martedì 22 marzo 2005

[17.15]
«ma se tanto non senti i sapori» dico a me stesso a voce alta, in bicicletta, senza freni, senza mani perchè le mani tengono i sacchetti del panificio «se il raffreddore ti ha completamente ottenebrato il gusto e l'olfatto, che cazzo ti compri le pizze di pastasfoglia?» In effetti parrebbe una mossa dettata più che altro dall'ingordigia - la golosità di chi è stato rinchiuso cinque giorni a letto, con trentotto e mezzo di febbre, immobile e boccheggiante sotto un piumone. Cinque giorni di febbre, e una strana vertigine che ancora mi sorprende talvolta di nascosto, senza motivazione: che io stia seduto o in piedi, che stia dormendo o leggendo o mangiando, una vertigine che rotea il mondo come il palmo di una mano che faccia girare una foto appoggiata a un tavolo. Fosse solo questo. Le gambe si ribellano alla prolungata stasi, si agitano e mi svegliano di notte. Ieri, alle tre, le gambe si sono ribellate al sonno, mi hanno svegliato a forza di calci e giravolte e si sono fatte portare a spasso. Ci mancava solo il guinzaglio. Camminavo su e giù per il corridoio da circa mezz'ora, quando si è svegliata anche mia madre: «Che fai?» ha chiesto. «Cammino.» Mi ha guardato, sulla porta di camera sua, mentre mi allontanavo verso la cucina per poi tornare verso di lei. Tenevo sempre lo sguardo sulle gambe, pensavo che a un certo punto si sarebbero stancate. «Ma che fai?» ha ripetuto. «Cammino» ho risposto, senza fermarmi. Mi sono allontanato, sono tornato. «Che fai?» ha detto. Stavo per urlarle che camminavo quando lei ha detto: «Aspetta» e si è tolta i tappi per le orecchie. «Allora?» «Cammino.» ho detto. «A quest'ora?» «Porto a spasso le gambe» ho detto dal fondo del corridoio. Lei si è rimessa i tappi. Ha detto:«
[17.45]

mercoledì 16 marzo 2005

[14.36]
Facciamo il punto della situazione.
Dopo quasi tre mesi di dottorato ho cambiato progetto di ricerca tre volte. Praticamente una volta al mese. Ho già una bibliografia sterminata, pur non sapendo ancora esattamente su cosa. Sono indietro di tre articoli: uno - che è da un anno che devo concludere - tratto dalla tesi; uno di cui ho solo il titolo; il terzo di cui non ho neanche l'argomento. Vista questa impasse, ieri ho comprato un libro che pensavo non avrei mai comprato e che forse, invece, avrei dovuto comprare prima, cioè: come si fa una tesi di laurea, di Umberto Eco. Insomma: secondo Eco ho sbagliato tutto. La parte più bella è, comunque, questa: «Uno si porta a casa centinaia di pagine di fotocopie e l'azione manuale che ha esercitato sul libro fotocopiato gli dà l'impressione di possederlo. Il possesso della fotocopia esime dalla lettura. Succede a molti. Una sorta di vertigine dell'accumulo, un neocapitalismo dell'informazione. Difendetevi dalla fotocopia!» pag. 139 - il punto esclamativo è una mia aggiunta. Umberto, arrivi tardi, cazzo, le fotocopie mi hanno già sommerso... Il buon senso mi direbbe di andare a capo, qui, incominciando un nuovo argomento, ma non ho voglia. Quindi vi darò un altro consiglio, strettamente collegato: state attenti alle feste di laurea! Se no, poi, vi ritroverete, la mattina dopo, in giro per la città, febbricitanti, con in testa un medley infernale che mischia Britney Spears a Bruce Springsteen - Ooops... I did it again unito a I'm on fire. Ah, sì, se poi avete anche l'influenza e il malditesta - ma potrebbero essere i postumi da sbronza - e la tosse, vi ritoverete a camminare con le mani sepolte nelle tasche, una contrattura mandibolare, l'istinto alla tempesta, sotto un sole timidissimo, in cerca di schede per schedari che non si fanno più. Nè le schede, nè gli schedari. Per concludere vorrei aggiungere una considerazione sul progressivo peggioramento di questo diario- chiamiamolo così.
Ma anche no.
[15.05]

