mercoledì 30 aprile 2003

- Bella questa canzone.
- Già. Accendi la stampante.
- …Youu make me dry… ecco, accesa…
- Passami i fogli
- …You make me dry… che vuol dire? Mi fai secca?
- He he he…
- Perché ridi?
- Pensavo fosse una battuta. Non era una battuta? Gira il foglio, va…
- Mi rendi secca… va un po’ meglio…
- Anche asciutta potrebbe andare. Senti, perché la tua stampante non funziona?
- Non so. Guarda che bella luce che c’è fuori!
- Sì sì, tieni un attimo il cavo…
- Mi rendi asciutta… Che roba è? Non stiamo mica parlando di pasta…
- Tienilo un po’ più su, che non funziona…
- Arida. Che ne dici? Non è la traduzione perfetta?
- Be’ sì. Oooooh, guarda come stampa bene adesso. Non mollare il cavo, eh?
- Mi rendi arida… anzi: inaridita incoativo! Mi inaridisci…
- Perfetto. Prendi il foglio…
- Mi inaridisci… Ooh oooh… Mi inaridisci…
- Fatto! finito, guarda che bel lavoro…
- Mi inaridisci… Oooh ooh… You make me dryyy…
Silenzio. Sguardi.
- Perché ho come il sospetto che tu stia cercando di dirmi qualcosa?

Partita di calcetto. Stai tornando in difesa. Stai correndo verso la porta quando un pallone violentissimo ti colpisce alla nuca, giusto giusto sopra il collo. Bastardi! pensi. Poi ti giri e nessuno ti sta guardando. Il pallone è all’angolo opposto del campo: ci sono almeno quattro giocatori a contenderselo… Ti guardi attorno per trovare ciò che ti ha colpito, ma non c’è niente. Niente ti ha colpito.

martedì 29 aprile 2003

La maratona è finita, in Prato della Valle c’è il concerto di Alexia, Tiziano Ferro, e altre amenità; la gente arriva a ondate di gruppuscoli da tre quattro persone - tu e A. siete in piazza S. a giocare a frisbee e vi interrompete ogni due secondi per lasciar passare le persone: a volte, invece, cercate di colpire apposta i passanti alle gambe (poi dite, spalancando gli occhi, oh mi scusi, oh scusa non l’ho fatto apposta) Poi la piazza si svuota, siete solo voi due, alle dieci e mezza: le birre comprate al ristorante cinese sono finite, e tu allora, correndo, ti allontani per allungare i tiri, ma mentre corri senti il frisbee che ti colpisce dritto sulla nuca, giusto giusto sopra il collo.
Ti giri: Be’? Non potevi aspettare?
Dice: Cosa?
Ti massaggi il collo e intanto vedi che il frisbee ce l’ha A. in mano e guardi a terra e non c’è niente, niente ti ha colpito.

Ma allora questa SARS? dice il giornalaio che ancora dopo anni non ha capito due cose fondamentali: 1. che tu NON sei un medico, 2. che di prima mattina non è il caso di rivolgerti la parola aspettandosi risposte sintatticamente comprensibili.
Come facciamo con questa SARS?
Tu rispondi: Mah fuori, sento di talvolta malinconia, mi giorno, posto. Lui dice: Sì, la fai facile, tu. Qui ad autunno saremo tutti contagiati. Tu, guardando le videocassette di cinema giapponese dai titoli improbabili: Be’, ci caso un tocco mi, io vaccino sarà maroni, intanto. Le sue orecchie cominciano ad arrossarsi: Ma se uno la scopre in tempo… Eh, gli antibiotici: fanno effetto o dipende da come uno reagisce? Tu, affascinato dal perfetto rossore delle sue orecchie, né troppo rosa, né troppo viola:Ma, solo, sempre, dipende, credo, antibiotici, non. Lui chiude il giornale, si alza in piedi, vibra un poco le orecchie, e comincia: Questi medici! I medici! Ah questi medici del mondo! dice gesticolando I medici del mondo che sono tutti in contatto via internet! Miliardi di medici in contatto! batte un piede, Questi medici, questi medici di tutto il mondo, miliardi di medici in contatto via internet, non possono? Non possono trovarsi tutti assieme un giorno questi miliardi di medici mondiali? ti sembra che la sua fronte si stia espandendo, dilatando, si faccia più alta; lui tira indietro le spalle, alza il dito indice della mano destra: Tutti questi medici! Ah! Ah! Oh! Oh! Miliardi di medici! Nel mondo! In contatto! Che si incontrino! faccia a faccia! e che trovino una soluzione! Medici! MEDICI! Miliardi di medici! Nel mondo! Entra un cliente, un vecchio con un cappello color smog, compra Libero e se ne va. Il giornalaio si siede, riapre il giornale, tu hai perso l’occasione per uscire prima di subire il fatidico coinvolgimeno: Eh, che ne dici? Non potrebbero incontrarsi tutti assieme? Le sue orecchie sono sul bianco, ora.

