giovedì 29 settembre 2005

Wladimir Koppen infilò l'orologio nella tasca della marsina. Era quasi l'ora di far ascendere il pallone aereostatico. Il temporale avrebbe fornito dati interessanti. Ritornò al lavoro di classificazione dei climi, ma con poca concentrazione. Da qualche giorno sentiva come una strana febbricciola, una svagatezza mentale che non gli apparteneva. Fraulein Ilda, in giardino - le mani sui fianchi in quella posizione che le era così tipica - controllava il cielo, grigio, carico: le sembrava il coperchio di una pentola sceso apposta per rinchiudere ermeticamente il mondo. Sperava che almeno non grandinasse, perché non voleva salire di nuovo in città, dal vetraio. Non per altro: quell'uomo così allampanato e pulito, di origine italiana, aveva la tendenza a parlare per ore e ore solo di cibo. Fraulein Ilda non aveva tempo da perdere, aveva ancora tutti i lavori di cucito e pulizia da finire prima dell'inverno - e quella mania di Herr Koppen di stipare la casa di piante non aiutava di certo. In più, la sorella minore aveva appena partorito il quinto maschio della stirpe Forst, un essere di due chili e mezzo, vorace e rotondo. Senza dubbio le avrebbe chiesto aiuto. Koppen, intanto, rileggeva sull'enorme quaderno nero, nello studio, quello che aveva scritto il giorno prima, dopo una partita di calcetto: «Clima di classe A, tipo fehlt: tropicale senza stagione secca». Si compiacque immediatamente della propria professionalità terminologica e si strofinò la barba: «Questo devo leggerlo a Fraulein Ilda! Ah, come le piacerà: clima tropicale senza stagione secca! Senta, senta Fraulein: clima caratterizzato (caratterizzato! dirà lei, che belle parole conosce Herr Koppen!) da temperature elevate, con moderata escursione termica annua e mensile, e frequenti precipitazioni, con calma quasi assoluta di vento, che - mi stia bene a sentire adesso, Fraulein - che chiameremo calma equatoriale. Calma equatoriale, Fraulein! Non le sembra fantastico? non è eccezionale? sublime?», pensava gongolando al tavolo da lavoro.
«Herr Koppen!» Koppen sussultò, le mani ancora imbrogliate nella barba «Si sposti» disse Ilda «che devo pulire lo studio» «Fraulein, ma sto lavorando...» «Non importa, continuerà dopo, sono settimane che non entro in questa stanza» rispose lei. Koppen scese dallo sgabello e la guardò, come al solito, dal basso verso l'alto «Vuole almeno sentire cosa ho scritto ieri?» «Dopo, dopo, Herr Koppen, adesso ho da fare» Wladimir Koppen uscì dallo studio, verso lo sgabuzzino dove era riposto il pallone aereostatico per i rilevamenti nelle zone alte dell'atmosfera.

Ero in porta. D* si era procurato, per la squadra, delle casacche gialle - di un giallo chimico, da evidenziatore. L'entusiasmo per la divisa nuova ci aveva abbandonato già dopo due minuti, da quando, cioè, ci eravamo resi conto che erano sintetiche: il sudore non traspirava e favoriva, piuttosto, sotto le magliette, la creazione di un ecosistema afoso e di una foresta pluviale. Pensavo che D* le avesse scelte apposta, non tanto per il costo contenuto, quanto per le proprietà dimagranti - un po' come quei pantaloni di cui, a volte, si vedono le pubblicità nelle televisioni locali. «Tutto questo sudore mi rende svogliato», dissi a voce alta, ma erano tutti dall'altra parte del campo. Da solo, in porta, pensavo a Saba e alla poetica dell'oggetto, al tempo, all'invasione dei minorenni in casa, alle cose che dovevo finire di scrivere e che non finivo, ai telefilm e alla compulsione, alle scadenze; ma il problema, al solito, era che pensavo a tutto questo contemporaneamente, confuso, disordinato: ero il re della simultaneità, ma ero anche il re del sudore; e intanto nominavo le cose che vedevo e sentivo così come avevo imparato di recente da mio nipote - suonavano le campane e dicevo «campane»; qualcuno ai bordi beveva e dicevo «acqua»; vedevo i fari accesi e dicevo «luci»; vedevo il pallone arrivarmi in faccia e dicevo...

giovedì 22 settembre 2005

Alle sette del mattino suona il telefono
- Pronto?
- Ciao Schifo, sono il tuo Disordine.
- Scusi?
- Sono il tuo Disordine, Schifo. Ti tengo sotto controllo.
- Mi scusi ma forse lei ha...
- Senti Schifo, non ho tempo per le tue cazzate. Ti dico solo una cosa: lascia perdere.
- Non so di che...
- Lascia perdere, hai capito Schifo? Lascia perdere o...
- O?
- Tu sai cosa.
>click<

Da due settimane sono sotto l'ultimatum del guru.
«Professore! Sono solo passato a salutar...». La porta dello studio sbatte dietro di me. Dagli occhi del guru saettano lingue di fuoco. «A fine settembre», dice. «Cosa?» chiedo, cercando un modo non appariscente di tapparmi le orecchie. «Voglio l'articolo», le fiamme avvampano come se qualcuno, da dentro, avesse aperto al massimo la valvola del gas. Il cliché cinematografico qui richiederebbe una ripresa dall'alto, il protagonista che guarda verso la telecamera, pallido, si inginocchia per urlare l'urlo di Munch: un No protratto e modulato che incrina le unghie di tutti gli alluci del globo.
«Facciamo il 15 ottobre» imploro.
«15 ottobre, va bene. Ma se ritardi...»
«Se ritardo...?»
Sento un odore di capelli bruciati. Dice: «Tu sai cosa.»

