mercoledì 21 luglio 2004

Poi, sulla strada del ritorno, dalla stazione a casa, lungo la pista ciclabile dove una sera una donna corpulenta su una graziella rosa - non so se hai presente quei circhi in cui fanno girare l'orso con un fez in testa su una bicicletta dalle ruote microscopiche: stesso effetto - mi urlò di tutto perché camminavo nella sua corsia e io non potei fare a meno di risponderle di stare attenta, perché se continuava ad arrabbiarsi così, presto avrebbe avuto un infarto (frase di cui, dopo una breve esaltazione, mi sono pentito immediatamente, tanto da rallentare il passo per non doverla di nuovo incrociare al semaforo rosso dal quale mi sbirciava di sottecchi, forse digrignando i denti), pensavo a quando idiota e deficiente io fossi, e di come avremmo dovuto cercare un modo di non-salutarci che fosse più stupido, meno traumatico, magari inscenando una piccola vicenda comica nella quale tu scendi dal treno per verificare che non deragli - perchè prima hai sentito uno strano rumore - io ti dico che intanto gli impedisco di partire, ma, invece di stare sulla porta, appoggio l'orecchio al pavimento del corridoio per controllare se il rumore c'è ancora, intanto il treno parte, tu fai una faccia strana dal binario, come per dire "ma come?" e io me la prendo con gli altri passeggeri che non mi hanno avvertito della partenza, cammino e dico frasi sul genere di "qui la gente si fa solo i cazzi propri!" oppure "nordest del cazzo...", gesticolo, sparpaglio i bagagli di tutti, poi a padova scendo e, camminando verso casa sulla pista ciclabile, invece di pensare, come al solito, di essere un perfetto mona, me la rido. Una cosa così.



(Sì, da domani la smetto con le frasi così lunghe)