lunedì 28 maggio 2007

Dormo male, faccio fatica ad addormentarmi. In terrazzo ieri abbiamo trovato un’enorme milza caduta da chissà dove. Volevamo cucinarla con le acciughe e la salvia, ma ha cominciato a pulsare, a contorcesi chiedendo pietà. Abbiamo lasciato perdere, anche perché, a dirla tutta, a me le acciughe non piacciono. Lo so. Lo so. Lo so. Sembro ossessionato. Le zanzare. Dio buono, le zanzare. Giovanna appoggia la testa sul cuscino, batte tre volte i denti e via, addormentata. Io sudo in faccia. Mi sento appiccicaticcio. Appena mi distendo, mi prende tutto uno scaldone che... Non c’è nulla da fare. Mi accendo di rosso. Irradio. Se mi agito troppo alla ricerca di una posizione sveglio Giovanna. Allora mi immobilizzo, faccio pensieri da sasso e sudo in faccia. In quei momenti spero nell’effetto carta moschicida, le zanzare che si appoggiano sulle guance e restano invischiate. Invece ronzano. Zanzareggiano. Superbe. Signorili. Come dei gran gagà. Ampie volute attorno all’orecchio. Lenti ronzii in lontananza, picchi improvvisi. Falò sui soffitti. La mattina ho gli occhi a ping pong. Mentre Giovanna prepara il caffè, io spiattello le zanzare grasse sui muri. Cerco di lasciare delle impronte, per le giovani generazioni che entreranno a sera dalla finestra. Ma hanno memoria breve, le giovani zanzare, il sangue gli dà alla testa...

Dopo che è uscito questo (lasciate perdere il commento! quel mino lì lo conosco bene, è un matto!), mi sono sentito in dovere di farlo leggere in famiglia. Tutto bene, non me l’aspettavo. Anzi, pareri entusiasti. Mio padre ha tentato di aprirsi un blog tutto suo. Mia madre invece mi telefona per darmi suggerimenti editoriali. Tipo perché non lo distribuisco nelle edicole, magari allegato a qualche giornale.

Quando può, lo pubblicizza per il quartiere.
«Anche dal barbiere?» le chiedo a cena, col boccone nella trachea.
«Certo!» mi fa, «Era entusiasta!».
«Mio dio...», dico «Non potrò più farmi vedere in giro...»
«Non ti preoccupare» dice lei, «Guarda che prima li preparo. Gli dico due tre cose in modo che non se la prendano...»
«Cioé?»
«Niente. Li avverto che in quel periodo eri sostanzialmente un po’ depresso e sempre ubriaco».

martedì 22 maggio 2007

The science of sleep - 1

Così ci troviamo fianco a fianco, da soli, io e questo tizio con le scarpe eleganti. Marroni, lucide: sapete il genere. Avrà il cinquantadue, a occhio. Io non ho la cravatta. Fa troppo caldo, anche se il sole è a mezzo cielo e una brezza (la brezza delle prime ore serali) si infila nelle maniche della giacca. Il tizio si chiama Mavis, è un rappresentante farmaceutico, specializzato in Cialis. La sua camicia sembra ritagliata direttamente da un quadro op-art. «Sai andarci?», mi chiede. Indica l’altalena. «Certo...» rispondo, con una mano sul collo, «più o meno...». «Non fare il modesto», ghigna, «Devi essere bravo, coi polpacci che ti ritrovi...». Mavis si siede a destra, io a sinistra. L’altalena è di acciaio, rossa, alta tre metri circa. Davanti a noi la linea dell’orizzonte è piattissima, come se fossimo al centro di un’enorme pianura. Non c’è niente a ostacolare lo sguardo, se non ai margini qualche albero, qualche cespuglio. Che Mavis sia pericoloso, si vede subito dai segni che ha in faccia, da come digrigna i denti quando l’altalena dondola indietro. Le scarpe da ginnastica mi assicurano un vantaggio, ma preferisco essere prudente: dopo un paio di giri della morte sia in avanti che indietro - le catene dell’altalena sferragliano ogni volta che passo lo zenit - lo lascio vincere. «Hai visto?» gli chiedo, «non sono un granché». Lui fa un cenno di sufficienza col braccio, scuote la testa, poi si pizzica il lobo dell’orecchio: da dentro un cespuglio sbuca un complice coi vestiti strappati dai rami, i denti sporchi di terra, gli occhi rossi. Mi tiene le braccia mentre Mavis mi colpisce con una barra di ferro arrugginito. Mi chiudono in una cassa, tramortito, mi portano via.

