sabato 31 maggio 2003

Ore 1:30, davanti al cinema Astra. ale, Ale, Umbe, Gino, T.

- Oh ale, è finito il mese mariano.
- Eh, cazzo, non dirmelo. Metterò via il rosario.
- Ma quella la conosco… Era una mia compagna delle medie.
- Guardati, sembri una vittima del disagio giovanile
- Disagio sì, giovanile… insomma
- Oh, chi ha una sigaretta?
- Ehi, ero innamorato di lei.
- Porcaputtana, ma oggi è la giornata contro il fumo! Be’ ormai l’ho accesa.
- Siamo rimasti sono noi e loro, andiamo a conoscerle?
- Sì sì, era proprio lei. La mia compagna. Si è fatta magra.
- E’ una silfide.
- DottòrRu. non dica cazzate. Cos’è una silfide.
- Ehi, qualcuno sa cos’è il linoleum?
- Dicesi silfide: persona abitante dei boschi, longilinea.
- Guarda che andiamo a controllare, eh?
- La vedi quella bionda? Come dice Marco: io me la farei.
- Chi mi dice cos’è il linoleum?
- Prendi per il culo?
- La conosco, sai? E’ un’amica di Mino.
- Chi viene al festival celtico domani?
- Sono quelle cose leghiste?
- Be’ perché non me la presenti?
- No, non credo, dev’essere un festival grosso.
- Oh, mi hanno detto che vai in giro circondato da fighe.
- Domani ho un matrimonio.
- Io? No, quando mai. Chi te l’ha detto?
- Mi fermano per strada per dirmelo.
- DottorRu, mi faccia due fotocopie, va.

mercoledì 28 maggio 2003

A un tratto ti sale il turbamento, l’inquietudine, la paranoia che non era prevedibile. Tutto ti prende, immotivato, un temporale che ti schianta le vene, ti squassa il cervello, ti strapazza i capelli. Tua madre alla finestra spruzza insetticida sul poggiolo. Dice che tiene lontano i piccioni. Intanto si concentrano le nubi, e tossisci all’odore dolciastro dell’insetticida che si diffonde nella stanza. Da tre giorni non guardi il telegiornale. Perso nel vortice che ti risucchia la mente, arranchi. Annaspi.

Sulla confezione dell’insetticida si legge: Muhe i Komarci, Djelotvorna i sigurna formula.
Dietro c’è scritto: Non vaporizzare su una fiamma o su un corpo incandescente. Non utilizzare in modo diverso da quello previsto. Utilizzare e conservare al riparo di qualsiasi fonte di calore o combustione. Non fumare.

(Chi mai si fuma l’insetticida? Eh? Chi?)

martedì 27 maggio 2003

- Non sono abbronzata?
- Be’ sì, cazzo, sembri una carota.
- Cioè?
- Sei arancione.
- Non sono arancione, sono marrone.
- Non sei marrone. Sei arancione.
- Ma che cazzo dici. Sono marrone. Passami una cicca.
- Lo sai che non fumo. E sei arancione.
- Guarda che sei proprio un padovano del cazzo. Voglio un chewing gum, va meglio così? E il mio è un fantastico colorito marrone.
- Sì, arancione, tieni la tua cicca.
- Sono marrone, smettila.
- Sei arancione. Sei così arancione che se vai in giro nuda ti scambiano per un Hare Krishna.

sabato 24 maggio 2003

Deve essere successo qualcosa, pensai, perché fuori dal garage era parcheggiata una macchina dei carabinieri. Un carabiniere era in piedi, di fronte al cancello elettronico del condominio. Alto, con dei baffi sottili, e grosso, fumava inclinando il viso verso l’alto. Sembrava trattenere tutto il fumo dentro di sé. Lo vedevo aspirare, ma mai soffiare fuori, né dalla bocca, né dal naso. Era notte, le due, due e un quarto: gruppi sparsi di ragazzi si muovevano in giro senza meta con bottiglie di birra in mano. Il carabiniere stava in silenzio. Quando il cancello, ronzando, si azionava per chiudersi – con i lampeggianti gialli che diffondevano il loro ritmo luminoso – lui alzava senza sforzo uno stivale e, con uno scatto del ginocchio, oscillava il piede davanti alla fotocellula.
“Cosa è successo?”, gli chiesi.
Lui mi osservò, sempre col viso inclinato in avanti; mi guardò dall’alto in basso, come per dirmi: non sono cazzi tuoi; mi rispose: “Piccoli disguidi familiari.” Punto. Poi ruotò impercettibilmente la testa e aspirò l’ultima parte della sigaretta.

