mercoledì 6 agosto 2003

Il freddo di questi giorni è inquietante. Ti schiaccia verso terra, aumenta la gravità del suolo. Il freddo atterra le spalle, fa chinare il collo e la testa. Questa diventerà presto una città di gobbi, se continua così. Una città semideserta, abitata solo da gobbi che salutano le ombre di altri gobbi. Gobbi che non si guardano mai in faccia. Le osservazioni si baseranno solo sul movimento delle scarpe e dei piedi. Si dirà: “Che hai? Ti vedo triste. C’hai le scarpe con le punte in dentro.” Oppure: “Ti sei appena svegliato? Si vedono i segni del materasso sui tuoi lacci.”
E cose così.

Mia madre, dopo aver passato tutto il pomeriggio a cercare il pulsante dell’autodistruzione del suo nuovo e già complicato cellulare; dopo avermi chiesto un paio di volte come si accende, come si spegne, come si risponde, come si scrivono i messaggi, come si inseriscono i numeri nella rubrica, cos’è un pin, cos’è un puck, dov’è adesso la rubrica, perché non c’è snake sul suo cellulare; dopo aver deciso che ormai lei è entrata nell’era delle telecomunicazioni e io no, sfigato, perché io sono ancora sprovvisto di cellulare; mia madre, dopo tutto questo, mi punta addosso una bottiglia vuota di plastica e con l’altra mano su un fianco mi dice, mentre sono al computer a fissare intontito il monitor, mi dice: “Guarda”, mi dice minacciosissima: “che Padova è una delle città più calde d’Italia.” e se ne va.

Il freddo di questi giorni è vagamente implodente. Camminare diventa un arrancare vischioso in un alone di freddo. Il sudore evapora, ma non si solleva dal corpo, crea attorno alla pelle una barriera di goccioline alta cinque centimentri che si muove con te, respira con te, parla con te. La traspirazione, con tutto questo gelo, avviene al contrario: il sudore, da fuori, ti circonda perché vuole ritornare dentro.