venerdì 29 agosto 2003

Ch’ho la pigrizia immanente, c’ho, ciò - nel senso di ostrega. C’ho l’indolenza nelle ossa, l’accidia nel sangue. Globuli rossi - diobuono globuli rossi - vi volete muovere? Muovetevi! Ma ci siamo appena alzati. Globuli rossi non mi fate incazzare, vi siete svegliati alle nove, sono le undici e mezza. Eh, abbiamo la pressione bassa, sai, noi globuli rossi. Globuli rossi, il cervello è in deficit, non lo sentite che annaspa, sbatte i neuroni come un pesce fuor d’acqua? Si fa presto a dire il cervello, ma noi dobbiamo ancora fare colazione. Se tu ti mettessi a testa in giù, diciamo per un minuto, se ne potrebbe parlare, sai.

Pronto, sei Valeria? Sì.
(Silenzio)
Ma non hai la voce di Valeria. Ho il raffreddore.
(Silenzio)
(Silenzio)
Ma tu sei un uomo. No no, io sono Valeria, dimmi.
(Silenzio)
(Comunicazione interrotta)

Da quando ho il cellulare di mia madre ricevo un sacco di telefonate di gente che sbaglia numero. Non pensavo. La mia tariffa prevede che più sto al telefono con chi mi chiama, più la mia scheda si ricarica.

Ha grandinato ieri, grandine grossa come palle da baseball. Sulla locandina del gazzettino stamattina c’è scritto: Un piccolo coccodrillo passeggiava per il centro di Padova. E’ bello il tono fiabesco di questo titolo, ma – visto anche il black out a Londra - non posso fare a meno di considerare l’apocalisse sempre più imminente.

Adesso però basta stare a testa in giù.

giovedì 28 agosto 2003

... volevo, ad ogni modo, aggiungere una cosa: che anche a me piaceva la ragazza che si innamora di Matteo che si innamora di Nicola - ma a lei piace Nicola sin dall'inizio, se ci fai caso - e che il mio, di lungo termine, è tra un'ora, al massimo domani...

martedì 26 agosto 2003

Riesci a resistere al feticismo delle merci giusto perché non devi fare la spesa tutti i giorni. Lasciato a te stesso ti fai catturare da ogni riflesso di novità, ti lasci abbindolare dai luccichii dei supermercati. La scusa ufficiale è che pensi di fare una colazione abbondante, risparmiando sulla spesa del pranzo. Ma se hai comprato un prodotto stronzo come gli Special K ai frutti gialli è solo perché ti ha conquistato con le sue promesse, ti ha fregato con la confezione bianca, graficamente inappuntabile: ai frutti gialli, poi. Può esistere qualcosa di più stronzo? (e non importa che mi rispondi di sì, lo so benissimo che esiste, ma insomma: cereali ai frutti gialli! ti rendi conto? Sono quei prodotti che vengono pubblicizzati alle due del pomeriggio da donne quarantenni che sembrano che ne abbiano ventidue e che ti spiegano che sono così perché mangiano cereali sani tutti i giorni - sottointendendo che per questo riescono ad andare al cesso regolarmente. Ti rendi conto?)

Vince il marketing… La ruota non si arresta.
Anche tu lo sapevi, luce-in-tenebra.*

Coi sacchetti attaccati al manubrio della bici, contromano perché le strade sono chiuse dai lavori del tram, pardon del metrobus, mentre leggi un sms al cellulare, sbandando sull’acciottolato, scorgi, sotto i portici, la ragazza del cinema. E’ con un’amica, sta camminando. Puoi:
a. fermarti per salutarla
b. tornare a casa a mettere nel frigo il burro e i surgelati
c. seguirla, superarla, sperando che ti veda lei

La segui, ti prepari una storia nel caso ti fermi (sì, sto andando in libreria a prendere un libro per la tesi), organizzi l’espressione di sorpresa giusta, nonché la solita battuta di dialogo con risata imbarazzata e isterica (Ma pensa! Non ci vediamo mai, adesso ci vediamo sempre! hahaha).
Ma proprio quando stai per partire - deciso, decisissimo - in bicicletta, ti ferma un tipo che non conosci, e che dice di abitare nel tuo stesso condominio in montagna: “Be’ ci vedremo!” ti fa, dopo dieci minuti di delirio, “Andremo a sciare insieme!” “Io non scio” gli dici “Mi fa paura” E lui ti guarda. Male. Poi, attraverso il sacchetto della spesa, vede gli Special K ai frutti gialli e sembra aver capito tutto.