Più tardi, a letto - la finestra aperta - nel tentativo inutile di dormire con mezzo chilo di patate fritte nello stomaco, assediato da una zanzara che ogni dieci minuti, proprio nel momento in cui pensavo sì, ok, mi sto per addormentare, planava vorticosamente sul mio orecchio; mentre riflettevo sull’incredibile quantità di sudore emessa dai miei piedi una volta in contatto con certe suole di finto cuoio dei sandali Birkenstock, suole che provocano una reazione chimica nei miei piedi tale da farli secernere litri di sudore che inevitabilmente si accumula negli anfratti e nelle conche anatomiche del plantare, e provocano, quindi, camminando, una serie di suoni assimilabili alle scoregge – e facendomi perciò camminare sulle punte dei piedi, neanche andassi in giro con dei tacchi a spillo, per non vergognarmi – mentre meditavo tutto questo in una sorta di delirio sudoriparo, ascoltavo, tra le liste delle tapparelle, arrivare voci fortissime che dicevano: “Sei una puttana! Sei una troia! Puttana!” o anche “La droga non ti porterà da nessuna parte! Sei uno stronzo!”, o: “Puttana!”, oppure: “Basta!”, se no: “Stronzo”, eccetera, fino alle tre, tre e mezza del mattino.

mercoledì 21 maggio 2003

Zoppico.
Brancolo.
E zoppico.
E brancolo.
Brancolo e zoppico.
Ah be' ah be', dico. E zoppico.
E brancolo.

- Guarda, guarda qua - dice lei
- Cosa?
- Guarda. Non è bella?
- Chi.
- Lei, l'attrice. Guarda.
- Be' sì.
- Guarda! Guarda adesso!
- Cosa? Il culo?
- Sì! Guarda: il culo.
- Be'. sì, bello.
- No, non bello. Poetico.

Signori: mia madre.

lunedì 19 maggio 2003

Ti svegli crudele ed efficiente, con una sottile disperazione incastrata tra la lingua e l’epiglottide.

Lapaola ti propone pillole al ginseng e guaranà energizzanti, dice. Ne prende una facendo finta di essere perplessa: dice: Mah, dopo averla presa. Ma lo fa con l’enfasi di chi vuole convincerti che non ci crede. Mah, sbotta di nuovo, posandoti la confezione davanti agli occhi, accanto alla tazza del caffè.

Tu (ne prendi una): Lo sai che il ginseng è uno stimolante sessuale.
Lapaola: Sì, ma sono palle.
Tu (sorpreso): Ah sì?
Lapaola: L’ho comprato per anni a tuo padre.
Tu: Meglio così.
Lapaola: Perchè?
Tu: Mah. Tutte ‘ste energie sessuali. Poi uno non sa dove sfogarle.
Lapaola: No?
Tu: No.

Il nuotatore torna a casa nuotando. Scavalca staccionate, nuota nelle piscine, saluta i vicini che lo guardano increduli. A piedi nudi, attraversa un’autostrada che gli taglia il percorso. “Lì, a piedi scalzi tra le immondizie dell’autostrada, tra lattine di birra, stracci e pezzi di pneumatici scoppiati, esposto a ogni sorta di ridicolo, Ned era una figura patetica.”
John Cheever, Il nuotatore.


Alla fine si sbaracca; tu invece, che ti senti una merda fancazzista, ti siedi accanto a Marco, che, non si sa come, ne sa sempre una più di tutti. Marco ti si avvicina carbonesco, a un orecchio sussurra: hai fatto colpo. La tua prima reazione è di spavento. Tutte le ragazze più interessanti della serata sono già occupate. La seconda reazione: terrore. I tuoi sospetti sono fondati: Marco ti dice, ridendo, che hai fatto colpo sul Mostro. La terza: rassegnazione. La quarta: desolazione. Quinta: depressione. Poi: cattiveria, imbarazzo, riappacificazione, odio, ilarità. Senti lo sguardo del mostro puntellarti la schiena. Cerchi un motivo per non sentirti così detestabile. Cerchi di pensare: magari è un mostro simpatico. E invece pensi solo: dio, è orribile. Fantastichi sul mostro, ma non ci riesci. Ogni volta che ci provi, la sua faccia, il suo corpo vengono sostituiti da altra faccia, altro corpo.

A Milano, nel pomeriggio, ti senti lontano e adagiato. Il giardino del Leoncavallo è comodo; buona la birra; economica; il pomeriggio è tiepido e cosparso di fumettisti. T. compra una calamita da frigorifero da una tipa che vende piastrelle e pupazzi dalle bocche enormi. Le statue di Mirò, alla mattina, hanno titoli tipo: La signorina a dondolo; Uccello da richiamo inquartato; La notte stretta; L’uccello dal piumaggio rossastro annuncia l’apparizione della donna risplendente di bellezza.