Al bar, ascolti la conversazione di un ragazzo che dice a un’amica che gli piacerebbe essere schiaccato. Da un piede gigantesco. Il piede di un gigante.

giovedì 24 aprile 2003

“Pronto? C’è Ale?”
“No, Ale è uscito stamattina presto. Ha detto che prendeva il pane. Adesso sono le due del pomeriggio, Ale non è tornato. E io sono ancora senza pane.”

Poi sei tornato.
(Regola n. 1: evitare il solletico. Le conseguenze potrebbero essere fatali.)

Dal balcone di fronte iniziano a litigare.
“Succederà qualcosa” dice tua madre “Lui la ammazzerà”
Provi ad immaginarti tua madre nei panni di James Stuart in La finestra sul cortile. Sarebbe perfetta se tuo padre, con quei baffi, non fosse una pessima Grace Kelly.
“E’ l’appartamento.” dice.
“L’appartamento maledetto.” aggiungi.
“Secondo me lui la lega, la imbavaglia.”
Tuo padre sbuffa. Tu guardi tua madre che assume un’aria da cospiratrice.
Ha delle forcine gialle tra i capelli rossi.
“Litigano tutte le sere. Poi a un certo punto basta. Pof.” unisce le mani, poi le allontana mimando qualcosa che scompare “Secondo me lui la lega, la imbavaglia, la schiaffeggia. Poi se ne va a ballare.” dice “Com’è la pasta?”
“Buona.”
“Gli piace ballare. Me l’ha detto ieri.”

Guardi la finestra. Dietro la finestra, sul davanzale, una fila di cactus. Dietro i cactus: l’appartamento maledetto.

E’ successo un anno fa. No, forse due. Ci abitava un uomo, con la moglie. Eri solo a casa. Alle undici della mattina senti delle urla. “Chiamate un’ambulanza! Aiuto! Un’ambulanza!” una voce di donna. Tutti fuori sul cortile interno. “Un’ambulanza!” La donna era tornata a casa, aveva trovato il cadavere del marito, accoltellato. L’assassino era un collega di lavoro. L’assassinato si era preso troppe confidenze con sua moglie. La moglie non sapeva nulla. Alle cinque del pomeriggio ti suona il citofono. “Buona sera signora. Sono il fotografo del Mattino di padova. Ho visto che ha un balcone che dà sul cortile. Mi chiedevo se mi lasciava fare una foto, visto che adesso stanno portando via la bara.” Dici: be’, vabe’, sta lavorando. Sale il fotografo, non si presenta, si piazza sul balcone. Due minuti dopo, suona di nuovo il citofono: “Buona sera signora. Sono il fotografo del Gazzettino. Ho visto il fotografo del Mattino suonare da lei. Posso salire anche io?” Ti girano un po’ i maroni, ma lo fai salire. Non si presenta ma dice: “Oh, che bella casa: e il balcone dov’è?” Li lasci da soli. Li senti ridere. Passa la bara. Scattano le foto e se ne vanno. “Proprio una bella casa…”

...
Alle volte sei troppo invadente? Non lo sei mai. Alle volte sì.

mercoledì 23 aprile 2003

Troppe scarpe a punta in questa festa. Attento: ci sono decisamente troppe scarpe a punta.

Anche tu, come tutti, scribacchi. Con qualche velleità, pure.
Alle volte, se sufficientemente sbronzo - se in condizioni psicologiche favorevoli verso l’umanità – puoi sentirti abbastanza tranquillo da far leggere le cose che scrivi. Sottoponi sempre le solite due tre pagine che ti sembrano ben riuscite, perché sei un vero paraculo.

- Ecco - dici.
Il tuo amico prende i fogli, li legge. Poi si mette a ridere. Di gusto.
Sei soddisfatto, anche se tutto questo entusiasmo ti pare fuori luogo.
- Ok – dice il tuo amico – Bello scherzo. – e continua a ridere.
Poi ti ridà i fogli e dice – E i racconti veri dove sono? –
- Scusa? -
- Sì, dai, i tuoi racconti: non dovevi farmeli leggere? -
Panico: fai l’indifferente: ridi.
- Be’ l’hai congeniato bene – dice – quasi ci cascavo. Ma questi racconti sono troppo… sì, troppo scemi. Soprattutto questo – dice, ride, sghignazza, sbuffa, grugnisce, ruota gli occhi, gesticola, indicando il tuo preferito.
- Eh già – dici.
Ridi.
Ridete.
Ha ha ha.
Fate un casino mostruoso; più ride lui, più ridi tu, cercando di coprire la sua voce.
Dopo un quarto d’ora, lui appoggia le mani sul tavolo, le dita incrociate, e aspetta: – E allora? Dove sono i racconti? Dai, che sono curioso -
Non ridi più.

