mercoledì 21 dicembre 2005

Alla fine della cena, mio padre afferra il bicchiere di vino e se ne cammina tutto contratto nelle spalle verso la televisione, allora io chiedo a mia madre che cos'ha papà, lei mi risponde: ma niente, è solo un po' offeso. Come, offeso, le chiedo, offeso di cosa? Da una cosa che mi ha raccontato, dice lei. E cioè, chiedo. E cioè questo pomeriggio tuo padre era al computer, su internet, a cercare un volo per londra; stava navigando quando càpita sul sito di un test d'intelligenza, e allora, stuzzicato, decide di provarlo, ci perde anche del tempo, gli sembra che non debba finire mai finché non finisce; il risultato è circa 133. E cosa vuol dire? Dice tuo padre che neppure lui sapeva cosa volesse dire, ma che dopo il numero c'era un commento e il commento spiegava che 133 è un valore al di sopra della media, ed è un valore paragonabile all'intelligenza di un filosofo visionario. Allora tuo padre mi ha detto, col muso: un filosofo visionario, non sarà mica una bella cosa. Ah, dico, si è offeso per questo. E tu? Che gli hai risposto? Io? Gli ho risposto che ho sempre pensato che fosse un po' visionario. E lui? E lui mi ha detto be' quando ti ho conosciuto non c'è dubbio.

mercoledì 5 ottobre 2005

E allora scese l'Angelo della Nevrastenia in mezzo ai fulmini - in un lampo di magnesio apparì sopra il monitor - e aveva il volto che sembrava il riflesso in un vetro, e teneva la sinistra nella destra e la destra all'altezza del cuore. E aprì la bocca, e dalla bocca srotolò una voce che disse: «In v-verità in v-v-verità t-ti d-d-dico che t-t-tu s-s-scriverai con d-d-dolore, e che p-p-prima c-c-c-c-che c-c-c-canti il g-g-gallo t-t-tre volte t-t-tu m-m-mi r-r-riconoscerai n-n-nei t-tuoi gesti». Così disse l'Angelo della Nevrastenia e aprì le mani sopra di me e con le mani mi toccò la fronte e mi infuse il Tremore della Nevrastenia e lo Scatto Isterico Immotivato. E fui tutt'uno con lui e lui con me.

E allora vi dico: aprite i vostri cuori alla Nevrastenia, perché vostro è il regno della Nevrosi.

Decisi di cambiare vita. Iniziai a svegliarmi alle sette: per avere più tempo per essere nervoso, e per essere più nervoso ogni giorno. Mi aiutavano in questo le urla del nipote duenne e il clima vile e piovoso. Non desideravo incontri col guru prima della scadenza, ma andai lo stesso da lui ad accompagnare un'amica. E mentre lei aspettava, io mi nascosi dietro l'angolo del corridio. Ma quando mi accorsi, dai passi e dalle voci, che il guru arrivava verso di me, mi accucciai dietro la fotocopiatrice. Dal nascondiglio spuntavano i piedi. Mi ritrovai all'ombra del guru che mi chiese cosa stavo facendo. E la voce di Homer Simpson nel cervello mi disse «Dì qualcosa di intelligente. Presto, dì qualcosa di intelligente». E allora dissi che stavo cercando, ehm, l'interruttore della fotocopiatrice perché, eeeh, dovevo, come dire, sì, accenderla, ecco, accenderla per, ehm, sì, fare delle, uh, fotocopie, sì, e cheee. E il guru rispose che la fotocopiatrice era già accesa, e che comunque l'interruttore non era là. E io, con la mano dietro la nuca, toccandomi il naso cinque sei sette volte, risi.

Ma lui no.



(*) questo post ha qualche debito con questo

giovedì 29 settembre 2005

Wladimir Koppen infilò l'orologio nella tasca della marsina. Era quasi l'ora di far ascendere il pallone aereostatico. Il temporale avrebbe fornito dati interessanti. Ritornò al lavoro di classificazione dei climi, ma con poca concentrazione. Da qualche giorno sentiva come una strana febbricciola, una svagatezza mentale che non gli apparteneva. Fraulein Ilda, in giardino - le mani sui fianchi in quella posizione che le era così tipica - controllava il cielo, grigio, carico: le sembrava il coperchio di una pentola sceso apposta per rinchiudere ermeticamente il mondo. Sperava che almeno non grandinasse, perché non voleva salire di nuovo in città, dal vetraio. Non per altro: quell'uomo così allampanato e pulito, di origine italiana, aveva la tendenza a parlare per ore e ore solo di cibo. Fraulein Ilda non aveva tempo da perdere, aveva ancora tutti i lavori di cucito e pulizia da finire prima dell'inverno - e quella mania di Herr Koppen di stipare la casa di piante non aiutava di certo. In più, la sorella minore aveva appena partorito il quinto maschio della stirpe Forst, un essere di due chili e mezzo, vorace e rotondo. Senza dubbio le avrebbe chiesto aiuto. Koppen, intanto, rileggeva sull'enorme quaderno nero, nello studio, quello che aveva scritto il giorno prima, dopo una partita di calcetto: «Clima di classe A, tipo fehlt: tropicale senza stagione secca». Si compiacque immediatamente della propria professionalità terminologica e si strofinò la barba: «Questo devo leggerlo a Fraulein Ilda! Ah, come le piacerà: clima tropicale senza stagione secca! Senta, senta Fraulein: clima caratterizzato (caratterizzato! dirà lei, che belle parole conosce Herr Koppen!) da temperature elevate, con moderata escursione termica annua e mensile, e frequenti precipitazioni, con calma quasi assoluta di vento, che - mi stia bene a sentire adesso, Fraulein - che chiameremo calma equatoriale. Calma equatoriale, Fraulein! Non le sembra fantastico? non è eccezionale? sublime?», pensava gongolando al tavolo da lavoro.
«Herr Koppen!» Koppen sussultò, le mani ancora imbrogliate nella barba «Si sposti» disse Ilda «che devo pulire lo studio» «Fraulein, ma sto lavorando...» «Non importa, continuerà dopo, sono settimane che non entro in questa stanza» rispose lei. Koppen scese dallo sgabello e la guardò, come al solito, dal basso verso l'alto «Vuole almeno sentire cosa ho scritto ieri?» «Dopo, dopo, Herr Koppen, adesso ho da fare» Wladimir Koppen uscì dallo studio, verso lo sgabuzzino dove era riposto il pallone aereostatico per i rilevamenti nelle zone alte dell'atmosfera.

