lunedì 22 dicembre 2003

- Voi mi spaventate - dici - Mi fate paura. - Stai guardando il marciapiede parallelo al tuo, dall'altro lato della strada. - Mi terrorizzate - dici alla folla sul marciapiede. Piove. La folla è ferma davanti all'inferriata di un cinema che aprirà tra mezz'ora. Sono in tantissimi. Sono vestiti di nero. Stanno aspettando di entrare a vedere "Natale in India". Tu, sul tuo marciapiede, da solo, a pochi metri, con una borsa di plastica nella mano sinistra, un ombrello mezzo rotto nella mano destra, li fissi. Una signora si volta, ti guarda sorridendo e con un gesto della mano ti invita ad avvicinarti - Vieni - dice. Si girano altri e ti osservano dall'altro lato del marciapiede, sorridono. - Vieni - dicono - Avvicinati. -
- No - dici
- Dai - ti dicono - non vorrai mica fare il solito snob -
- No, è che... - dici, o almeno ci provi, perchè ti sembra che la tua voce si sia fatta più sottile.
- Avvicinati - dice un ragazzino con gli occhiali
- Io... - dici, e in quell'istante ti senti come se non fossi più concreto, come se ti stessi smaterializzando.

Questo è il catalogo
(parte 1, con qualche approssimazione)
Aramis si pizzica i lobi delle orecchie, il vestito da donna di Enne2 prende vita, l'uomo con gli uncini fotografa le case, Pedro Camacho gira per casa in mille travestimenti, il borseggiatore scrive una lettera accompagnatoria, Hoover si traveste da suora (Suor Edgarina), un uomo fa un bagno abusivo al Lido di Venezia, Arturo Bandini regala un libro al deserto, Joe Chip ha dei problemi con uno strano spray, il fiato di Alessandro si spezza sul cavalcavia dell'arcella.

Tuo fratello ti chiede se ti piacciono le cipolle. Ha il tono di chi sta per cucinare qualcosa e vuole sapere se può utilizzare tutti gli ingredienti che ha a disposizione. Tu lo guardi negli occhi, poi guardi la tua pizza, sul tavolo, davanti a te. La tua pizza è una pizza alle cipolle.
- No. - gli rispondi.
- Allora perchè hai preso una pizza alle cipolle? - chiede.
- Perchè la pizzeria chiude per ferie -
- E allora?
- Allora deve finire le cipolle, ti fanno gli sconti se prendi una pizza con le cipolle
- Ah - dice, e inizia a tagliare la sua diavola.
Sei ammirato. Lo osservi mentre taglia la fetta e la porta alla bocca.
- Che c'è? - chiede.
- Stavo scherzando -
- Su cosa?
- Sulle cipolle.
- Eh?
- Ti pare che prendo una pizza alle cipolle se non mi piacciono le cipolle?
- Boh - ti fa - che ne so?
Forse questa è la prova definitiva che tuo fratello non è stato adottato.

Questo è il catalogo
(parte 2, con molte approssimazioni)
Il cadavere di Angela viene raccolto quasi a pezzi nella nebbia, la casa delle bambole ha la lampada che si accende davvero, Levin chiede a Kitty di sposarlo scrivendo solo le iniziali delle parole, gli angeli dicono a Venedikt dove trovare dello sherry, Phoebe Caulfield vince una gara di rutti, la marmotta nella teiera racconta una storia senza capo ne coda, alcune colline sembrano elefanti bianchi, la vecchia in carrozzina ha il vizio del gioco d'azzardo.

Il tecnico avvicina il defibrillatore al case del computer, dice: - Libera! - e una scossa parte dal macchinario, attraversa i fili e dalle piastre cerca di riavviare il cuore bruciato del tuo computer. - Libera! - il led rosso sbrilluccica per un secondo, il floppy si apre e il computer esala l'ultimo respiro... il tecnico apre il cd-rom, prova a soffiare dentro, riprende fiato, soffia, ma niente, niente, non c'è più niente da fare.
- Si accomodi - ti dice
- Cosa è successo?! Sta bene? -
- Si sieda per favore -
- Mi dica cosa è successo! Come sta? -
- Non c'è più niente da fare.
- Cosa? Cosa vuole dire?
- Se ne è andato.
- E' morto? E' morto? Mioddio, vuole dire che il mio computer è MORTO!
Il tecnico annuisce e si asciuga le mani sudate sui jeans.

Poco fuori città, da un campo, disturbato da un rumore lontano, si alza uno stormo di uccelli neri che strepita e svolazza e si allontana in cerca di un posto più tranquillo.

(continua, forse, prima o poi, sempre che trovi un computer funzionante in giro... il catalogo è ancora molto lungo. Intanto Buon Natale, diobuono, buonnatale.)

mercoledì 17 dicembre 2003

Evidentemente devo espiare qualcosa.

Non è solo il fatto di essere stato attaccato da uno sciame di cavallette; o la banale pioggia di rane che mi ha travolto oggi pomeriggio (Ale, ma cos'hai nel cappuccio? - Eh?... E' una rana - Ma scusa, che ci fa una rana nel tuo cappuccio? - Be'... mi è piovuta addosso - Una rana? - Non una rana, una pioggia di rane - Ma se c'è il sole! - Eh, è stato un attimo...)
E' che le macchine hanno deciso di dichiararmi guerra.

Alle nove di mattina, per controllare la posta elettronica, accendo il computer. Il computer esplode. Infatti adesso sto scrivendo dalla biblioteca. Il computer di casa mia fa PUM - un pum attutito - e non si accende. Contemporaneamente si sente nell'aria un odore di plastica bruciata. Ok.

Ho solo perso qualche capitolo della mia tesi, in quel computer. E qualche altra cosa di minore importanza, che so, tutto quello che ho scritto dal 1992 a oggi.

So già la domanda. Me l'hanno fatta in dieci stamattina. "Ma non hai salvato da qualche altra parte?"

No, ok? OK? No. Non ho salvato niente da nessuna altra parte. Io mi fido delle macchine - aerei a parte. Io, il progresso, le macchine, la meccanica, l'informatica, la nanotecnologia, io, tutti questi prodigi, io... io...

Sì, ok sono un deficiente, lo so, grazie.

Allora, sconfortato, mi metto a scrivere sul portatile di mio padre. Ma sulla mia testa iniziano i lavori. Mi sposto in cucina. Appena mi sposto, iniziano i lavori sopra la cucina. Torno nella stanza precedente, dove adesso c'è silenzio, i lavori mi seguono. Mi sposto ancora, si spostano i lavori. Comincio a sospettare un complotto.

Spengo il portatile. Lo metto in borsa. Mi vesto. Vado in biblioteca.

Alle tre del pomeriggio, scendo in emeroteca per fare due fotocopie. Lascio il computer sul tavolo, acceso con lo schermo chiuso, per non far leggere al mio vicino di tavolo, che mi sta sulle palle, cosa sto scrivendo. La macchina per caricare la tessera delle fotocopie ha deciso che i miei cinque euro non le piacciono. Me lo scrive nel display a cristalli liquidi. "Non voglio i tuoi soldi di merda", scrive. Mi faccio cambiare le banconote in monete. La macchina mi risputa addosso le monete. Mi faccio cambiare le monete con una nuova banconota. La macchina, evidentemente, controlla le impronte digitali. I miei soldi non li vuole. Quelli della ragazza dopo di me, invece, li prende al primo colpo.

Ok. Alla fine, dopo tre cambi di banconote e monete, la macchina desiste.
(D'altronde è una macchina veneta, i schei, alla fine, son sempre schei.)

Fotocopio le due pagine. Torno al computer. Alzo lo schermo. Lo schermo rimane nero.
Aspetto.
Nero.
La ventola inizia a sbuffare.
Aspetto.
Aspetto.
Non ho salvato quello che ho scritto.
Abbasso e alzo lo schermo. Lo schermo è nero.
Aspetto.
Aspetto.
Formulo un piano per sganciare bombe atomiche a bassa intensità su tutto il mondo in modo da eliminare dal pianeta ogni traccia di campo magnetico.
Aspetto.
Aspetto.
Sto ancora aspettando...

domenica 14 dicembre 2003

Mio nipote

Mio nipote non è un bambino, è una macchina per le scoregge. Gli tocchi la pancia, scoreggia. Gli tocchi un piede, scoreggia. Gli batti una mano, scoreggia. Gli accarezzi la testa, scoreggia. Ti sembra che ti stia sorridendo (Ooooh sta sorridendo) e invece sta solo torcendo la faccia per lo sforzo di scoreggiare. Gli sorridi, scoreggia. Gli canti una canzone, scoreggia. Dorme, scoreggia. Scoreggia, scoreggia.
Più che Emiliano, d'ora in poi lo chiamerò Zeppelin.

Inglese, internet, itterizia

Per rispetto della privacy, al posto dei nomi dei tre protagonisti di questo episodio - due laureati e uno quasi - userò delle sigle in modo da rendere irriconoscibile la loro identità: X, Y, Z.

Più o meno le otto di sera.
Un bar gestito da cinesi.
Grado alcolico: uno spriz (quindi: quasi sobri).

- Allora Z, com’è quel disco dei Wire?
- Bello. Bello. Stupendo!
- Sì, ma che vuol dire Wire?
- Wire? Wire vuol dire filo… cavo elettrico.
- Ah sì? Io ho sempre pensato che volesse dire spire.
- Spire?
- Ma cosa dite? Wire non significa mica filo.
- Come no, hai presente gli oggetti wireless? Senza filo, significa
- Noo, non si dice wireless: si dice cordless; Wire è un’altra cosa
- Cioè?
- [mimando una specie di cubo di rubik] Wire è un oggetto meccanico... un meccanismo.
- Io pensavo volesse dire spire, come le spire del cobra [sibila, e alza la mano, atteggiando le dita come fossero zanne]
- Sì, le spire arricciate come quelle del cavo del telefono!
- No, no, scusate, sono sicuro che wire significa meccanismo.

- Ah, be’ se lo dici tu.
- Sei sicuro che non vuol dire spire? Sicuro?
- [Incrocia le braccia, chiude gli occhi, annuisce]

Wire: filo; (ELEC) filo elettrico.

Mio zio

Mio zio è morto qualche anno fa, schiacciato da un armadio, o qualcosa del genere. Non ho mai capito cosa gli è successo, ma ho stampata in testa un’immagine di lui che attende a braccia aperte un oggetto pesante e, dall’alto, questo oggetto – un oggetto di legno chiaro - gli precipita addosso e lo schiaccia. Naturalmente non l’ho mai vista questa scena, l’ho sempre e solo immaginata, unendo gli indizi raccolti nei pochissimi racconti circolati in famiglia dopo la sua morte. Del funerale ricordo il prete, vestito di bianco, che a metà della funzione, agitato e quasi paonazzo, comincia un’invettiva contro l’aborto. Ricordo anche altre cose, ma non ho voglia di raccontarle. Tutto questo, mi è tornato in mente d’improvviso stamattina, dopo aver sognato mio zio che mi parlava. Aveva, come sempre, un’irrittante somiglianza con Bud Spencer, ma, vicino alle tempie, gli si erano arricciate le sopracciglia verso l’alto. Continuo a pensare che forse dovrei giocare qualche numero al lotto, ma, oltre al quarantasette, non so bene su quali altri puntare.

Stamattina fuori dal portone, sul marciapiede proprio davanti a casa mia, c’era una striscia rossa che aveva tutta l’aria di una scia di sangue. Proseguiva, barcollando, fin dentro al vicolo, poi spariva nel nulla.

martedì 9 dicembre 2003

E io che, cazzo, pensavo di averti espulso dai miei sogni, te e tutti i tuoi oggetti: la molla per capelli a forma di serpente, la nikon col grandangolo, i bicchieri rubati. E invece ritorni, di prima mattina, ritorni, insieme con i disastri aerei, l’incarcerazione preventiva, la pulizia della casa. (Poi, durante il giorno, le immagini si stemperano, si diluiscono e scompaiono lasciandomi come sempre insufficiente: l’ombra dell’ombra di me stesso - pensavo camminando stamattina - che potrebbe sembrare una cosa impossibile, perché se illumini l’ombra, l’ombra scompare, e invece la mia è così densa, pensa, pensavo, che se la illumini proietta un’altra ombra più grande, più flebile, irreale)

giovedì 4 dicembre 2003

La mummia di Raymond Carver che tengo in garage, avvolta in un lenzuolo, ieri notte ha lacrimato sangue. Càpita, alle volte. Credo lo faccia in concomitanza con altri eventi del genere. Forse per invidia. Non aprirò un santuario finchè la Comunità Europea non deciderà di finanziarmi adeguatamente.

Il cero votivo a forma di testa di Lenin che sta accanto alla lampada in camera mia, invece, sta accumulando una dose interessante di polvere. Ancora un po’ e sulla testa gli si sarà formato un toupet perfetto e grigio – un diabolico tupè.

I martellamenti che dalle otto e mezza fino alle sette di sera continuano imperterriti, non aiutano il mio rush finale verso una laurea che mi ha debilitato. Adesso ve lo posso dire: stanno costruendo, nell’appartamento di sopra, il tratto di ferrovia su cui passerà il treno per Yuma.