No.

giovedì 15 maggio 2003

Sono facilmente impressionabile.

Ero a Mosca. Ma non era Mosca. Era una specie di isola vulcanica. Mi trovavo in cima al vulcano e seguivo una strada larga che portava in basso, verso il mare - ma non c'era il mare. La strada si arrotolava sui declivi del monte. Era piena di ragazzi in gita scolastica. Pensavo: Però che belle gite che fanno adesso; quando facevo io le gite mica mi mandavano a Mosca. Per non perdersi, i ragazzi si tenevano per mano in lunghe file. Per distinguersi, classe da classe, erano tutti colorati di vernice, dai capelli alle scarpe. File gialle, blu, arancio, verdi. Gialle con un quadrato blu sulla testa. Verdi e rosse. Alla fine della strada c'era una piazza lastricata di lastroni piccoli, grigi e lisci. Nella piazza c'era un bagno, costruito in legno. Nel bagno c'erano due uomini: uno alto, con la barba e un cappello cilindrico di panno; l'altro non me lo ricordo. Quello alto mi prendeva in giro. Più che prendermi in giro mi insultava proprio. Ma io (ha ha) non me ne accorgevo, pensavo scherzasse, ridevo.
Allontanandomi verso il mare - che non c'era - però, ho capito tutto...

A un certo punto ho ricevuto una telefonata per Franco.
-Franco!
-Eh?- rispondo, con la voce impastata
-Franco!
-Franco?
-Ah, gò sbajà numero.

mercoledì 14 maggio 2003

Pollini del cazzo. Lo so che sembro monomaniaco. Ma i pollini stanno creando problemi di ordine pubblico. Ci sono incendi in tutta la città. Giuro: era scritto sul Mattino di oggi. Sembra di muoversi in un pulviscolo di pelucchi densissimo: i pollini si intrufolano nelle orecchie, tra i capelli, tra le dita dei piedi, tra le mutande, nelle narici, sotto le palpebre degli occhi.

Alle cinque del pomeriggio, ale e Ale:
- Quanti cazzo di pollini del cazzo ci sono in giro?
- E’ colpa della SARS.

Io, così tanti pollini, me li ricordo solo nel ‘94. Per andare a scuola passavo davanti all’obitorio, una via piena di pioppi. I pollini li associo a quella strada e a un manifesto di Berlusconi, una cosa gigantesca, che era comparso davanti all’obitorio da qualche tempo.
Io non so perché: i pollini mi fanno venire in mente chissà quali disgrazie.

Nel pomeriggio. Davanti al computer. Silenzio. Finestra aperta. Sto registrando un disco di Rino Gaetano. A un certo punto, proprio mentre finisce Il cielo è sempre più blu, da fuori, nel silenzio: un urlo. Più che un urlo: un grido. Il grido biascicato di un uomo. Grida una frase. Una frase nominale, diciamo. Due parole. La seconda è un mammifero domestico dei Carnivori, dice lo Zingarelli. La prima è un essere supremo concepito come creatore.
Magari non ho dato abbastanza indizi. Faccio un elenco di parole a caso. Due di queste sono quelle giuste: cane, zavorra, insetticida, dio, stampante, salamandra, radice quadrata, fanoni, omeopatia, mongolfiera, acaro della polvere, comodino.
Insomma: mi alzo, vado alla finestra, nel vicolo non c’è nessuno. Mi rimetto a sedere.
Subito un altro urlo. Di nuovo alla finestra. Di nuovo non c'è nessuno. Aspetto. Mi risiedo.
Nulla. Basta.

Conversazione delle 12 di mattina, ale e M.:
- Cosa vuoi bere?
- Voglio una fiesta.
- Be’ siamo qui davanti al frigo a scegliere cosa bere e tu vuoi una fiesta?
- Si chiama eterogenesi dei fini.

Oggi è comparsa una scritta nuova proprio davanti al mio garage.
Dice: No future for you

domenica 11 maggio 2003

Padova è coperta dal polline dei pioppi. Tutto il centro è invaso da orde di persone dagli occhi rossi che starnutiscono a tempo. Un passo, uno starnuto. Un altro passo, una soffiata di naso.