(intanto lei ha proseguito è andata avanti verso la feltrinelli non puoi più superarla puoi solo entrare fare finta di avere qualcosa da guardare in effetti avresti un paio di libri che sfogli regolarmente che leggi a puntate e a scrocco potresti andare lì fare finta di niente poi mentre leggi sentiresti la sua voce Ale! ma che strano! Non ci vediamo mai adesso ci vediamo sempre! hahaha mi hai rubato la battuta…hahaha e poi scappare via via via via via via il più lontano possibilie da qui e lo fai: appena entrato la punti con gli occhi vedi dove si ferma e con un passo marziale senza guardare in faccia nessuno con l’aria di chi sa esattamente cosa vuole avanzi, la superi arrivi allo scaffale di storia delle religioni sfogli un libro, aspetti

aspetti
aspetti

niente. Allora, torni indietro. La rivedi di spalle. La superi. Ti fermi per qualche secondo nella stessa sala, ma ti sembra di essere troppo scoperto. Decidi di andartene. Esci. Ci pensi. Il burro si sta squagliando. Rientri. Camminata marziale. Espressione decisa. La superi. Scaffale di psicologia. Sfogli. Aspetti. Torni indietro. Ingresso. Pensi. Pensi ai surgelati. Pensi cosa fare. Non vuoi dargliela vinta. Affanculo i sofficini. Le ripassi davanti. Non ti vede. Scaffale di antropologia.
Avanti/indietro per due tre volte. Poi prendi un libro nella stessa sua sala, le dai le spalle. E Leggi. Leggi. Ma il libro ti piace e ti dimentichi. Quando ti riprendi lei non c’è già più.)

*Montale. Easbourne, più o meno.

sabato 23 agosto 2003

“Adesso si gira e mi saluta.”
“Vai tu a salutarla.”
“Ma no, non ho niente da dirle.”
“E allora? Vai lì, la saluti. Fine.”
“No, no. Adesso si gira lei e mi saluta lei.”

La prima sera è pieno di ombrelli.
Piove e non piove, tanto che eravamo indecisi se venire al cinema. Davanti a noi c’è una signora con un ombrello bianco e nero. Inizia il film, la pioggia non smette, gli ombrelli rimangono aperti. Da dietro si sentono le urla di chi non riesce a vedere lo schermo: “Chiudete gli ombrelli!”“Non si vede!”; ma la signora, per dirne una, rimane impassibile, non si volta neppure. Sta ferma. Guarda dritta davanti a sé, come se non sentisse. Ci sono ombrelli dappertutto, comunque. E un signore di fianco a noi si è tolto la maglietta e se l’è messa in testa. Rimane in canottiera.

Da quattro giorni mangio solo piadine, stracchino e pomodori. Non so se sono io che ho preso il colore dello stracchino o il contrario. Veramente trovo delle somiglianze, tra me e lo stracchino, a tratti preoccupanti. Ho il sospetto che la qualità della mia alimentazione non potrà che peggiorare, in questi giorni di isolamento. Fosse solo per questo starei tranquillo, ma certi pomeriggi mi colpisce a tradimento il carattere ipnotico delle televendite di tappeti.

E’ passato un mese e mezzo da quando Ale - l’altro Ale; AleP per intenderci - è partito per Santiago. Nessuno ha più notizie. Le conversazioni da qualche giorno cominciano tutte così: “Notizie dal pellegrinaggio?” oppure “Si sa niente del camminatore?”. Non sappiamo se è ancora via, se è tornato e si è isolato o se ha deviato da qualche parte in Spagna e ha aperto un bar. Tra poco potrei iniziare a preoccuparmi. A quel punto questo blog si trasformerà in una succursale di chi l’ha visto.

“Ma ti piace?”
“Sì, è carina.”
“A me pare brutta.”
“No, a me piace.”
“Allora va a salutarla.”
“Ma che le dico… E poi ha già il moroso.”
“E allora? Vai lì e…”
“Aspetta! Si è alzata! E’ meglio se sto seduto e la fisso o sto in piedi di tre quarti che parlo con te?”

