giovedì 27 aprile 2006

Arriva un'ora di notte in cui sento i rumori. Non i soliti scricchiolii, ma colpi forti come uno spostamento dei mobili. Allora prendo in mano il cellulare, come fosse la mia arma di difesa, mi aggiro accendendo le luci, controllo dalle finestre, striscio sotto il tavolo, apro gli armadi, sposto i vestiti, mi ci intrufolo in mezzo, ascolto, mi chiudo dentro, respiro l'antitarme. Non hanno ancora pulito la chiazza di sangue sulle scale. Io certo non lo farò. Tra l'altro mi attira. Di chi è? Dopo la festa, sabato, verso le cinque, M* vede una chiazza rossa per terra. Stanno andando verso la macchina. «Qualcuno ha rovesciato del vino», dice. E' ancora buio, ma gli strani uccelli mestrini hanno già cominciato a cantare. Ce n'è uno che sembra campionato col computer. «No», dice T*, «non vedi? I tannini sono diversi, è sangue». «Sangue?» dice D*, «a quest'ora? a Mestre?» «Facciamo la prova», dice P*. Con la bottiglia in mano barcolla verso la chiazza, ci versa accanto un po' di vino rosso. Il vino si dilegua subito, il rosso non è così rosso, il liquido è di una densità diversa. Nella strada accanto passano gli spazzini. All'una di notte, sotto la mia finestra, arriva sempre il camion del secco non riciclabile. Non lo vedo, ma si sente sbuffare, la vibrazione dei pistoni, l'aria sembra caricarsi di vapore. Accumulo bottiglie d'acqua in camera, ne avrò sei, sparse tutte a terra, in piedi, attorno alla sedia. Sono appannate come se qualcuno, da dentro, ci stesse respirando. Mi svegliano i rumori più strani. Alle quattro e mezza mi alzo per un colpo. Penso che se ci fosse qualcuno in casa non farebbe rumore. Comunque apro la porta di camera con circospezione. Vado a vedere. E' il camion dei gelati. Un uomo scarica delle casse di gelati davanti all'ingresso del circolo di sotto, aperto tutta la notte. Il barista le porta dentro di corsa, come se le stesse rubando. T*, al telefono, mi racconta del ritorno a casa, sabato. «Davanti all'acquedotto», mi dice, «c'erano due bidoni della carta in fiamme, fiamme altissime, vicino alle macchine... Ma dove sei?» mi chiede, «sento tutto un rimbombo». «Sono nell'armadio», dico. «E che fai nell'armadio». «Aspetto».

lunedì 24 aprile 2006

Da qualche giorno c'è una chiazza di sangue sul quarto gradino delle scale di casa. Non riesco a non guardarlo quando rientro. Nessuno la pulisce.

Il dermatologo mi dice di seguirlo. Il suo studio è condiviso da tre medici. Sposta un pannello, mi spinge in uno spazio buio. Mi guarda. Con le dita sembra leggermi la fronte in braille. L'alito gli puzza un po' e ha un'aria da malato, uno che lavora troppo, la moglie l'ha lasciato e mangia solo pizzette surgelate, scaldandole sempre troppo poco. Me lo vedo al tavolo della cucina, da solo, con poca luce, mangiare pizzette dal cuore gelato, leggendo l'Almanacco del Dermatologo. Poi: Verruche, sentenzia, verruche piane. Sento da trenta chilometri la voce di Giovanna tintinnare qualcosa come Te l'avevo detto io, dovevo studiare medicina altro che lettere. Nel giro di un secondo, il dermatologo mi passa la ricetta di una crema dal nome impronunciabile. Se hai qualche domanda, dice senza mollare la ricetta, cerca su Google. Si trova tutto, su Google, dice, sgranando gli occhi. Quando ero giovane non c'era Google, aggiunge, c'era Giuseppe. Annuisco, sento le verruche agitarsi. Io le verruche le immagino come minuscoli vermi sottopelle che alle volte spuntano in superficie. Non so perchè la penso così, visto che le verruche non hanno niente di vermiforme. Adesso Giuseppe è morto, dice il medico, senza lasciare la ricetta che ci tiene collegati, ma prima sapeva tutto. Un portento. Un vero portento. Lo tenevamo in una teca e lo facevamo uscire quando non capivamo qualcosa. Altro che Google.

A casa, mentre mi spalmo sulla fronte una crema che puzza di suoletta trovo questo con Google: «Le verruche piane sono escrescenze rotondeggianti o poligonali, piuttosto piccole, delle dimensioni di 1-5mm. La superficie e’ liscia o appena rugosa, di colorito roseo, marroncino. Ne sono colpiti soggetti di giovane e giovanissima eta’. Spesso si tratta di bambini che sono emotivamente tesi»

Bambini emotivamente tesi?

giovedì 6 aprile 2006

Alla finestra, con la tazza del caffè tra le mani, sono sicuro di dimenticarmi qualcosa. Che primavera del cazzo. Piove, fa freddo. Fuori il verde sembra meno verde, il grigio più grigio. Che cosa? Dove? Qualcosa mi sfugge. Ieri avevo detto a mia madre che il giornale l'avrei comprato io. Se ci siamo messi d'accordo che l'avrei preso io, significa che dovevo uscire. Ma se dovevo uscire dove dovevo andare? E perché? Che impegno avevo? Lascio perdere. E' un periodo così. La settimana scorsa ho perso il consiglio di dipartimento. Dimenticato, completamente. E poi appuntamenti, scadenze, lavori, promesse... Ho una specie di eczema che si propaga sulla fronte. Giovanna insiste perché vada a farmi vedere. Io non ho tanta voglia, aspetto che passi da solo. Intanto però, se mi gratto troppo, assomiglio a un personaggio di Star Trek, un qualche alieno con la fronte gommosa e arrossata. Me la prendo con calma. Pur non facendo nulla sono sicuro di avere un debito di sonno. Mi scopro curioso di sapere cosa si sarà inventato oggi Mmm-mm-mmm-mm. Dice Giovanna che non va più nominato. Credo che abbia ragione. Ogni volta che lo nomino lei mi fa pagare uno spriz. Sto andando in bancarotta. Ho lasciato il cellulare in camera. Decido di studiare quando vedo che ho delle chiamate non risposte e un messaggio: «Dove sei?».

Ecco, lo sapevo. Dovevo trovarmi mezz'ora fa con E* a colazione.

«Scusami», dico, dopo una corsa in bicicletta. Non ho fatto in tempo a prendere l'ombrello e sono pieno di pioggia, «Scusa, mi sono dimenticato e...»
«Non importa, ...» dice E* che intanto si è letta le dichiarazioni giornaliere di Mmm-mm-mmm-mm.
«Divento sempre più distratto...»
«Non me lo dire»
«No, sul serio: l'altra sera mi sono dimenticato di finire la pizza»
«Eh?»
«Ero con degli amici, stavamo chiacchierando e uno mi fa non la finisci la pizza? non ti piace? e io rispondo ma che dici, l'ho già finita- Guardo nel piatto e c'è questa fetta mangiucchiata di cui mi ero dimenticato. All'inizio penso che sia uno scherzo, che me l'abbia messa Giovanna di nascosto, ma capisco dagli sguardi che non è così. Allora mi metto a ridere, dico sul serio? non è uno scherzo? e cambio argomento il più in fretta possibile...»

***

«A Berlino ho visto un film veramente bello, sulla Stasi, il servizio segreto della DDR. Vallo a vedere quando esce.»
«Come si chiama?»
«In italiano più o meno La vita degli altri, ma non so come lo tradurranno»
«Se tutto va bene uscirà come Se mi lasci ti torturo»