Rispondi. Rispondi. E rispondi. Rispondi. Rispondi. Porcaputtana, rispondi? Non rispondi. Rispondi? Non rispondi.

Conosci persone che dicono: “C’hai la memoria di un cubetto di porfido”.
E anche: “Se sei ridotto così male, non ti faccio la seconda domanda. Anzi sì: come va con gli esami? hahahahahahahahahah No, seriamente: come va con gli esami?”

Riassunto del fine settimana di pasqua: prognatismo, il culo di Clooney, tequila, una macchina che si riproduce, telefonate notturne, Bruno Ganz che fa il corniciaio killer, lupi in alta montagna, progetti per una fantastica giornata trash.

mercoledì 16 aprile 2003

- Ale? E’ ora.
- Cosa?
- Dobbiamo andare. Ci aspettano.
- …
- Ale?
- … mmm…
- E’ tardi…
- … fa freddo…
- Sì, ma dobbiamo andare…
- … ma piove…
- E’ tardi! Dài, muoviti!
- Ahia!

Da due giorni, alle otto di sera, suona la sirena del palazzo di fronte. Tua madre sgambetta in giro come impazzita, chiama i vigili, la vigilanza.
La sirena si spegne. Lei si siede. La sirena riprende. Lei si frenetizza.
Tutto questo dura più o meno quindici minuti.
Non sai mai, quando si spegne, se essere contento per la fine dello strazio o se stare in tensione perché prima o poi riprenderà. Di solito vince la tensione.

- Ale? Non c’è nessuno…
- Ci sarà traffico.

Piove una pioggia fortissima, praticamente un fiume. La pioggia non scivola sull’ombrello, lo attraversa, attraversa i vestiti, la pelle; attraversa i muscoli, le ossa; poi di nuovo i muscoli e la pelle e i vestiti.

- Ma è tardi, e non c’è nessuno!
- Ma sì, adesso arrivano a prenderci.
- …
- Ale?
- Eh?
- Sono le dieci meno un quarto…
- Sì.
- Ale?
- Eh.
- L’appuntamento.
- Cosa.
- Era alle undici meno un quarto.
- …
- …
- Ah.

A te, Eluard... sì, be’ diciamo che ti piace. Ti ricorda: il pronto soccorso, una cicatrice, le gocce di sangue che colano dalla fasciatura e una certa intimità.

Ci sono questi due versi:
Et je ne sais plus tant je t’****
Lequel de nous deux est absent.

lunedì 14 aprile 2003

Miracolo?
...
"Non posso..."
(mah, chissà cosa vorra' dire...)

giovedì 10 aprile 2003

Ho un violentissimo attacco di pigrizia.

Un’altra laurea: non se ne può più; e sono al verde. E fuori ci sono 4 gradi, e piove.

B. si è laureata alle nove di mattina, mezz’ora dopo era già sbronzissima. C’era il sole e un freddo che ghiacciava la saliva in bocca, e B., laureata e barcollante, girava per i banchi del mercato con attorno dieci amici. “Date, date qualcosa alla laureata! date!”: dicevano gli amici ai negozianti, urlando che sembravano più ubriachi dell’ubriaca. E in una scatola di polistirolo, raccattata tra la spazzatura, B. ha raccolto nel disordine: un pezzo di pane, un salame intero, del prosiutto marcio, un’aringa morta, qualche spicchio di limone, due carciofi e un porro, scaglie di grana, campioni di creme rassodanti, e – attenzione – una testa di gallina: il macellaio coinvolto nel delirio l’ha tagliata lì, davanti a lei, e ne ha creato una collana che B. subito ha indossato. Ed è stata il suo trofeo: una testa di gallina più che morta, spiumata, con l’occhio spento, la cresta spiegazzata. B. l’accarezzava, le parlava, le muoveva il becco facendone la voce, anche un nome ha dato alla testa orrenda che emetteva un odore acre e asprissimo (un odore che ancora dopo giorni mi sento addosso), una puzza che provocava negli ospiti al banchetto - pronti come lo sono sempre gli ospiti ai banchetti di laurea ad abbuffarsi così tanto da non dover mangiare per il resto della settimana – provocava, in questi ospiti, una serie di brividi e di sforzi di vomito che metà dei tramezzini sono rimasti sul tavolo immangiati.

sabato 5 aprile 2003

Sono al telefono. Mia madre è sul divano. Io parlo, lei legge il giornale.
Parlo.
Poi dal divano, dietro i fogli, sento una voce che dice:
Walter
Lo dice all'inglese, non valter insomma, ma uolter
"Uòlter?" chiedo "Uòlter chi?"
Dal telefono una voce dice: "Uolter? Che stai dicendo Ale?"
"No, mia madre: ha detto Uòlter"
"E poi?"
"Niente, in silenzio. Continua a leggere."
Mia madre in effetti continua a leggere.
Poi chiude il giornale e si alza.

"Uòlter?" le dico.
"Uòlter Veltroni." dice e se ne va.