martedì 15 marzo 2005

[14.11]
Fai conto di salire in treno. Entri nello scompartimento, dove c'è un uomo che legge. E' seduto nel verso contrario all'andamento del treno. Lo saluti. Non appena ti siedi, lui ti mostra il suo libro. Ti dice "Leggi qui". E' un brano di Nietzsche. Aurora. Lo leggi. "Non ti sembra", dice, "che sia un invito alla menzogna?". E ti coinvolge in una discussione sull'uso più o meno legittimo, in politica, dell'ipocrisia. Tu lo incalzi, poi ti stufi. Fai finta di addormentarti. Lui ti scuote una spalla: "Ehi", dice, "Leggi qua!" Ti passa di nuovo il libro, un brano diverso; quando hai finito riprende la discussione. Arrivi. Poco prima che il treno si fermi, ti dice: "Sei un ragazzo intelligente, hai argomentato bene". Ti stringe la mano: "Mi è piaciuto parlare con te. Per caso ti interessi di astronomia?". Dici di no. "Non ti interessi di stelle, movimenti astrali, pianeti?" Rispondi di no. "Ma lo sai che nessuno scienziato è in grado di spiegare le fasi lunari?" Rispondi che non lo sapevi. "Nessuno sa spiegare le fasi lunari, e sai perchè? Perchè è dio, con le sue mani, che ogni notte, sposta la luna" Lo guardi. "Lo so, queste cose non si possono dire: è una conoscenza pericolosa, ma nessuno scienziato sa spiegare le fasi lunari, pensaci". E fa un gesto così: alza le mani all'altezza della testa e le tiene come se afferrasse due arance, ruota i polsi in modo che i palmi si specchino - poi li ruota di nuovo verso di te; contemporaneamente muove le braccia come a simulare un'orbita. "Vedi? E' dio, che muove con le sue mani la terra e la luna. E' una conoscienza pericolosa, stai attento!" Intanto il treno è fermo, e tu scendi, mentre lui dal finestrino gira ancora i polsi e le braccia, sgranando gli occhi.

[Questa storia mi è stata raccontata da Alberto, l'altra sera, in piazza, davanti ad uno spriz comprato dai soliti cinesi]
[14.28]

lunedì 14 marzo 2005

[16.40]
Ho male ai talloni, non riesco a stare seduto: sono le sedie della biblioteca - lisce, scomode, create per culi non umani: squadrati, tentacolari e un poco a conca - o il raffreddore, che ha nicchiato tutto l'inverno per esplodere oggi, in sternuti ogni mezz'ora e fuochi d'artificio di muco. Gli sguardi degli altri attorno. Invasati, sicuri di sè, del loro apprendere, mentre io sento le conoscenze rapprese, i frammenti di nozioni che non coincidono tra loro: un mosaico appena scosso dal terremoto - tessere microscopiche mischiate su un pavimento pieno di crepe. A casa, intanto, mia madre tenta di convincere la donna delle pulizie a non tornare in Romania, dall'ex marito. Dice che è cambiato - insiste lei. Non ci credo - risponde mia madre. Le rumene, racconta di sera a cena - con il suo talento per generalizzare l'ingeneralizzabile - hanno il cuore straziato, sono piene di un dolore che non si rimargina, vivono in una dimensione di perenne tragedia.
[17.05]

venerdì 11 marzo 2005

[17.37]
Sulle panchine del dipartimento si parla già di scogli e di maree. Cammino con la testa rivolta prevalentemente verso terra, occhieggiando furtivo i dintorni. L'agilità linguistica, gli affondi intellettuali, l'utile, il dilettevole, il dulce, lo psichico, l'ultrapsichico, l'emozione, la memoria, la tecnica, la gravitas, la leggerezza, l'ironia, il dolore, l'altro, il qui, l'ora, il realismo viscerale, il verosimile, il verso, la prosa, il virtuosismo, l'erudizione, il pieno, il vuoto, la visionarietà, la proprietà aggettivale, i colori, la densità, gli oggetti, i personaggi, l'intreccio, la fabula, lo psicologismo, il ritrono del rimosso, il racconto, la narrazione, l'affabulazione, la capacità ipnotica, la verità, la trasposizione, l'aderenza della parola alla cosa, la sintassi, la semantica, la morfologia, la punteggiatura, le virgole, i due punti, la formazione delle parole, la metafisica, l'oltre, la società, la chiaroveggenza, il delirio, la verticalità, la forma, la struttura, il ritmo, la vivacità, l'impressionismo, l'astuzia, la descrizione, i dialoghi, la morte, il culto dei morti, l'elencazione ellittica, la mimesi, la diegesi, e via e via e via e via e via e via e via: cosa, cosa differenzia uno scrittore da un grande scrittore?

