lunedì 26 giugno 2006

Ho flettuto e riflettuto, ho aperto word e ho chiuso word, e mi sono seduto e mi sono rialzato, ho girellato per casa e fuori casa, ho sudato e strasudato in posti che non pensavo potessero sudare e, come al solito, ho deciso che non ho voglia di continuare. Non che ci fosse più molto da dire. Quella stessa sera siamo stati presi di mira da due vecchi, alla festa di rifondazione. Il primo era zoppo. Si faceva aiutare dalla moglie, ma tra di loro non si parlavano. Una volta seduti, lei si è messa a mangiare una piadina, lui si è avvicinato per raccontarci che, ai suoi tempi, i morosi si sgraffiavano e si morsegavano, si davano pedae, invece adesso si dicono Yess. Yess, si dicono, hai capito? La moglie ha finito la piadina con calma, poi si è alzata per trascinarlo via. Lui continuava a dirci, indicandola con colpetti di testa, di non sposare le donne furlane, che sono dure, dure, come la carne piena di nervi. Il secondo si chiamava Narciso, e ci ha raccontato tutta la vita a partire dal concepimento in mezzo alle barbabietole. Era uguale al padre di Braccio di Ferro. Aveva una maglietta a righine orizzontali, rosse e nere, sulla quale portava una collana di piccole pietre azzure. Sembrava sobrio, ma era ubriachissimo. Raccontava del suo lavoro di imbianchino e di quella volta che si era preso un acido a un concerto dei Nomadi. Diceva che poi si era perso per Bologna e vedeva il marciapiede ondeggiare. Mentre parlava, continuava a sgomitarmi tra le costole; quando si rivolgeva a qualcuno iniziava la frase urlandone il nome più volte. Ci offrì dei bocconcini di provola tutti sudati e umidi. Poi non ricordo più, perché per sopportarlo mi è capitato, per caso, di ubriacarmi anch'io.

La paranoica l'abbiamo incontrata di nuovo il giorno dopo, in un cantiere deserto. China sotto il sole, tra mucchi di sabbia e sanpietrini, era vestita di nero e teneva le labbra in fuori, come si fa quando si cerca un gatto. Ieri, invece, mentre ci stavamo organizzando per pranzare il pranzo della Grande Abbuffata, un signore in tenuta da golf, si avvicinò, puntandoci, a passi lentissimi e, una volta raggiunti, ci indicò e disse, dopo una pausa di qualche secondo: Internet people. E se ne andò.

martedì 20 giugno 2006

Si scoperchiano le soffitte! Usciamo dagli sgabuzzini un po' acciaccati. L'inverno ci ha rattrappito i gomiti e le ginocchia. Soffiamo via la polvere dalle giunture e flettiamo le gambe verso la piazza, anticipati da un refolo di scartoffie. Tutti davanti alla partita. E' un sabato fantasmatico, in centro; sarebbe anche silenzioso, non fosse per quel gruppo di americani al bar che guarda la televisione e si sommuove ad ogni avvenimento; o i suonatori di strada che intonano, con fisarmoniche e trombe, gli inni nazionali ad ogni gol - neanche fossimo in un film di kusturica.


Ho un matto personale che mi punta quando mi vede passeggiare. Non ne parlerò oggi, perché è da un po' che non lo incontro. Quando mi incrocia, mi chiama Ignazio, oppure Francesco, certi giorni IganzioDaLoyola, una volta Porco!, mentre pedalavo verso casa con Giovanna.

Sabato, in piazza, si avvicina una signora vestita di rosso. Avrà circa cinquant'anni. Mi chiama per cognome, con una pronuncia acuta come un coltello. La bioenergia! dice, La bioenergia di una persona si vede da come muove le mani!

Io e te, mi dice senza prendere fiato, abbiamo partecipato a un seminario di scrittura assieme. Come sta quel tuo racconto sulle vongole? E i pistacchi?

Lo sai? Non si scrive per dolore, ghigna, si scrive per passione! Io avevo scritto un bel racconto, pieno di passione, con tutte le parole giuste, gli aggettivi al loro posto, tutti i sentimenti ben scritti, le mie emozioni, e voi...

Glielo abbiamo stroncato, rispondo...

Me l'avete stroncato! Ma io ho depositato tutto alla Siae, tutti i miei racconti, e la mia tesi di laurea! Perché pensavano di rubarmela! Mi chiamò una sera il professor Rupertino per dirmi che forse avrebbe scritto una cosa con la mia tesi, ma la mia tesi l'ho scritta io! Così l'ho depositata alla Siae insieme a tutto il resto. Ho speso un sacco di soldi, maa...

Ha fatto bene, dico...

Ho fatto bene! E tu... tu, dice a Giovanna, tu! io lo vedo; il tuo sguardo mi offende! Bisogna accettare il vissuto degli altri, e non scrutare con quegli occhi, io mi sento offesa da come mi guardi, mi guardi corrucciata e il tuo sguardo mi offende! Non si guardano così le persone...

E se ne va.