Quella stessa notte incontro la Squadra al porto. Mavis, con la cassa nella quale mi ha rinchiuso, si è rifugiato in un magazzino. Sono qui per salvarmi. Il capo Squadra mi passa un tesserino blu con un codice a barre. «Indossalo bene in vista» mi dice «Così possiamo riconoscerti. Quando ti unirai a noi?» «Mai» gli rispondo, mentre attacco alla felpa il tesserino, «non voglio far parte di M-tv» «Cambierai idea, vedrai». Alzano l’inferriata per lasciarmi entrare. Forse ho fatto un errore a portare con me solo una torcia elettrica. Mentre mi preparo a setacciare l’ambiente (come da prassi), Mavis mi crolla addosso da una pila di scatole. Riesco a svicolare, lo stringo cercando di placcarlo, ma è scivoloso, la sua giacca - quella che credo sia la sua giacca - ha la viscidità della mucillaggine. Attento al complice, mi dico. Illuminato dalla luna che filtra dai finestroni in alto, Mavis mi sembra più grosso, più scuro, con la bocca larga, i denti aguzzi, le braccia corte, una grossa macchia bianca vicino agli occhi, piccoli, neri. Si è trasformato in un’orca assassina: mi si lancia addosso, alza nubi di polvere, rotola sul pavimento cercando di schiacciarmi...

giovedì 17 maggio 2007

Il vento ha spezzato i bracci all’ombrellone, i soliti conti da regolare, immagino. Adesso il riverbero del terrazzo è insopportabile, almeno fino alle sei di sera. Non è bastata la colla millechiodi - neppure per la madia in salotto, la cui anta mi è rimasta in mano il mese scorso - se non ad appiccicarmi il gomito sul pavimento. Pezzi di cute sono ancora là, in sacrificio al dio del bricolage perché abbia pietà di me. Io e Giovanna facciamo a gara su chi usa meno carta igienica. Mentre beviamo orzata tagliata vodka, seduti sulle sdraio, le chiedo se non vuole per caso un rotolo di vantaggio. Mi guarda come si guardano gli sbruffoni. Nel frattempo la salvia della vicina è veramente più verde della nostra: di notte, se non dormo per il ronzare degli insetti (e spesso non dormo per il ronzare degli insetti) progetto di lanciare giù il vaso simulandone il suicidio. Ho già in mente la lettera d’addio, conterrebbe le espressioni declorofillizzazione, solitudine alle radici e il congedo Non più burro.


(Ho l’impressione limpidissima di regredire: mi sento meno organizzato, meno competente, più ottuso: il lessico diminuisce, i pensieri si fanno elementari. I miei ragionamenti, oggi, hanno la profondità del mare di Sottomarina...)

lunedì 14 maggio 2007

- Aspetta, fammi riempire la moka di acqua.
- No, non si fa il caffè con l’acqua calda.
- Cosa?
- Ci devi mettere quella fredda, non si fa il caffè con l’acqua calda.
- Ma che dici?
- Neppure la pasta si fa con l’acqua calda.
- Ma poi la scaldo lo stesso, no?
- Sì, ma devi partire dall’acqua fredda.
- Ma valà...
- Vedi? Non hai rispetto per quello che dico.
- Non è vero. È che non capisco cosa cambia se poi l’acqua la scaldo lo stesso...
- Cambia, te lo assicuro. Me l'ha detto un idraulico.
- Un idraulico.
- Sì, un idraulico. Hai qualcosa contro gli idraulici?
- No, è che non capisco che cosa cambia se...
- Ti dico che cambia. E se non ti fidi chiedilo a internet.