Ero in porta. D* si era procurato, per la squadra, delle casacche gialle - di un giallo chimico, da evidenziatore. L'entusiasmo per la divisa nuova ci aveva abbandonato già dopo due minuti, da quando, cioè, ci eravamo resi conto che erano sintetiche: il sudore non traspirava e favoriva, piuttosto, sotto le magliette, la creazione di un ecosistema afoso e di una foresta pluviale. Pensavo che D* le avesse scelte apposta, non tanto per il costo contenuto, quanto per le proprietà dimagranti - un po' come quei pantaloni di cui, a volte, si vedono le pubblicità nelle televisioni locali. «Tutto questo sudore mi rende svogliato», dissi a voce alta, ma erano tutti dall'altra parte del campo. Da solo, in porta, pensavo a Saba e alla poetica dell'oggetto, al tempo, all'invasione dei minorenni in casa, alle cose che dovevo finire di scrivere e che non finivo, ai telefilm e alla compulsione, alle scadenze; ma il problema, al solito, era che pensavo a tutto questo contemporaneamente, confuso, disordinato: ero il re della simultaneità, ma ero anche il re del sudore; e intanto nominavo le cose che vedevo e sentivo così come avevo imparato di recente da mio nipote - suonavano le campane e dicevo «campane»; qualcuno ai bordi beveva e dicevo «acqua»; vedevo i fari accesi e dicevo «luci»; vedevo il pallone arrivarmi in faccia e dicevo...

giovedì 22 settembre 2005

Alle sette del mattino suona il telefono
- Pronto?
- Ciao Schifo, sono il tuo Disordine.
- Scusi?
- Sono il tuo Disordine, Schifo. Ti tengo sotto controllo.
- Mi scusi ma forse lei ha...
- Senti Schifo, non ho tempo per le tue cazzate. Ti dico solo una cosa: lascia perdere.
- Non so di che...
- Lascia perdere, hai capito Schifo? Lascia perdere o...
- O?
- Tu sai cosa.
>click<

Da due settimane sono sotto l'ultimatum del guru.
«Professore! Sono solo passato a salutar...». La porta dello studio sbatte dietro di me. Dagli occhi del guru saettano lingue di fuoco. «A fine settembre», dice. «Cosa?» chiedo, cercando un modo non appariscente di tapparmi le orecchie. «Voglio l'articolo», le fiamme avvampano come se qualcuno, da dentro, avesse aperto al massimo la valvola del gas. Il cliché cinematografico qui richiederebbe una ripresa dall'alto, il protagonista che guarda verso la telecamera, pallido, si inginocchia per urlare l'urlo di Munch: un No protratto e modulato che incrina le unghie di tutti gli alluci del globo.
«Facciamo il 15 ottobre» imploro.
«15 ottobre, va bene. Ma se ritardi...»
«Se ritardo...?»
Sento un odore di capelli bruciati. Dice: «Tu sai cosa.»

- Pronto?
- Schifo, sono ancora io.
- No, scusi credo che...
- Senti Schifo: vai in camera, prendi dei fogli e gettali in aria, ok?
- Ma forse lei...
- Schifo, stai zitto, non ho tempo da perdere. Apri tutti i giornali che trovi, anche quelli vecchi, e riempi a caso gli schemi del Sudoku, impegnandoti.
- Mi sa che...
- Ho detto zitto, Schifo. Prendi dei libri che non ti interessano, comincia a leggerli svogliatamente, mi segui?
- Non credo di...
- Leggili pensando a qualcos'altro, ok? Se trovi qualcosa di appassionante, abbandona subito. Prendi, che so, qualcosa di elementare, qualcosa che hai già letto, oppure...
- Tipo un manuale?
- Bravo, Schifo. Mi piace quando collabori. Un manuale va bene. Un manuale introduttivo, ok? Cose che magari sai già. O un libro di divulgazione scientifica, che ne dici.
- Be' sì, ne ho giusto uno su...
- Me ne frega un cazzo, Schifo, basta che fai quel che ti dico, oppure...
- Oppure?
- "Oppure?"
- Io so cosa?
- Bravo, Schifo.
>click<

Alzatevi. Andate davanti alla libreria: gli scaffali sono pieni, magari un po' imbarcati dal peso. Avete libri in doppia fila, in orizzontale, in colonna, obliqui, negli interstizi, piegati, accartocciati, a fascicoli. Attendete qualche minuto. Lo sentite quello strano risucchio? L'avvertite quell'attrazione gravitazionale? E quel rumore come di cannuccia a fine bicchiere? In fretta, svuotate uno scaffale. Se siete abbastanza veloci troverete l'incrinatura, il vuoto, il nulla: quello spazio di inesistenza che Montale cercava dietro di sè - voltandosi di scatto - voi lo troverete lì, ipnotico, minaccioso...

mercoledì 14 settembre 2005

Mia madre, mio padre.

- Senti: a pranzo hai mangiato qualcosa?
- Una pastasciutta col tonno, in bar.
- Una pasta al tonno?
- Non proprio. Ho ordinato una matriciana. Poi mi sono fatto mettere sopra del tonno.

mercoledì 7 settembre 2005

sono arrivati con le scale e le lenzuola multicolore chiazzate. scale a palchetto, a arganello, a libretto, scale a chiocciola, scalette, sgabelli, trabattelli, alla marinara, scale di corda... le hanno estratte dal furgoncino traballante, su fino in salotto. hanno ammucchiato i mobili, nel centro della stanza e in due - erano in due - quello alto e quello basso, vestiti di bianco - pantaloni e canottiera e capelli - hanno spiegato i lenzuoli vecchi sul tavolo, sulla montagna degli ammennicoli accatastata, sui divano rivolti uno contro l'altro. hanno coperto le porte, a modo di tenda, e il pavimento con un gusto per il patchwork che non avrei mai detto. poi si sono guardati attorno, uno di fianco all'altro, le braccia incrociate, girando la testa sincronicamente, da sinistra a destra, da destra a sinistra, sempre verso l'alto. li ho visti prendere delle cinture piene di pennelli diversi, allacciarle in vita e cominciare il lavoro.

«A modo loro sono dei genii», ha detto mia madre stasera a cena, «avranno la quinta elementare, sai».
Ha aggiunto: «Vorrei solo che la smettessero di toccare la donna delle pulizie».

ho dei problemi col tempo, l'umanità, la lettura, la scrittura, lo studio, l'adsl, i blog, la letteratura, il lessico, l'arte, la cinematografia filippina, i riassunti (i riassunti!), gli occhi, i fumetti, i computer, la birra, l'alcool in generale, dickens, le prese scart, la polvere, l'accumulo, i quaderni, i telefilm americani, la siss, le conversazioni, gli arogmenti, le primarie (le primarie! il tir giallo! giallo!), i nomi, i cognomi, i nipoti, il lessico, gadda, la cognizione, la concentrazione, ma soprattutto col tempo --- la mattina, il pomeriggio, le settimane i mesi i giorni, le ore, cazzo, le ore, i minuti - porcaccia quella cosa dei minuti e chi li ha inventati...

mettiamo una sala. o un'autostrada. mettiamo una folla nella suddetta sala, o il rientro dalle vacanze sulla suddetta autostrada. mettiamo che la sala abbia una sola uscita, e così l'autostrada. mettiamo che a un certo punto tutti decidano di uscire contemporaneamente. Ecco.

venerdì 6 maggio 2005

1
Qualsiasi riferimento ad avvenimenti e persone esistenti non è del tutto casuale, ma non si può dire che le persone qui descritte e i fatti di cui qui si parla siano reali, se non in qualche parte della mia testa - o meglio: in qualche parte della mia lingua. Che poi, io, con questa limitazione, intenda dire che i fatti non sono reali - come tra l'altro ho appena fatto - e cioè che la realtà reale e la realtà della mia lingua siano gerarchizzate e che quindi una sia più reale dell'altra, questo è un altro discorso - per quanto, lo ammetto, il sintagma realtà reale possa far pensare a un diverso grado di realtà rispetto ad altre realtà, magari più isolate o del tutto personali.

