mercoledì 16 aprile 2003

- Ale? E’ ora.
- Cosa?
- Dobbiamo andare. Ci aspettano.
- …
- Ale?
- … mmm…
- E’ tardi…
- … fa freddo…
- Sì, ma dobbiamo andare…
- … ma piove…
- E’ tardi! Dài, muoviti!
- Ahia!

Da due giorni, alle otto di sera, suona la sirena del palazzo di fronte. Tua madre sgambetta in giro come impazzita, chiama i vigili, la vigilanza.
La sirena si spegne. Lei si siede. La sirena riprende. Lei si frenetizza.
Tutto questo dura più o meno quindici minuti.
Non sai mai, quando si spegne, se essere contento per la fine dello strazio o se stare in tensione perché prima o poi riprenderà. Di solito vince la tensione.

- Ale? Non c’è nessuno…
- Ci sarà traffico.

Piove una pioggia fortissima, praticamente un fiume. La pioggia non scivola sull’ombrello, lo attraversa, attraversa i vestiti, la pelle; attraversa i muscoli, le ossa; poi di nuovo i muscoli e la pelle e i vestiti.

- Ma è tardi, e non c’è nessuno!
- Ma sì, adesso arrivano a prenderci.
- …
- Ale?
- Eh?
- Sono le dieci meno un quarto…
- Sì.
- Ale?
- Eh.
- L’appuntamento.
- Cosa.
- Era alle undici meno un quarto.
- …
- …
- Ah.

A te, Eluard... sì, be’ diciamo che ti piace. Ti ricorda: il pronto soccorso, una cicatrice, le gocce di sangue che colano dalla fasciatura e una certa intimità.

Ci sono questi due versi:
Et je ne sais plus tant je t’****
Lequel de nous deux est absent.