martedì 8 maggio 2007

Da quando la tracolla si è strappata, giro con le borse di tela di Giovanna. Quella che preferisco proviene da una libreria di Mestre che non ho mai visto, ma di cui fantastico da tempo, attraverso i racconti di chi c’è stato. È una borsa bianca, con un logo circolare grigio e spiegazzato, sotto cui c’è scritto Sancho Panza, libreria d’essai. Con questa borsa, entro da Gigi e Nanda, qui vicino, a prendere il pane. Se non lo vedessi dietro il banco tutti i giorni - se lo incontrassi cioè per strada e dovessi indovinarne il mestiere per gioco - di Gigi direi che è un barbiere, piuttosto che un fornaio: calvo, baffetti sottili e neri, occhi appuntiti, le mani in tasca. Forbici, vorrei urlargli, non pagnotte. Rasoi, non zoccoletti! Spesso lo vedo attraversare la strada e nascondersi tra i portici per fumare di nascosto. In quei momenti sbircia con nervosismo l’entrata del negozio, sperando che nessuno entri prima di aver superato la metà della sigaretta.
Nanda è bionda, uno sguardo sottile, i gesti un po’ sgraziati, la voce roca: assomiglia a una grossa anatra, a uno di quei personaggi che si incontrano a Paperopoli, gente coi cognomi tipo Anatroni, Quack, Palmati, Starnazza... Ecco, prescindendo dalla valenza fracassona e concentrandosi sulla connotazione di anatrità - un’anatrità anche dolce, volendo - Nanda Starnazza sarebbe il suo nome ideale.
Dal panettiere c’è un altro cliente, oltre a me, un uomo sulla quarantina che indossa un maglione di cotone a righe grigie e arancio. Si fa farcire un panino e intanto chiacchiera coi padroni. Non mi accorgo che è al mio fianco, finché non mi parla:
«Sancho Panza», legge «non ci sono mai stato» .
«È una libreria di Mestre» rispondo mentre scelgo il pane
«Ah sì?» chiede lui «E dove?»
«Non so» rispondo «La borsa è della mia morosa, lei è di Mestre.»
«Ah», fa lui. «Gigi», dice con un gesto sbrigativo «non metterci troppo prosciutto». E poi, rivolto a me, come parlando dello stesso argomento: «Stia attento con le morose, non si sa mai quel che fanno...».
«Eh», sospiro, «ma anche loro non sanno quello che facciamo noi... Mi dà due ciambelle di grano duro?» dico a Nanda.
«Vedo che ci intendiamo!» dice lui «Senta», aggiunge, e si fa vicino vicino, «Parliamo piano, se no si scandalizza la Nanda. Il clitoride... Lei lo sa cos'è il clitoride?»
«Ah be’» rispondo «Proprio un argomento da panificio...»
Guardo verso il banco in cerca d’aiuto, ma Nanda ride alla grande - la bocca aperta, gli occhi che ruotano - mentre infila le ciambelle nel sacchetto.
«Insomma», riprende lui «Il clitoride va dal macellaio...»
«Ma è una barzelletta?»
«La sa già?» Mi guarda preoccupatissimo.
«No, no», rispondo.
«Il clitoride va dal macellaio: che cosa ordina?»
«... lingua?»
«Bravo!» dice lui. Gli brillano gli occhi, mi stringe la mano: «Lei è tra l’1% della popolazione che risponde esattamente alla domanda! Ma la sapeva già?»
«No» dico.
«Un euro» mi dice intanto Nanda, porgendomi il sacchetto.
«Guardi: o la sapeva già o ci ha pensato intensamente...»
«Ci ho pensato intensamente. Ecco a lei l’euro»
Prendo lo scontrino, mi avvio verso l’uscita, ma prima mi giro per salutare. Sul pavimento c'è una pompa da biciclette che non avevo visto.
«È mia» dice il tipo, «Per non rimanere a piedi». Mima il gesto di pompare.
«Sospettavo», dico.
«Lo sapevo che lei è un uomo di mondo!», poi, come pensieroso aggiunge: «Ma ha detto che sospettava o che immaginava? Perché è differente, sa.».
«Ho detto sospettavo», rispondo, proprio sulla porta.
«No, non sospetti», mi urla dal fondo del negozio, «non deve sospettare! Immagini

venerdì 4 maggio 2007

Ai funerali c'è sempre qualcuno che, guardando la bara, ti chiede: "E invece tu come stai?"