2
Tu pensi di pensare e invece sei lì che pensi di pensare di pensare, cioè ti immagini di pensare e invece non è così, ti immagini di immaginarti di pensare, perchè tu non ti immagini mai che non pensi e che invece tu produci immaginazioni di pensiero che è altra cosa, sono pensieri pensati da altri che ripercorri pensando, immaginando, schemi immaginativi che applichi a immaginazioni già immaginate, a pensieri che hai letto o sentito ma non pensato, pensieri di immagini di pensiero immaginativo, meta pensiero, meta meta immaginazione, immaginazione sull'immaginazione dell'immaginazione, pensiero sul pensiero sul pensiero sul pensiero - leggi così, amico ingegnere: {pensiero sul [pensiero sul (pensiero sul pensiero)]} - in un tornado pensieroso e immaginativo che scoperchia - con un pop da tubo pringles - il cranio avvitato a bell'e meglio, tenuto magari semistabile con lo scotch - scotch di carta, naturalmente.

3
Poi dice: Il tuo blog. Allora io tento di cambiare discorso. E lui dice: Il tuo blog, è così: tu sei in casa, poi esci, incontri qualcuno e ti stupisci; cioè tu sei isolato poi esci e ti stupisci; tu ti stupisci dell'esistenza del mondo; tu esci e pur sapendo che fuori esiste qualcosa ti stupisci lo stesso della sua esistenza; pur essendo consapevole che fuori di te c'è altro - altro da te - e pur in grado di sapere che fuori da te c'è tutto il possibile altro - cioè le condizioni e le combinazioni di alterità fuori da te sono infinite e tutto può capitare - tu di stupisci perchè l'alterità che trovi fuori è altra oltre a quella che ti immaginavi; cioè: tu nel tuo blog, uscendo, confrontandoti con l'altro, ti stupisci dei limiti della tua immaginazione del mondo; cioè esci dai confini di una fantasia diciamo un po' intorcolata su se stessa in un mondo nel quale vorresti immergerti - più che altro ti immagini di volerti immergere, perchè quando pensi di immergerti ancora non ci sei immerso, nel mondo, e non sai cosa ti aspetta immergendoti nel mondo - e confonderti con gli altri, ma non puoi perchè il mondo è altro dalla tua immaginazione del mondo: il tuo stupore è ciò che ti permette di stare a un passo dal mondo, di rifiutarlo pur volendoci entrare - anche se, naturalmente, tu vorresti entrare in un mondo che non è il mondo: è solo, insisto, un'immaginazione del mondo, parziale, e, proprio per questo, esclusiva, nel senso che ti esclude dal vero mondo - è così? E' così il tuo blog? Ti ritrovi in questa descrizione del tuo blog?

(...)

martedì 22 marzo 2005

[17.15]
«ma se tanto non senti i sapori» dico a me stesso a voce alta, in bicicletta, senza freni, senza mani perchè le mani tengono i sacchetti del panificio «se il raffreddore ti ha completamente ottenebrato il gusto e l'olfatto, che cazzo ti compri le pizze di pastasfoglia?» In effetti parrebbe una mossa dettata più che altro dall'ingordigia - la golosità di chi è stato rinchiuso cinque giorni a letto, con trentotto e mezzo di febbre, immobile e boccheggiante sotto un piumone. Cinque giorni di febbre, e una strana vertigine che ancora mi sorprende talvolta di nascosto, senza motivazione: che io stia seduto o in piedi, che stia dormendo o leggendo o mangiando, una vertigine che rotea il mondo come il palmo di una mano che faccia girare una foto appoggiata a un tavolo. Fosse solo questo. Le gambe si ribellano alla prolungata stasi, si agitano e mi svegliano di notte. Ieri, alle tre, le gambe si sono ribellate al sonno, mi hanno svegliato a forza di calci e giravolte e si sono fatte portare a spasso. Ci mancava solo il guinzaglio. Camminavo su e giù per il corridoio da circa mezz'ora, quando si è svegliata anche mia madre: «Che fai?» ha chiesto. «Cammino.» Mi ha guardato, sulla porta di camera sua, mentre mi allontanavo verso la cucina per poi tornare verso di lei. Tenevo sempre lo sguardo sulle gambe, pensavo che a un certo punto si sarebbero stancate. «Ma che fai?» ha ripetuto. «Cammino» ho risposto, senza fermarmi. Mi sono allontanato, sono tornato. «Che fai?» ha detto. Stavo per urlarle che camminavo quando lei ha detto: «Aspetta» e si è tolta i tappi per le orecchie. «Allora?» «Cammino.» ho detto. «A quest'ora?» «Porto a spasso le gambe» ho detto dal fondo del corridoio. Lei si è rimessa i tappi. Ha detto:«
[17.45]

mercoledì 16 marzo 2005

[14.36]
Facciamo il punto della situazione.
Dopo quasi tre mesi di dottorato ho cambiato progetto di ricerca tre volte. Praticamente una volta al mese. Ho già una bibliografia sterminata, pur non sapendo ancora esattamente su cosa. Sono indietro di tre articoli: uno - che è da un anno che devo concludere - tratto dalla tesi; uno di cui ho solo il titolo; il terzo di cui non ho neanche l'argomento. Vista questa impasse, ieri ho comprato un libro che pensavo non avrei mai comprato e che forse, invece, avrei dovuto comprare prima, cioè: come si fa una tesi di laurea, di Umberto Eco. Insomma: secondo Eco ho sbagliato tutto. La parte più bella è, comunque, questa: «Uno si porta a casa centinaia di pagine di fotocopie e l'azione manuale che ha esercitato sul libro fotocopiato gli dà l'impressione di possederlo. Il possesso della fotocopia esime dalla lettura. Succede a molti. Una sorta di vertigine dell'accumulo, un neocapitalismo dell'informazione. Difendetevi dalla fotocopia!» pag. 139 - il punto esclamativo è una mia aggiunta. Umberto, arrivi tardi, cazzo, le fotocopie mi hanno già sommerso... Il buon senso mi direbbe di andare a capo, qui, incominciando un nuovo argomento, ma non ho voglia. Quindi vi darò un altro consiglio, strettamente collegato: state attenti alle feste di laurea! Se no, poi, vi ritroverete, la mattina dopo, in giro per la città, febbricitanti, con in testa un medley infernale che mischia Britney Spears a Bruce Springsteen - Ooops... I did it again unito a I'm on fire. Ah, sì, se poi avete anche l'influenza e il malditesta - ma potrebbero essere i postumi da sbronza - e la tosse, vi ritoverete a camminare con le mani sepolte nelle tasche, una contrattura mandibolare, l'istinto alla tempesta, sotto un sole timidissimo, in cerca di schede per schedari che non si fanno più. Nè le schede, nè gli schedari. Per concludere vorrei aggiungere una considerazione sul progressivo peggioramento di questo diario- chiamiamolo così.
Ma anche no.
[15.05]

