martedì 27 luglio 2004

- Sì, allora, qualche tua mania.
- Be' per esempio mi lavo i denti spesso.
- No. Sul serio?
- Sì... be' sì.
- Anch'io! Tipo quattro o cinque volte al giorno.
- No! Stai scherzando?
- No no, non sto scherzando. E poi magari ti lavi i denti quando sei concentrata, o preoccupata, per pensare meglio.
- Sì! E' vero!
- E cammini per la casa con lo spazzolino in mano, magari ti metti anche alla finestra.
- Sì! E' così! Ma anche tu...
- Aspetta: e poi quando vai in giro per le case degli altri devi assolutamente assaggiare il loro dentifricio per vedere che gusto ha...
- ...
- ...
- No.
- ...
- ...
- ... non è che io lo faccio. No... l'ho solo sentito... no, è... no scusa, perchè ti sei allontanata?

domenica 25 luglio 2004

UNA QUESTIONE DI LESSICO
(ovvero: e mo' che faccio? cambio nome?)

Dove si scopre che il limite della propria cialtroneria è sempre un po' più in là rispetto a dove lo si sospetti.
(tratto da questi commenti al blog di giuliomozzi)

(...) Brèkane. Chissà dove ha preso quel nome da cattivo di cartone animato giapponese tipo Goldrake.
Posted by Raspberry at 21.07.04 01:41

Ehm, be', il nome... il cattivo di un cartone animato giapponese ancora non me l'aveva detto nessuno... comunque, brekane (o meglio "breccane") è la parola veneta per ortiche. In sè non vuol dire nulla, ma qui "andare a breccane" significa - oltre che "andare così lontano che ci sono solo le ortiche", cioè (con un'altra perfetta locuzione locale) "andare in tanta mona" - anche "divagare, uscire dal discorso".
Posted by brekane at 21.07.04 08:52

Ma le brecane non sono le eriche selvatiche?
Posted by Mro at 21.07.04 18:36

orpo, non lo so, potrebbe essere. preso da un'ansia lessicografica ho fatto una ricerca, e il meglio che ho trovato è questo (viene da un "Vocabolario polesano" di Giovanni Beggio, ed. Neri Pozza, quindi non proprio dialetto di padova)

brékane: luogo paludoso e selvaggio, pieno di sterpi ed erbacce; zona lontana da centri abitati e difficile da raggiungere; da inonde viento, dale brekane?, detto a persona rozza, dai modi incivili; stare in mezo ale brekane, abitare lontano dal paese, in luoghi selvaggi e solitari; andare a brekane, andare a raccogliere sterpi; ma va là, va a brekane!, vai al diavolo!, va fuori dai piedi!. Anche grebane.
Posted by brecane at 22.07.04 11:20

io invece su 'Parole venete' di Manlio Cortelazzo (ed. Neri Pozza) ho trovato che: 'Brècane o brècani (si sentono entrambi i generi) sono le "eriche arboree", che crescono in luoghi incolti e selvaggi, tanto da suggerire ripetuti riferimenti a persone ritenute rozze e a luoghi remoti e selvatici. Il vocabolo arriva fino al Polesine, dove significa "sterpi (specie quelli dei greppi)"'. Ho trovato anche che: 'La festa delle brècane ha luogo invece a Torreglia la prima domenica d'ottobre. Molta gente da Padova e paesi fa centro a Torreglia per poi scalare i colli e tornarsene con fasci di erica'.
Posted by Mro at 23.07.04 16:57

mercoledì 21 luglio 2004

Poi, sulla strada del ritorno, dalla stazione a casa, lungo la pista ciclabile dove una sera una donna corpulenta su una graziella rosa - non so se hai presente quei circhi in cui fanno girare l'orso con un fez in testa su una bicicletta dalle ruote microscopiche: stesso effetto - mi urlò di tutto perché camminavo nella sua corsia e io non potei fare a meno di risponderle di stare attenta, perché se continuava ad arrabbiarsi così, presto avrebbe avuto un infarto (frase di cui, dopo una breve esaltazione, mi sono pentito immediatamente, tanto da rallentare il passo per non doverla di nuovo incrociare al semaforo rosso dal quale mi sbirciava di sottecchi, forse digrignando i denti), pensavo a quando idiota e deficiente io fossi, e di come avremmo dovuto cercare un modo di non-salutarci che fosse più stupido, meno traumatico, magari inscenando una piccola vicenda comica nella quale tu scendi dal treno per verificare che non deragli - perchè prima hai sentito uno strano rumore - io ti dico che intanto gli impedisco di partire, ma, invece di stare sulla porta, appoggio l'orecchio al pavimento del corridoio per controllare se il rumore c'è ancora, intanto il treno parte, tu fai una faccia strana dal binario, come per dire "ma come?" e io me la prendo con gli altri passeggeri che non mi hanno avvertito della partenza, cammino e dico frasi sul genere di "qui la gente si fa solo i cazzi propri!" oppure "nordest del cazzo...", gesticolo, sparpaglio i bagagli di tutti, poi a padova scendo e, camminando verso casa sulla pista ciclabile, invece di pensare, come al solito, di essere un perfetto mona, me la rido. Una cosa così.



