mercoledì 29 gennaio 2003

Tre

Piove una pioggia fitta, iniziata da un minuto all’altro, che non ti aspettavi; sei lontano e senza ombrello e in bicicletta; quando dico lontano vuol dire lontano: lontano diciamo una decina di chilometri; e sei in bicicletta e senza ombrello e piove una pioggia fitta; che vuoi fare: non accenna a smettere: indossi il cappuccio, inforchi la bici (inforchi? ma come parli?) e vai per la pista ciclabile tra gli scrosci e le ondate d’acqua alzate dalle macchine che corrono lì accanto.

Il tipo ha barba e baffi incolti e capelli lunghi, raccolti in un bozzo a metà nuca. Alto, è alto. Viscido, è decisamente viscido. Dice cose come: – Ho scoperto il sesso tardi, ma una volta scoperto… dove passo io non cresce più erba e agli altri non rimangono che pippe.
O anche: - Ehi, vuoi vedere il mio pocket coffee?


Sul solito cavalcavia cerchi di accelerare, ma ti si spezza il fiato in un secondo. Al buio, incroci una mountainbike senzafanale per poco vi schiantate (le gocce che scendono dall’orlo del cappuccio ti bloccano la vista). La mountainbike è seguita da un cane nero grosso che corre bagnato.

Ti senti seguito. Non è la solita paranoia. Senti i passi, i passi dietro di te. Ti giri: il cane è lì, ti osserva con la testa un poco piegata.
– No, dici, va via.
Ma il cane niente.
Avanzi. Ti segue.
Ti fermi. Ti segue.
Dici: - Via! Non sono il tuo padrone – E lui ti guarda.

Giri la bici.

Sei a bere una birra con T. State parlando di fumetti e di politica. Poi lui fa:
- E che mi dici dell’impennata di morti per tonsillectomia?


Scendi il cavalcavia e piove. Non incontri nessuno. Comunque piove. Il cane ti segue. Piove. Acceleri per cercare il padrone. Ma per strada non ci stanno più neppure le macchine. Arrivi a un ristorante cinese. C’è una tettoia. Sotto la tettoia, una bici. Vicino alla bici, due uomini. Uno alto. Uno più alto ancora. La bici è una mountainbike. E’ fatta, pensi. Ti avvicini. Il cane ti segue. Poi si allontana verso i due uomini. (Piove)
- E’ vostro il cane?
- Sì - dice uno
- No - dice l’altro, quello più alto. Fa un passo verso di te. – Qualcosa non va?
- No – dici. – Mi stava seguendo
- E allora? – dice
- Lascia stare – dice il primo
- E’ che pensavo si fosse perso.
- E allora? – dice l’alto
- Sì, è nostro – dice il compagno, e lo guarda. Ma quello alto guarda me negli occhi e dice:
- No che non è nostro. Vattene.
- E’ vostro o no?
- Che te ne frega? Eh? che vuoi? Lascialo stare.
- Non ho capito: è vostro?
- Sì grazie è nostro.
- Non è nostro. Ma a te che te ne frega?
- No, è che ero preoccupato. Per il cane, dico.
Dici. Il più alto avanza ancora. Il primo gli mette una mano sul petto per bloccarlo. Tu saluti, te ne vai nella direzione opposta a casa tua, come se ancora cercassi il padrone del cane. Per un po’ il cane ti segue. Poi ti fermi, guardi indietro e non c’è più. Aspetti e non c’è più. Aspetti e non ricompare. Aspetti e piove.
Piove.

Tonsillectomia?!

sabato 25 gennaio 2003

Il quartiere è invaso dagli scouts. Ragazzini in pantaloni corti che si aggirano fugaci per le vie con bandiere tra le mani.
Ti senti circondato.