- Elephant è un bel film.
- Ma chi ti ha detto niente? Io volevo sapere la ricetta per…
- A me, per esempio, è piaciuto molto.
- Non ne dubito, ma senti: come si cucina il risotto di ort—
- Mi chiedi perché? Be’ intanto, ci sono delle scene prese pari pari da Shining.
- Shining non l’ho visto. Neppure Elephant, se è per questo…
- Così sembra intendere che gli Stati Uniti sono infestati come l’Overlook Hotel…
- Ma ti senti quando parli? Stai dicendo un sacco di cazz..
- Ma la vera figata è come VanSant gioca con le categorie della narrazione.
- Senti, non me ne frega niente. Voglio solo sapere quanto devo cuocere il b…
- Se ci fai conto, VanSant crea delle attese riguardo i personaggi: usa dei clichè di racconto che poi disattende, tradisce. Hai presente il nero che c’è alla fine? Sembra che con la sua calma debba salvare la situazione, ma lo sembra perché siamo abituati a percepire un personaggio del genere, in quel contesto, come uno che ha in mano la situazione. E invece…
- Ancora stai parlando? Ero andato a prendere un po’ d’acqua.
- E non è l’unico esempio: la ragazza brutta, i due innamorati… Il romanzesco entra in scena continuamente, ma è spiazzato. Le categorie del romanzesco non sono in grado, per VanSant, di raccontare questa storia in modo da raggiungere la verità. Capisci? Elephant, tra le altre cose, racconta il fallimento della narrazione codificata.
- …
- Che c’è?
- Ti rendi conto che questo è un modo bieco e paraculo di fare una recensione? Facendo finta di non prendersi sul serio?
- Sì.
- Almeno te ne rendi conto. Senti: il risotto di ortiche, quante ortiche servono?

p.s. Per Tess Gallagher. Se vuoi indietro la salma di Ray, spedisci il manoscritto autografato di Cattedrale all’indirizzo che sai. Il manoscritto e un paio di scarpe usate. Usate da lui, intendo. Non imbrogliare: conosco il suo odore. Nel frattempo non gli accadrà nulla. La piccola concavità sulla fronte, nonostante quel che ne dici, era già lì prima che, per sbaglio, gli facessi sbattere la testa contro lo spigolo del cancello.

martedì 2 dicembre 2003

Mi sa che sto perdendo l'uso della memoria a breve termine.
Mi sa che sto perdendo l'uso della memoria a breve termine.
Mi sa che sto perdendo l'uso della memoria a breve termine.

lunedì 1 dicembre 2003

Stai bene?
Sì, grazie. E tu?
Bene, grazie…

Sei sicura di star bene?
Sì sì


Sicura al cento per cento? Non ti senti un po’ male?
No, perché?
Nessun malore? Ansia? Pesantezza? Mal di testa?
Nooo. Mi vuoi dire perché?
Niente, no, niente… Chiedevo.


Bruciori allo stomaco? Ulcera?
No, smettila, sto bene.
Tonsille? Tutto a posto con le tonsille?
Ma che cazzo hai stamattina? Mi vuoi spiegare?
No, mi chiedevo. Sei stanca?
No. Sto lavorando.
Dormito male? Incubi? Perdi i capelli?
Noo.
Senti le voci? vedi un’aura luminosa attorno alle persone?
Ma che è, il Minnesota test?
E il fegato? Tutto bene il fegato? La milza?
Ma la smetti?
Vene varicose? Emorr…
SMETTILA!


Ma tu, non eri juventina?



In effetti forse un po' di febbre ce l'ho.

Mia madre ha tirato fuori dalla cassapanca le sciarpe dell’Inter, gli striscioni con su scritto Lothar Mattheus campione del Multiverso. Le ha appese al posto della bandiera della pace.

Il libraio juventino si gela non appena mi vede passare; la faccia gli si plastifica in un sorriso scemo. Il mio saluto placido attraverso la vetrina è in tutto e per tutto uguale alla minaccia di un criminale.

sabato 29 novembre 2003

Ho la volontà di un echinoderma.

Un'oloturia, per la precisione.

venerdì 28 novembre 2003

Per quanto io sia sicuro che il kebab di ieri sera alle 11.00 abbia influito sulla qualità dei miei sogni, l’incubo che mi ha svegliato alle cinque di mattina e che prevedeva la morte per template, mi appare oggi come un chiaro messaggio dell’inconscio - più che un messaggio una minaccia, e cioè: smettila, smettila di fottermi.

Ieri mattina non era brutto tempo, ma poi, nel primo pomeriggio, le nuvole hanno coperto tutto. Scorrevano, grigie, verso le Piazze senza che si potesse vedere uno squarcio, senza che apparisse in lontananza un confine che le delimitasse. Nuvole basse e continue che minacciavano burrasca.

Impietosita dal mio post precedente, M. è venuta a cucinare per me a pranzo. Ha comprato le scaloppine. Ho sempre i riflessi lenti: sul momento non ho detto nulla, ma erano delle scaloppine fantascientifiche! meravigliose! sublimi! da sciogliere le ossa e l’apparato digerente! Mai mangiate scaloppine così buone!

Dopo pranzo, in balcone, M. mi dice di aver incontrato Marco.
Rispondo: Lo sai? Marco ha conosciuto mia madre.
Ah, sì?
Sì. Era tutto contento.
Ci credo, Lapaola è una figona.
Sabato - le racconto - ci siamo trovati al Bar degli Osei. C’era anche AleP. Marco ha detto ad AleP che ha conosciuto Lapaola. Poi gli ha sussurrato, lì davanti a me, qualcosa nell’orecchio.
Che cosa?
Non me lo voleva dire. Allora l’ho chiesto ad Alep.
E?
Praticamente gli ha detto che è vero che tu e Lapaola siete identiche.

[Comunque non pensavo che Padova potesse, nel giro di due giorni, diventare una città ancora più allucinante di quanto non lo sia normalmente]

M. si mette a ridere: Se fossi in te mi preoccuperei!
Lo faccio già, le dico
Gli hai detto che il culo delLapaola è 10 volte più sodo del mio?
No, rispondo, perché poi magari pensano che ti tocco il culo ogni momento.
O peggio, dice lei, che tu tocchi il culo a tua madre.
O peggio ancora, aggiungo, che tu e mia madre vi smanacciate il culo a vicenda.

In manifestazione non saremo più di 1500 persone. Sono le sei: piove ed è buio.
Partiamo da Piazza delle Erbe, curviamo verso piazza dei Signori e dopo cinquanta metri troviamo lo sbarramento di polizia. Nessuno se l’aspettava. La zona rossa è lontanissima. Siamo imbottigliati. Cerco di capire cosa succede. Nessuno capisce niente. Mi avvicino per guardare meglio. Trovo un riparo sotti i portici, vicino a L. Cominciano gli insulti. A mani alzate, si spinge un po’ contro lo sbarramento. C’è la prima carica della polizia. Si sta fermi. Dagli altoparlanti si sentono le proteste degli organizzatori. Qualcuno, davanti, si è fatto male. Comincio ad avere paura, ma sto fermo, sto dove sono: gli altri stanno dove sono. Piove. Partono dei fumogeni. La testa del corteo preme ancora contro la barricata. Molti indossano caschi. Ma niente. Non ci si muove. I flash delle macchine fotografiche fanno brillare la pioggia a mezz’aria. A un certo punto corre voce che debba passare un’ambulanza. In mezzo al corteo? In mezzo al corteo. Si sentono le sirene, appare l’ambulanza da dietro la curva. Il corteo si apre e si schiaccia sulle vetrine, rischiando di sfasciarle. Sulla scia dell’ambulanza c’è un tipo che corre. Rasato a zero, con jeans e giacca scura. Dietro di lui un altro tipo, più alto, capelli biondissimi, col pungo destro caricato, lo afferra per il bavero con l'altra mano, se lo trascina a sè e lo colpisce dritto in testa. L’ambulanza si blocca. Intanto quello coi capelli biondi schianta il rasato contro il cofano di una macchina parcheggiata e picchia di brutto. Arrivano altri ad aiutarlo, mentre, attorno, in molti urlano: “No!”.
La rissa finisce prima che chiunque possa capire cosa è successo.

(Se anche io decidessi all’improvviso che la mia psiche ha bisogno di più rispetto e quindi cominciassi a trattarla con la cura che merita, l’influenza esterna, nella fattispecie il vicino di appartamento che alle otto e quarantacinque, dopo che mi sono appena riaddormentato, accende la televisione a tutto volume e si guarda Verissimo, con Cristina Parodi vestita da Nonna Papera, incrinerebbe comunque l’instabile equilibrio ottenuto nottetempo attraverso la vendita dell’anima (euro 530* all’ultima quotazione).
Quindi, tanto vale.)

L’ambulanza passa. Tutto ritorna normale. La polizia decide di indietreggiare e nel giro di un secondo i celerini sono del tutto scomparsi. Il corteo può procedere. Diluvia fino a quando non decido di abbandonare la manifestazione.

"Temi la morte per template"

(*link recuperato attraverso Strel')

martedì 25 novembre 2003

Ti scrivo dalla biblioteca in cui mi sono trasferito.
Qui è pieno di cadaveri e di voci di cadaveri.

TS mi osserva da cinque minuti, senza che io me ne renda conto. Vede che sto fissando il monitor senza toccare i tasti, ipnotizzato. Mi scuote una spalla e dice, accademico, “Pensa che non sarà finita. Ci saranno altri tre anni così!” Io sorrido a stento. Lo guardo come se fosse un pazzo. Lui ride e, mentre ride, pop! gli salta via un occhio sulla mia tastiera. “Altri tre anni!” ripete, senza accorgersi di niente. Mi batte con la mano aperta sulla scapola. Sorridendo pacatamente, faccio il gesto di buttarmi fuori dalla finestra. “Ah!”, fa lui, “Ah! Deja-vu!” “Eh?” TS alza l’indice della mando destra e dice: “L’hai già fatta, questa scenetta! Deja-vu! Deja-vu!” Se ne va. Il suo occhio, intanto, si è squagliato sui miei tasti.

Lo sai. Da quando è nato mio nipote, mia madre sta sempre da mia sorella- io, ogni sera, devo preparare da mangiare a mio padre che torna dal lavoro. Oggi mi ha detto che giovedì non è a casa, sarà a cena fuori. Mi arrangerò, gli ho risposto. Lui ha continuato a guardare l’insalata, mangiandola a piccole forchettate, come fa di solito. Mi ha chiesto se non ho un’amica che cucini per me. E io ho risposto di no. Lui allora mi ha chiesto se sono tutte laureate. No, gli ho detto: è che hanno altre persone a cui cucinare. Lui, allora, ha pulito il piatto con un pezzo di pane. L’ha masticato bene. Ha preso un sorso di vino. Nel silenzio, con una voce solo indizialmente preoccupata, ha detto: potresti trovarti delle nuove amiche che cucinino per te.

lunedì 24 novembre 2003

Verrà la morte e avrà gli occhi di un muratore marchigiano con un trapano calibro .44 nella fondina ascellare e pantaloni di velluto beige a zampa di elefante.

Il punto di psicosi arriva, come al solito, a tradimento da dietro, nel momento in cui, alla tua destra, una ragazza che non ti sta ascoltando dice, seria e scocciata, madonnamia. In quel momento ti sembra che tutti ti guardino con occhio allibito; la tua coscienza fa un passo indietro, si mette ad ascoltare il tuo racconto e si imbarazza per te, contro di te. E mentre un secondo prima ti sentivi divertito ed esaltato, adesso sei incerto se continuare a parlare o zittirti di scatto. (Intanto ti si afflosciano le spalle, ti cadono i capelli, ti si ammolliscono le unghie delle mani.)

- Cosa dobbiamo fare?
- Prendi il tagliapizza
- Questa rotella qui?
- Sì, adesso incidigli la fronte, così. Segui la circonferenza. Ok. Premi un po’ di più.
- E’ duro.
- Spingi un po’ più forte. Bene. Adesso apri. Ok. Hai comprato la formalina in tabaccheria?
- Sì
- Bene. Allora, solleva il cervello, mettilo con la formalina in quel recipiente di vetro.
- Quale?
- Quello lì, sull’ultimo scaffale. Aspetta, cosa c’è scritto?
- Ab… Ab… qualcosa
- Ab che cosa?
- Ab – normal.
- Ok, è il recipiente giusto.

venerdì 21 novembre 2003

Il semaforo.
Accanto al semaforo - alla sinistra del semaforo - ci sono io. E il semaforo è rosso. Piove. Ho un ombrello. Accanto a me, alla mia sinistra, c’è una signora. Più bassa di me.
Visti da dietro, siamo perfettamente in scala. Il semaforo, io, la signora. Anche la signora ha un ombrello. Infatti, piove. Mi sembra di averlo già detto.