(Sì, da domani la smetto con le frasi così lunghe)

sabato 17 luglio 2004

Allora, le anime morte?, mi dice il professore seduto dall'altra parte del tavolo. Con l'indice e il pollice si arriccia il sopracciglio destro: Parliamo delle anime morte, dice. Il romanzo? Il romanzo di Gogol? Valà - fa lui, sporgendosi - le anime morte, parliamo delle anime che muoiono: hai presente l'anima? hai presente la morte? L'anima - dico - quello che diciamo l'anima non è che una fitta di rimorso. Le citazioni non ti salveranno, risponde lui, sorridendo, e si alza. Mi dà le spalle, le mani dietro la schiena. Guarda fuori da una finestra buia che prima non avevo notato. Non credo all'anima, dico, non credo che esista un'anima separata dal corpo, non credo, quindi, alle anime morte. Allora affermi che l'anima è immortale, ribadisce. Non mi sembra di aver detto questo. Allora, dice dopo essersi girato, forse dopo morti ci si trasforma in foglie! Non lo so - dico - forse. Mi sudano le mani, dico. C'è un postino da queste parti? chiedo, Ho bisogno di un postino. Non c'è nessun postino - dice, appoggiandsi al tavolo - guardati: sei una mosca. Mi mostra uno specchio nel quale si riflette il mio viso da mosca con tanto di proboscide a forma di tromba e occhi da mosca. Poi dalla tasca afferra una bomboletta e me la spruzza - Non ti preoccupare, è solo deodorante!, dice - ma io comincio a tossire per l'odore dolciastro, il rumore dello spray mi infastidisce, tossisco e tossisco fino a che...


... un po' di luce trapassa le tapparelle, mi prude la gola, tossisco ancora un po'. C'è un odore orrendo in camera e dal balcone si sente il fruscio di uno spray. L'insetticida quasi riesco a vederlo che da fuori entra in cucina, si assottiglia sotto lo stipite della porta, si intrufola tra i cardini, mi punta, vaporoso, mi circonda. Mi alzo, controllo l'orologio. In balcone c'è mia madre, due bombolette di insetticida, una per mano, come in un film di John Woo. E' chinata su una pianta. Indossa una vestaglia rossa. Spruzza le due bombolette contro il basilico, prima una, poi l'altra, infine assieme. Cosa fai? chiedo. Lei si gira: uccido un verme. Mamma, sono le sei e mezza. Sì, ma c'era un verme sul basilico, un verme verde. Ho capito, ma non... Guarda il basilico, com'è ridotto, tutto mangiato. Sì, ma... Non lo vedevo perché era verde come le foglie, ma adesso... Mamma, tutto l'insetticida passa in camera mia. Oh, scusa... adesso ho finito, guarda che roba. Mi mostra le foglie del basilico, tutte un po' mosce e come sgonfie.

Quel verme sa di basilico, dice.
Cos'è, l'hai assaggiato?
No, ma mangiava solo basilico, di cos'altro vuoi che sappia?

martedì 13 luglio 2004

Ma tu, a un trentaduenne rasato a zero, alto una spanna più di te, col pizzo; che indossa una camicia azzurra, senza maniche, sfrangiata, aperta sul petto fino al terzo bottone; a un tipo così, che insegna greco in un liceo calabrese e parla con un forte accento marchigiano; uno che ti ha appena detto che sei strano perché giri svagato per il prato dove si festeggia il matrimonio (ma non uno svagato-triste, uno svagato-sereno, senza pensieri); a questo tipo che ti guarda da una sedia di plastica bianca, nella penombra della pista, e che prima di chiederti di che segno sei, mentre tu sei perso nel solito tentativo di dimostrare a te stesso che tutto ciò che pensi sia sbagliato o al più la solita fantasia senza fondamenta, ti domanda se sei felice, tu, a una domanda così - sei felice, alessandro?- tu, che cosa balbetti?