Questo è tutto ciò che faccio: sbando.

mercoledì 20 agosto 2003

1 Stamattina sono partiti i miei genitori.
2 (Era ora)
3 Mia madre mi ha lasciato il suo cellulare
4 Si è premurata di dirmi (5 volte) che quando torna non vuole che i miei amici la chiamino
5 Giuro
6 Chiunque voglia il numero è pregato di mandare la debita domanda via e.mail
7 Le domande verranno vagliate e selezionate.
8 La mia prima giornata con cellulare è stata inquietante
9 A parte il fatto, non del tutto spiacevole, di avere qualcosa che vibra nelle tasche.
10 Ho ricevuto i miei primi messaggi.
11 I primi messaggi sono questi:
12 “Ale? Che cazzo è questa vampata di borghesia capitalistica?”
13 “Fregare il cellulare a Lapaola è il primo passo nel tunnel della teledipendenza! Ti stai corrompendo! Buricci sta benone e ti saluta."
14 (Buricci è il gatto di Marcaspio. Ieri Buricci è stato seviziato da Simone.)
15 “CretinoCretinoCretinoCretinoCretinoCretinoCretinoCretino”
16 Tornando a casa, ho trovato sul cellulare una chiamata non risposta.
18 Non conoscevo il numero da cui proveniva
19 Non volevo controllare sull’agenda.
19 Così ho chiamato, per curiosità.
20 La conversazione è andata così:

“Pronto?”
“Pronto.”
Silenzio. Provo a riconoscere la voce femminile che mi ha risposto.
“Buongiorno” dico
“Buongiorno” dice
Non riconosco la voce.
“Per caso lei ha chiamato questo numero di cellulare?” chiedo
“No”, esitando, “No, non credo.”
“Ah” dico “Perché qualcuno ha chiamato questo numero quando non c’ero.”
“Mi scusi, ma chi parla?”
“No, appunto, chi parla?”
“No, scusi, è lei che mi ha chiamato.”
“Mi scusi lei, ma è lei che ha chiamato me.”
“No, lei ha chiamato questo numero. Io ho appena risposto.”
“Sì, ma lei ha chiaamto il mio numero quando io non ero in casa.”
“Io non ho chiamato nessun numero. Che numero dovrei aver chiamato?”
“Ha!, certo, adesso dovrei darle il numero! Mica scemo! Prima mi dica chi è lei.”
“No, guardi, non ci capiamo. Mi dica chi è lei.”
“Non se prima non mi dice perché mi ha chiamato.”
“Ma mi ha chiamato lei!”
“No! Ha chiamato lei!”
“Senta, io non l’ho chiamata. Mi dica chi è o metto giù.”
“E allora mi dica: come faccio io ad avere il suo numero sul mio cellulare? Mi ha chiamato lei, non lo neghi. Mi dica chi è e che cosa vuole.”
“Non l’ho chiamata io e la smetta, se no chiamo la polizia.”
“Ah, siamo alle minacce! Siamo alle minacce! Sa cosa le dico? La chiamo io la polizia!”
“La chiami! La chiami! Vedremo a chi daranno ragione!”
“Certo, vedremo! V E D R E M O!”
Silenzio.
Dico: “Non è che allora mi vuol dire chi è, lei, vero?”

martedì 19 agosto 2003

La capsula è di metallo - credo una lega di carbonio e titanio. Le parti in ceramica non ho mai capito bene a cosa servano, ma servono da quello che mi dicono. La capsula ha forma cilindrica ed è alta quattro metri. Il diametro della base è di tre metri. Praticamente, un’enorme lattina. Il mio spazio vitale è ridotto al minimo: una poltrona reclinabile, uno schermo, un finestrino rettangolare, una tastiera. Se mi alzo, devo piegare un poco le spalle per non sbattere la testa. Dietro di me c’è la porta del bagno. Ecco tutto.

Non si sta male, qui in orbita. Ci sono tutte le comodità. Il cibo mi viene consegnato a orari precisissimi. Alle volte posso pure sgarrare, se mi va. Di solito non mi va. Il computer apre lo sportello alla mia destra (quello a sinistra è per il telecomando) e mi passa il vassoio a scompartimenti. Uno scompartimento con la pasta. Uno con il pollo. Poi il dolce. Gli scompartimenti permettono al cibo di non mischiarsi. Potrei farlo io, potrei mischiarli. Di solito non lo faccio. Per bere ho dei tubicini che mi vengono calati dal soffitto. Se voglio ho dei bicchieri. Di solito i bicchieri li uso solo per il caffè.

L’orbita è sempre uguale e fissa. Gira, gira, gira attorno. Se sono fortunato, la capsula è rivolta verso la terra e posso immaginare di vedere, laggiù, qualcosa che si muove. Mi sembra di provare nostalgia, in quei casi. Quando provo nostalgia mi metto subito al lavoro. Devo fare un tot di calcoli, prima di rientrare, calcoli statistici sul numero di asteroidi che passano. A dire la verità non ho capito bene neppure io. Ho delle formule, applico quelle. Quando mi metto al lavoro, mi sembra che non riuscirò a finire mai. Mi dico: non finirò mai. Mi dico: be’, comunque ho tutto il tempo. Mi metto a giocare a campo minato.