Suona il telefono. Rispondo. Dico:
- Pronto?
Risponde una donna:
- Pronto? Chi parla?
- No, mi scusi, chi parla?
- Ho risposto io al telefono.
- No, ho risposto io al telefono.
Silenzio (tre secondi)
- Ho risposto io al telefono. Chi parla?
- Anche io ho risposto al telefono. Ma chi è lei?
- No, chi è lei?
- Facciamo così. Lei adesso mette giù e così anch'io.
- Ma come faccio a sapere che poi lei mette giù veramente?
Silenzio (cinque secondi)
- Scusi?
- Io metto giù. Invece lei no e mi occupa il telefono.
- Perché dovrei fare una cosa del genere?
- E chi lo sa? Lei è un acher?
- Un che?
- Un acher, quelli che ti entrano nel computer. Poi si vanno a vedere i siti pedofili.
- Mi scusi, ma cosa sta dicendo?
- Lei è un acher?
- No.
- E io come faccio a saperlo?
Silenzio (dieci secondi)
- Facciamo che metto giù prima io.
- Lo sapevo che avrebbe detto così. Lei sta tentando di fregarmi.
- Non capisco.
- Lei ha portato avanti la conversazione in modo da farmi credere che è meglio per tutti e due se lei mette giù per primo, per poi fregarmi.
- Io non ho fatto niente. Ha fatto tutto lei.
- Non racconti storie, conosco i vostri trucchetti da acher.
Sbatto giù la cornetta.

La signora alla mia sinistra ha un cappotto rosso rosso. E i capelli corti, biondi, ricci. Dopo essersi affiancata a me, guarda dall’altro lato della strada. Passati un paio di secondi mi chiede se sto aspettando l’autobus. Ci metto un po’ a capire la domanda, ma le rispondo di no. Lei mi guarda strano. Dice: - Mi hanno detto che l’autobus passa ogni mezz’ora. – E io: - Ah. Interessante.
- Ma tu stai aspettando l’autobus?
- No. Vede? – le dico – Questo è un semaforo
- Io devo prendere l’autobus per Abano
- Ah, bene.
- L'autobus passa ogni mezz’ora.
- Probabile. Ma vede lì, quel cartello? Quella è una fermata dell’autobus.
Lei non muove minimamente la testa. Mi fissa.
Le dico: - Questo – indico il semaforo – è un semaforo.
- Mi hanno detto che passa ogni mezz’ora.

Riprendo la cornetta. Dico:
- Pronto?
- Vede? Vede che ho fatto bene ad aspettare? Voi acher siete così prevedibili.

It’s been a bad day, please don’t take my picture

E a me, i R.E.M., non è che piacciano un gran che…

martedì 18 novembre 2003

Quando ho detto a P. che mia sorella era incinta - sarà stato giugno, forse luglio - lui mi ha guardato come se fossi un deficiente, con le palpebre mezzo abbassate e un angolo della bocca (il sinistro) tirato indietro. Embé, mi ha detto, E allora? E’ di moda, mi ha detto. Non lo vedi che lo fanno tutti?

Nell’appartamento di sopra hanno iniziato i lavori di restauro, io c’ho già le balle girate.

Da due settimane sento l’esigenza di comprare delle schede. Schede di cartone 10X15, dove prendere appunti. La cartoleria in cui entro espone in vetrina un enorme tricolore afflosciato. Sul tricolore, un nastro nero di stoffa appoggiato a caso. Mi infilo tra i quaderni, e, mentre cerco (inutilmente) le schede che piacciono a me, mi scopro a canticchiare You make me feel like a natural woman.
Il che mi rende piuttosto perplesso, perché non mi sento proprio natural woman.

Soprattutto natural, a dirla tutta.

Sarà che ci sto più attento, ma, mentre canticchio, mi accorgo di essere circondato da carrozzine. Marmocchi dappertutto. Ovunque marmocchi. Tra i quaderni, abbandonati sulla cassa. Appesi al soffitto. Marmocchi che volteggiano sui lampadari. Allora esco dalla cartoleria e ci sono marmocchi anche lì. Milioni di marmocchi portati a passeggio da milioni di genitori sorridenti. Non so.

Io a vedere tutti questi nani da passeggio - lo so che non dovrei dirlo - ma la prima cosa che penso è: chissà che stronzi che diventeranno questi qui da grandi.
Più ne vedo, più mi sento minacciato.

Allora. Perché io esca da questo stato di odio in cui mi trovo, immagino dovrà accadere uno o più di questi avvenimenti:

1) finisco la tesi;
2) mi trovo una morosa;
3) D’Alema la smette di dirsi di sinistra. Perchè non lo è. Non è di sinistra. (La cosa - se qualcuno aveva dei dubbi - si è resa evidente lunedì sera a Otto e mezzo.)

Visto che la probabilita che uno qualsiasi di questi fatti accada è molto vicina allo zero, io consiglio a tutti di starmi a distanza di sicurezza, perché recentemente ho scoperto di provare soddisfazione solo morsicando la gente.

domenica 16 novembre 2003

Di domenica, il centro di padova è pieno di facce da culo che passeggiano. Compreso il sottoscritto. In cerca di una farmacia aperta, digrigno i denti, strizzo gli occhi, trattengo l’impulso di colpire i passanti con l’ombrello. E’ uno sforzo sovrumano. Trattenere l’impulso. Di colpire i passanti.

Ciaaaaaooooooooo. Da un gruppo di filippini davanti a me, tutti alti uguali (1.60), mi si avvicina un ragazzo – avrà sedici anni – capelli corti, baffi e un accenno di barba. Gli altri si zittiscono di colpo. E’ Mirk. Al tempo in cui vivevo una vita che non era simile in tutto e per tutto a quella di uno stilita, lo aiutavo nel doposcuola. Mirk, al doposcuola, non capiva un cazzo. Adesso parla un italiano quasi perfetto. Ehi Mirk. Ehi. Come va? Bene? – Siamo di fronte a un’internet point, gli chiedo se è qui a giocare, lui alza le mani e scrive su una tastiera immaginaria; con un sorriso enorme dice: no: chat!

Sei migliorato con l’italiano…
Ostia! so anche il dialetto!

Cambiando discorso: se continuo così, nel giro di pochi giorni, saprò a memoria tutte e trentaduemila le combinazioni di FreeCell. Me ne mancano giusto 10000 o giù di lì. Sono sempre più convinto che qualcuno crei questi giochi apposta per me, ben sapendo quanto la mia compulsività ne venga attratta.

“Dove cazzo è il nove di picche?” Ogni volta che mi faccio una domanda del genere, spero che il computer mi risponda: hai provato a cercarti nel culo?

Hal 9000 lo farebbe. Sicuro.



Comunque.

Davanti alla vetrina della farmacia di turno, incontro Bill Gates insieme col fantasma di mia nonna. E' una coincidenza, perché Bill Gates e il fantasma di mia nonna non si conoscono neppure di vista. Il fantasma di mia nonna, infatti, appena mi vede, si allontana. Bill invece mi stringe la mano: Stavo guardando le barrette energetiche, dice.

Senti Bill, dico, avrei una proposta per migliorare FreeCell.
So già tutto, dice, Piuttosto: sai consigliarmi un integratore?
Sarebbe un’innovazione geniale. Pensa: Free Cell che insulta i giocatori.
Ci avevamo già pensato per aumentare la produttività, dice tornando alla vetrina, ma i programmatori disattivavano il sonoro oppure ci godevano.

Poi mi guarda le orecchie - Bill non guarda mai le persone negli occhi - sta in silenzio qualche secondo, e, serio, dice: Ma tu lo sapevi che alcune di queste pillole per dimagrire contengono anfetamine?

mercoledì 12 novembre 2003

A questo punto ho il sospetto di avere, nella calotta cranica, al posto del cervello, una specie di stomaco: una sacca vuota di colore rosa/violacea, poco elastica, che amalgama, scioglie, non assimila le informazioni, anzi, le espelle non so dove.

Alla laurea di D, oggi, i suoi amici gli hanno fatto indossare guanti e calzini pieni di nutella mista a larve bianchiccie, ancora in vita. Dopo averlo cosparso ovunque di miele, farina, uova e nastro adesivo, mentre leggeva il papiro, gli lanciavano le larve rimaste a mo’ di coriandoli.

Diciamo. Non è. Diciamo. Un periodo. Diciamo. Meraviglioso.
Non è.
Diciamo.
Non.

No. Proprio.

Ha gli occhi crudeli, come fosse cinese, ma a volte penso a lei e non riesco a smettere.
L'uomo di gennaio, David Mithcell

domenica 9 novembre 2003

Le patate al forno che ti sei preparato in un momento di disperazione - il tuo frigo conteneva, a parte le patate, tre spicchi d’aglio, una confezione di ketchup, un vasetto di pesto scaduto dal 1862, una maschera di bellezza congelata - ti hanno ustionato il palato. Non potevi aspettare che si raffreddassero, no. Dovevi per forza mangiarle quando ancora la loro temperatura rasentava i 451 gradi. Adesso, nel chiudere la bocca, gli incisivi inferiori sfiorano la gengiva superiore provocandoti scosse e punture. Per riuscire a dormire devi studiare complesse posture della lingua in modo da creare un cuscinetto che attutisca il dolore. Poi ti svegli e parli tutto fuffoso. “Come stai stamattina Ale?” “Fefe”

(Domani hai un incontro col guru. Voglio vederti a difendere un capitolo indifendibile, scritto in velocità e consegnato non finito perché ti stava prendendo l’ansia – ansia che non solo ti sorprende quando meno te l’aspetti, ma ti sorprende anche quando te l’aspetti: sai che l’ansia arriverà nel giro qualche secondo; lei, matematica e calcolatrice, in effetti arriva, e quando arriva, e tu ti aspettavi che arrivasse, comunque ti sorprende – voglio vederti domani a parlare al guru del tuo capitolo, a difenderti dalle sue correzioni quando tutte le tue consonanti sono tutte sostituite dalla F, tranne la F che è diventata V. Voglio proprio vederti.)

Nonostante le tue proteste, G ti racconta l’ultimo sogno che ha fatto.
Esordisce così: “Mi stavo masturbando furiosamente…”
Dice furiosamente scandendo le sillabe una a una: fu ri o sa men te. “Ero in camera mia, ma non c’era la solita porta. La porta di camera mia, nel sogno, era come la porta di un saloon, hai presente?” “Fì” “Quando finivo di masturbarmi, tre, sette, cinquanta volte, alzavo la testa e vedevo che la porta oscillava sui cardini, si apriva e si chiudeva. Oltre la porta c’era un salotto enorme. Nel salotto: un tavolo, e dietro il tavolo mia nonna che preparava per la cena. Mi guardava.” “FiFFFia!” “Già, e poi guardavo in giro e c'erano altre porte così, nella stanza, e attraverso di loro vedevo che la casa era piena di gente. E tutti a guardare me. Ma come si chiama quel tipo di porta?” “Foh; foffa a faffeffe?” “Sì, probabilmente si chiama proprio così.”

giovedì 6 novembre 2003

Esperienza mistica n. 452

Con uno scatto senza suono, il lucchetto della bicicletta si apre. Lo richiudo attorno alla sella. Una goccia mi colpisce la guancia. Guardo in alto, seguo la prospettiva del muro a cui la bici è appoggiata. C’è il sole. Dal cornicione del palazzo spunta la coda di un colombo. Se strizzo gli occhi sono sicuro di vedere il suo buco del culo ancora spalancato. Abbasso lo sguardo sulla sella, la sella ha una minuscola chiazza bianca. Giro la testa a sinistra, verso il braccio, e sulla manica della giacca (marrone scuro) s’è spalmata una chiazza marrone chiaro. In tutto questo le mie mani sono rimaste fisse sul lucchetto. Dal cornicione la coda del colombo è sparita, evidentemente si è sporto solo dopo aver preso bene la mira. Ipotesi di sterminio. Minimiccette dal potenziale esplosivo di una carica magnum di C4 da graffettare ai chicchi di mais. Colombi che esplodono in volo.

Esperienza mistica n. 77/bis

Nek, da Ricordi, ha la faccia così scura da sembrare tornato appena adesso da una vacanza direttamente sul sole. Dalle vetrine lo vedo stringere mani e firmare. Non sorride mai, ma quando accenna a un movimento della bocca, la pelle gli si raggrinzisce come una prugna secca. Sulla porta di Ricordi, una ragazza con un microfono e due altoparlanti urla a dieci persone: “Allora! Com’è questo nuovo album di Nek, vi piace?” A parte due ragazzine che vengono subito picchiate e schiacciate sulla vetrina in modo da lasciare una scia di sangue, tutti urlano “Fa cagare!”. La ragazza con microfono, in stato mistico/allucinatorio (risplende), sorride e annuisce: “Anche a me piace tanto.” Fans di Nek che esplodono in volo.