domenica 11 luglio 2004

La settimana è stata questa (scusate il disordine): una cravatta rossa, mezz'ora in piscina, una camicia uscita direttamente da un video dei darkness, una questione di trisillabi, roma no, l'ansia del curriculum, non esistono pullman per berlino, un treno che brucia, questo è il famoso maldura, il bar più afoso di padova (con transessuale annesso), la granita infinita, l'autoscatto che aspetto, il mare dal treno, un caffè freddo senza un euro, i documentari di pasolini, il prosciutto grosso, un braccialetto marrone, un corpetto rosso color insolazione, una prigione sottoterra, via della bora, il parco più caldo del mondo, il messaggio che aspettavo, una lastra del cervello, la cuffia della laureata, il bicchiere vuoto, una settimana più giovane, i primi problemi in classe, magari ho sbagliato giorno, un cartone che stava per arrivare, una battuta infelice, le carambar, voglio solo scaccolarmi, una non-rissa da matrimonio, un'agitazione tremenda, le rime chiare di cui non parlerò, una perfetta giornata ventosa di cui tacerò tutto, il concerto metallaro dei belle&sebastien, una grigliata al ginko biloba, una trappola mancata, un assessore spiritoso, un sì urlato, due scemi che guardano in giù, il bouquet tra maschi, le foto a sorpresa, la piscina che non c'era, i lecca lecca da incartare, un equilibrista che cade, un racconto zen sulla sazietà, una danza sicula, una domatrice di fiamme incinta, un ballo bretone coi mignoli, una bomboniera al burro, una dedica imbarazzante, il faro che si spegne, il battistero attraverso 50 cartoline, una birra costosa, lanterne magiche e parolacce in italiano.

lunedì 5 luglio 2004

I sintomi (di cosa?) sono questi:
maledizioni agli dèi déi satelliti,
formulazione di presagi senza
senso che non si avverano mai. Eh.

giovedì 1 luglio 2004

Il demente che è in me sta prendendo il sopravvento. Si risveglia nei momenti più importuni, mi fa dire frasi idiote passandole per necessarie, scardina il vacillante senso di sicurezza che da poco mi ero costruito. Ondeggio, rimugino, ripenso; mi intontisco sui particolari - sempre gli stessi - mi ripeto parola per parola brandelli di conversazioni nel tentativo di parare, nel futuro prossimo, l'idiozia dilagante. Ma l'idiozia... be': dilaga.

La psicosi inizia alle sei e mezza del mattino, quando, svegliandomi di colpo, mi chiedo se ho lasciato fuori la bici di mia madre. E se non l'ho fatto - se cioè ho messo la bici in garage - com'è che non lo ricordo, mentre ricordo perfettamente il prima e il dopo, senza buchi temporali? Mi rigiro e giro tra le lenzuola arancioni. Non posso essere così mona da aver lasciato fuori una bici senza lucchetto. Ma forse sono così mona da pensare di non essere così mona da aver lasciato fuori la bici. Ma non posso essere così mona da pensare di essere così mona da pensare di non essere così mona da aver lasciato fuori la bici. Un po' di fiducia, perdìo! Ma se non posso essere così mona da pensare di essere così mona da pensare di non essere così mona, forse sono così mona da pensare di essere così mona da credere di essere così mona da sottovalutare la monaggine di essere convinti di non poter essere così mona - e quindi un mona al cubo, un ipermona, un oltremona (ubermona) - da aver lasciato fuori la bicicletta di mia madre, appoggiata a un muro alle sei e mezzo del mattino mentre io giro e rigiro le lenzuola rigirandomi, disquisendo di monate. Indosso la tuta, maglietta, ciabatte di sughero. Ascolto i movimenti di mia madre. Aspetto che se ne torni in camera sua. Poi, felino, scendo in strada. La bici non c'è. Soddisfatto, torno a letto.

Ma se la bici non è appoggiata al muro, vuol dire forse che l'ho messa in garage o invece che l'ho dimenticata fuori e qualcuno se l'è presa - cosa non inverosimile, visto il mio recente quoziente di furti di bicicletta? E perchè sono così mona da scendere alle sei e mezzo del mattino in preda a un'ansia psicotica, senza controllare in garage, girando per la via in ciabatte e tuta come un pensionato, magari senza occhiali, se effettivamente la bici è lì? Ma soprattutto: se il mio desiderio è, o dovrebbe essere, quello di dormire, com'è che invece sono ancora qui a discutere della monaggine dei miei gesti in un tripudio di monità girando e rigirandomi nel letto tra le lenzuola arancioni?