martedì 15 marzo 2005

[14.11]
Fai conto di salire in treno. Entri nello scompartimento, dove c'è un uomo che legge. E' seduto nel verso contrario all'andamento del treno. Lo saluti. Non appena ti siedi, lui ti mostra il suo libro. Ti dice "Leggi qui". E' un brano di Nietzsche. Aurora. Lo leggi. "Non ti sembra", dice, "che sia un invito alla menzogna?". E ti coinvolge in una discussione sull'uso più o meno legittimo, in politica, dell'ipocrisia. Tu lo incalzi, poi ti stufi. Fai finta di addormentarti. Lui ti scuote una spalla: "Ehi", dice, "Leggi qua!" Ti passa di nuovo il libro, un brano diverso; quando hai finito riprende la discussione. Arrivi. Poco prima che il treno si fermi, ti dice: "Sei un ragazzo intelligente, hai argomentato bene". Ti stringe la mano: "Mi è piaciuto parlare con te. Per caso ti interessi di astronomia?". Dici di no. "Non ti interessi di stelle, movimenti astrali, pianeti?" Rispondi di no. "Ma lo sai che nessuno scienziato è in grado di spiegare le fasi lunari?" Rispondi che non lo sapevi. "Nessuno sa spiegare le fasi lunari, e sai perchè? Perchè è dio, con le sue mani, che ogni notte, sposta la luna" Lo guardi. "Lo so, queste cose non si possono dire: è una conoscenza pericolosa, ma nessuno scienziato sa spiegare le fasi lunari, pensaci". E fa un gesto così: alza le mani all'altezza della testa e le tiene come se afferrasse due arance, ruota i polsi in modo che i palmi si specchino - poi li ruota di nuovo verso di te; contemporaneamente muove le braccia come a simulare un'orbita. "Vedi? E' dio, che muove con le sue mani la terra e la luna. E' una conoscienza pericolosa, stai attento!" Intanto il treno è fermo, e tu scendi, mentre lui dal finestrino gira ancora i polsi e le braccia, sgranando gli occhi.

[Questa storia mi è stata raccontata da Alberto, l'altra sera, in piazza, davanti ad uno spriz comprato dai soliti cinesi]
[14.28]

lunedì 14 marzo 2005

[16.40]
Ho male ai talloni, non riesco a stare seduto: sono le sedie della biblioteca - lisce, scomode, create per culi non umani: squadrati, tentacolari e un poco a conca - o il raffreddore, che ha nicchiato tutto l'inverno per esplodere oggi, in sternuti ogni mezz'ora e fuochi d'artificio di muco. Gli sguardi degli altri attorno. Invasati, sicuri di sè, del loro apprendere, mentre io sento le conoscenze rapprese, i frammenti di nozioni che non coincidono tra loro: un mosaico appena scosso dal terremoto - tessere microscopiche mischiate su un pavimento pieno di crepe. A casa, intanto, mia madre tenta di convincere la donna delle pulizie a non tornare in Romania, dall'ex marito. Dice che è cambiato - insiste lei. Non ci credo - risponde mia madre. Le rumene, racconta di sera a cena - con il suo talento per generalizzare l'ingeneralizzabile - hanno il cuore straziato, sono piene di un dolore che non si rimargina, vivono in una dimensione di perenne tragedia.
[17.05]

venerdì 11 marzo 2005

[17.37]
Sulle panchine del dipartimento si parla già di scogli e di maree. Cammino con la testa rivolta prevalentemente verso terra, occhieggiando furtivo i dintorni. L'agilità linguistica, gli affondi intellettuali, l'utile, il dilettevole, il dulce, lo psichico, l'ultrapsichico, l'emozione, la memoria, la tecnica, la gravitas, la leggerezza, l'ironia, il dolore, l'altro, il qui, l'ora, il realismo viscerale, il verosimile, il verso, la prosa, il virtuosismo, l'erudizione, il pieno, il vuoto, la visionarietà, la proprietà aggettivale, i colori, la densità, gli oggetti, i personaggi, l'intreccio, la fabula, lo psicologismo, il ritrono del rimosso, il racconto, la narrazione, l'affabulazione, la capacità ipnotica, la verità, la trasposizione, l'aderenza della parola alla cosa, la sintassi, la semantica, la morfologia, la punteggiatura, le virgole, i due punti, la formazione delle parole, la metafisica, l'oltre, la società, la chiaroveggenza, il delirio, la verticalità, la forma, la struttura, il ritmo, la vivacità, l'impressionismo, l'astuzia, la descrizione, i dialoghi, la morte, il culto dei morti, l'elencazione ellittica, la mimesi, la diegesi, e via e via e via e via e via e via e via: cosa, cosa differenzia uno scrittore da un grande scrittore?

Entro dal panettiere - si avvicina la primavera e sento, sotto i vestiti, il solito pizzicore che preannuncia il caldo - davanti a me c'è un uomo, pallido, pochi capelli, la barba bianca e uno sguardo che non so dire - indossa uno zaino azzurro, si sostiene con le stampelle. Allora lo osservo meglio, di nascosto: gli manca il polpaccio sinistro, completamente. Mi chiedo cosa significa andare a comprare una sola scarpa, se si può, o se piuttosto quest'uomo conserva tutte le scarpe sinistre in un museo dedicato al suo piede, una libreria di scarpe sinistre, impolverate ma nuove - forse sono indelicato, mi sento indelicato: quando la mole di scarpe, per accumulo, raggiunge la dimensione di una piramide smetto di pensarci.
«Due schiacciate, Loredana» dice alla panettiera. Lei prende un sacchetto: «Come stai?»
«Non me lo chiedere» dice lui «Non me lo chiedere. Non me lo chiedere. Non me lo chiedere non me lo chiedere non me lo chiedere non me lo chiedere. Non me lo chiedere, non me lo chiedere; non me lo chiedere non me lo chiedere non me lo chiedere» la sua voce diventa più flebile, quasi solo fiato «non me lo chiedere! non me lo chiedere non me lo chiedere. non me lo chiedere, non me lo chiedere» «Due zoccoletti» chiedo io, intanto, sottovoce, all'altra panettiera. «non me lo chiedere, non me lo chiedere, non me lo chiedere, non me lo chiedere»
«No no, va bene, non te lo chiedo»
«Ecco i due zoccoletti»
«Grazie, arrivederci»
«Se solo avessi una rivoltella... me daria un colpo e la finiressimo»
[17.59]