Esperienza mistica n.2398

Cammino a una discreta velocità, al limite della corsa. Vedo: il semaforo; una ragazza che aspetta di attraversare la strada; il semaforo rosso; nessuna macchina; i paletti di metallo che delimitano i marciapiede. Decido: supero la ragazza passando a sinistra del paletto, attraverso la strada in tutta velocità. Non vedo: la catena che pende da un paletto all’altro. Quasi: giro su me stesso – asse di rotazione: la catena che non ho visto – per almeno due volte, sbattendo entrambe le volte la testa sullo spigolo del marciapiede. Quasi 2: vengo tranciato in due tronconi dalla catena che prendo in pieno in mezzo alla pancia; le gambe procedono per altri due chilometri per inerzia spruzzando sangue come in killbill mentre il resto bestemmia (sempre inerzia). Quasi 3: si raduna una folla di vecchietti, piccioni, fans di Nek, che mi prende per il culo.

martedì 4 novembre 2003

popecountdown
Come quando, al primo morso, la risposta a una domanda che da poco ti rimbalzava in testa parte dalla forchetta che trattiene mezzo raviolo al vapore, comperato in un take away cinese solitario e isolato, polveroso, nel quale una commessa col piumino blu guarda, in piedi e con le braccia incrociate, rossa in viso, un quiz in cinese coi sottotitoli in cinese a una televisione appesa in alto a destra accanto al murale del dragone, impolverato anch’esso, e, una volta preso l’ordine dei ravioli al vapore – verdure e gamberetti – si dirige in cucina e ci passa dei minuti sternutendo, presumibilmente sui ravioli stessi, poi te li consegna in una vaschetta di alluminio piena di bacilli che richiude con il domopak e tu, non contento, ti fai dare anche una confezione minuscola di salsa di soia in evidente stato solido, per dirigerti finalmente a casa dove, da solo, coi vestiti che puzzano di fritto, prepari un piatto su cui disponi i ravioli, rigidi, in pieno rigor mortis, poi ti siedi e ne addenti uno osservando come sembri estratto direttamente da un film di Cronemberg e in questo modo, cioè addentando, la risposta alla domanda di cui sopra ti oltrepassa i denti e attraversa le papille gustative per esploderti tra i neuroni, consumandone almeno mezzo milione, facendoti ricordare, quindi, perché da così tanto tempo non mangiavi cinese--- allo stesso modo, sabato, a lucca, ripensando a giovedì e venerdì, quando, con la pioggia, siamo andati in giro, in cerca del regalo di laurea di L. e siamo rimasti da me a mangiare, decidendo cosa fosse meglio prendere e dove, mi sono ricordato del perché, negli ultimi tempi, non ti frequentavo così tanto come una volta.

Prima che equivochi, te lo dico io: perché poi ci prendo gusto.

venerdì 31 ottobre 2003

Ho certi amici che solo con uno sguardo hanno una precisa misura del peso degli oggetti: se gli appoggi un mazzo di spaghetti in mano, loro, senza la minima indecisione, ti dicono: “centododici grammi, vigola sette; no… aspetta: virgola otto”. Io, invece, ho bisogno di bilance e contrappesi; un mazzo di spaghetti in mano a me pesa sempre mah etti e boh grammi. Che ne so di quanti sono tre chili e mezzo?

Alla televisione è appena finito il telegiornale; mia madre si avvicina di soppiatto – un po’ curva, come se stesse camminando dietro un muro non abbastanza alto da nasconderla interamente – sussurra: vieni, vieni. La seguo e lei dice: sta giù. Accendo la luce in cucina e lei: spegni la luce. Ci appostiamo in balcone, al buio. Dal condominio di fronte, secondo piano, un uomo e una donna stanno litigando. “Io chiamo la polizia” dice mia madre “Se lui la tocca, io chiamo la polizia” Intanto vediamo delle ombre muoversi dietro le luci della finestra, sentiamo delle urla del tipo: lui: “ti ammazzo!” lei: “metti giù il coltello, tu non ammazzi nessuno”; lui: “vattene di qui”; lei “questa è anche casa mia”; “ti ammazzo!”; “Se mi metti le mani addosso, ti ammazzo io” – Poi parte un vaso che sbatte contro il vetro della finestra chiusa, ma la finestra non si rompe e neppure il vaso. Mia madre chiama la polizia.

Il giorno dopo, sto scrivendo un'e.mail quando sento dal salotto: “Ale sconnettiti!” “Eh?” “Sconnettiti che è urgente!” “Che succede?” “Devo chiamare Raitre!” “Cosa?” “Devo chiamare Mi manda Raitre” “Ma per cosa?” “L’inquinamento acustico! sconnettiti!”. Questa, dell’inquinamento acustico, non c’entra nulla con la storia precedente, giuro, è un’altra faccenda.

Allora, tre chili e mezzo sono:
- due bottiglie e un quarto di acqua Fonte Guizza (tra le più gassose dell'universo) compresa la plastica
- due bottiglie e tre quarti di Cabernet Franc, compreso il vetro
- il mio polpaccio, probabilmente, compreso il piede e parte del ginocchio
- sei confezioni da otto teste di aglio cinese, compreso il packaging di nylon e cartone, più quattro teste d’aglio sciolte e tre spicchi
- diciannove rotoli di carta scottex
- un nipote appena nato (praticamente un bisonte)

- Ma senti – mi dice mia sorella – tu come lo chiameresti?
- Io, a dirti la verità, lo chiamerei Strelnik
- Eh?
- Strelnik; non ti sembra un bel nome? Con la K finale, che fa un po’ Diabolik, un po’ Satanik, un po’ fumetto horror degli anni settanta
- Mah, non so
- Non ti piace? Allora: Strelnikov, che ne dici? Non è un nome al quale si deve per forza voler bene?
- Mi sa che devo andare
- Dai, non ti piace Strelnikov? con quel tono russo da rivoluzionario, la v finale, un nome importante!
- Si sta contorcento, oddio, si sta rigirando, devo andare.
- Allora senti questo: Strelnikovblog, che te ne pare? Diventerà un mito tra i suoi amici!
- Ciao
- Pensaci!
Strel', io la proposta l’ho fatta, se poi mia sorella ha scelto per Emiliano sono fattacci suoi.

Insomma sono diventato zio. Devo cominciare a nascondere i fumetti.

p.s volevo parlare anche del paradosso di Russel, ma sarà per un'altra volta, che devo andare a Lucca.

martedì 28 ottobre 2003

Non lo so.

(se vi chiedete qual è la domanda la cui risposta è "non lo so", la risposta alla vostra domanda, domanda che sarebbe: "qual è la domanda?", intendendo la domanda la cui risposta è "non lo so" essendo "non lo so" evidentemente - visto il pronome "lo" che rimanda a qualcosa detto in precedenza, in questo caso una domanda con ogni probabilità - la risposta a una domanda - la domanda di cui avete fatto domanda è: qualsiasi domanda - che non è una domanda, piuttosto una categoria di domande la cui risposta, come forse ho già detto, è: "non lo so")

sabato 25 ottobre 2003

Quando apro la porta del taxi ne esce Adelia con un impermeabile marrone tutto sporco di sangue. Chiudo la porta, mi infilo nel finestrino davanti per pagare: la tassista sbuffa, sbuffa, sbuffa, prende i soldi, sbuffa e dice: “La prossima volta datele l'indirizzo giusto!”

Adelia è la prima volta che la vedo. Ha 75 anni. E’ la cugina della zia della cugina della congata della sorella di mia nonna, o qualcosa del genere. Mi arriva poco sopra dell’ombelico, ha i capelli ricci, un cerotto sulla fronte, gli occhiali enormi e sotto gli occhiali due occhi che sembra abbia scazzottato con Mike Tyson. Ha il braccio sinistro ingessato.

Il giorno prima in pizzeria - in pantaloncini che ero appena stato a giocare a calcetto, una sconfitta, ed eravamo anche uno in più, ma Simo, come si dice, ha più culo che anima, diobuò, ha fatto 42 gol e sì che giocavamo a colpire i pali e io giocavo in pantaloni corti e camicia per il freddo, ho dei pantaloni corti orribili giusto sopra il ginocchio dei quali ho perso il legaccio e calano come tutti i miei pantaloni calano, pensavo in pizzeria pensavo che cosa succederebbe pensavo se adesso calassi i pantaloni qui? zak, pantaloni giù “e insomma arriva sta pizza per asporto?” e il pizzaiolo avrebbe cominciato a innervosirsi “ma che fai! ma rivestiti!” e l’altro pizzaiolo si sarebbe nascosto dietro la pila di cartoni, e il terzo pizzaiolo avrebbe preso un po’ di pasta e me l’avrebbe lanciata per coprirmi e il quarto pizzaiolo – che erano in quattro dietro il banco – avrebbe urlato: chiamo la polizia! la digos! i carabinieri! il wwf! dan peterson! chiamo l’autoambulanza! l’autotreno! eccetera! e io sghignazzavo pensando a tutto questo e pensavo, ormai con la mente contaminata, che questa cosa volevo scriverla sul blog ma non avevo il coraggio di scriverla in prima persona, perché io non penso queste cose, o almeno vorrei che nessuno pensasse che io le penso, perché poi certe cose tra il pensarle e il farle veramente a volte il confine è più sottile del timpano in un orecchio, così mi ero inventato questo personaggio G. che faceva queste cose in pizzeria e io gli dicevo smettila va’ che ci guardano tutti, smettila va’, e lui mi diceva, che era pure in odore di saggezza questo personaggio, proprio diverso da me, diceva, ma vedi che se le faccio io queste cose tutti mi danno addosso se invece le fa una figa, eh? se le fa una figa ste robe? tutti contenti…

io, i blog, fanno male i blog

mia madre apre la porta, la spalanca: sono le otto di mattina: “chiamerà la cugina Adelia!” dice “io esco! tu dille di prendere un taxi! venire qui! la metti in camera mia!” “E chi è?” “E’ la cugina di Jalmicco” e giù con l’albero genealogico, alle otto di mattina, avrei fatto fatica a seguirlo alle otto di sera, figurati.

Adelia si siede al tavolo dopo che l’ho aiutata a togliersi la giacca. “Io sto facendo da mangiare, vuoi?” Non risponde. Mi guarda. “Sto facendo da mangiare.” “Ah, sì, magari un po’” “Cos’è successo?” Mi racconta che si era trovata con delle amiche ad Abano, alle terme, stava tornando a casa, quando sui gradini della stazione è inciampata, patatrac. Un braccio rotto. E mi hanno già dimesso dopo un giorno. Non ha soldi, perché li dà tutti ai rumeni, poi così gira senza soldi per non avere paura. Ai rumeni? Sì, lì ad Abano. Ad Abano hanno proprio messo dei bei negozi. Ma ti fa male? Eh, un po’. Mentre mangiamo – lei: un mignolo di frittata, due crocchette di patate e mezza pera - mi racconta del suo orto.

Basta, mi sono rotto i maroni, continuo un’altra volta.

martedì 21 ottobre 2003

Certe giornate sono più allucinanti di altre. La novità - non del tutto novità - è che ho l’angoscia facile. La sento mormorare nei pomeriggi di pioggia, poi, se minimamente stimolata, risale il dotto biliare, si aggancia allo stomaco e lo usa come trampolino elastico. Su, giù, su, giù. Certe giornate sono più allucinate di altre. Mia sorella mi telefona per chiedere se c’è neve in montagna. Non credo, dico. Sai che ho sventato una rapina? dice. Ah sì? Erano due bambinetti. Mi hanno vista incinta, hanno pensato che non avrei reagito. Li ho sorpresi con le mani nella tasca dello zaino. Io lì non ci tengo niente, perché lo so che è più esposta. E allora, le chiedo, che hai fatto? Ho cominciato a urlare: laaaadri! aiuuuuto! laaaadri! E che è successo? Uno dei due mi ha fatto la faccia cattiva, sai come i cani? Ha ringhiato, grrrr, così, ha stretto gli occhietti malefici. E tu? Io ho cominciato a colpirli con l’ombrello. Zac. Zac. Zac. Non se l’aspettavano. Certe giornate sono più giornate di altre. Oggi è il compleanno di S. e io non so se ho il coraggio di telefonarle. Ho sognato che ci inconrtavamo alla Feltrinelli, le facevo gli auguri là. Magari basta così. Certe allucinazioni sono più giornate di altre. Spesso quando parlo mi sembra non avere le parole giuste per inserirmi nei discorsi. Ascolto. Se richiesto di un’opinione, dico: sì, è come hai detto tu. Ma non è certo che io abbia capito di cosa si stia parlando. Certe altre sono più altre di altre. Sempre più spesso le cose che dico mi appaiono arbitrarie. Certe certe sono più certe di certe.