Scena 1
Int. giorno, ppp>>Scena madre al Webbit>>10 Maggio 2003

Non immaginavi che fosse un pazzo furioso
A un certo punto siete fianco a fianco. Decidi che è da stupidi non presentarsi.
- Scusa, sei S?
- Sì
- Ciao. – dici e gli dai la mano – Sono Ale.

Lui:
1. spalanca gli occhi;
2. fa un passo indietro;
3. apre la bocca;
4. manda un urlo;
5. lancia un ululato;
6. corre via, lontano da te.
E’ velocissimo.

Rimani solo. Tutto è successo così improvviso che il tuo sguardo è rimasto fisso in avanti: ti sembra di poter distinguere la sagoma di S, come nei cartoni animati. Il tuo braccio è in avanti, sembra che tu stia stringendo la mano a un fantasma. Ti guardi attorno.
Fischietti.

Dopo
Mentre andate via, senza pagare il coperto (ehm…) noti che tutti indicano Embolo, il nano che non ce l’ha fatta a rimanere in incognito, e sussurrano ammirati: “oooh, ma è lui?”.

venerdì 9 maggio 2003

A un tratto suona il campanello. Sono le sette di sera. Mi alzo e vado a rispondere. Prima che io risponda, il campanello suona di nuovo.

- Chi è?
- Apri. – dice la voce di un uomo.

Arriva mia madre. Dice: “Chi è?”. Dico: “Un tipo.” Dice: “Che vuole?”. Dico: “Vuole che apra.” Dice: “Ma chi è?” Dico: “Mah.”

- Sì – dico - ma chi è?
- Sono Giorgio.

“Allora?” chiede mia madre. “E’ Giorgio.” dico. “E chi è Giorgio?” “Mah.”

- Che vuoi, Giorgio?
- Apri - dice.
- Perché?
- Voglio la tua donna.

“Che vuole?” “Vuole la mia donna” “Ah.” “Eh.”

- Niente da fare, Giorgio - dico
- Dài – dice – per una sera sola.

“Cosa dice?” “Dice che gli basta una sera sola.” “Neanche troppo esigente.” “Già.”

- Ciao Giorgio. – abbasso il ricevitore.

giovedì 8 maggio 2003

stai dormendo... non proprio dormendo... sei abbastanza cosciente da riconoscere tua madre nella stanza... no, non stai sognando... è pomeriggio... camera tua collega il corridoio alla cucina... certe volte per fare più in fretta la gente (diciamola tutta: tua madre, tua sorella, altri familiari) passa da te... fanno finta di camminare di là per caso... fanno finta di cercare libri... di doverti chiedere qualcosa... di avere cose da dirti... tua madre ti dice, mentre sei disteso a letto, pancia sul materasso, bavetta inconsapevole, mandibola bloccata dalla posizione più scomoda che tu potessi trovare, ti dice... "ah volevo dirti, lo sai? la moglie di Thorn è ricomparsa a Portofino..." ti dice mentre passa da corridoio a cucina... "ah, bene" ...

poi nel pomeriggio, si aggira per il corridoio, mentre tu al computer schedi libri... "ma che fai?"... "vado in bagno"... "è l'ottava volta..."... " controllo la tavoletta del cesso..."

ora: molti saranno contenti di sapere che avete cambiato la tavoletta del cesso... quella vecchia, in plastica, quando ti ci sedevi sopra, se non mantenevi un equilibrio studiato, rischiavi si scardinasse... se non cadevi a terra, potevi incastrarti nella tazza del water... c'è stata gente incastrata per ore, nel tuo bagno... quasi si doveva chiamare il carro attrezzi...

"cos'è che fai?"... "controllo la tavoletta..."..."scusa?"... "è bella... non è bella?"..."la tavoletta del cesso? be' è una normale tavoletta"..."no, è più bella delle altre, non vedi? è bellissima"...

ti senti minacciato.

sabato 3 maggio 2003

Sei in pieno trip da SigurRoss! Attento! (SigurRoss:
già il nome, senti come suona così islandesamente minaccioso!)

Primo maggio 2003. Mattina.

In giro con tua nonna. Nella tasca della giacca trovi: una busta monouso di maionese, una busta monouso di ketcup, un tappo di sughero, una busta monouso di aceto balsamico. Nello zaino trovi: un portasalviette rosso, pieno di salviette. Nel taschino della giacca, quello in alto, sul petto, trovi, per caso, dopo mezz’ora, un’altra bustina monouso di maionese.
Aperta.
Vuota.
Il terrore si impossessa di te.
E la maionese? ti chiedi. Dov’è finita la maionese?
Non hai il coraggio di infilare la mano nell’unica tasca che ti è rimasta da controllare. Dici: SigurRòss, come fosse un’imprecazione. Dici due volte: WhiteStripes pronunciando: uìte-strìpes, prima, uàit-stràips, poi.
A quel punto tua nonna, guardandoti, fa un passo di lato, allontanandosi da te. Bisbiglia qualcosa all’orecchio di tua madre. Tua madre scuote la testa. Tuo padre scuote la testa. Tua sorella scuote la testa. Il marito di tua sorella scuote la testa. Il cane del marito di tua sorella scuote la testa. I passanti scuotono la testa. Tutto il paese scuote la testa.