Alle volte incrocio qualche altra capsula che vaga in orbita. Non so perché, le capsule degli altri mi sembrano molto più comode. Quando le radio sono abbastanza vicine, riusciamo a scambiarci due parole: “Ciao!” “Ciao!”“Come va?”“Bene, procedo. E tu?” “Anche io, vado avanti.” “Hai sentito di A?” “Cosa?” “Ha finito.” “Ha finito? E adesso?” “E’ uscito dall’orbita.”“Ah. Ma è finito a terra? o nello spazio?” Silenzio. Le orbite non permettono lunghe conversazioni.

lunedì 18 agosto 2003

Ho in mano una scatola bianca di cartone; la rigiro tra le dita e la guardo tenendola a una certa distanza, perplesso, più che altro, perché non ricordo di averla presa. U, intanto, smanetta con l’accensione della vespa. Il fanale dà un barlume, il motore accenna una partenza, niente più.
“Avevo il casco, prima?”, chiede.
“No” dico, “mi sa di no.”
“Allora è nel bauletto.” mi guarda. Mi guarda la mano per qualche secondo.
Poi: “Cosa ci fai con la mia scatola dei filtri in mano?”
“Ah, ecco cos’era. Vuoi che ci provi io?”
“Sì”, dice.
E io, che non ho neppure la patente, mi atteggio a meccanico provetto, esperto in moto motorini vespe, cinquantini centoventicinque cinquecento, macchine di varie cilindrate, trattori, gommoni, motoscafi, elicotteri, shuttle e falciatrici.
“E’ ingolfata”, dico professionale.

In strada, nessuno. Ai piedi del cavalcavia mi chiedo come ha fatto la vespa ad abbandonarci, non ricordo come si è spenta. Ricordo che U mi stava tirando, tentando di tenere la traiettoria più dritta possibile. Poi ricordo di aver appoggiato la bici e di essermi trovato in mano la scatola bianca dei filtri. Sono le quattro di mattina.

Passa una moto, la vediamo fare un’inversione. “Serve una mano?” “Eh” diciamo. Il tizo smonta, non si toglie neppure il casco e con due colpi di pedale ci riaccende la vespa. Poi la spegne. “Aspettate un attimo, prima di ripartire.” ci fa. Si toglie il casco, si siede sulla transenna. “Siete andati, eh? Avete bevuto?” “Eh, un po’. Si sente dall’alito?” “No, no, si vede proprio.” Si accende una sigaretta. Ha delle mani enormi, dita a mazzocchetta. Parliamo di cucina. Agriturismi. Finti agriturismi. Cucina greca. Il tipo, che si chiama Fabio, o Filippo, ci racconta che è stato a mangiare in un bel posto, dove hanno del buon vino. “Si spende un po’, ma c’è un buon servizio: ti mettono la tovaglia bella, il bicchiere a calice, i camerieri sono gentili”.
U esprime anche il mio pensiero quando dice: “Chi cazzo se ne incula del servizio.” o qualcosa del genere. Fabio fa una mossa tipicamente padovana: gli dà ragione per poi riaffermare il concetto precedente. “Sì, hai ragione.” dice “Però il servizio conta.”

Ogni secondo che passa mi aspetto che se ne vada. Immagino che non ci possa sopportare. Che debba andare a casa. Chi glielo fa fare di rimanere a parlare con noi di agriturismi alle quattro di notte? Invece sta appollaiato sulla transenna. Fuma. Offre cicche. Sembra sempre sul punto di voler dire qualcosa di importante, di fondamentale della sua vita. Sembra che da un momento all’altro si debba confessare con noi. Invece ci parla solo di cucina. Cucina italiana uber alles.

Mi si chiudono gli occhi. Prendo la bici. Lui capisce. Si alza. Ci riaccende la vespa. Poi scappa. Naturalmente, appena scompare, la vespa si spegne.
Poi, non so come, ci ritroviamo per terra. Io, U, la mia bici, la vespa. Per terra.
“Avevo addosso il casco, prima?”
“No” dico “Mi sembra di no.”

sabato 16 agosto 2003

la tua vita è ancor tua.
la mia vita è ancor mia.
la mia vita è ancor mia?

