lunedì 1 settembre 2003

Questa casa è diventata il regno della dislocazione - dici a voce alta, camminando tra gli oggetti sparsi al suolo. Stai lentamente espandendo il concetto di casino, spostandone l’orizzonte sempre più lontano - tanto da far apparire il passaggio di un tornado come un semplice riorganizzazione ambientale, rispetto al caos che stai creando in casa, senza neppure troppa difficoltà.

Ricapitoliamo? Ricapitoliamo.
Come c’è finita una bottiglia d’acqua sull’ultimo scaffale della libreria di tuo padre, tra il secondo volume della storia del partito comunista e la Storia della Rivoluzione Russa di Trotzky? Che ci fa il pupazzo gonfiabile a figura umana dell’Uomo Ragno - quello che ti ha regalato tuo fratello per il compleanno e che tua madre ti ha espropriato per piazzarlo in salotto - disteso sul tavolo della cucina? Ma soprattutto: come ha fatto un paio di tue mutande a finire in camera di tua sorella, quando in camera di tua sorella tu non ci vai mai, e la porta è sempre chiusa? eh? come?

Lo sai? E’ come se tu - in trance - afferrassi gli oggetti a caso per spostarli dove non dovrebbero stare. Ti crei il tuo disordine inconsapevolmente: tanto che a volte non riesci neppure a trovare gli occhiali che hai sul naso. E poi, dopo aver creato questo disordine con le tue mani, ti stupisci del concentrarsi sistematico dell’entropia nei tuoi dintorni.

Sarebbe troppo facile, a questo punto, rivelarti che questo è il segnale di un disordine ben più inquietante e intimo, una sconnessione mentale, una dislocazione dei nessi razionali.
Mi spiace essere io a dirtelo: ma è proprio così.