- Pronto?
- Schifo, sono ancora io.
- No, scusi credo che...
- Senti Schifo: vai in camera, prendi dei fogli e gettali in aria, ok?
- Ma forse lei...
- Schifo, stai zitto, non ho tempo da perdere. Apri tutti i giornali che trovi, anche quelli vecchi, e riempi a caso gli schemi del Sudoku, impegnandoti.
- Mi sa che...
- Ho detto zitto, Schifo. Prendi dei libri che non ti interessano, comincia a leggerli svogliatamente, mi segui?
- Non credo di...
- Leggili pensando a qualcos'altro, ok? Se trovi qualcosa di appassionante, abbandona subito. Prendi, che so, qualcosa di elementare, qualcosa che hai già letto, oppure...
- Tipo un manuale?
- Bravo, Schifo. Mi piace quando collabori. Un manuale va bene. Un manuale introduttivo, ok? Cose che magari sai già. O un libro di divulgazione scientifica, che ne dici.
- Be' sì, ne ho giusto uno su...
- Me ne frega un cazzo, Schifo, basta che fai quel che ti dico, oppure...
- Oppure?
- "Oppure?"
- Io so cosa?
- Bravo, Schifo.
>click<

Alzatevi. Andate davanti alla libreria: gli scaffali sono pieni, magari un po' imbarcati dal peso. Avete libri in doppia fila, in orizzontale, in colonna, obliqui, negli interstizi, piegati, accartocciati, a fascicoli. Attendete qualche minuto. Lo sentite quello strano risucchio? L'avvertite quell'attrazione gravitazionale? E quel rumore come di cannuccia a fine bicchiere? In fretta, svuotate uno scaffale. Se siete abbastanza veloci troverete l'incrinatura, il vuoto, il nulla: quello spazio di inesistenza che Montale cercava dietro di sè - voltandosi di scatto - voi lo troverete lì, ipnotico, minaccioso...

mercoledì 14 settembre 2005

Mia madre, mio padre.

- Senti: a pranzo hai mangiato qualcosa?
- Una pastasciutta col tonno, in bar.
- Una pasta al tonno?
- Non proprio. Ho ordinato una matriciana. Poi mi sono fatto mettere sopra del tonno.

mercoledì 7 settembre 2005

sono arrivati con le scale e le lenzuola multicolore chiazzate. scale a palchetto, a arganello, a libretto, scale a chiocciola, scalette, sgabelli, trabattelli, alla marinara, scale di corda... le hanno estratte dal furgoncino traballante, su fino in salotto. hanno ammucchiato i mobili, nel centro della stanza e in due - erano in due - quello alto e quello basso, vestiti di bianco - pantaloni e canottiera e capelli - hanno spiegato i lenzuoli vecchi sul tavolo, sulla montagna degli ammennicoli accatastata, sui divano rivolti uno contro l'altro. hanno coperto le porte, a modo di tenda, e il pavimento con un gusto per il patchwork che non avrei mai detto. poi si sono guardati attorno, uno di fianco all'altro, le braccia incrociate, girando la testa sincronicamente, da sinistra a destra, da destra a sinistra, sempre verso l'alto. li ho visti prendere delle cinture piene di pennelli diversi, allacciarle in vita e cominciare il lavoro.

«A modo loro sono dei genii», ha detto mia madre stasera a cena, «avranno la quinta elementare, sai».
Ha aggiunto: «Vorrei solo che la smettessero di toccare la donna delle pulizie».

ho dei problemi col tempo, l'umanità, la lettura, la scrittura, lo studio, l'adsl, i blog, la letteratura, il lessico, l'arte, la cinematografia filippina, i riassunti (i riassunti!), gli occhi, i fumetti, i computer, la birra, l'alcool in generale, dickens, le prese scart, la polvere, l'accumulo, i quaderni, i telefilm americani, la siss, le conversazioni, gli arogmenti, le primarie (le primarie! il tir giallo! giallo!), i nomi, i cognomi, i nipoti, il lessico, gadda, la cognizione, la concentrazione, ma soprattutto col tempo --- la mattina, il pomeriggio, le settimane i mesi i giorni, le ore, cazzo, le ore, i minuti - porcaccia quella cosa dei minuti e chi li ha inventati...

mettiamo una sala. o un'autostrada. mettiamo una folla nella suddetta sala, o il rientro dalle vacanze sulla suddetta autostrada. mettiamo che la sala abbia una sola uscita, e così l'autostrada. mettiamo che a un certo punto tutti decidano di uscire contemporaneamente. Ecco.