… e se la processione d’improvviso inciampasse? la strada in discesa ha ciottoli che escono dalla trama, si sollevano aguzzi sulla superficie: basterebbe che il vecchio pettinato bene e la cravatta rossa sbagliasse il passo mentre legge e canta, e giù: rotolerebbe verso la piazza. E dietro di lui inciamperebbero e rotolerebbero gli altri vecchi, rotolerebbero i chirichetti col colletto rosso, il prete con la tonaca color crema, rotolerebbe il signore in bilico che regge lo stendardo enorme, e rotolerebbero le donne in costume di montagna che portano la statua della madonna, rotolerebbe la madonna, rotolerebbero le suore a braccetto, rotolerebbero i veli delle suore, rotolerebbero le gobbe delle vecchie, rotolerebbero i bambini con le scarpe pulite, rotolerebbero i turisti che puntano lo sguardo al cielo, rotolerebbe la chiesa costruita sul ciglione, rotolerebbero le tombe del cimitero quasi casalingo, rotolerebbero i fiori che crescono sulle tombe, rotolerebbero le salme dei bambini sepolti nell’angolo più soleggiato, rotolerebbe tutto: sarebbe tutto un ruzzolare, uno scontrarsi, un capovolgersi di gonne e di capelli e di stendardi.
Rimarrebbe stabile solo il ripetitore telefonico che si vede a due metri dal terrazzo panoramico...

Qui i paesi hanno nomi mozzi e ruvidi, esotici, esoterici: Tronch, Bragarezza, Pescùl, Astragàl. Mio padre ha comprato in montagna un appartamento che non è ancora pronto. Ma è suo, e lo vuole usare. Da due giorni vive, da solo, in quattro stanze dall’arredamento minimale: un letto, un tavolo, una sedia, una televisione al plasma appoggiata per terra, il decoder satellitare. Per il resto, solo parquet. Non fosse per il televisore sembrerebbe uno squatter. (Con la televisione, invece, sembra uno squatter con una televisione al plasma.)

I tornanti mi fanno venire la labirintite. Io e mia madre siamo seduti dietro; davanti, a guidare, il marito di mia sorella, con mia sorella al fianco. Seguo con lo sguardo le curve a gomito e mi concentro per trattenere la nausea e mia madre mi colpisce alla spalla, indicando il finestrino, mi dice: “La vedi la casa? la vedi? è quella! è quella nella posizione migliore!”
“Sì, la vedo.”
“Come fai a vederla, che non l’hai mai vista? E’ quella!”
“Sì, l’ho vista.”
“Ma no, guarda meglio.”
“Ma l’ho vista…”
“E’ proprio bella, è quella con la vista migliore.”

Mi fa male un orecchio, il destro. Il mio progetto di rimanere in silenzio per più di ventiquattro ore di seguito è fallito.

Nel giardino accanto, i nostri condòmini celebrano il picnic di ferragosto. Il fumo della grigliata si insinua nelle finestre dell’appartamento. Speriamo che non ci invitino, pensiamo tutti, già in preda all’ansia da prestazione sociale. Speriamo che non ci invitino. Il commento su di loro sarà poi: sembravano tutti perfettini, tutti a modo...

…mentre la processione rotola verso valle - raccoglie detriti e diventa una frana colossale, uno smottamento di dimensioni catastrofiche - noi corriamo verso la chiesa, a sbirciarla mentre è vuota. Qualcuno ha utilizzato l’acquasantiera esterna come portaombrelli. All’interno, un affresco rovinato mostra una donna che indossa un vestito medievale. Il vestito ha una scollatura quadrata e abbondante, trattiene a stento le tette che debordano.
Al gineceo si arriva arrampicandosi su una scaletta dai gradini sottili: si rischia la tragedia a ogni passo. Ma il posto è magico, tutto in legno chiaro, quasi bianco.
Sembra la galleria di un vecchio cinema...

lunedì 11 agosto 2003

… e se deve essere caldo allora sia caldo infernale, allucinante, sia la canicola che spezza il cranio, fonde i capelli, l’aridità che brucia l’asfalto, sfibra i contorni, prosciuga le vene, sia il collasso senza ritorno, il coma desertico, l’oltretomba infiammato…

… e allora ho preso il treno per venezia, alle undici di mattina - una vacanza mi sono detto non può farmi male, una vacanza da me stesso - ma a dir la verità non cercavo il riposo, cercavo il collasso, il completo annullamento dei sensi, per questo non…

… la vecchia? Non era antipatica. I capelli corti, un bastone di legno, un vestito blu a fiori. Era senza dentiera. Mi ha chiesto se ero terrone. “Ti sito terron, ti?” No, purtroppo, ho detto. Raccontava a me e a gino che…

