma, dei due, parlava solo il più grasso. Aveva un’aria amichevole, nonostante tutto. L’altro, invece, aveva il viso di chi è abituato a portare gli occhiali da sole anche di notte. Teneva le braccia sempre incrociate.

Il quartiere in cui vivo era un quartiere popolare, un tempo, e malfamato. Ora ci abitano per lo più studenti e famiglie. Il portone di casa mia dà su un vicolo. Sulla parete opposta, di fronte al portone, c’è una finestra. Ora ci stanno dei nordafricani, ma quando siamo venuti qui noi ad abitare, nel 1988, quella finestra, col buio, si illuminava di un rosso acceso che, nelle notti senza luna, dava all'acciottolato un’aria sanguigna, intuitivamente pornografica. Le puttane che ci vivevano non erano antipatiche, ma spesso i clienti, quando loro erano occupate, sbirciavano gli altri campanelli in cerca di alternative. Uomini in fregola che suonavano a tutte le ore: “Ciao, sono io”, dicevano con una familiarità inquietante, “Aprimi, stella.”

“Buonasera” disse il poliziotto, pulendosi le scarpe sullo zerbino, “Scusi se la disturbiamo a quest’ora.” Mia madre non capiva bene cosa stesse succedendo. “Lei è stata la prima a telefonare” disse lui. Sull’avambraccio della giacca era cucito uno scudetto che diceva Squadra Mobile: sotto la scritta una pantera cavalcava una freccia. “Hanno chiamato anche altri?”, chiese mia madre. I due poliziotti annuirono contemporaneamente. Quello che parlava aprì un’agenda e lesse qualcosa. “Mi può dire cosa ha visto?” “Volete accomodarvi?” “No, grazie, signora. Stiamo in piedi”, disse. Mia madre rise leggermente: "Ma su" disse "sedetevi un secondo!" "No, signora, grazie", disse lui, “Ci può dire cosa ha visto?”
“Be’ erano in due. Uno aveva un piumino chiaro, l'altro una giacca scura col cappuccio. Si stavano picchiando. Si spingevano contro le macchine parcheggiate. Le faccio vedere.” Tirò le tende, aprì la porta del balcone e indicò dove aveva visto la scena. “Ci siamo affacciati assieme, io e mio figlio, perché urlavano come matti.” “Ha capito cosa si dicevano?” “No,” disse lei “Era in arabo. Mohamed qui di fronte era alla finestra. Forse lui ha capito.” “Mohamed?” “E’ un operaio che abita con la moglie, qui di fronte.” Il poliziotto scrisse qualcosa sull’agenda. Poi alzò la testa e chiese cos'altro era successo. Così mia madre: “Subito dopo che vi ho chiamato sono scomparsi, uno a destra, l'altro giù verso il fiume”, disse.

“Quindi non sa niente di quello che è successo in via B*?”
“No, cosa è successo?”
I poliziotti si guardarono in silenzio, come comunicando telepaticamente. Poi il più grasso disse che sì, poteva dircelo, che in definitiva a uno dei due gli avevano sparato.
"Che giacca aveva?", chiese mia madre.
"Quello a terra non aveva giacca." disse il poliziotto.
Rimanemmo senza parole, come sospesi, per qualche istante, senza capire se il tipo era stato ammazzato o cosa, immaginando.

“Non si spaventi se la ricontatteremo”, disse il poliziotto, prima di uscire, “Dobbiamo stendere il verbale”, disse, scendendo le scale, “Una cosa da poco.”

Poi mi sedetti in salotto, agitato da una strana eccitazione.

martedì 20 gennaio 2004

Una cosa scema (*)

Cercando google su Google viene fuori Google























(*) che però è indizio del mio stato psicofisico - più psico che fisico.