giovedì 10 marzo 2005

[14.08]
- Senti.
- Eh.
- Ma ti ho sbavato?
- ... no
- Ti ho sbavato.
- No no.
- Dai, puoi dirmelo: ti ho sbavato.
- Ma no, non mi hai sbavato.
- Be' allora ti ho sputato, sputazzato, slavazzato, sgrondato...
- No, no, non hai fatto niente!
- Allora perché prima hai riso?
- Ma niente.
- Ti ho sbavato.
- ... un po'.
- Visto?
- Ma solo poco!
- Dio che vergogna.
- Ma valà...
- Che vergogna. E dimmi: quanto ti ho sbavato?
- Poco.
- Dai, quanto?
- Ma niente! Un poco.
- Mio dio. E com'era?
- Cosa?
- Com'era? La bava. Era filamentosa, una goccia, un grumo? Era schiumosa, limpida...
- Ma che dici?
- Quanto ti ho sbavato? Era tanto? Era un filo che è caduto dall'angolo della bocca? Oppure una di quelle gocce dense che innaffiano tutto. Dai, descrivi!
- Ma niente! Era una goccia.
- Che vergogna.
- Macchè. Era una goccia minuscola.
- Ti ho sbavato.
- Non mi hai sbavato.
- Ti ho sbavato, sarà stato almeno mezzo litro di bava.
- Ma smettila.
- Che vergogna.
- Ma dài!
- ...
- ...
- Cos'è quello sguardo?
- Cosa? che sguardo?
- Quello. Quello sguardo.
- Non sto facendo nessuno sguardo.
- Stai facendo quello sguardo.
- Che sguardo?
- Non ci provare, sai.
- Cosa? Che sguardo?
- Quello sguardo. Quello che hai quando stai pensando a scrivere.
- ... non è vero.
- Non ci provare, sai.
- Cosa.
- Non ci provare a scriverlo.
- Guarda che non ci avevo neanche pensato a-
- Non è vero. Hai quello sguardo. Non provare a scrivere che ti ho sbavato.
- Ma non lo scrivo, no! vuoi smetterla?
- Se lo scrivi... lo sai cosa succede.
- No, ma non lo scrivo.
- Ti farò cose innominabili se lo scrivi. Promettimi che non lo scrivi.
- Ma non lo scrivo! Certo che certe volte hai delle idee...
- Guarda che se lo scrivi...
- Non lo scrivo. Giuro.
- Giuralo.
- L'ho già giurato
- Guarda che se lo fai...
- Non lo farò.
[14.26]

mercoledì 9 marzo 2005

[9.23]
Il giostraro dalle fattezze di uno scrittore di culto mi dice che sono pronto. Mi sporgo verso di lui, dal secondo piano della giostra: pronto per cosa? Sei pronto! mi dice lo scrittore, facendo partire il meccanismo a ruote dentate, sei pronto! Sì, ma pronto per cosa? Sei pronto... dice allontanandosi nel buio, sei pronto per l'operazione! Mentre il cavalluccio rosso non regge più il mio peso, chiedo: L'operazione? Sì, risponde lui, l'operazione alle adenoidi!

Quando ero alle medie, R*, per convincermi a leggere It, mi disse - tra le altre cose - che Stephen King ti prende per mano e ti porta gentilmente dentro la storia, senza mollarti. Takeshi Kitano, in un'intervista, racconta che vorrebbe fare un film così: girarlo tutto, tagliare a pezzi le scene, rimontarle in ordine casuale, lasciare allo spettatore la visione d'insieme.
[9.38]

martedì 8 marzo 2005

[15.23]
Il sosia di Noel Gallager ha un loden blu, indica qualcosa verso il Pedrocchi. Tra la folla - i laureati e i loro amici - altri loden, altri sosia - grigi in viso, spiccano per il perfetto blu dei loro cappotti, e occhiali da sole a lenti quadrate. Un sole primaverile illumina un azzurro che ricordo di aver visto l'altra settimana in un quadro del Beato Angelico - era il vestito di un santo con la testa tagliata. Abbandono accanto a un cestino il tetrapack di tavernello mezzo pieno. Guardo gli uomini in blu circondare un carro funebre nella zona pedonale. Un laureato sta rileggendo, in rima, non lontano da me, la sua vita sessuale; ha i capelli infarinati, e, sulla farina, chiazze gialle di uovo. Uova anche per terra: ma senza gusci, solo tuorlo che scivola gli spazi tra i sampietrini. AleP, direttamente da Barcellona, racconta che a Milano l'hanno perquisito. Dice: «Ci hanno riuniti in una stanza, hanno aperto le nostre valige. "Cosa abbiamo qui?" ha detto un poliziotto, controllando il bagaglio di un ventinovenne, "un taglio nell'imbottitura..."; come nelle fiabe, ha tirato un filo, e tira e ritira, e scuci e scuci, magia! mezzo chilo di cocaina è apparso in una tasca nascosta...» Il carro funebre viene affiancato da altre macchine, blu anche loro; due vigili si avvicinano a tutti i neo dottori intimando il silenzio, o almeno la moderazione. Tra poco passerà la salma.
[15.49]

lunedì 7 marzo 2005

[16.45]
meglio di un fiume carsico, così riemerge la stronzaggine, senza motivo, se non forse il trauma del rientro o, piuttosto, la frustrazione di non sapere chi o cosa ha vinto sanremo. Il mio vicino - più vecchio di me di qualche anno - si è laureato martedì, mentre io, invece, ambivo a un piatto di moules et frites - «allora? come è andata?» gli chiedo adesso, fuori dal garage; «bene bene, non vedi? non mi vedi più leggero? tolto un peso, adesso posso cazzeggiare» risponde, con un riso che gli invade metà faccia, una vena in mezzo alla fronte sul punto di annodarsi dalla felicità. «Perchè», dico senza accorgermi, «prima che facevi?». (Dal treno, stamattina, in ritardo di tre ore, scendo praticamente al volo, consegno il bagaglio al deposito, corro in università per non perdere un appuntamento fondamentale, penso: prendo un autobus - mai preso un autobus in vita mia - aspetta sì, in prima superiore - salgo, chiedo all'autista: ma questo - intendo l'autobus - ferma a piazza mazzini; certo, risponde l'autisa, e parte mentre mi sciolgo addosso a un palo di supporto; l'autobus procede verso la piazza, si avvicina, a ogni fermata mi dico: potrei scendere qui, no aspetta, aspetta ancora un po', che ho comprato il biglietto; al semaforo, sono sicuro che l'autobus girerà a sinistra, sono tutto contento, invece, gongolando come lui solo sa fare, gongola, rigongola e gira a destra riportandomi come per incantamento al punto di partenza, ai piedi del cavalcavia dell'arcella, sopo un quarto d'ora di viaggio, mentre nel mondo risuona un urlo tonitruante che spezza il ghiaccio per le strade, fino a i poli (aspettatevi inondazioni)) Lui mi guarda interdetto, mi chiedo se ha un tic alla guancia sinistra, vorrei avvicinarmi per studiare meglio la vibrazione dello zigomo; mette i palmi delle mani paralleli, li muove a mimare una S, insieme dondola le spalle e le ginocchia, piega le gambe, sembra un serpente - o celentano quando celentaneggia - risponde - ma vorrebbe picchiarmi, si vede - «anche prima cazzeggiavo, ma di nascosto; adesso sono autorizzato ufficialmente» e striscia via, così.
[17.11]

sabato 26 febbraio 2005

Vado a Parigi, poi torno
Qui, intanto, una vecchia cosa.
Ciao

PISTACCHI
(un racconto)