… i segni dell’imminente apocalisse sono sempre più inequivocabili, dice…

… vuoi acqua? No, dico, cerco il collasso. ride. rido…

… poi ci ha fatti avvicinare. Lei era in piedi, nel corridoio del vagone. Io alla sua destra, gino alla sua sinistra. Ci ha fatto avvicinare come per raccontarci un segreto. Ha detto: “A Venezia, l’aglio lo chiamano aggio.” Poi: “Il fruttivendolo vicino a casa mia urla sempre: Aggio bello grosso!” Ci guarda. Prima gino, poi me. “Un giorno passa di là un napoletano, sente il fruttivendolo urlare Aggio bello grosso! e dice: Anch’io l’aggio bello grosso, ma non lo vado mica a gridare in giro…” ha ha ha…

… no, è che quando penso a mio marito, morto 35 anni fa, che ci volevamo un bene dell’anima, mi vien da fare la stupidina. Lavorava alle ferrovie. Aveva la terza media, ma sapeva dieci lingue. Non fosse morto, adesso sarebbe a capo delle ferrovie. Io lo dico sempre: non mandate i vostri figli a laurearsi: che imparino le lingue. Le lingue sono importanti! Infatti, mia figlia…

… dopo tre ore di esposizione prolungata al sole atterro con una gomitata sulla nuca un bambino cinese per farmi rivelare il segreto delle nuvole di drago. Ma scopro, mio malgrado, dopo averlo atterrato, che non è cinese. E non è neppure un bambino. E’…

… di dove siete? Non siete di venezia. Sapete quanti canali ha venezia? Ne ha tre. E quanti ponti? E le gondole, sapete come vengono fatte le gondole? Con cinque legni diversi. Io parlo cinque lingue: francese, italiano, inglese, spagnolo, greco. Ho ottantadueanni ma non li dimostro, he. E la mia casa, i miei genitori la comprarono per 32000 lire, ora vale cinque miliardi. L’ho già regalata a mia figlia, è una casa del milleottocento, sa? Quando c’è il mercatino dell’usato a padova?…

… dopo cinque ore di insolazione, senza cappello, senza un goccio d’acqua, nel tentativo di raggiungere il collasso, mi appare Elio Vittorini. Elio! dico. Eh Alessà, dice lui, tu sei in preda agli astratti furori! E tu? che ci fai qui?, gli chiedo. Astratti, dice lui, non eroici, non vivi, capisci?! Eh, Elio, dico io, è dura, qui…

… della biennale mi rimarrà in mente solo il genio bastardo di damien hirst e un sottile senso di apocalisse imminente…

... p.s. il rosa-porcello è un colore bellissimo per la biancheria, si intona perfettamente col verde rettile, e non capisco perchè certe persone non vogliano stare al passo coi tempi...

venerdì 8 agosto 2003

Sei nel mezzo di un conflitto a fuoco con l’esercito – il padre di X ha organizzato tutto questo; l’hai visto lottare con cinque soldati contemporaneamente: aveva un machete per mano e li teneva dalla parte della lama - quando suona il telefono. Apri gli occhi. Ti alzi di scatto. Corri prima che parta la segreteria telefonica. Sei senza occhiali, in mutande. Attento a non sbattere contro le porte!

Le porte vanno tenute chiuse. Tu non chiudi le porte. Tua madre ha tappezzato di post-it le porte. I post-it dicono: Chiudere la porta. Tua madre si concede anche qualche variazione: Porta chiusa o Tenere chiusa la porta. Meglio non variare troppo, che poi magari non capisci.

Quello che fai: cammini. Dove lo fai: in casa. Come cammini: nervosamente. Dove vai: su e giù. dal salotto alla cucina. Perché: nevrastenia. Funziona: per cosa? Per la nevrastenia: cosa? Camminare: no. E allora: cammini. Avanti e indietro. Al buio. Apri le porte. Chiudi le porte. Tra un po' non potrai diventare ancora più pallido. Diventerai fosforescente.