domenica 19 ottobre 2003

“Io e te, Thomas, abbiamo un problema”, dici, “Dobbiamo parlare.”
“Scusi, le serve aiuto?”: il commesso ti si è avvicinato silenzioso, ti si è acquattato dietro e, a tradimento, ti ha posto la domanda: “Posso darle una mano?”
“No”, dici, “sto parlando con lui” e indichi davanti a te, una pila di libri. Il commesso, con un movimento antiorario del collo, fissa gli occhi sul libro; con lo stesso movimento del collo, ma in senso orario, guarda te: con lo sguardo leggermente annacquato, fa un passo indietro. Poi un altro. Un altro ancora. Afferra il telefono. Schiaccia un bottone rosso. Ti sembra che un nuovo ronzio si diffonda nella libreria, sotto la musica. Il commesso, al telefono, dice: “Sì”, dice, “Ce n’è un altro”, tiene la mano a coppa sulla cornetta come per non farsi sentire, ma si sente benissimo “Sì. Ancora Pynchon. Cosa devo fare?”, annuisce, “Capisco. Sì. Lo lascio fare. Sì. Se sbraita chiamo la squadra anti-Pynchon. Sì. Ok.”
Tu intanto hai ripreso a fissare L’arcobaleno della gravità. E lui, l’arcobaleno – edizione economica – ti osserva imperturbabile. Ha una copertina orribile. “Ti sconfiggerò” dici “Ti lacererò, ti squarterò, ti straccerò, ti massacrerò, ti macellerò, ti leggerò” dici, a denti stretti. E L’arcobaleno: imperturbabile. “Ti macererò, ti sottolinerò, ti insalaterò, ti delegalizzerò, ti deatomicizzerò, ti trasgenizzerò, ti racabezzerò, ti opporozzerò, ti ufferizzerò, ti looppolizzerò, ti huxerizzerò, ti kuyzzwerizzerò!” dici “Ti yiiyzzererò, ti kzzererò, ti xzzererò, ti azzererò, ti bzzererò, ti czzererò! ti zzzererò!” dici. E lui, l’arcobaleno: imperturbabile. La sua imperturbabilità ti perturba e infastidisce. E’ il caso di passare alle maniere forti. Lo sollevi (e la colonna in cui è impilato si dimezza) ma nel momento stesso in cui lo sollevi ti viene il singhiozzo. Lo sfogli e il singhiozzo aumenta. Leggi due righe e il singhiozzo si fa veloce, quasi non riesci a respirare. Appoggi il libro: il singhiozzo passa. Lo riprendi: riprende anche il singhiozzo. Lo lasci: il singhiozzo svanisce. “Non si preoccupi” dice il commesso, che si era nascosto dietro una pila di Benni, “E’ normale.”, dice avvicinandosi. “Cioè?”, chiedi. “Cioè guardi.” dice. Si avvicina, prende il libro e inizia a sternutire. Uno sternuto. Due sternuti. Tre sternuti. Quattro sternuti. Lo appoggia. Non sternutisce più. “Io ci sono abituato, ma a certi fa venire la febbre a trentanove solo a guardarlo. Un mio collega ne ha letto metà e l’hanno dovuto ricoverare per un intervento alla prostata. Aveva ventitre anni.”

giovedì 16 ottobre 2003

1. Sto sviluppando un’insana passione per la marmellata di ciliegie dentro le brioches. Molto, molto insana.

2. Mi sono svegliato di colpo. Era ancora buio. Ho spalancato gli occhi. Avevo le coperte tirate. La testa sul cuscino. Sul soffitto vedevo le impronte delle zanzare spiaccicate. Come ho aperto gli occhi ho cominciato a cantare: burn baby burn, disco infernoo.

3. Disco inferno continua a perseguitarmi da tre giorni. E non so perchè.

4. Scaldo l’acqua per il the in un pentolino. Quando l’acqua bolle, metto la mano in mezzo al vapore. Ho le mani così fredde che il vapore si condensa in un secondo. La mano sgocciola subito. Come si dice: gronda.

5. grazie del libro grazie del libro grazie del libro gra, cià cià cià.

lunedì 13 ottobre 2003

Ceni a casa, stasera?, dice mia madre sulla porta dello studio.
Sì, mangio a casa.
Bene, dice mia madre, perché ci sono le orate.
Bene, dico, le orate.
fratres, dice lei
Cosa?
Fratres, dice.
Cosa stai dicendo?
Orate fratres. Non lo sai il latino?
Sì, ma…
Orate fratres, ripete e se ne va.

Ho sognato il cane degli Inumani. Non era proprio il cane degli Inumani; una specie: diciamo: la stessa specie. Un bulldog, credo. Gli Inumani sono dei personaggi della Marvel: una popolazione di superesseri che vive sul lato oscuro della luna. Il cane degli Inumani è un bulldog gigante con un diapason sulla fronte che teletrasporta le persone dove vogliono. Il cane che ho sognato era un bulldog nero, femmina, incinta. Ho sognato un bulldog nero che partoriva, ma non partoriva cuccioli. Partoriva i personaggi della prima serie di star trek, alti dieci centimetri e ammassati assieme come un fascio di asparagi. I personaggi di star trek avevano dei maglioni a girocollo rosso – che erano le loro divise - e pantaloni neri e una volta partoriti si alzavano e se ne andavano in giro per casa cercando da mangiare.

Ieri sera ero convinto che avrei studiato. Ero deciso. Avrei passato la notte a studiare. Mi sono detto: prima controllo la posta.
Ieri sera, convinto che avrei studiato, controllando la posta, ho trovato un’e-mail di un mio amico piena di zeta. Questa e-mail aveva delle parole che non gli ho mai sentito usare al mio amico, parole come: notizia, complicazione, interruzione. Io pensavo di mettermi a studiare, invece ho spento il computer, ho spento la luce, mi sono svestito, mi sono disteso sotto le coperte. Nel buio, guardavo il soffitto e secondo me c’era qualcuno sotto il letto, perché da sotto sentivo tirare la coperte, e il bordo della coperta mi stringeva il collo, lo stringeva fortissimo, così forte da non farmi respirare. Qualcuno sotto il letto tirava le coperte e io mi sentivo intrappolato, non riuscivo a respirare, strizzavo gli occhi e lacrimavo.

Lacrimavo e lacrimavo.

giovedì 9 ottobre 2003

Io, sebbene… quantunque, ad ogni modo; in effetti, d’altronde benché… se; di-a-da in osservanza al fatto che; comunque vadano le cose, tra… Ma, sì, decisamente, eppure, pare… che io no, non lo so, tra il qua e il là; di su, di giù, a livello di… no, niente.

Questa, ecco: questa è la qualità dei miei ragionamenti in questi giorni.

Io non lo so.
Le cose.
Gli oggetti.
Gli oggetti in mano mia - io credo di avere il potere di farli invecchiare più velocemente. Decadono. Gli oggetti, dico. Si rompono, si impolverano proprio mentre li stringo. Non so. E’ l’entropia, mi dicono. Ma cos’è: si concentra tutta nelle mie mani, ‘sta cazzo di entropia?

la bici ha perso misteriosamente un bullone, il bullone che tiene fermo il portapacchi. ora, quando pedalo, il portapacchi oscilla e vibra, risuona colpendo la forcella posteriore, annunciando il mio arrivo a cinque chilometri di distanza. ma il problema è: è mai possibile che un bullone con un diametro di cinque millimetri, con uno spessore rasente al centimetro, si sviti da solo? è possibile? eh? EH?

no.
no che non è possibile
è l’entropia, cazzo.

il portatile di mio padre ha iniziato a vibrare. da solo. così. vibra. io ci scrivo sopra, lui vibra. senza sosta. microvibrazioni che si riverberano sui libri della biblioteca, dai libri al tavolo, dal tavolo alle sedie, dalle sedie al pavimento. dal pavimento a tutto la facoltà. oggi, al piano di sotto, guardando in alto, esattamente nel punto dove mi siedo di solito, ho notato una crepa.

e il computer vibra.

per provare la stessa sensazione che provo io dopo un’ora di scrittura al computer vibrante, queste sono le istruzioni:

1) prendere un palo di metallo. non troppo largo, non troppo pesante: va impugnato come si impugnerebbe una mazza da baseball.

2) trovare una superficie o un oggetto duro. una parete di marmo va bene, meglio una colonna. deve essere un oggetto o una superficie molto solida, mi raccomando.

3) sbattere, con forza, tenendolo stretto con entrambe le mani, il palo di metallo del punto 1 contro la superficie (o l’oggetto) al punto 2. per una piena riuscita dell’esperimento si dovrebbe colpire la superficie (o l’oggetto) con la parte del palo più vicina alle mani.

4) riprovare ad libitum.

5) godersi la sensazione di formicolio e vibrazione per tutto il tempo che si riterrà opportuno.

p.s. colpire la superficie o l’oggetto del punto 2 direttamente con le mani provoca un dolore di un certo interesse, ma non la sensazione che qui si vuole descrivere.

martedì 7 ottobre 2003

AM ha un soprannome e il suo soprannome è: Porco D.o.c. (pòrcodoc)

Circa dieci anni fa certe cabine telefoniche impazzivano e lasciavano telefonare ovunque, per tutto il tempo, con solo duecento lire. Una cabina di questo tipo l’avevamo trovata dietro la Stanga. Ogni sera, lungo i marciapiede che portavano a questa cabina, c’erano file di immigrati che chiamavano a casa.

E c’eravamo noi, che in gruppo telefonavamo agli 144.

Il pòrcodoc era un mio ex-compagno di classe, bocciato un paio di volte. Non lo chiamavamo ancora pòrcodoc. Abbiamo cominciato a chiamarlo così quando lo abbiamo sorpreso alla cabina, da solo, col walkman in mano, intento a registrarsi le conversazioni con la telefonista pornografica.

Diceva che lo faceva per un suo amico.

Già. Certo.

L’ho incontrato ieri, dopo anni che non ci vedevamo.

- Ciao!
- Ciao.
- Da quanto tempo!
- Eh, sì.
- Come va? Cosa stai facendo?
- Studio.

Mi guarda, gli occhi spalancati. Si mette a posto gli occhiali. Tossicchia.

- Quanti anni è che hai?, mi fa.
- Ventotto.
- Ah.

Lo vedo soddisfatto. Si accende una sigaretta. Si appoggia al muro.

- Saranno contenti i tuoi genitori – dice – quando torni a casa e dici che ti hanno bocciato a un esame! – ride. Poi si ferma. Poi ride di più. Così, da solo.
- Gli esami li ho finiti. Sto per laurearmi.
- Be’ dai. Con calma, eh?

Lo vedo toccarsi la barba. Gli sono caduti tutti i capelli, ha in testa qualche ricciolo di peli isolati. In questa fase da aranciameccanica in cui mi ritrovo, ho una pazienza limitiatissima.

- Cos’è che fai?
- Lettere.
- Ah. – dice – quindi dopo… futuro assicurato, eh!? C’hai lavoro sicuro!

Ride di nuovo. Rido anche io per distrarlo e trovare l’angolazione giusta da cui tirargli una testata. Intanto mi avvicino. Cerco di non essere minaccioso. Ha ha ha. Che bella battuta!
Mi trattengo.

- E tu? Che stai facendo? – gli chiedo
- Sono disoccupato.

domenica 5 ottobre 2003

(Poi monterà la nausea e il piccolo nazista a molla che tieni sommerso nell’ipotalamo scatterà in piedi, prenderà carica, travolgerà il tuo perplesso umanesimo e, marciando a passo d’oca - salutando a destra e a sinistra (heil! heil! heil!) – comincerà a urlarti nell’orecchio.)

Certe mattine i sogni ti si attorcigliano alle braccia: se tenti di srotolarli via, se provi a disintorcolarti, ti accorgi che sono confitti nella pelle con spine a uncino. Provi a tirare, ma gli uncini dei sogni ti lacerano la pelle, ti scarnificano, sanguinano.

In questi casi tenti la mossa mimetizzazione. Procedi verso mediaworld a piccole pedalate, raccontandoti che il tuo scopo è comprare qualche dividì in offerta, sapendo già che invece verrai solo investito dallo schifo. E quando la nausea salirà, il piccolo Goebbels che è in te, insieme col piccolo Himmler (heil! heil! heil!) che pure è in te, ti marceranno dentro urlando: Che schifo la gente! Che schifo l’umanità! I due gireranno in coppia, a braccetto, e disegneranno traiettorie quadrate. La gente fa schifo! La gente è l’orrore! I mostri! Guarda i mostri! La feccia! diranno. E a loro si unirà Travis di Taxi Driver, dicendo che un giorno arrivera la pioggia e spazzerà via la feccia, spazzerà via tutto, spazzerà via pure te, dirà Travis, e Goebbels e Himmel ti guarderanno ridendo e ridendo diranno che la gente fa schifo, sì, ma tu: tu fai più schifo ancora, tu fai senso e orrore. E dal buio uscirà il vecchio Kurtz, nelle fattezze obese di Marlon Brando, toccandosi la pelata, dirà solo: l’orrore. E con Travis, il piccolo Goebbels, il piccolo Himmler comincerà un balletto frenetico tipo vaudeville.

Pappapappaparaparapappappara…Allegria!

giovedì 2 ottobre 2003

Se questa settimana (intensiva e in qualche modo fallimentare) – no insomma, dicevamo: le sconnessioni – se –

…ricominciamo.