Eraserhead. David Lynch. C’è questo protagonista. Eraserhead, o comesichiama. Vive in una pensione, un condominio. (O è un albergo?)
Ha per figlio un mostriciattolo ripugnante.
C’è un teatro nel termosifone di camera sua dove una tizia con le guance strane canta una stridula canzone.
Il condominio ha un ascensore. Dopo averlo chiamato, vedi nella fessura tra le porte che la cabina ha raggiunto il tuo piano. Aspetti che si aprano le porte. Aspetti. E non si aprono. Dici: adesso si aprono.
Ma non si aprono.

lunedì 20 gennaio 2003

Due

Il tuo rapporto con la realtà sta sensibilmente peggiorando. “Io e la realtà”, pensi mentre mangi, “non siamo fatti l’uno per l’altra.” Inforchetti un tortellino. Hai lasciato il piatto per troppo tempo nel microonde. I tortellini che avevi coperto col domopack trasparente ti si sono tutti schiacciati sul fondo. Sembrano sottovuoto, amalgamati uno all’altro. “Io con la realtà”, pensi masticando forse un pezzo di plastica, forse un tortellino, “io con la realtà”, ti ripeti, “non ci vivo troppo bene.”
- Chiederò il divorzio.-, dici a voce alta. E ridi.
Cosa ridi? E’ una battuta idiota, non te ne accorgi?

La tua vita sta prendendo una piega che definire strana potrebbe essere considerato un eufemismo.

Davanti al televisore Ilaria ti chiede se sei gay.
- Cosa? -, chiedi tu.
State guardando
Truman Show. D’un tratto ti pare che il film si fermi e siano gli attori a guardare voi. Dura un attimo.
- Sei gay? - ti richiede.
- No - dici - non credo.
- Ah -, fa lei. – Non credi.
Questo dialogo ti inquieta: tu e Ilaria state assieme da cinque anni.


Ieri mattina ti sei accorto che stavi seguendo una ragazza. La seguivi: è inutile che neghi. Vuoi che ti dica perché la seguivi? La seguivi perché aveva le calze colorate a righe orizzontali. Non conoscevi questo tuo lato feticista. Evidentemente esiste: del resto di lei ti ricordi solo le calze. Non sai neppure che scarpe avesse. L’hai seguita finchè non è entrata nella facoltà di chimica. Lì ti ha seminato. A quel punto ti sei come scosso, risvegliato da una trance. Ti sei guardato attorno: era pieno di studenti molto più giovani di te.
Sei sicuro che due di loro, seduti su un gradino, ti stavano guardando.
Ridevano.

“Primo e unico principio dell’etica sessuale: l’accusatore ha sempre torto.”
Theodor W. Adorno.


Non hai mai letto Adorno, ma ti piace tenere i Minima Moralia sul tavolo, tanto per darti un tono. A volte lo sfogli, lo leggi: non capisci nulla.

Da tre giorni il telefono non suona.

Dopopranzo ti butti a letto cinque minuti prima di tornare al lavoro.
Cerchi di dormire, ma non ci riesci.

mercoledì 15 gennaio 2003

Troppo buono.
Forse si dovrebbe mettere qualche link a questa discussione sghemba che rimbalza di qua di là, ma perché semplificare la vita a chi legge?
Arrangiatevi.
- Come si chiama?
- Hannibal.

Non è solo il fatto che ho riso dall’inizio alla fine.
(Come uno scemo, poi.
Il cinema pieno e io spesso da solo lì a sguaiare,
con tutti che si giravano a controllare se stavo bene.)
E neanche lì, il naso che lui si storce e rimodella.
O:
- Tra poco non ci sarà più aria.
- Già. Le spiace se fumo?

Insomma, non è mica solo questo.
- Eh capisco: bevevo molto?
- No, eri astemio.


(Le sopporti le persone che dicono: - Sono fatto così, è il mio carattere –
e così giustificano le più atroci nefandezze?)