Entro dal panettiere - si avvicina la primavera e sento, sotto i vestiti, il solito pizzicore che preannuncia il caldo - davanti a me c'è un uomo, pallido, pochi capelli, la barba bianca e uno sguardo che non so dire - indossa uno zaino azzurro, si sostiene con le stampelle. Allora lo osservo meglio, di nascosto: gli manca il polpaccio sinistro, completamente. Mi chiedo cosa significa andare a comprare una sola scarpa, se si può, o se piuttosto quest'uomo conserva tutte le scarpe sinistre in un museo dedicato al suo piede, una libreria di scarpe sinistre, impolverate ma nuove - forse sono indelicato, mi sento indelicato: quando la mole di scarpe, per accumulo, raggiunge la dimensione di una piramide smetto di pensarci.
«Due schiacciate, Loredana» dice alla panettiera. Lei prende un sacchetto: «Come stai?»
«Non me lo chiedere» dice lui «Non me lo chiedere. Non me lo chiedere. Non me lo chiedere non me lo chiedere non me lo chiedere non me lo chiedere. Non me lo chiedere, non me lo chiedere; non me lo chiedere non me lo chiedere non me lo chiedere» la sua voce diventa più flebile, quasi solo fiato «non me lo chiedere! non me lo chiedere non me lo chiedere. non me lo chiedere, non me lo chiedere» «Due zoccoletti» chiedo io, intanto, sottovoce, all'altra panettiera. «non me lo chiedere, non me lo chiedere, non me lo chiedere, non me lo chiedere»
«No no, va bene, non te lo chiedo»
«Ecco i due zoccoletti»
«Grazie, arrivederci»
«Se solo avessi una rivoltella... me daria un colpo e la finiressimo»
[17.59]

giovedì 10 marzo 2005

[14.08]
- Senti.
- Eh.
- Ma ti ho sbavato?
- ... no
- Ti ho sbavato.
- No no.
- Dai, puoi dirmelo: ti ho sbavato.
- Ma no, non mi hai sbavato.
- Be' allora ti ho sputato, sputazzato, slavazzato, sgrondato...
- No, no, non hai fatto niente!
- Allora perché prima hai riso?
- Ma niente.
- Ti ho sbavato.
- ... un po'.
- Visto?
- Ma solo poco!
- Dio che vergogna.
- Ma valà...
- Che vergogna. E dimmi: quanto ti ho sbavato?
- Poco.
- Dai, quanto?
- Ma niente! Un poco.
- Mio dio. E com'era?
- Cosa?
- Com'era? La bava. Era filamentosa, una goccia, un grumo? Era schiumosa, limpida...
- Ma che dici?
- Quanto ti ho sbavato? Era tanto? Era un filo che è caduto dall'angolo della bocca? Oppure una di quelle gocce dense che innaffiano tutto. Dai, descrivi!
- Ma niente! Era una goccia.
- Che vergogna.
- Macchè. Era una goccia minuscola.
- Ti ho sbavato.
- Non mi hai sbavato.
- Ti ho sbavato, sarà stato almeno mezzo litro di bava.
- Ma smettila.
- Che vergogna.
- Ma dài!
- ...
- ...
- Cos'è quello sguardo?
- Cosa? che sguardo?
- Quello. Quello sguardo.
- Non sto facendo nessuno sguardo.
- Stai facendo quello sguardo.
- Che sguardo?
- Non ci provare, sai.
- Cosa? Che sguardo?
- Quello sguardo. Quello che hai quando stai pensando a scrivere.
- ... non è vero.
- Non ci provare, sai.
- Cosa.
- Non ci provare a scriverlo.
- Guarda che non ci avevo neanche pensato a-
- Non è vero. Hai quello sguardo. Non provare a scrivere che ti ho sbavato.
- Ma non lo scrivo, no! vuoi smetterla?
- Se lo scrivi... lo sai cosa succede.
- No, ma non lo scrivo.
- Ti farò cose innominabili se lo scrivi. Promettimi che non lo scrivi.
- Ma non lo scrivo! Certo che certe volte hai delle idee...
- Guarda che se lo scrivi...
- Non lo scrivo. Giuro.
- Giuralo.
- L'ho già giurato
- Guarda che se lo fai...
- Non lo farò.
[14.26]

mercoledì 9 marzo 2005

[9.23]
Il giostraro dalle fattezze di uno scrittore di culto mi dice che sono pronto. Mi sporgo verso di lui, dal secondo piano della giostra: pronto per cosa? Sei pronto! mi dice lo scrittore, facendo partire il meccanismo a ruote dentate, sei pronto! Sì, ma pronto per cosa? Sei pronto... dice allontanandosi nel buio, sei pronto per l'operazione! Mentre il cavalluccio rosso non regge più il mio peso, chiedo: L'operazione? Sì, risponde lui, l'operazione alle adenoidi!