Allora cammini, ti morsichi le dita, accendi e spegni la televisione, apri e chiudi i libri, ti incazzi con gli autori che scrivono male, sbrani le pagine di quelli che scrivono cazzate, cammini con brani di pagine orrende in bocca, cammini e a un tratto la tua gamba sprofonda. Guardi. E’ proprio sprofondata. Hai pestato una pagina della tua tesi, la tua gamba destra vi è sprofondata dentro. Tiri la gamba, ma è incastrata. Ti appoggi a qualcosa di solido e tiri e tiri, ma niente. Provi a scavare, ma la mano rimane incastrata nella pagina. La mano destra. Con la mano sinistra allora ti fissi al pavimento, trovi un angolo in cui incastrare il piede sinistro. Spingi, ma scivoli, e piede e mano si infilano nella pagina. La consistenza è esattamente quella del fango. Speri che qualcuno passi per caso per il corridoio con un argano a motore.

Ah, dimenticavo, la telefonata. Insomma, corri, sbandi, scivoli, sbatti, ma riesci a rispondere prima che scatti la segreteria telefonica.
- Pronto.
- Ciao!
- Mamma?
- Funziona!
- Mamma, che fai?
- Provo il cellulare! Volevo vedere se funzionava.
- Ma che ore sono?
- Le otto.
Ti viene un orrendo sospetto
- Mamma? Dove sei?
- Funziona, hai visto?
- Sì, ma dove sei?
- Nell’altra stanza.
Giri la testa, lento, con la cornetta in mano: lei è lì, dietro, sulla porta.
Ti saluta con la mano con cui tiene il cellulare.

mercoledì 6 agosto 2003

Il freddo di questi giorni è inquietante. Ti schiaccia verso terra, aumenta la gravità del suolo. Il freddo atterra le spalle, fa chinare il collo e la testa. Questa diventerà presto una città di gobbi, se continua così. Una città semideserta, abitata solo da gobbi che salutano le ombre di altri gobbi. Gobbi che non si guardano mai in faccia. Le osservazioni si baseranno solo sul movimento delle scarpe e dei piedi. Si dirà: “Che hai? Ti vedo triste. C’hai le scarpe con le punte in dentro.” Oppure: “Ti sei appena svegliato? Si vedono i segni del materasso sui tuoi lacci.”
E cose così.

Mia madre, dopo aver passato tutto il pomeriggio a cercare il pulsante dell’autodistruzione del suo nuovo e già complicato cellulare; dopo avermi chiesto un paio di volte come si accende, come si spegne, come si risponde, come si scrivono i messaggi, come si inseriscono i numeri nella rubrica, cos’è un pin, cos’è un puck, dov’è adesso la rubrica, perché non c’è snake sul suo cellulare; dopo aver deciso che ormai lei è entrata nell’era delle telecomunicazioni e io no, sfigato, perché io sono ancora sprovvisto di cellulare; mia madre, dopo tutto questo, mi punta addosso una bottiglia vuota di plastica e con l’altra mano su un fianco mi dice, mentre sono al computer a fissare intontito il monitor, mi dice: “Guarda”, mi dice minacciosissima: “che Padova è una delle città più calde d’Italia.” e se ne va.

Il freddo di questi giorni è vagamente implodente. Camminare diventa un arrancare vischioso in un alone di freddo. Il sudore evapora, ma non si solleva dal corpo, crea attorno alla pelle una barriera di goccioline alta cinque centimentri che si muove con te, respira con te, parla con te. La traspirazione, con tutto questo gelo, avviene al contrario: il sudore, da fuori, ti circonda perché vuole ritornare dentro.

Don't panic.

Anche Lapaola ora ha ceduto alle lusinghe del cellulare.

(Panic, panic.)

martedì 5 agosto 2003

Eh, il monossido di carbonio, eh. Le molecole di carbossiemoglobina che turbinano nel sangue.
Monossido di carbonio. Senti come suona bene.
Monossido.
Carbonio.
Carbossiemoglobina.
Ossicarbonismo. Eh. Mica male.

Ieri 37 gradi. Oggi le finestre aperte fanno corrente. Sembra di essere attaccati al bocchettone esterno di un sistema condominiale d’aria condizionata.

lunedì 4 agosto 2003

Il sogno è questo.

Sul letto matrimoniale, siete stesi a pancia in giù. State sfogliando un libro. Q ha i capelli neri e ci ha già provato con te una volta. Tu, quella volta, sei riuscito a evitarla. Ma stavolta, mentre parlate, ti sfiora la bocca con la sua bocca, come per caso. Sorridi. Continui a parlare. Ma parlando ti avvicini a lei e con le labbra le sfiori le labbra. Vi baciate. Q è emozionatissma, non riesce a crederci. “Lo sai?” ti dice “sono mesi che volevo che accadesse.” “Sì, lo so.”, dici. “Sì, non era possibile che non te ne fossi accorto.” “Già.” “Non ti ricordi? Te l’ho anche detto, una volta” “Non ricordo.” “Sì, ti ho detto che sei stronzo, malato, insensibile, deficiente, ma che hai gli occhi di un diciassettenne. Occhi bellissimi. Peccato per tutte quelle rughe.”

