domenica 21 settembre 2003

L’orecchio sinistro ha deciso di sua spontanea volontà di non funzionare più. Parlate più forte per favore.

8.00 a.m. Sabato mattina. Rumori di pentole. Un frullatore. Lavapiatti che si svuota. Fornelli accesi. Mi alzo. Mi gira la testa. Chiedo a mia madre cosa sta facendo. Cucino, dice. A quest’ora? Be’? Sono le dieci, dice. I miei occhi si muovono prima sulla sveglia bianca – lancette fosforescenti – poi su mia madre – capelli rossi. Orologio. Madre. Lancette, capelli rossi. Capelli rossi, lancette. Lancette, capelli rossi. Capelli rossi, lancette. Oh, ma guarda, dicono i capelli rossi. Sono le otto!
Il sonno mi inibisce le sinapsi omicide, purtroppo.

6.00 a.m. Sabato mattina. Canto per tentare di mantenere sveglio Ale che guida. Dovrei parlare, dire qualcosa di interessante, ma tutto ciò che faccio è cantare i Tribalistas. Ale è quasi appoggiato al volante, con gli occhi mezzi chiusi. Dice di vedere la strada doppia.

5.30 a.m. Sabato mattina. Nel parcheggio di una banca. Ale dorme perché stavamo sbandando sulla strada dei colli. Lo fai apposta? No, è che vedo la strada doppia. Io però non ho un cazzo di sonno. Ho sempre sonno. Ora non ho un cazzo di sonno. Sento i galli abbaiare. Pardòn, cantare.
E’ buio.

5.10 a.m. Umbe, Ale, io. In salita. La strada è quella dell’andata. Umbe ha la chitarra in mano e zaino sulle spalle. Sbuffa e fa fatica a parlare. Si discute dello stupefacente successo sentimentale di alcune persone che non ti aspetteresti. Ogni tanto parte una scoreggia. E’ per facilitare la risalita.

4.30 a.m. Sulle sedie, Sergio e Gian dormono in posizioni improbabili. Gian, che ne pensi della festa dell’unità? Gian, cosa ci dici del problema della siccità? Lui dorme. Gian, sei proprio di compagnia. Quando stiamo in silenzio per più di cinque minuti, lui apre gli occhi e ci manda affanculo. Poi torna a dormire. E’ finita la mortazza. E’ finito il formaggio. E’ rimasto: pan biscotto, gin, chinotto, acqua tonica, patatine. Mi strappano la chitarra dalle mani, perché è mezz’ora che suono la stessa corda.

3.00 a.m. circa. Il Johnny Cash italiano, l’uomo dalla dentatura perfetta, ci delizia con una performance eccezionale. Country con movenze rockabilly. Matteo the pelvis, king of the colli euganei.

Dalle 1.00 a.m. alle 3.00 a.m. Un po’ di vuoto. Qualche barlume. Un’armonica a bocca. Le approvazioni del Sensei Sergio. Tranne quando suono Obladì Obladà per venti minuti in loop.

1.00 a.m. Ale, sul palco, cerca di scalzare i due cantanti ufficiali durante un reggae improvvisato. Con cinque birre per mano controllo quale sia l’angolo giusto da cui fare stage diving. Umbe si aggira dicendo frasi del tipo: “Mi hanno inculato la chitarra.” “C’avevo preso gusto a stare sul palco!” “Bella topona!”. A “Bella topona” segue un verso che è un misto tra lo squalo in calore e un trattore in folle.
Nicola osserva da sopra la collina. Guarda. Ascolta. Tiene la situazione sotto controllo.

12.00 a.m. Non raccontate mai le vostre figure di merda a Ducc, perché poi lui va a raccontarle a quelli con cui le avete fatte, spiegandogliele nel caso non le avessero colte! Ducc!

11.00 p.m., venerdì sera. Umberto mi presenta a una sua amica. Piacere, dico, alessandro. Piacere, dice, Prosciutto Scopadisaggina.

9.40 p.m. Per arrivare c’è una discesa di venti minuti. La strada è senza luci e il bosco attorno manda un’ombra che avvolge. Le persone, dal parcheggio, scendono a ondate, in gruppi provvisti di pile. Lupetti! urla Ale, mentre scendiamo. Poi, dietro una curva, si apre uno spiazzo, una casa, un palco circondato da lampadine colorate.

8.40 p.m. “Allora andiamo.” “Andiamo.” “Sì, ma torniamo presto.” “Sì, non voglio fare tardi.” “Devo studiare.” “Devo finire la tesi.” “Sì, ok.” “Ok.” “Torniamo a mezzanotte.” “Sicuro.” “Mezzanotte, ok?” “Certo. Mezzanotte. Non un minuto più tardi.”