La biblioteca in cui mi sono trasferito a vivere ha i soffitti alti – 102 metri, 110, forse, - mi hanno detto che i soffitti sono affrescati – dicono che gli affreschi siano belli, se solo ci vedessi così lontano –

... va be' che anche se ci vedessi fin là…

- ai bei tempi, quando non era ancora accoppiato, Ducc aveva uno sguardo tentacolare –

… il fatto è che a un certo punto, l’anno scorso, hanno cominciato a precipitare pezzi di intonaco sui tavoli – tipo quella scena in Truman Show dove piomba al suolo una lampada dal cielo (lampada non è la parola giusta, lampada non è la parola giusta)

MC. ha 294 anni, vive nella biblioteca, è il padre di uno dei docenti - docente anche lui un tempo, è calvo in cima alla testa, ma attorno - sopra le orecchie, sulla nuca - si lascia crescere i capelli, bianchissimi. Si dice che MC. non si tagli i capelli dal 195X, anno in cui nacque il figlio – figlio, tralaltro, che insomma, diciamocelo, ci prova con tutte le studentesse – MC, ogni mattina, raccoglie i capelli e li fissa dietro nuca con svariate forcine. Giuro. E’ per questo sembra che abbia i capelli corti, invece no

– così quando i pezzi di affresco hanno cominciato a piovere sulle teste studentesche – si sentiva un fischio provenire da lontano come il rumore di un macigno che cade... e tutti allora si nascondevano sotto i tavoli – la direzione ha pensato bene di chiamare dei restauratori – i restauratori hanno montato delle impalcature mastodontiche che coprono il soffitto – infatti ora il soffitto non si vede più si vedono solo le impalcature – ma neppure i restauratori si vedono più – erano tutte restauratrici, e restauratrici bellissime da quel che ne dicono i veterani della biblioteca – sono scomparse le restauratrici, non si sa se per mancanza di soldi o se perché MC se le sia mangiate – si vocifera che sia un vampiro

… l’altro giorno, distratto, ho preso una testata su un tubo dell’impalcatura. Il tubo, cavo, è rimbombato tutt’attorno…

quando una ragazza passava accanto a Ducc - e con accanto, intendo nel raggio di un chilometro - dagli occhi gli partivano due pseudopodi che slingueggiavano verso di lei cercando di fagocitarla –

io + il proliferare di matricole attorno a me + questo sguardo = (...)

- tutto questo per dire che questa settimana mi ha fatto male, non si fosse capito.

C’erano altre cose, tipo la storia delle sette sataniche sui colli euganei.

Magari un altro giorno.

mercoledì 1 ottobre 2003

domenica 28 settembre 2003

Mi svegliavo a intermittenza.
Dalla finestra aperta mi arrivavano gli echi degli allarmi. Alle cinque di mattina, mia sorella discuteva con suo marito: “Non c’è luce”, diceva. Di lui sentivo solo il suono della voce, ma non decifravo le parole. Alle cinque e mezza l’ho sentita dire: “La luce non è ancora tornata”. La prima cosa che ho pensato, da semi-lucido, è stata: “Che cosa ha combinato mia madre, stavolta?”. Io e mia sorella, poco dopo, ci siamo incontrati in cucina. Lei col pancione – è incinta, all’ottavo mese - io nel tentativo di ristabilire l’elettricità. “E’ tutto il quartiere che è al buio.” mi ha detto. Sapere che il black out non era solo una questione di casa nostra, non mi convinse dell’innocenza di mia madre, anzi. Nel pomeriggio scoprii che mia sorella aveva pensato la stessa cosa, quasi con le stesse parole. Tuttora non siamo sicuri che lei non c'entri nulla. Il che - a parte dar conto, forse, di una sottile malafede - fa capire di quali catastrofi riteniamo capace nostra madre. Lei, comunque, continua a negare qualsiasi coinvolgimento.
La luce è tornata verso le sei, credo. L’ho capito quando gli allarmi hanno ripreso a funzionare, svegliandomi di nuovo. Ho aspettato alla finestra del salotto per qualche minuto. Il primo allarme, quello più vicino, ha smesso subito. Gli altri si sono spenti piano piano, uno per uno, sempre più lontani.


Non credo finirò la tesi per questa sessione.



Odio Quasimodo.

venerdì 26 settembre 2003

Quando ho urlato, non l’ho fatto perché avessi paura. Non ero terrorizzato. Non mi stava venendo la pelle d’oca e la gelatina nello stomaco. No. I miei nervi erano perfettamente sotto controllo. Immobili. Cavi d’acciaio, praticamente, quelli dei ponti, o degli ascensori. Ho gridato “C’è nessuno?”. Ho accelerato il passo. Il mio cuore non stava battendo più forte. No, si era rallentato in una calma gelida e impassibile. Le stanze buie della biblioteca, i tavoli vuoti, i libri sugli scaffali, tutto questo non mi ricordava una tomba, se qualcuno se lo stesse chiedendo. Girare da solo per i corridoi, col computer a tracolla e un quaderno in mano, gridando “C’è nessuno?”, pensando “Non c’è più nessuno.”, non mi ricordava Shining. No. No no. No no no. No no no no no. E neppure accorgersi che la porta a vetri era chiusa a chiave, e che davanti mi passavano gli ultimi studenti, senza vedermi. Mi dicevo anzi: ma che bello restare qua, nel fine settimana, tra i libri; ma che bello, c’è anche internet; stare tra i corridoi vuoti, scombinare i computer della biblioteca, aprire tutti i Meridiani, i libri rari, i manoscritti; pensavo: ma che bello, è la volta che finisco la tesi per davvero.


Poi in mente mi si è stampata la parola cibo: ho iniziato a urlare.

martedì 23 settembre 2003

Tu non ci crederai, ma a tratti, di solito per strada - mentre pedalo o cammino - in quella zona della testa giusto a metà tra i cervello e il naso, nel retro degli occhi per intenderci, quel posto piatto dove si stampano le immagini, mi compare quella foto di te dove sei appoggiata a una balaustra di legno e hai i jeans stretti alle caviglie, i capelli raccolti a treccia e una felpa che, se anche mi sforzo, non posso fare a meno di ricordare come una felpa della best company.


Continuo a rischiare incidenti.

domenica 21 settembre 2003

L’orecchio sinistro ha deciso di sua spontanea volontà di non funzionare più. Parlate più forte per favore.

8.00 a.m. Sabato mattina. Rumori di pentole. Un frullatore. Lavapiatti che si svuota. Fornelli accesi. Mi alzo. Mi gira la testa. Chiedo a mia madre cosa sta facendo. Cucino, dice. A quest’ora? Be’? Sono le dieci, dice. I miei occhi si muovono prima sulla sveglia bianca – lancette fosforescenti – poi su mia madre – capelli rossi. Orologio. Madre. Lancette, capelli rossi. Capelli rossi, lancette. Lancette, capelli rossi. Capelli rossi, lancette. Oh, ma guarda, dicono i capelli rossi. Sono le otto!
Il sonno mi inibisce le sinapsi omicide, purtroppo.

6.00 a.m. Sabato mattina. Canto per tentare di mantenere sveglio Ale che guida. Dovrei parlare, dire qualcosa di interessante, ma tutto ciò che faccio è cantare i Tribalistas. Ale è quasi appoggiato al volante, con gli occhi mezzi chiusi. Dice di vedere la strada doppia.

5.30 a.m. Sabato mattina. Nel parcheggio di una banca. Ale dorme perché stavamo sbandando sulla strada dei colli. Lo fai apposta? No, è che vedo la strada doppia. Io però non ho un cazzo di sonno. Ho sempre sonno. Ora non ho un cazzo di sonno. Sento i galli abbaiare. Pardòn, cantare.
E’ buio.

5.10 a.m. Umbe, Ale, io. In salita. La strada è quella dell’andata. Umbe ha la chitarra in mano e zaino sulle spalle. Sbuffa e fa fatica a parlare. Si discute dello stupefacente successo sentimentale di alcune persone che non ti aspetteresti. Ogni tanto parte una scoreggia. E’ per facilitare la risalita.

4.30 a.m. Sulle sedie, Sergio e Gian dormono in posizioni improbabili. Gian, che ne pensi della festa dell’unità? Gian, cosa ci dici del problema della siccità? Lui dorme. Gian, sei proprio di compagnia. Quando stiamo in silenzio per più di cinque minuti, lui apre gli occhi e ci manda affanculo. Poi torna a dormire. E’ finita la mortazza. E’ finito il formaggio. E’ rimasto: pan biscotto, gin, chinotto, acqua tonica, patatine. Mi strappano la chitarra dalle mani, perché è mezz’ora che suono la stessa corda.

3.00 a.m. circa. Il Johnny Cash italiano, l’uomo dalla dentatura perfetta, ci delizia con una performance eccezionale. Country con movenze rockabilly. Matteo the pelvis, king of the colli euganei.

Dalle 1.00 a.m. alle 3.00 a.m. Un po’ di vuoto. Qualche barlume. Un’armonica a bocca. Le approvazioni del Sensei Sergio. Tranne quando suono Obladì Obladà per venti minuti in loop.

1.00 a.m. Ale, sul palco, cerca di scalzare i due cantanti ufficiali durante un reggae improvvisato. Con cinque birre per mano controllo quale sia l’angolo giusto da cui fare stage diving. Umbe si aggira dicendo frasi del tipo: “Mi hanno inculato la chitarra.” “C’avevo preso gusto a stare sul palco!” “Bella topona!”. A “Bella topona” segue un verso che è un misto tra lo squalo in calore e un trattore in folle.
Nicola osserva da sopra la collina. Guarda. Ascolta. Tiene la situazione sotto controllo.

12.00 a.m. Non raccontate mai le vostre figure di merda a Ducc, perché poi lui va a raccontarle a quelli con cui le avete fatte, spiegandogliele nel caso non le avessero colte! Ducc!

11.00 p.m., venerdì sera. Umberto mi presenta a una sua amica. Piacere, dico, alessandro. Piacere, dice, Prosciutto Scopadisaggina.

9.40 p.m. Per arrivare c’è una discesa di venti minuti. La strada è senza luci e il bosco attorno manda un’ombra che avvolge. Le persone, dal parcheggio, scendono a ondate, in gruppi provvisti di pile. Lupetti! urla Ale, mentre scendiamo. Poi, dietro una curva, si apre uno spiazzo, una casa, un palco circondato da lampadine colorate.

8.40 p.m. “Allora andiamo.” “Andiamo.” “Sì, ma torniamo presto.” “Sì, non voglio fare tardi.” “Devo studiare.” “Devo finire la tesi.” “Sì, ok.” “Ok.” “Torniamo a mezzanotte.” “Sicuro.” “Mezzanotte, ok?” “Certo. Mezzanotte. Non un minuto più tardi.”

giovedì 18 settembre 2003

Mi sveglio. Mi trascino in cucina. Mi accorgo di lasciare una traccia grigia sul pavimento. Arriva mia madre. Ha in mano la scopa e la paletta. Mi colpisce con la scopa per farmi salire sulla paletta. Colpisce velocemente.
Ehi! dico
Lei si china, mi guarda: Ale?
Sì, dico.
Sei tu? chiede.
Sì.
Sei proprio tu?
Sìiii. E allontana quella scopa, per favore, che mi fa paura.
Ma sei un mucchietto di cenere, dice.

Non le rispondo. Cerco di arrampicarmi sulla sedia. Ma ogni volta che ci provo perdo troppa consistenza.
Aspetta, mi fa.
Mi colpisce piano con la scopa, mi mette sulla paletta. Mi solleva e mi fa ricadere sul tavolo. Poi con le mani spinge i mucchietti di cenere dispersi verso di me. Grazie, le dico.
Ma cosa è successo?
Un fulmine.
Un fulmine?
Ieri sera. All’improvviso. Zap. Un fulmine. Mi ha centrato in pieno.
Ma come è successo?
Eravamo al Santo, io e Ale. Stavamo chiacchierando. A un certo punto gli ho raccontato una delle mie paranoie. Gli ho detto - come scherzando - sai cosa sospetto su X? E gli ho raccontato cosa sospettavo su X. Lui mi ha guardato serio, è rimasto zitto zitto; poi ha detto: Non lo sapevi? E’ proprio così, mi ha detto. Pensavo che scherzasse, ma era troppo serio. E ho risposto: be’ dai bene, almeno so che non sono del tutto paranoico. E in quel momento, proprio in quel momento, si sono concentrate delle nuvole nell’aria. Saranno state due nuvole, eh? Mica tante. Due. Due nuvole si sono mosse e addensate sopra di noi ed è partito un fulmine che mi ha preso in pieno.
E ad Ale? Cosa gli è successo ad Ale?
Ad Ale non è successo niente.
Ah, e adesso?
E adesso non so. Per caso c’è un po’ di vinavil in casa?

(Non raccontate mai le vostre paranoie a nessuno. Se lo fate, finisce che scoprite che son vere.)

mercoledì 17 settembre 2003

Chiudo il garage. Il mio vicino sta entrando in casa. Mi vede, mi saluta.
E' un uomo basso, magro. Avrà settant'anni.

- Torni o vai? - mi fa
- Torno, torno - dico
- Eh, ma sei proprio un girellone - dice



Non ho saputo rispondere.

(e ieri nel vicolo un topo m'ha attraversato la strada)

lunedì 15 settembre 2003

Quando alla radio passano Paradise City dei Guns’n’Roses non posso fare a meno di pensare a che musica di merda ascoltavo dieci anni fa. Take me down to the Paradise City where the grass is green and the girls are pretty. Mi rimane la soddisfazione di non aver mai comprato originale Use your illusion, con quelle canzoni ruffianissime, con quei video pacchiani pieni di modelle strafighe attorno a quel simobolo della pura mostruosità che è, che era, Axl Roses – a partire dalla voce.