lunedì 19 gennaio 2004

Pensieri elementari in ordine casuale

Conosco il timbro di questo martello. Che cazzo di fine ha fatto la mia sveglia? Ho un brufolo sul naso. E’ un brufolo enorme. Ho un naso enorme. Martello, ti odio. Non è che odio la mia vita. (Vischiosità della sintassi montaliana.) Sì: Mastro ciliegia. E’ che non faccio niente per cambiarla. Svegliarmi alle sei, sì. Certo. Avrei dovuto. Mi sputerà in un occhio. Ho un brufolo sull’orlo della narice. Computer non abbandonarmi. Fottiti. Non adesso. Che c’entra Depisis? La settimana prossima mi straccia il capitolo davanti agli occhi. Se metto due dita in una certa posizione sotto la narice e soffio, il mio naso fischia. Mi ha sorriso? Non mi ha sorriso. E se fosse un uomo? Quell’aereo mi cadrà dritto sulla testa. Non Jeff Buckley, Tim Buckley. Che frase del cazzo. Questo è un pensiero elementare. Faccio schifo. Concentrati! Cosa ha detto sulle pennellate di Morandi? Fai schifo. Ho sicuramente dimenticato qualcosa. Non è un uomo. Immagina di presentarla ai tuoi amici… Magari è una cagacazzo. Le calze a righe orizzontali bianche e nere fanno schifo. Stavamo tutti aspettando il tuo libro del cazzo, Madonna. Tu fai schifo. No, è andata bene. Annuisci. Sì, mi prende per il culo. Magari è veramente una cagacazzo. C’ha l’aria. Le suonerie polifoniche fanno orrore. Ma non lo vedi che sto scrivendo? Non finirò mai. Devo finire. Chi? Non ho capito. Pantaloni stretti, eh? Ok, abbandono la letteratura. Letteratura, ti abbandono a te stessa. Arrangiati. Ma pensa se mi deve trattare così. Ridi, ridi. Fatti piccolo. Inseguila. Sarà ancora a Padova. Ma neanche lei mi ha chiamato per Natale. E’ una giornata ideale (per…) Adesso cerco il mio nome su Google. Alt 0171. Alt 0171. Come attacco discorso? Magari stanno assieme camminando per Padova. Magari c’è qualcuno in centro. Magari è una vera vera vera cagacazzo, di quelle agghiaccianti. Gino starà lavorando. Se facessi due buchi sul brufolo sembrerebbe un nuovo naso. Un naso sul naso. Non le parlerò mai. Perché non c’è mai un bidone quando lo cerchi? Devo ricordarlo. La mia partecipazione democratica è nello strappare i manifesti dei nazisti.

mercoledì 14 gennaio 2004

Ieri sera
Mi sono distratto solo quando la radio del locale ha diffuso la canzone spagnola che tu sai: in quel momento ho avuto l’impressione decisiva che saresti apparsa di lì a poco a dissolvere le nebbie del fritto, l’odore delle Benson&Hedges, i popcorn nella ciotola di vetro, facendo esplodere, con uno sguardo solo, i televisori sintonizzati su un’altra partita di coppa…

Teoria degli agguati 1
Gli agguati avvengono quando meno te l’aspetti. Cioè quando più te li aspetti. Perché, se non te li aspetti, pensi: “Non me l’aspetto: questo sarebbe il momento perfetto per un agguato”, ma proprio pensando così, ti rendi conto che la tua aspettativa si è alzata, quindi te l’aspetti, l’agguato non può colpire. Quando te l’aspetti, invece, pensi: “Adesso sarei troppo preparato per un agguato, non può accadere”, e così l’aspettativa di un agguato si abbassa, perciò non te l’aspetti: l’agguato agisce.

La storia che segue è più o meno falsa, ma il mio maglione ha fatto veramente una brutta fine.
La storia che segue è più o meno falsa, ma il mio maglione ha fatto veramente una brutta fine.

La storia che segue.
Mia madre mi siede accanto. Io, con un gioco di telecomando, sto seguendo due quiz, Will&Grace, il telegiornale regionale. Immagino che anche lei, come me, guardi la televisione. Invece osserva me; mi squadra i pantaloni.
Come complottando, si mette una mano davanti alla bocca e dice, sottovoce: “Non puoi andare in giro con quei pantaloni.” “Sean Connery”, dico io, ma sto rispondendo a uno dei quiz, mica a lei. I miei pantaloni vanno benissimo: velluto marrone a coste sottili. “Ti fanno le gambe magre” dice sussurrando. “Io ho le gambe magre.”, rispondo al quiz; “Tana delle tigri” rispondo a lei.
“Sai cosa avrebbe detto mia zia Ines?” dice, guardandosi intorno, in cerca di spie. “Direbbe che sembri un isacchin” “Un che?” “Un isacchin.”
“E’ un commento razzista.”, dico. “Sì” dice, mentre, accucciata, verifica che non ci siano microfoni sotto il divano. “Quei pantaloni li userò io, d'ora in poi.” dice.
Poi mi guarda il maglione.
Mi fa alzare, mi porta in bagno, apre tutti i rubinetti per disturbare eventuali intercettazioni e dice: “Quel maglione… farà una brutta fine. Una brutta, bruttissima fine…”





Già che ci sono
Pensavo di averti eliminata dai miei pensieri, invece ieri mi sono accorto che…

martedì 13 gennaio 2004

In compenso, in un raro momento in cui i muratori non murano, i martellatori non martellano, i martellopneumaticatori non martellopneumaticizzano, mia madre ha la bella idea di miniaturizzare 16 chili di prezzemolo (era in offerta) con il robot da cucina truccato...