Quando ero alle medie, R*, per convincermi a leggere It, mi disse - tra le altre cose - che Stephen King ti prende per mano e ti porta gentilmente dentro la storia, senza mollarti. Takeshi Kitano, in un'intervista, racconta che vorrebbe fare un film così: girarlo tutto, tagliare a pezzi le scene, rimontarle in ordine casuale, lasciare allo spettatore la visione d'insieme.
[9.38]

martedì 8 marzo 2005

[15.23]
Il sosia di Noel Gallager ha un loden blu, indica qualcosa verso il Pedrocchi. Tra la folla - i laureati e i loro amici - altri loden, altri sosia - grigi in viso, spiccano per il perfetto blu dei loro cappotti, e occhiali da sole a lenti quadrate. Un sole primaverile illumina un azzurro che ricordo di aver visto l'altra settimana in un quadro del Beato Angelico - era il vestito di un santo con la testa tagliata. Abbandono accanto a un cestino il tetrapack di tavernello mezzo pieno. Guardo gli uomini in blu circondare un carro funebre nella zona pedonale. Un laureato sta rileggendo, in rima, non lontano da me, la sua vita sessuale; ha i capelli infarinati, e, sulla farina, chiazze gialle di uovo. Uova anche per terra: ma senza gusci, solo tuorlo che scivola gli spazi tra i sampietrini. AleP, direttamente da Barcellona, racconta che a Milano l'hanno perquisito. Dice: «Ci hanno riuniti in una stanza, hanno aperto le nostre valige. "Cosa abbiamo qui?" ha detto un poliziotto, controllando il bagaglio di un ventinovenne, "un taglio nell'imbottitura..."; come nelle fiabe, ha tirato un filo, e tira e ritira, e scuci e scuci, magia! mezzo chilo di cocaina è apparso in una tasca nascosta...» Il carro funebre viene affiancato da altre macchine, blu anche loro; due vigili si avvicinano a tutti i neo dottori intimando il silenzio, o almeno la moderazione. Tra poco passerà la salma.
[15.49]

lunedì 7 marzo 2005

[16.45]
meglio di un fiume carsico, così riemerge la stronzaggine, senza motivo, se non forse il trauma del rientro o, piuttosto, la frustrazione di non sapere chi o cosa ha vinto sanremo. Il mio vicino - più vecchio di me di qualche anno - si è laureato martedì, mentre io, invece, ambivo a un piatto di moules et frites - «allora? come è andata?» gli chiedo adesso, fuori dal garage; «bene bene, non vedi? non mi vedi più leggero? tolto un peso, adesso posso cazzeggiare» risponde, con un riso che gli invade metà faccia, una vena in mezzo alla fronte sul punto di annodarsi dalla felicità. «Perchè», dico senza accorgermi, «prima che facevi?». (Dal treno, stamattina, in ritardo di tre ore, scendo praticamente al volo, consegno il bagaglio al deposito, corro in università per non perdere un appuntamento fondamentale, penso: prendo un autobus - mai preso un autobus in vita mia - aspetta sì, in prima superiore - salgo, chiedo all'autista: ma questo - intendo l'autobus - ferma a piazza mazzini; certo, risponde l'autisa, e parte mentre mi sciolgo addosso a un palo di supporto; l'autobus procede verso la piazza, si avvicina, a ogni fermata mi dico: potrei scendere qui, no aspetta, aspetta ancora un po', che ho comprato il biglietto; al semaforo, sono sicuro che l'autobus girerà a sinistra, sono tutto contento, invece, gongolando come lui solo sa fare, gongola, rigongola e gira a destra riportandomi come per incantamento al punto di partenza, ai piedi del cavalcavia dell'arcella, sopo un quarto d'ora di viaggio, mentre nel mondo risuona un urlo tonitruante che spezza il ghiaccio per le strade, fino a i poli (aspettatevi inondazioni)) Lui mi guarda interdetto, mi chiedo se ha un tic alla guancia sinistra, vorrei avvicinarmi per studiare meglio la vibrazione dello zigomo; mette i palmi delle mani paralleli, li muove a mimare una S, insieme dondola le spalle e le ginocchia, piega le gambe, sembra un serpente - o celentano quando celentaneggia - risponde - ma vorrebbe picchiarmi, si vede - «anche prima cazzeggiavo, ma di nascosto; adesso sono autorizzato ufficialmente» e striscia via, così.
[17.11]