Dici: “Sai, non capisco cosa sta succedendo. Io non volevo mettermi con te. Ma poi quando mi hai baciato…” Lei sorride e ti ascolta, non dice nulla. “Ho pensato: perché no.”, dici, "Proprio non capisco."

Tua madre apre la porta. Vi dice che sta arrivando tua sorella. Dovete aiutarla a scaricare il furgone del trasloco. Il furgone non può parcheggiare vicino a casa, ha parcheggiato accanto all’A&O. Bisogna andarci in bicicletta. Al piano terra c’è una fila di uomini e donne vestiti benissimo. Fanno la coda per entrare nell’appartamento sotto il tuo. Sembra una festa di gala. Vi guardano stupiti mentre passate.

E’ notte. Le vostre biciclette sono delle Bmx un po’ più alte. Girate attorno ai giardini delle case senza trovare il furgone. Le case sono basse e distanti una dall’altra. Q sta sempre davanti a te di qualche metro. E’ felicissima. Tu ti chiedi come farai quando dovrai dirle che non vuoi più stare con lei. Pensi: “Come farò?” Pensi: “E tra due giorni? Come farò tra due giorni a dirle che è tutto finto? Che non è vero niente?” Lei intanto ondeggia con la bici su e giù per le strade. Canta.

Sotto un lampione, K ti sta aspettando. Ha una bicicletta come la tua. Q è rimasta stranamente indietro. K indica Q e ti dice: “La tua ragazza.” “Eh.” “Mi ha venduto del fumo cattivo.” Q arriva e dice: “Non aveva soldi. Lo voleva gratis” “Non è un buon motivo” dice K “State attenti” dice “Che la prossima volta…” Prende e se ne va. “Sai?” dice Q “Sai K, cosa gli è successo?” “No” “Al matrimonio di sua sorella. Lui è ridotto così male che gli hanno chiesto i documenti. Al matrimonio di sua sorella, ti rendi conto? Gli hanno chiesto i documenti al matrimonio di sua sorella, in chiesa, in mezzo al matrimonio. Non lo riconoscevano.”

Entri in tabaccheria per comprare una matita. Ci sono tre persone. Un uomo e una donna dietro il banco, un uomo col cappello dall’altra parte del banco. L’uomo col cappello ha un cane lupo. “Volevo una matita” chiedi. La donna ti passa una penna. “No, voglio una matita” “E questa cos’è?” “Quella è una penna.” Indichi una matita: “Quella è una matita.” “No, non è una matita. Noi quella la chiamiamo squoriz”, capisci subito che si è inventata il nome sul momento. “Allora, mi da una matita? O devo dire squoriz?” Lei sbuffa, apre una scatola blu e tira fuori una matita tutta marcia, con parti ammuffite e nere. “No, non voglio quella, voglio l’altra” dici, indicando una matita bianca, perfetta. L’uomo dietro il banco ti ha guardato male tutto il tempo. Ora parla: “Chi ti credi di essere? Se vieni nel nostro negozio compri quello che ti diamo.” “No, grazie.” dici. Fai per uscire. L’uomo col cappello dice al cane di inseguirti. Quando esci gli ordina: “Abbaia!”, però glielo ordina in spagnolo: “Ladra! Ladra!”

Non trovavate il furgone di tua sorella perché l’A&O non è un supermercato, come pensavi tu, ma uno spaccio di vestiti. Il furgone c’è ma se ne sta andando. Dietro, lo segue il furgone di un corriere espresso pieno di volantini. Voi decidete di tornare a casa. Q è sempre più felice; tu, invece, pensi alle sue amiche, alle amiche di Q. Soprattutto a X e Y.
Ti chiedi quando ti farai anche loro.

sabato 2 agosto 2003

Comunicazioni di servizio

Vorrei solo precisare che la volvo blu con l'adesivo "We love Jesus. He heals cancer", parcheggiata davanti al mio garage, purtroppo non è mia. E neppure la fiat Tipo verde col coprivolante leopardato di peluche.

Chiunque abbia perso sotto la mia finestra una scheda telefonica da tre euro con sopra un'immagine di padrepio, è pregato di venire a recuperarla, perchè penso che mi porti sfiga.

Coprofagia. Non centra nulla. Ma vabe': volevo scriverlo, giusto per rimanere in tema con gli ultimi giorni.