Ma, a proposito di mia madre...

lunedì 12 gennaio 2004

Da oggi, i miei propositi omicidi per l’anno in corso comprendono, nell’ordine: i muratori del piano di sopra, i muratori del piano di sopra, i muratori del piano di sopra, il direttore dei lavori del piano di sopra, il piano di sopra, i muratori superstiti del piano di sopra. Verranno tutti trucidati attraverso un progetto che prevede, tralaltro, i seguenti ingredienti: un martello pneumatico, un martello, un pneumatico, un numero di poesie di Montale pari al numero dei muratori implicati nell’omicidio, silicone per pareti, un filo di nylon (3,5 metri), 4 uova, alcuni bastoncini di vaniglia, una mousse, un mouse, un topo, un gatto, un barometro, mezzo chilo di farina, un termometro da forno, un complice incosapevole, una botte di Amontillado, un cd di Caetano Veloso. I dettagli del piano verranno forniti via via.

mercoledì 7 gennaio 2004

Interrogato sulla mia vita sentimentale, il libro delle risposte - edizione speciale 2004 - ha emesso una risata preregistrata, poi ha dato i seguenti responsi:
"Stai scherzando, vero?"
"Lascia perdere."
"Impiccati."
"Se mi tocchi un'altra volta ti denuncio."

domenica 4 gennaio 2004

Tutto è cominciato il giorno in cui mio padre mi stramaledì. Credo fosse poco dopo Natale, ma è anche vero che prima - prima di essere stramaledetto - e stramaledetto con una certa gratuità - prima, dicevo, non è che andasse una meraviglia. In definitiva, l'anno si è concluso con più botti del previsto, e la sensazione familiare di sentirsi un coglione è tornata come un vecchio amico: ha suonato il campanello alle nove del mattino del primo gennaio e mi ha abbracciato, approfittando dell'intontimento post veglione, neanche ci fossimo separati da anni, quando invece se ne era andata solo da qualche giorno. Il 2003 mi ha regalato la consapevolezza di non essere l'unico affetto di sindome da antitaccheggio, quella sensazione sudosa che trafigge, uscendo da un negozio, non appena si attraversano le sbarre dell'antifurto; ma, a dirla tutta, credo che siano pochi quelli colpiti dalla stessa sindrome soprattutto quando incontrando alcune persone.
Mi spiego meglio?
Forse dopo.
Magari un'altra volta.

Quando sono tornato a casa, mia sorella stava allattando Palladilardo, detto anche Bestia Immonda, mi ha convocato in camera sua con un urlo fioco - una specie di ultrasuono d'ordinanza alle neomamme, una vibrazione che si sente in lontananza ma mai nei dintorni di Steptococco, alias Pannocchia Infernale - e dopo che sono apparso sulla porta - YogSothot, a.k.a. Zeppelin Mefitico, era placido e attaccato al seno - mi ha detto che aveva telefonato mio padre. A quel punto, come si richiede in queste occasioni, ho chiesto cosa aveva detto, mio padre. Lei, guardando con un occhio avvolgente la Belva dall'Oltrespazio - conosciuto in famiglia anche come il Polpettone dei Mille Tormenti - ha detto: Ha chiesto se c'eri.
Ah, le ho detto.
Gli ho risposto di no.
E lui?
E lui ha detto: Che dio lo stramaledica.
Che dio lo stramaledica, ha ripetuto

E' cominciata da lì.
La confusione.

Ma poi, un altro giorno, prima o dopo la stramaledizione non ricordo, F era seduto sui gradini del Palazzo della Ragione, aspettava una telefonata; io invece aspettavo che arrivassero gli altri, mi ero portato una birra da casa e continuavo a offrirgliela. Faceva un freddo siberiano, si sentivano i lupi ululare da Piazza dei Signori e i baristi accendevano dei fuochi per tenerli lontani, ed F mi diceva che stava cercando di smettere, che ci stava dando un taglio con l'alcol. Credo che fosse in pensiero per qualcosa, perchè era silenzioso, e pure io non è che stessi proprio al meglio, mi era appena saltato il computer...
F se ne stava seduto e non diceva quasi niente. Gli ululati si avvicinavano sempre di più e io continuavo a offrirgli un po' di birra.
No, diceva, smettila.

Muovevo i piedi nel tentativo di scaldarli; lui prendeva il cellulare e ne fissava il display. La luce del display gli illuminava il viso, evidenziava la consistenza della sua pelle.

Sai una cosa? ho detto: forse N si sposa.
Non mi stupisce, ha risposto. Ha la mente da matematico.
Il vento quasi mi portava via il cappello.
E allora?
E allora deve avere tutto organizzato, tutto a scompartimenti, ha detto: la laurea, la carriera, la famiglia...
Già, ho detto. E pensare che abbiamo cominciato assieme.
Che vuoi dire? ha chiesto, guardandomi.
Abbiamo iniziato l'università assieme, ho detto, era una battuta.
Ah, ha detto. E' vero: però lui ha fatto qualche metro in più.
Sentivo il ghiaccio scorrere lentissimo nelle vene, fino a fermarsi. Sentivo il freddo diffondersi dalle arterie dentro di me, al mio interno.
Ha fatto giusto pochi metri in più, ha detto F ridendo.
Giusto pochi, ha ripetuto mostrandomi il pollice e l'indice paralleli di poco scostati, ridendo e ridendo.