- Ci spostiamo sul divano?

martedì 14 gennaio 2003

Uno

Il semaforo diventa rosso non appena tu gli arrivi davanti. E’ notte, sei in bicicletta. L’incrocio è perfettamente vuoto, ma tu non passi. Aspetti. Dietro, una volante della polizia municipale ti osserva. E’ da un po’ che ti sta seguendo, lenta. In macchina ci sono quattro poliziotti. Hanno tutti e quattro lo sguardo fisso su di te. (D’altronde li capisci: non c’è nessun’altro in giro.) Uno di loro ha la mano pronta sull’interruttore della sirena.
Quindi: stai fermo.
Fa un freddo crudele. Non hai la sciarpa, il mento ti si sta surgelando. Tra poco non sarai più in grado di aprire la bocca. Ma se anche avessi una sciarpa, non cambierebbe molto: sotto i guanti e due paia di calzini stai perdendo l’uso di piedi e mani.

- C’ho provato, ma non posso – dice una.
- E’ uno stillicidio – dice l’altra.


Alla radio, sul walkman, ascolti due dj che stilano la classifica dei migliori 10 album del 2002. Se solo il freddo non ti bloccasse la bocca, cominceresti a sbraitare come un matto contro i due deficienti. Conosci i dischi di cui parlano: ti hanno quasi tutti fatto schifo. (Sì: ti farai dei nemici a rivelarlo, ma non puoi farne a meno: l’ultimo di Beck ti ha fatto cagare, quello dei Coldplay ti ha rotto i maroni già dal primo ascolto…)

Dieci anni fa Matteo disse ad un gruppo di amici una cosa che non avrebbe dovuto dire.
Ci fu
silenzio
per minuti interi


L’antistaminico di oggi pomeriggio ti ha rincoglionito. Sei fermo al semaforo rosso. La volante fa rombare il motore per provocarti. Ti giri. Dei poliziotti in macchina riesci a scorgere soltanto gli occhi. Alla tua destra passa un tizio che indossa un montone e parla da solo. Pensi che stia telefonando con l’auricolare. Quasi urla mentre passa. Distintamente senti solo due parole: SBAGLIATO e TUTTO.
Poi scompare nel nulla.

Ti rendi conto che sei ridotto male quando scopri d'un trattp che ti sei rimesso a giocare compulsivo a campo minato.

Il semaforo diventa verde. La volante è dietro di te. Aspetta che ti muovi, un tuo passo falso. Tu appoggi il piede destro sul pedale: stai fermo.
Stai decisamente fermo.

Domani ti taglierai i capelli.

giovedì 9 gennaio 2003

Ma ci sono dialoghi assurdi! Surreali!
Non ci sono movimenti di macchina!
E gli attori? Hanno sempre la stessa espressione!
Sono tutti fermi! Impassibili!

Sarà. Ma a me L'uomo senza passato è sembrato un capolavoro.

Intanto un nugolo di ponfi ha deciso di comparirmi allegri sulla pancia, sulla schiena, sulle braccia. Sei passato attraverso uno sciame di zanzare affamate? Hai la scarlattina? Il vaiolo?

Il vaiolo?!

martedì 7 gennaio 2003

Nevica a sprazzi. Fiocchi enormi. Palle di neve, praticamente.

Mia madre mi prende alla sprovvista, a cena.
Mio padre, mio fratello in silenzio.
Fuori è buio.
"Ale", dice, e beve un sorso di vino.
Quando comincia così...
"Tu." dice.
E aggiunge: "Dovresti trovarti."
Non mi guarda mica negli occhi. Ma ha un ghigno.
Già mi aspetto qualcosa di perverso.
"Dovresti trovarti una ragazza." E fin qua sono d'accordo.
"Una ragazza bianca e rossa."
"Bianca e rossa?" chiedo, esterrefatto.
"Una contadina" interviene mio padre (uniche parole proferite in tre giorni di parenti...)
"Sì." dice mia madre "Non quelle intellettuali che ti trovi tu...
che poi ti usano."

Ah, sì proprio così.
Esterrefatto, sto in silenzio, con la forchetta alzata davanti alla bocca.
Mio fratello sghignazza.

L'anno nuovo inizia bene.

lunedì 6 gennaio 2003

No c'è
qualco
sa che
non va
... ... .
.. dec
isame
nte.

Ah sì è un anno nuovo.
Prometto di dormire di
più.