(continua, se ho voglia)

venerdì 16 giugno 2006

Si fa presto a dire i congressi: i congressi, uh!, si fa presto a dire; ma a me i congressi mi stracciano le palle, mi sfracassano i coglioni, mi lacerano gli intestini facendo sobbollire tutti i liquami che normalmente se ne stanno quieti e stabili in fondo alla pancia. Erano quei giorni che non se ne vedevano da anni, tanto erano limpidi - e nessuna foschia, neanche il baluginare del caldo sulla strada (il miraggio che fa ondeggiare lo sguardo) e un vento di quelli che sbatte dolcemente le porte. Ma no. Io e Giovanna ci avviamo dentro un'aula mezza buia, mezza vuota, intuendo che vibriamo a una frequenza tutta diversa rispetto agli altri - forse è un leggero sfasamento nell'ambizione, o magari solo la birra kaiser e il panino con la porchetta - fatto sta che già dopo mezz'ora facciamo traballare le sedie, accavalliamo le gambe sbuffando a voce alta, e la nostra pietà si azzera di colpo. Sarà questo a innervosirci? Il tempo misurato e letto? I toni delle voci che tradiscono un mestiere banale, con poche idee? O il senso di essere incanalati in un mondo chiuso, in cui si accettano le cose perché sono così da sempre?

(Intanto si organizzano tornei di ping pong e nuove trasferte e mirabolanti concerti e kit portatili per grigliata e un'estate giallo limone sotto il cielo di Salamanca)

giovedì 8 giugno 2006

Ritornano le nuvole e il maltempo. Sono passati solo pochi anni dall'estate più calda del secolo. Non ho mai visto così tanti ventenni parlare di metereologia. E' l'anticiclone delle azzorre che si restringe, la temperatura media dell'Europa che cala. Risparmieremo i soldi dell'aria condizionata. La pioggia di giugno annacqua le birre, fa saltare gli amplificatori sui palchi. Tutta questa umidità rende gommoso il pane dei panini e più dure le ossa della porchetta. E' iniziata, è iniziata la stagione dei concerti! Giovanna ha consegnato la tesi, con una copertina giallo limone. Ora si addormenta dove capita. Con un bicchiere di sambuca stretto in pugno la troviamo rannicchiata in mezzo al più frastornante baccano degli Yo la tengo. Oppure in piscina: nuota senza occhialetti, esce con gli occhi rossi rossi a spaventare bambini e importunatori. Mi dice che ci non vuole più andare, durante la settimana, nella piscina all'aperto; ci vanno i disperati, gente che di solito sta solo in certi film americani ambientati in texas. A sera ci incontriamo alla festa nel parco, sotto gli alberi che fanno più buia la notte; ci muoviamo tra le ombre e gli ombrelli, cospiriamo sui tavolini del bar, sputazziamo sentenze sul mondo, attorno, che brulica...

lunedì 5 giugno 2006

Sulla scala della gran guardia, aspettiamo il funerale. Arriverà in piazza tra poco, ci hanno detto. I bar sono a lutto. Espongono casse da morto nere in vetrina, accendono lumini rossi sui marciapiedi. In piazza, i lumini formano un piccolo corridoio. Più che altro sembra la pista d'atterraggio di un aereoporto. Le bare verranno deposte là. Una accanto all'altra. La piazza è semi vuota, ma la gente arriverà col corteo, ci diciamo. Non ci posso credere che siamo qui ad aspettare, dice A*, ma sul serio stiamo aspettando il funerale? Non ci posso credere! Oggi si celebra la morte dello spritz! I baristi del centro protestano contro il sindaco che li obbliga a chiudere a mezzanotte. Cosa mangiamo stasera? Pizza? Kebab? Un paio di gazebo raccolgono le firme; dell'evento ne parlerà anche il Times. I baristi hanno speso soldi: si sono stampati dei manifesti mortuari, il più bello dice: sì al divertimento in centro, no alle stragi del sabato sera. Sei proprio un borghese, mi dice il Commu, sei proprio un borghese, tu. Fai ragionamenti da borghese! E intanto arrivano, arrivano le bare, portate a spalla, in fila, i primi hanno cappucci bianchi, urlano contro i bar aperti. Arrivano! Arrivano! Quando arrivano? Adesso! Ma che fanno, la via crucis? E offrono da bere? Perché non offrono da bere? Avrebbero dovuto offrire da bere, dice M*, allora sì sarebbe stato un carnevale, tutti ubriachi e una festa come si deve. Invece sobri sobri, tristi e lugubri e i baristi che si precipitano davanti alle telecamere. E noi? E noi? Uh! Non ci credo! Non ci credo che siamo ancora qui; andiamo a mangiare? a casa mia? E' troppo lontana! dice il Commu, Casa tua, dopo, come ci torno da casa tua in bicicletta? Commu, vattene a dormire, allora, dice A*. Be' potremmo stare in centro, dico. Ma tu cosa lo stai ad ascoltare? Non stare ad ascoltare il Commu, che dice un sacco di fregnacce. Commu, va a dormire! Prendo la macchina allora, dice il Commu, vi raggiungo. Per il compleanno mi hanno regalato una canna, dice T*, la mia prima canna, ma non so bene quando fumarla, mi dimentico che ce l'ho. Allora vado a prendere la macchina, eh? Questi baristi, loro dovrebbero fumarsi una canna, non capisco perché non offrano da bere. Vai vai Commu, vai. Ah, che tristezza. Abbandoniamo il funerale, formiamo una fila di biciclette che si allontana dal centro. E' buio e un po' freddo e ci avviamo verso discorsi su salsicce e patate e il gioco del bicchiere in bocca che si inserisce trivellando. Tutto ciò accadeva una settimana prima che io compissi trentun'anni, a giugno, nel 2006, uno dei primi giorni del mese.