E poi, da Mortimer, scoprii che fine aveva fatto il gatto - Pipino si chiamava - o almeno così pensai: che lui, Mortimer, se l’era mangiato e ce l’aveva pure offerto: come fosse stato del coniglio. “Volete del coniglio?” ci aveva detto. “Io ne ho troppo e non lo mangio.” Così, come se fosse stato niente. E si era tenuto anche il collare, in un cassetto: in cucina... tra un coltello e l’altro: Pipino, c’era scritto in rosso, e ce n’erano altri, quasi tutti anonimi, o con campanelli e targhette di riconoscimento, e indirizzi. E lo scoprii per caso, mentre lui al telefono cercava mia madre, perché il braccio, eh sì, me l’ero rotto... cadendo da quell’albero. Avesse saputo! che stavo spiando lui: lui: lui... Mortimer!...
Mortimer: un mistero... Sempre in giacca e farfallino; bassoccio; il viso magro; aveva un dente d’argento: un incisivo. Mia sorella mi diceva che era un Diavolo: che aveva una fornace in casa e tutti i mobili di vetro. D’altronde, con una fornace in casa, poteva pure soffiarseli da solo, e costruire quel che voleva, e buttare giù all’inferno chiunque volesse, così, da un momento all’altro: pure te, diceva mia sorella, magari offrendoti prima un coniglio un po’ drogato (o un gatto...) per addormentarti e poi... zac! buttarti tra le fiamme. Mia sorella diceva che lui, Mortimer, faceva sfide, contratti, cose serie: firmati col sangue: scommesse: e se perdevi, be’, gli davi una gamba... un polmone... il cuore... a seconda.
E me l’ero anche sognato, un giorno, che avevo perso un braccio e ritornavo a casa, pensando: “E adesso? Cosa dico a mamma? come lo nascondo?” E non riuscivo a respirare: avevo l’ansia; perché sapevo che mia madre si sarebbe lamentata, sarebbe andata al piano di sopra, da Mortimer, a reclamare e io mi sarei sentito in imbarazzo: insomma: una sfida è una sfida, e se perdi non puoi mica mandare la mamma a riprenderti quel braccio; tanto più che l’avrà buttato già nel fuoco, mi dicevo nel mio sogno. Ma comunque l’angoscia era tale che rimanevo davanti a casa senza il coraggio di suonare il campanello, cercando di tenere un contegno da due braccia: l’equilibrio, il portamento e tutto il resto; e sulle scale si faceva buio e rimaneva solo la porta che si apriva di scatto e usciva Cecchi, il portiere, con la faccia grassa e grande, immensa, e mi rideva addosso chiamandomi merdina: merdina: sei proprio una merdina. Come al solito del resto. In tutti gli incubi era lì, Cecchi, il suoi faccione, e all’inizio non lo riconoscevo, ma poi da sveglio ricordavo e capivo che era lui, proprio lui, che mi inseguiva, truccato da pagliaccio, a volte, o peggio, senza trucco, solo il volto: grande... brufoloso... invadente... viscido... umidiccio... come cera sfatta e sciolta. Ma Cecchi non era cattivo, diceva mamma, solo un po’ stupido e ruffiano, e i lavori li faceva tutti e subito e anche bene, e noi ragazzi non si doveva infastidirlo con le urla, con i giochi, con gli scherzi. Dovevamo dargli retta, anzi, se diceva qualche cosa, starlo ad ascoltare; non rispondergli indietro, ubbidire: comportarci in maniera educata.
Mia sorella non ne era convinta: per lei Cecchi era un infamone, uno che in ogni modo cercava di uccidere Pipino, di farlo scappare, perché odiava gli animali: lo avevamo visto spesso tirare sassi addosso a cani e gatti che gli passavano davanti; oppure, se era di cattivo umore, lo avevamo sorpreso a lanciare in testa ai piccioni manciate di pistacchi; i suoi pistacchi amati, che mai avrebbe sprecato normalmente, quelli che portava sempre appresso a sgranocchiare sul lavoro, i cui gusci lasciava in giro come una traccia da seguire: e mia madre ci provava in ogni modo a dirgli: “Guardi, scusi, ma lei i gusci di pistacchio... non può tenerli in tasca? Insomma...” Lui chinava la testa, diceva: “Sì, certo signora, ha ragione”. Ma poi...