Cantavamo i Guns’n’roses come difesa, come per resistere, io e Christian. Avevo anche comprato una maglietta orribile con un teschio enorme sul davanti. Ce l’ho ancora. Christian era tedesco, di Brema, ma non lo diceva mai, perché tanto gli americani se gli dici Brema ti chiedono: and where the fuck is? E se anche gli dici che è vicino ad Amburgo, loro annuiscono, perché il nome magari l’hanno sentito nominare, ma sulla carta gli è oscuro come prima. Una ragazza davanti a me, nell’aula di chimica, mi chiese che lingua si parlava in Italia. L’italiano, dissi. E lei ci rimase male, che non se l’aspettava. Dopo sei mesi progettavamo vie di fuga. Christian era ridotto peggio di me: era finito in una famiglia il cui figlio maggiore voleva fare il prete. Ma si era rifatto con gli amici: girava con Brad che teneva una pistola nel cassetto della Lexus e una tanica piena di benzina nel bagagliaio. Diceva che gli serviva, la tanica, perché prima o poi avrebbe dato fuoco a qualcosa. E tieni giù la pistola, che se ci vede un poliziotto sono cazzi.

Sì, lo so, i soliti luoghi comuni.

“Ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo. Comunque, volete stare comodi a casa vostra? Sì, fate quello che volete, ma non le pantofole. Le donne al limite possono mettersi le scarpe cinesi, anche se mi hanno lasciato sempre un po’ freddo. Quei colori così decisi: rosso rosso, azzurro azzurro, nero nero. E poi quella specie di scollatura attraverso cui si intravedono alcune dita: ma che mi vuoi provocare facendomi vedere un po’ di dita?! E allora le caviglie?”

No, non diventerò psicopatico.
Lo sono già.

mercoledì 10 settembre 2003

Cretino, ti dici. Cretino, demente, coglione. Cretino, demente, coglione, mona. Deficiente, ti dici. Imbecille, cretino, demente, minorato mentale. Cretino, demente, imbecille, demente, cretino, errore genetico. Ti dici. Cretino, mona, cretino, imbecille, cretino, minorato genetico, cretino, errore mentale, ti dici. E mentre ti dici tutto ciò – cretino, mona, imbecille, coglione - cammini con l’ombrello in mano, l’altra mano alla cintola dei pantaloni troppo larghi, che ti ostini a portare senza cintura. Ti cadono continuamente, sono di duecento taglie troppo grandi e ti ostini, cretino, deficiente, mongoloide, ti ostini a portarli senza cintura. E piove e sono le undici di notte e attorno non c’è nessuno: ci sei solo tu, da solo, che guardi per terra, cammini e ti insulti, non solo per i pantaloni cadenti, ma anche perché da due giorni, dopo mesi, sei tornato a sentirti a disagio con te stesso. (Cretino)

Per di più, da un momento all’altro, ti invade lo spirito santo della paranoia (The holy ghost of paranoia: sarebbe un nome magnifico per un gruppo) e hai la netta e concreta certezza che verrai rapinato nel giro di mezz’ora, massimo un’ora.

Ti aggiri furtivo verso la stazione. Cammini radente ai muri. Controlli gli angoli in ombra. Strisci. Ti tiri su i pantaloni. Ma soprattutto nascondi i soldi nelle scarpe. E se ti rubano le scarpe?
Allora prendi i soldi e li nascondi nei calzini. Olè.

Così insultandoti, con un ombrello in mano, con i pantaloni nell’altra, furtivo, imparanoiato, insultandoti sottovoce, radente i muri, nel buio, con la pioggia, i soldi nel calzino destro che si aggirano sotto la pianta del piede, ti avvicini al videonoleggio aperto anche di notte, per riconsegnare, in ritardo, un dividdì orrendo. Sei a due passi dal videonoleggio quando un tipo – un metro e settanta, pallido, barba - ti fa: “Vuoi combinare?” “Eh?” “Vuoi combinare?” “No grazie.” “Allora hai della moneta?” “No” dici “Non ho moneta”. “Allora dammi il tuo ombrello” ti dice. “Scusa?” “Dammi il tuo ombrello.” “Perché?” “Perché piove, no? Mi sto bagnando” “Giusto. E io?” “E tu ti arrangi.” Ci pensi. Poi: “No, mi spiace.” “Ah, vabe’” e si allontana.

“Devo riconsegnare un video. Sono in ritardo.”
“Ok. Fanno X euro.”
“Un attimo.”
“Cosa sta facendo?”
“Prendo i soldi.”
“Sì, ma dove li tiene?”
“Ecco.”
“No, non li voglio.”
“Scusi?”
“Non voglio i suoi soldi.”
“Ma devo pagare.”
“Pagherà un’altra volta.”
“No mi scusi, ma perché? Tenga.”
“Non li voglio, li tiene nei calzini!”
“Sì, ma non puzzano. Vede? Non puzzano. Annusi!”
“Non voglio annusare i suoi soldi! Non li voglio. Pagherà un’altra volta.”
“Ma li annusi, senta!…”
“Nooo. Non li annusooo!”
“Ma li annuso io, vede? Non hanno – ehm – non hanno odore…”
“La smetta. Se ne vada.”
“Ma…”
“Niente ma. Arrivederci.”
“Ma…”
“ARRIVEDERCI.”

martedì 9 settembre 2003

Tenore della conversazione di ieri sera.

- Io a Cristina Aguileira ci piscerei addosso. Davvero.

- Ogni volta che vedo gli Mtv Music Awards vorrei essere un terrorista.

- Ma è possibile che il papa abbia sempre qualcosa da dire su tutto e non dica niente di Michael Jackson?

- Ma se uno dorme in una camera iperbarica, come fa quando deve andare a cagare?

venerdì 5 settembre 2003

PAROLE CROCIATE SENZA SCHEMA

Orizzontali

1. Media di ore dormite negli ultimi quattro giorni.
(Tre lettere. La prima è T. L’ultima è E.)
2. Profondità delle occhiaie. Sedici lettere.
(Inizia per DIEC. Finisce per TIMETRI.)
3. Grado di allucinazione raggiunto.
(INSONDABILE.)

Se ci penso - se penso al dolore, se penso a dare una forma al dolore, una oggettività, un contorno, dei confini, dei margini; se provo a concretizzare il dolore in un luogo, in una cosa, se penso a una cosa che manifesti il dolore, che lo descriva - se immagino il dolore come una forma, come un volume, un peso, come una densità; se cerco di descrivere il dolore nei termini di misura, lunghezza, larghezza, profondità... se organizzo sulla libreria o su uno scaffale uno spazio vuoto in cui inserire il dolore, l’oggetto dolore; se tento di scardinare il dolore e di trovarne il nucleo, il colore, l’odore, la consistenza; se penso al dolore: io al dolore non so dare forma.

(Per anni, a distanza di tempo, pensavi, pensavo, sarebbe stato bello avere una malattia grave che desse forma al dolore. Avere un dolore fisico che segnasse i margini del dolore in quanto tale. Sentire dolore per qualcosa che si può descrivere.)

io sto bene grazie no sul serio ci sono giornate meravigliose in giro in questi giorni quasi mi viene da studiare in riva al fiume se non temessi le nutrie assassine (non ho paura di voi nutrie assassine) se solo riuscissi a dormire di più non sarebbe male stanotte andrò a sabotare il martello pneumatico che da qualche giorno mi sveglia alle sette e mezza si accettano volonari per una missione pericolosissima – ma cazzo non posso fare a meno di pensare che tra poco, tra qualche giorno, ricomincerà il periodo dell’isteria demeziale. Sarete aggiornati. Spriz. Spriz per tutti.

lunedì 1 settembre 2003

Questa casa è diventata il regno della dislocazione - dici a voce alta, camminando tra gli oggetti sparsi al suolo. Stai lentamente espandendo il concetto di casino, spostandone l’orizzonte sempre più lontano - tanto da far apparire il passaggio di un tornado come un semplice riorganizzazione ambientale, rispetto al caos che stai creando in casa, senza neppure troppa difficoltà.

Ricapitoliamo? Ricapitoliamo.
Come c’è finita una bottiglia d’acqua sull’ultimo scaffale della libreria di tuo padre, tra il secondo volume della storia del partito comunista e la Storia della Rivoluzione Russa di Trotzky? Che ci fa il pupazzo gonfiabile a figura umana dell’Uomo Ragno - quello che ti ha regalato tuo fratello per il compleanno e che tua madre ti ha espropriato per piazzarlo in salotto - disteso sul tavolo della cucina? Ma soprattutto: come ha fatto un paio di tue mutande a finire in camera di tua sorella, quando in camera di tua sorella tu non ci vai mai, e la porta è sempre chiusa? eh? come?

Lo sai? E’ come se tu - in trance - afferrassi gli oggetti a caso per spostarli dove non dovrebbero stare. Ti crei il tuo disordine inconsapevolmente: tanto che a volte non riesci neppure a trovare gli occhiali che hai sul naso. E poi, dopo aver creato questo disordine con le tue mani, ti stupisci del concentrarsi sistematico dell’entropia nei tuoi dintorni.

Sarebbe troppo facile, a questo punto, rivelarti che questo è il segnale di un disordine ben più inquietante e intimo, una sconnessione mentale, una dislocazione dei nessi razionali.
Mi spiace essere io a dirtelo: ma è proprio così.

venerdì 29 agosto 2003

Ch’ho la pigrizia immanente, c’ho, ciò - nel senso di ostrega. C’ho l’indolenza nelle ossa, l’accidia nel sangue. Globuli rossi - diobuono globuli rossi - vi volete muovere? Muovetevi! Ma ci siamo appena alzati. Globuli rossi non mi fate incazzare, vi siete svegliati alle nove, sono le undici e mezza. Eh, abbiamo la pressione bassa, sai, noi globuli rossi. Globuli rossi, il cervello è in deficit, non lo sentite che annaspa, sbatte i neuroni come un pesce fuor d’acqua? Si fa presto a dire il cervello, ma noi dobbiamo ancora fare colazione. Se tu ti mettessi a testa in giù, diciamo per un minuto, se ne potrebbe parlare, sai.

Pronto, sei Valeria? Sì.
(Silenzio)
Ma non hai la voce di Valeria. Ho il raffreddore.
(Silenzio)
(Silenzio)
Ma tu sei un uomo. No no, io sono Valeria, dimmi.
(Silenzio)
(Comunicazione interrotta)

Da quando ho il cellulare di mia madre ricevo un sacco di telefonate di gente che sbaglia numero. Non pensavo. La mia tariffa prevede che più sto al telefono con chi mi chiama, più la mia scheda si ricarica.

Ha grandinato ieri, grandine grossa come palle da baseball. Sulla locandina del gazzettino stamattina c’è scritto: Un piccolo coccodrillo passeggiava per il centro di Padova. E’ bello il tono fiabesco di questo titolo, ma – visto anche il black out a Londra - non posso fare a meno di considerare l’apocalisse sempre più imminente.

Adesso però basta stare a testa in giù.

giovedì 28 agosto 2003

... volevo, ad ogni modo, aggiungere una cosa: che anche a me piaceva la ragazza che si innamora di Matteo che si innamora di Nicola - ma a lei piace Nicola sin dall'inizio, se ci fai caso - e che il mio, di lungo termine, è tra un'ora, al massimo domani...

martedì 26 agosto 2003

Riesci a resistere al feticismo delle merci giusto perché non devi fare la spesa tutti i giorni. Lasciato a te stesso ti fai catturare da ogni riflesso di novità, ti lasci abbindolare dai luccichii dei supermercati. La scusa ufficiale è che pensi di fare una colazione abbondante, risparmiando sulla spesa del pranzo. Ma se hai comprato un prodotto stronzo come gli Special K ai frutti gialli è solo perché ti ha conquistato con le sue promesse, ti ha fregato con la confezione bianca, graficamente inappuntabile: ai frutti gialli, poi. Può esistere qualcosa di più stronzo? (e non importa che mi rispondi di sì, lo so benissimo che esiste, ma insomma: cereali ai frutti gialli! ti rendi conto? Sono quei prodotti che vengono pubblicizzati alle due del pomeriggio da donne quarantenni che sembrano che ne abbiano ventidue e che ti spiegano che sono così perché mangiano cereali sani tutti i giorni - sottointendendo che per questo riescono ad andare al cesso regolarmente. Ti rendi conto?)

Vince il marketing… La ruota non si arresta.
Anche tu lo sapevi, luce-in-tenebra.*

Coi sacchetti attaccati al manubrio della bici, contromano perché le strade sono chiuse dai lavori del tram, pardon del metrobus, mentre leggi un sms al cellulare, sbandando sull’acciottolato, scorgi, sotto i portici, la ragazza del cinema. E’ con un’amica, sta camminando. Puoi:
a. fermarti per salutarla
b. tornare a casa a mettere nel frigo il burro e i surgelati
c. seguirla, superarla, sperando che ti veda lei

La segui, ti prepari una storia nel caso ti fermi (sì, sto andando in libreria a prendere un libro per la tesi), organizzi l’espressione di sorpresa giusta, nonché la solita battuta di dialogo con risata imbarazzata e isterica (Ma pensa! Non ci vediamo mai, adesso ci vediamo sempre! hahaha).
Ma proprio quando stai per partire - deciso, decisissimo - in bicicletta, ti ferma un tipo che non conosci, e che dice di abitare nel tuo stesso condominio in montagna: “Be’ ci vedremo!” ti fa, dopo dieci minuti di delirio, “Andremo a sciare insieme!” “Io non scio” gli dici “Mi fa paura” E lui ti guarda. Male. Poi, attraverso il sacchetto della spesa, vede gli Special K ai frutti gialli e sembra aver capito tutto.