Anche i SigurRoss scuotono la testa.

Cleptomania.

Da sbronzo, nei posti in cui ti senti a disagio, hai degli attacchi di cleptomania.
Quello che puoi arraffare, arraffi. La maionese, per esempio. E il portasalviette, per esempio.

O anche, per esempio:
a Barcellona, in un bar dove la birra costava troppo, hai avuto la splendente idea di rubare un posacenere di vetro. Il posacenere pesava come minimo 200 chili. L’hai nascosto, barcollante, nella manica della giacca. Intanto, con l’altra mano, tenevi il bicchiere di birra. Contemporaneamente, con lo sguardo, sguardavi il barista. Nello stesso istante, il barista sguardava te che lo sguardavi in un goffo tentativo di cleptomanargli il posacenere elefantiaco. Dopo aver infilato il posacenere nella manica con una tale grazia che tutti, all’interno del bar, ti avevano visto, hai avuto come il sospetto di essere stato sgamato. In balia della paranoia, hai deciso di rimettere il posacenere al suo posto.
Con calma, ti sei detto,molta calma.
Il barista, intanto, continuava ad osservarti. Ti indicava, con un ghigno, alla collega barista. I due erano appoggiati ad un angolo dietro il banco. Il tuo amico, di fianco a te, beveva in silenzio, meditando vendette e bestemmie. Tu, come si diceva, in preda alla paranoia, nella destra stringevi il bicchiere di birra mezzo vuoto. La testa ti cascava in avanti. Nella mano sinistra: una tonnellata di posacenere. Il posacenere era nascosta dentro la manica della giacca e ti faceva assumere una postura sbilenca, con le spalle a precipizio, inclinate verso sinistra, la testa a fare da contrappeso piegata a destra; la manica sinistra lunghissima da cui sporgeva una cunetta di vetro blu, la manica destra cortissima, quasi alzata sul gomito. Con calma, con lentezza, sorridendo al barista, cercando di attirare la sua attenzione su qualcos’altro - senza sapere su cosa e quindi concentrandola su di te - hai sollevato il posacenere e l’hai appoggiato al banco. Sì, ecco: appoggiato non è proprio la parola giusta. Perché il posacenere, subito dopo averlo appoggiato, ha fatto un rumore fortissimo, come se si fosse rotto all’improvviso in mille pezzi. E poi silenzio. E anche la musica non c’era più. Oh hai detto; Oh ha detto il tuo amico. Oh, Oh hai detto, guardando i milioni di pezzi di vetro blu sparsi sul pavimento. Poi hai tentato di mimare al barista una scenetta nella quale tu, sobrio completo, per sbaglio (e, soprattutto, non per colpa tua, ma dell’infido posacenere che era posizionato troppo vicino a te) avevi sgomitato sul banco per pulire una macchia che ti dava fastidio e, fatto questo, avevi sospinto inavvertitamente qualcosa per terra. Qualcosa di pesante: di pesantissimo; tanto pesante che ti eri fatto male al gomito. Insomma, eri anche un po’ scocciato. Solo che nelle tue condizioni sembravi, mimando, una specie di rana che non avesse più il contatto col terreno: annaspavi e agitavi le braccia, rischiando di far cadere bicchieri, di mutilare persone, di fare un occhio nero al tuo vicino di sedia. (Che intanto, in un orecchio, ti diceva Andiamo, va, andiamo e anche Cretino e scuoteva la testa, guardando il barista, che scuoteva la testa a sua volta e guardava te.)

Primo maggio 2003. Sera.

Con A. a prendere un kebab. Vi accorgete di essere vestiti uguali: gli stessi colori: maglietta blu, pantaloni verdi. La stessa tonalità di blu, la stessa tonalità di verde. Solo che sembrate usciti da una di quelle pubblicità di detersivi: due amici con gli stessi abiti: uno usa il detersivo giusto, e ha dei colori vivaci, l’altro usa il detersivo sbagliato, e i suoi colori sono mooolto più stinti.

Ti devo proprio dire chi di voi due usa il detersivo sbagliato?