Quando mio nonno morì - era il 1986 - mia madre dovette andare al funerale a Roma e stare qualche giorno dai parenti. E il gatto fu affidato a lui, a lui! Di tutte le persone il più indicato! E non potevamo farci nulla, noi ragazzi, perché eravamo al mare, inconsapevoli di quel che si tramava in casa: di lasciare Pipino al mostro che incombeva nei miei incubi peggiori, quello che mi sghignazzava in faccia ogni volta mi vedesse; quello che offriva a mia sorella i suoi pistacchi, porgendole la mano e dicendo: “Vuoi il pistacchio? Eh? Lo vuoi?... Certo che lo vuoi... Lo so che lo vuoi...”
Quando tornammo a Padova, ovviamente, Pipino era scappato; da una finestra o da un balcone non si sa: certo è che un giorno Cecchi rientrò in casa e disse: “Oibò! Ho perso il gatto. Che sfortuna!”. E avevamo poco da lamentarci e da recriminare, diceva mamma, perché non era certo colpa sua se il nostro gatto era irrequieto, se aveva bisogno di spazi aperti, se era così nomade: era solo colpa nostra s’era scappato, che l’avevamo educato a quel modo, che non avevamo voluto farlo castrare... E se poi fossimo andati a litigare, sapevamo che Cecchi ci avrebbe riso in faccia e ci avrebbe detto: “Be’, potevate darlo a qualcun’altro da tenere, no?”
No?
Certo! L’avremmo fatto subito, se avessimo potuto! L’avremmo dato pure a Mortimer, quel gatto, anche se lui era il Demonio, anche se erano solo due mesi che ci era venuto ad abitare sopra ed era misterioso e tutto il resto; ma almeno Mortimer era gentile: e aveva sì quel dente d’argento, ma ci offriva spesso della carne da mangiare, carne buona, cucinata bene soprattutto, e di un sapore strano: verso sera, ogni tanto, scendeva da mia madre e le diceva: “Guardi, ho fatto questo pollo; questi involtini di coniglio; queste bistecche di cavallo, ma ne ho fatte troppe e non ho il frigo, non posso conservarle: non ne vuole un po’ per lei, per i suoi figli?” E mia madre, che era stanca dal lavoro e non voleva cucinare, subito accettava: “Certo, grazie; grazie signor X!”.
Naturalmente, Mortimer non si chiamava Mortimer davvero. Mi sembra si chiamasse Ernesto o Alberto; ma un Demone che si rispetti non può essere un Ernesto, men che meno Alberto, e c’erano pochi dubbi che non fosse un Demone: insomma, basti il fatto che non avesse il frigo (il frigo!) e che mai e mai lo vedemmo uscire da casa prima delle sei di sera e ritornare dopo le otto di mattina, stanco e affaticato... Di pomeriggio non si poteva far rumore, perché Mortimer dormiva, perché aveva un lavoro notturno... forse a un casello autostradale... o forse - e più probabilmente - custode di un qualche cimitero...
Solo una cosa era certa: si doveva investigare, capire chi o cosa fosse questo uomo - se di uomo si trattava. Davanti al balcone del salotto di Mortimer cresceva una magnolia: alta e verde, dai rami grossi come tronchi e le foglie dure; mia sorella ed io facevamo a gara per salire, arrampicarci, a chi andava più in alto, chi raggiungeva la cima, chi riusciva a vedere i mobili di vetro - che poi, è ovvio, non esistevano per niente, ed erano una balla di mia sorella e lo scoprii per caso, quando caddi da un ramo, perché Cecchi m’aveva sorpreso, e Mortimer venne ad aiutarmi che mi ero ferito e avevo fatto un rumore d’inferno. Quella volta mi fece salire in casa sua, mi guardò il braccio e dichiarò, coll’incisivo scintillante: “Scommetto che si è rotto...”
“No!”, urlai io, “Non scommetto!” Lui mi guardò attentamente e chiese: “Stai bene? Dov’è tua sorella? E tua mamma? Posso telefonarle da qualche parte?” Gli diedi un paio di numeri ai quali poterla rintracciare e lui mi portò in cucina. Mi riempì una tazza di thè a temperatura ambiente, che aveva fatto lui e mi disse: “E’ un poco amaro”. Mi passò velocemente una scatola di zollette e se ne andò a telefonare. Ma non mi aveva dato il cucchiaino: così, mentre ero solo, decisi di osservare in giro: aprii un cassetto qui, uno lì, piano e lentamente, senza alcun rumore, con paura di trovare fegati o cuori ancora pulsanti o gambe appena strappate, o litri di sangue rappreso;
... e aprii il cassetto coi collari...
Penso li tenesse tutti come dei feticci o trofei di caccia, perché ce n’erano tantissimi e vari e c’erano anche un paio di guinzagli. Vidi subito il collare di Pipino, lo presi in mano, lo rigirai, lo guardai bene, senza capire esattamente cosa ci facesse in quello strano posto... poi sentii che Mortimer metteva giù il telefono e che tornava a prendermi...
Chiusi tutto in fretta, sedendomi al mio posto, esibendo indifferenza, mi misi a bere il thè.
A quel punto Mortimer mi disse: “Adesso ti porto al pronto soccorso. Non dovresti salire su quell’albero, lo sai? E’ pericoloso... Non te l’ha mai detto il signor Cecchi?”
Certo che me l’aveva detto, me lo diceva sempre, ogni volta che mi vedeva su quei rami a dondolarmi appeso per le gambe, o quando mi lanciavo da una parte all’altra, aggrappandomi dove potevo, o cadendo rovinosamente a terra; mi vedeva Cecchi e mi diceva: “Via di lì, merdina. Che rompi i rami! Mi rovini l’albero! Scendi subito!”
E se io dicevo qualche cosa a mia madre - che lui mi chiamava merdina, per esempio - lei andava a parlargli e lui... negava, chinava la testa, si mangiava un pistacchio... poi fermava mia sorella di nascosto e le diceva: “Dì a quel tuo fratello lì che si faranno i conti prima o poi... oh, se si faranno!” e rideva e se ne andava...

Si faranno i conti prima o poi...
oh! se si faranno...

Quel giorno poi ero solo. Mia sorella aveva scuola il pomeriggio, mia madre era andata a lavorare. Io presi un mazzo di chiavi e uscii. Era ottobre; Pipino si era perso (era stato divorato) da un paio di mesi o poco più. Non avevo niente da fare e non c’era nessuno in giro. Cominciai a scalare la magnolia, poco per volta, con attenzione: un piede lì, un braccio su quel ramo, attento, quello è fragile, quello è ingombrante, toglilo, riposati un po’, dòndolati, ecco... continua... ora: un poco più su, ancora... Piano... concentrati... Ci sei quasi... Ecco... il balcone: li vedi quasi: i mobili di vetro... vedi già un riflesso... dài... ecco... quasi... ci sei...
Poi sentii un rumore e mi girai di scatto: Cecchi era là sotto ad osservarmi e aveva gli occhi spalancati.
Mi sbilanciai sorpreso e persi l’equilibrio, appoggiai una mano su un ramo che si ruppe e scivolai. Finii a terra sbatacchiando qua e là: caddi sulla spalla, su di un fianco; sentii un rumore strano e poi bruciore un po’ dovunque e non muovevo il braccio. Ero a terra e non riuscivo ad alzarmi: e Cecchi era sopra di me con la sua ombra.
Avvicinò il faccione sudaticcio e sussurrò: “Non te l’avevo detto di stare buono? Di non salire sull’albero? Non te l’avevo detto?”
Mi spinse un poco con la punta di un piede. Si mise a ridacchiare: “Sei proprio una merdina.”
Prese un pistacchio, lo aprì e se lo mangiò.
Lasciò che i gusci mi cadessero in faccia. “Un buono a nulla.” disse senza guardarmi.
Poi cominciò a ridere, e se ne andò ridendo.

giovedì 17 febbraio 2005

Da quando ho scoperto che Bud Spencer si candiderà per Forza Italia alle regionali in Lazio, non mi sento più tanto bene.