(intanto lei ha proseguito è andata avanti verso la feltrinelli non puoi più superarla puoi solo entrare fare finta di avere qualcosa da guardare in effetti avresti un paio di libri che sfogli regolarmente che leggi a puntate e a scrocco potresti andare lì fare finta di niente poi mentre leggi sentiresti la sua voce Ale! ma che strano! Non ci vediamo mai adesso ci vediamo sempre! hahaha mi hai rubato la battuta…hahaha e poi scappare via via via via via via il più lontano possibilie da qui e lo fai: appena entrato la punti con gli occhi vedi dove si ferma e con un passo marziale senza guardare in faccia nessuno con l’aria di chi sa esattamente cosa vuole avanzi, la superi arrivi allo scaffale di storia delle religioni sfogli un libro, aspetti

aspetti
aspetti

niente. Allora, torni indietro. La rivedi di spalle. La superi. Ti fermi per qualche secondo nella stessa sala, ma ti sembra di essere troppo scoperto. Decidi di andartene. Esci. Ci pensi. Il burro si sta squagliando. Rientri. Camminata marziale. Espressione decisa. La superi. Scaffale di psicologia. Sfogli. Aspetti. Torni indietro. Ingresso. Pensi. Pensi ai surgelati. Pensi cosa fare. Non vuoi dargliela vinta. Affanculo i sofficini. Le ripassi davanti. Non ti vede. Scaffale di antropologia.
Avanti/indietro per due tre volte. Poi prendi un libro nella stessa sua sala, le dai le spalle. E Leggi. Leggi. Ma il libro ti piace e ti dimentichi. Quando ti riprendi lei non c’è già più.)

*Montale. Easbourne, più o meno.

sabato 23 agosto 2003

“Adesso si gira e mi saluta.”
“Vai tu a salutarla.”
“Ma no, non ho niente da dirle.”
“E allora? Vai lì, la saluti. Fine.”
“No, no. Adesso si gira lei e mi saluta lei.”

La prima sera è pieno di ombrelli.
Piove e non piove, tanto che eravamo indecisi se venire al cinema. Davanti a noi c’è una signora con un ombrello bianco e nero. Inizia il film, la pioggia non smette, gli ombrelli rimangono aperti. Da dietro si sentono le urla di chi non riesce a vedere lo schermo: “Chiudete gli ombrelli!”“Non si vede!”; ma la signora, per dirne una, rimane impassibile, non si volta neppure. Sta ferma. Guarda dritta davanti a sé, come se non sentisse. Ci sono ombrelli dappertutto, comunque. E un signore di fianco a noi si è tolto la maglietta e se l’è messa in testa. Rimane in canottiera.

Da quattro giorni mangio solo piadine, stracchino e pomodori. Non so se sono io che ho preso il colore dello stracchino o il contrario. Veramente trovo delle somiglianze, tra me e lo stracchino, a tratti preoccupanti. Ho il sospetto che la qualità della mia alimentazione non potrà che peggiorare, in questi giorni di isolamento. Fosse solo per questo starei tranquillo, ma certi pomeriggi mi colpisce a tradimento il carattere ipnotico delle televendite di tappeti.

E’ passato un mese e mezzo da quando Ale - l’altro Ale; AleP per intenderci - è partito per Santiago. Nessuno ha più notizie. Le conversazioni da qualche giorno cominciano tutte così: “Notizie dal pellegrinaggio?” oppure “Si sa niente del camminatore?”. Non sappiamo se è ancora via, se è tornato e si è isolato o se ha deviato da qualche parte in Spagna e ha aperto un bar. Tra poco potrei iniziare a preoccuparmi. A quel punto questo blog si trasformerà in una succursale di chi l’ha visto.

“Ma ti piace?”
“Sì, è carina.”
“A me pare brutta.”
“No, a me piace.”
“Allora va a salutarla.”
“Ma che le dico… E poi ha già il moroso.”
“E allora? Vai lì e…”
“Aspetta! Si è alzata! E’ meglio se sto seduto e la fisso o sto in piedi di tre quarti che parlo con te?”

Questo è tutto ciò che faccio: sbando.

mercoledì 20 agosto 2003

1 Stamattina sono partiti i miei genitori.
2 (Era ora)
3 Mia madre mi ha lasciato il suo cellulare
4 Si è premurata di dirmi (5 volte) che quando torna non vuole che i miei amici la chiamino
5 Giuro
6 Chiunque voglia il numero è pregato di mandare la debita domanda via e.mail
7 Le domande verranno vagliate e selezionate.
8 La mia prima giornata con cellulare è stata inquietante
9 A parte il fatto, non del tutto spiacevole, di avere qualcosa che vibra nelle tasche.
10 Ho ricevuto i miei primi messaggi.
11 I primi messaggi sono questi:
12 “Ale? Che cazzo è questa vampata di borghesia capitalistica?”
13 “Fregare il cellulare a Lapaola è il primo passo nel tunnel della teledipendenza! Ti stai corrompendo! Buricci sta benone e ti saluta."
14 (Buricci è il gatto di Marcaspio. Ieri Buricci è stato seviziato da Simone.)
15 “CretinoCretinoCretinoCretinoCretinoCretinoCretinoCretino”
16 Tornando a casa, ho trovato sul cellulare una chiamata non risposta.
18 Non conoscevo il numero da cui proveniva
19 Non volevo controllare sull’agenda.
19 Così ho chiamato, per curiosità.
20 La conversazione è andata così:

“Pronto?”
“Pronto.”
Silenzio. Provo a riconoscere la voce femminile che mi ha risposto.
“Buongiorno” dico
“Buongiorno” dice
Non riconosco la voce.
“Per caso lei ha chiamato questo numero di cellulare?” chiedo
“No”, esitando, “No, non credo.”
“Ah” dico “Perché qualcuno ha chiamato questo numero quando non c’ero.”
“Mi scusi, ma chi parla?”
“No, appunto, chi parla?”
“No, scusi, è lei che mi ha chiamato.”
“Mi scusi lei, ma è lei che ha chiamato me.”
“No, lei ha chiamato questo numero. Io ho appena risposto.”
“Sì, ma lei ha chiaamto il mio numero quando io non ero in casa.”
“Io non ho chiamato nessun numero. Che numero dovrei aver chiamato?”
“Ha!, certo, adesso dovrei darle il numero! Mica scemo! Prima mi dica chi è lei.”
“No, guardi, non ci capiamo. Mi dica chi è lei.”
“Non se prima non mi dice perché mi ha chiamato.”
“Ma mi ha chiamato lei!”
“No! Ha chiamato lei!”
“Senta, io non l’ho chiamata. Mi dica chi è o metto giù.”
“E allora mi dica: come faccio io ad avere il suo numero sul mio cellulare? Mi ha chiamato lei, non lo neghi. Mi dica chi è e che cosa vuole.”
“Non l’ho chiamata io e la smetta, se no chiamo la polizia.”
“Ah, siamo alle minacce! Siamo alle minacce! Sa cosa le dico? La chiamo io la polizia!”
“La chiami! La chiami! Vedremo a chi daranno ragione!”
“Certo, vedremo! V E D R E M O!”
Silenzio.
Dico: “Non è che allora mi vuol dire chi è, lei, vero?”

martedì 19 agosto 2003

La capsula è di metallo - credo una lega di carbonio e titanio. Le parti in ceramica non ho mai capito bene a cosa servano, ma servono da quello che mi dicono. La capsula ha forma cilindrica ed è alta quattro metri. Il diametro della base è di tre metri. Praticamente, un’enorme lattina. Il mio spazio vitale è ridotto al minimo: una poltrona reclinabile, uno schermo, un finestrino rettangolare, una tastiera. Se mi alzo, devo piegare un poco le spalle per non sbattere la testa. Dietro di me c’è la porta del bagno. Ecco tutto.

Non si sta male, qui in orbita. Ci sono tutte le comodità. Il cibo mi viene consegnato a orari precisissimi. Alle volte posso pure sgarrare, se mi va. Di solito non mi va. Il computer apre lo sportello alla mia destra (quello a sinistra è per il telecomando) e mi passa il vassoio a scompartimenti. Uno scompartimento con la pasta. Uno con il pollo. Poi il dolce. Gli scompartimenti permettono al cibo di non mischiarsi. Potrei farlo io, potrei mischiarli. Di solito non lo faccio. Per bere ho dei tubicini che mi vengono calati dal soffitto. Se voglio ho dei bicchieri. Di solito i bicchieri li uso solo per il caffè.

L’orbita è sempre uguale e fissa. Gira, gira, gira attorno. Se sono fortunato, la capsula è rivolta verso la terra e posso immaginare di vedere, laggiù, qualcosa che si muove. Mi sembra di provare nostalgia, in quei casi. Quando provo nostalgia mi metto subito al lavoro. Devo fare un tot di calcoli, prima di rientrare, calcoli statistici sul numero di asteroidi che passano. A dire la verità non ho capito bene neppure io. Ho delle formule, applico quelle. Quando mi metto al lavoro, mi sembra che non riuscirò a finire mai. Mi dico: non finirò mai. Mi dico: be’, comunque ho tutto il tempo. Mi metto a giocare a campo minato.

Alle volte incrocio qualche altra capsula che vaga in orbita. Non so perché, le capsule degli altri mi sembrano molto più comode. Quando le radio sono abbastanza vicine, riusciamo a scambiarci due parole: “Ciao!” “Ciao!”“Come va?”“Bene, procedo. E tu?” “Anche io, vado avanti.” “Hai sentito di A?” “Cosa?” “Ha finito.” “Ha finito? E adesso?” “E’ uscito dall’orbita.”“Ah. Ma è finito a terra? o nello spazio?” Silenzio. Le orbite non permettono lunghe conversazioni.

lunedì 18 agosto 2003

Ho in mano una scatola bianca di cartone; la rigiro tra le dita e la guardo tenendola a una certa distanza, perplesso, più che altro, perché non ricordo di averla presa. U, intanto, smanetta con l’accensione della vespa. Il fanale dà un barlume, il motore accenna una partenza, niente più.
“Avevo il casco, prima?”, chiede.
“No” dico, “mi sa di no.”
“Allora è nel bauletto.” mi guarda. Mi guarda la mano per qualche secondo.
Poi: “Cosa ci fai con la mia scatola dei filtri in mano?”
“Ah, ecco cos’era. Vuoi che ci provi io?”
“Sì”, dice.
E io, che non ho neppure la patente, mi atteggio a meccanico provetto, esperto in moto motorini vespe, cinquantini centoventicinque cinquecento, macchine di varie cilindrate, trattori, gommoni, motoscafi, elicotteri, shuttle e falciatrici.
“E’ ingolfata”, dico professionale.

In strada, nessuno. Ai piedi del cavalcavia mi chiedo come ha fatto la vespa ad abbandonarci, non ricordo come si è spenta. Ricordo che U mi stava tirando, tentando di tenere la traiettoria più dritta possibile. Poi ricordo di aver appoggiato la bici e di essermi trovato in mano la scatola bianca dei filtri. Sono le quattro di mattina.

Passa una moto, la vediamo fare un’inversione. “Serve una mano?” “Eh” diciamo. Il tizo smonta, non si toglie neppure il casco e con due colpi di pedale ci riaccende la vespa. Poi la spegne. “Aspettate un attimo, prima di ripartire.” ci fa. Si toglie il casco, si siede sulla transenna. “Siete andati, eh? Avete bevuto?” “Eh, un po’. Si sente dall’alito?” “No, no, si vede proprio.” Si accende una sigaretta. Ha delle mani enormi, dita a mazzocchetta. Parliamo di cucina. Agriturismi. Finti agriturismi. Cucina greca. Il tipo, che si chiama Fabio, o Filippo, ci racconta che è stato a mangiare in un bel posto, dove hanno del buon vino. “Si spende un po’, ma c’è un buon servizio: ti mettono la tovaglia bella, il bicchiere a calice, i camerieri sono gentili”.
U esprime anche il mio pensiero quando dice: “Chi cazzo se ne incula del servizio.” o qualcosa del genere. Fabio fa una mossa tipicamente padovana: gli dà ragione per poi riaffermare il concetto precedente. “Sì, hai ragione.” dice “Però il servizio conta.”

Ogni secondo che passa mi aspetto che se ne vada. Immagino che non ci possa sopportare. Che debba andare a casa. Chi glielo fa fare di rimanere a parlare con noi di agriturismi alle quattro di notte? Invece sta appollaiato sulla transenna. Fuma. Offre cicche. Sembra sempre sul punto di voler dire qualcosa di importante, di fondamentale della sua vita. Sembra che da un momento all’altro si debba confessare con noi. Invece ci parla solo di cucina. Cucina italiana uber alles.

Mi si chiudono gli occhi. Prendo la bici. Lui capisce. Si alza. Ci riaccende la vespa. Poi scappa. Naturalmente, appena scompare, la vespa si spegne.
Poi, non so come, ci ritroviamo per terra. Io, U, la mia bici, la vespa. Per terra.
“Avevo addosso il casco, prima?”
“No” dico “Mi sembra di no.”