giovedì 15 maggio 2003

Sono facilmente impressionabile.

Ero a Mosca. Ma non era Mosca. Era una specie di isola vulcanica. Mi trovavo in cima al vulcano e seguivo una strada larga che portava in basso, verso il mare - ma non c'era il mare. La strada si arrotolava sui declivi del monte. Era piena di ragazzi in gita scolastica. Pensavo: Però che belle gite che fanno adesso; quando facevo io le gite mica mi mandavano a Mosca. Per non perdersi, i ragazzi si tenevano per mano in lunghe file. Per distinguersi, classe da classe, erano tutti colorati di vernice, dai capelli alle scarpe. File gialle, blu, arancio, verdi. Gialle con un quadrato blu sulla testa. Verdi e rosse. Alla fine della strada c'era una piazza lastricata di lastroni piccoli, grigi e lisci. Nella piazza c'era un bagno, costruito in legno. Nel bagno c'erano due uomini: uno alto, con la barba e un cappello cilindrico di panno; l'altro non me lo ricordo. Quello alto mi prendeva in giro. Più che prendermi in giro mi insultava proprio. Ma io (ha ha) non me ne accorgevo, pensavo scherzasse, ridevo.
Allontanandomi verso il mare - che non c'era - però, ho capito tutto...

A un certo punto ho ricevuto una telefonata per Franco.
-Franco!
-Eh?- rispondo, con la voce impastata
-Franco!
-Franco?
-Ah, gò sbajà numero.