martedì 11 gennaio 2005

"Ciao!" mi dice all'ingresso della biblioteca. E' un ragazzo. Giovane, avrà 22 anni: giacca di velluto marrone, docevita nero, jeans. Sorride. Penso, con cattiveria, che sia un leninista. Ha una valigetta, e mi sorride di un sorriso totale. Lo supero per dirigermi verso il parcheggio delle biciclette. Mentre gli passo accanto modulo con la glottide, per spaventarlo, un ringhio subsonico, un suono a metà strada tra il respiro di Dart Fener e la moka del caffè. Ma lui: mi segue. E' il mio primo giorno di dottorato. Non ho la minima idea di cosa debba succedere, non so dove dovrei essere o cosa fare. Dopo l'iscrizione nessuno mi ha più contattato - e io che contavo su missioni segrete, ordini che si autodistruggono in cinque secondi, furti di manoscritti! - non ho neppure un documento che certifichi che sono iscritto a qualcosa, da qualche parte: non una tessera, non una ricevuta, neppure una spilla, nulla, niente, niente di niente di niente di niente. "Ciao!", dice, accanto alla bicicletta parcheggiata. Io, spingendo col palmo, tento di chiudere il lucchetto. "Forse ci vorrebbe un po' d'olio", consiglia. Lo guardo. Mi guarda. Inclina la testa di lato. Sorride. Comincio a sentirmi a disagio. Sono le nove e un quarto, l'università è ancora mezza vuota, pochissime biciclette, nessuna coda alla macchina del caffè. "Se è per i corsi di marxismo", dico, "non mi interessa" "Oh, no" dice lui, agitando una mano "no, no, non sono un leninista". "Bene". Mi alzo, mi avvio verso la biblioteca. Lui mi segue. A due passi da me. Lo guardo. Sorride chiudendo gli occhi. Cammino. Cammina pure lui. Mi giro: sorride. "Ci conosciamo?" chiedo. "Io sono Sergio" "Io Alessandro" "Lo so". Ok, penso, un altro pazzo. Aspetto che dica qualcosa. Non dice nulla. Tiene la valigetta con la mano destra. Ha delle scarpe da ginnastica grige e blu. "Ti serve qualcosa?", chiedo. "No no." "Ah", dico, "Ok allora, ciao". "Ciao". Procedo verso la biblioteca. Sergio continua a seguirmi. Se mi volto, sorride. Alle volte mi saluta con la mano, anche se è a cinquanta centimentri da me. Allora mi siedo su una panchina. Si siede accanto. "Scusa", chiedo, "ma mi stai seguendo?" "Certo!" dice "Non si era capito?" "E perchè?" "E' il mio lavoro, naturalmente." "Il tuo lavoro?" "Non sai proprio nulla?" "Di cosa?" "Sei proprio disinformato eh? Sono il tuo PD", dice: PiDì. Prendo tempo, mi sfrego i palmi delle mani, mi tolgo gli occhiali, mi strofino gli occhi. Non so se voglio sapere. "Il mio PD", dico. "Sì", dice, "il tuo Promotore di Disagio." "Ah." dico "Immagino sia una nuova figura professionale". "Certo!", dice, "introdotta dal DDL Moratti. Ma se ne parlava già da tempo, sai, tanto che ci sono dei corsi di laurea apposta. Non lo sapevi?" Apre la valigetta, tira fuori un foglio intestato dal quale legge: "Art. 223 bis Ogni iscritto ai corsi di dottorato dovrà bla bla bla essere affiancato da una figura di supporto competente nella produzione e proliferazione del disagio pluricontesutale bla bla bla allo scopo di favorire la simulazione e l'inserimento in un ambiente concorrenziale bla bla bla." Mi passa il foglio. Leggo e dico "Ah". Mi appoggio coi gomiti alle ginocchia. Lui, invece, si accomoda allungando le braccia sullo schienale della panchina. "Naturalmente", aggiunge scuotendo la testa, "quella cosa dell'ambiente concorrenziale è tutta una bufala che nasconde l'intento criminale di smantellare il sistema universitario statale a favore di instituzioni private..." Lo guardo stupito: "Be', è più o meno quello che voi di Forza Italia state facendo con tutto, no?" "Noi? Noi di Forza Italia?!" risponde "Ma io non voto mica Forza Italia, io voto Ds!"

(continua...)

venerdì 7 gennaio 2005

100 variazioni su Duccio

Duccio, Ducc, Puccio, Luccio, Uccio, Ducchio, Ducchione, Oiccud, Duccevole, Duccioforo, Ducciofobo, Ducciomorfo, Sdrucciolo, Sdrucciolevole, Sducc, Ducciazzo, Duccinbanco, Ducciofago, Ducciofilo, Ducceràtopo, Duccìneo, Duccilineo, Ducciofrodita, Ducciabbestia, Ducciabile, Duccibile, Ducciobile, Duccente, Ducciaro, Duccéro, Ducciò, Duccista, Ducciaulico, Ducciurgo, Ducciante, Duccianza, Duccite, Ducceronte, Ducciàno, Ducciriflessivo, Ducciodinamico, Dùccialo, Ducciàlo, Ducciando, Du-duccio, Ur-duccio, Straduccio, Ducciamaro, Ducciology, Duccy, Diseducaduccio, Dùcciomon, Digi-duccio, Duccemente, Ducciàvolo, Dùcciolo, Duccino, Duccello, Duccinbocca, Ducciardo, Duccivo, Duccerò, Duccivendolo, Duccìa, Duccio-cavalluccio, Ducciforme, Ducciomunito, Duccita, Ducciàsta, Duccissimo, Duccerrimo, Duccio-world, Duccioland, Ducciocountry, Duccivoro, Duccioso, Duccillo, Duccilloso, Ducceroso, Duccerogeno, Ducciofilia, Ducciosessuale, Duccità, Duccività, Ducciolettato, Duccioletto, Duccellato, Ducciobot, Duccioborg, Ducciovisione, Ducciotariano, Ducciastro, Duccitico, Duccismo, Duccianesimo, Ducciolico, Ducciolitico, Ducciofante, Duccioritario, Duccesco, Duccevolissimevolduccio, Duccento.

domenica 2 gennaio 2005

L'anno nuovo ha portato qualche certezza, una bottiglia di four roses e un concerto di Zarrillo. Poteva andare peggio. Mentre Massimo dormiva nella camera di mia sorella, riadibita per l'occasione a sala pseudocinematografica - e una manciata di ragazze appena conosciute si facevano fotografare al suo fianco, senza che lui desse nessun segno di svegliarsi; e mentre in cucina, attorno al tavolo, un gruppo di aficionados spalmava ladro su pane riscaldato e inforchettava una serie di patate sabbiose - ed erano le tre, il cotechino si stava giusto cucinando, la pentola del purè si incrostava nonostante i ripetuti assaggi e la pipa di Mauro veniva dimenticata dal legittimo proprietario - e mentre, nel frattempo, in salotto, qualche imperterrito continuava a ballare con Rino Gaetano, e le lattine vuote di birra creavano coreografie acrobatiche sulla tovaglia in teflon (antiproiettile, quindi), io vagavo tra l'urlo di Munch gonfiabile e la maschera in cartapesta della renna diabolica, con una caviglia acciaccata, senza sedermi mai per non rischiare l'addormentamento. Non pensavo a niente e cercavo invece di capire chi si stesse divertendo e chi no, immaginando le conversazioni, gli umori, la sonnolenza, il grado alcolico dei più. Mi avvicinavo instintivamente a Giovanna, che aveva due peperoncini pendenti dalle orecchie, per baciarla sotto il vischio attaccato all'architrave con lo scotch, e fermavo lo sguardo più del dovuto alla versione animata dei sette samurai (in giapponese, coi sottotitoli) proiettata per tutta la serata nella stanza in cui Massimo dormiva. Contemporaneamente, cioè qualche ora prima, la cicciona-madre con le due ciccione-figlie - e in assenza del ciccione-figlio - sbavavano e sbraitavano, minacciando l'intervendo dei carabinieri per una scintilla che dal balcone di casa si era proiettata sulla spazzatura, incediandola blandamente. Poi le fontane, disposte in fila sul marciapiede di fronte, hanno fatto da quinta a quattro ragazzi che sul muro - muro marrone - hanno scritto tra le faville, con lo spray rosso: buon anno ribelli e tanti buoni scontri.

(E comunque più del nuovo anno rallegrò la platea la notizia accresciuta e già leggenda di un eroe che aveva aggredito il presidente del consiglio - una lite? un cazzotto? no, tre, quattro, mille! ma è vero che... sì, un pugno in testa, sulla crapa, uno nello stomaco, un occhio nero, quattro sberle, un calcinculo, sette sgambetti, il naso rotto! la ricrescita strappata, le orecchie piegate, pizzicotti! due manrovesci, quattro calci di punta, tre di collo, una ginocchiata, qualche testata, molte sgomitate, un laccio californiano e un volo d'angelo infine...)

Ma Zarrillo, allora?