sabato 29 novembre 2003

Ho la volontà di un echinoderma.

Un'oloturia, per la precisione.

venerdì 28 novembre 2003

Per quanto io sia sicuro che il kebab di ieri sera alle 11.00 abbia influito sulla qualità dei miei sogni, l’incubo che mi ha svegliato alle cinque di mattina e che prevedeva la morte per template, mi appare oggi come un chiaro messaggio dell’inconscio - più che un messaggio una minaccia, e cioè: smettila, smettila di fottermi.

Ieri mattina non era brutto tempo, ma poi, nel primo pomeriggio, le nuvole hanno coperto tutto. Scorrevano, grigie, verso le Piazze senza che si potesse vedere uno squarcio, senza che apparisse in lontananza un confine che le delimitasse. Nuvole basse e continue che minacciavano burrasca.

Impietosita dal mio post precedente, M. è venuta a cucinare per me a pranzo. Ha comprato le scaloppine. Ho sempre i riflessi lenti: sul momento non ho detto nulla, ma erano delle scaloppine fantascientifiche! meravigliose! sublimi! da sciogliere le ossa e l’apparato digerente! Mai mangiate scaloppine così buone!

Dopo pranzo, in balcone, M. mi dice di aver incontrato Marco.
Rispondo: Lo sai? Marco ha conosciuto mia madre.
Ah, sì?
Sì. Era tutto contento.
Ci credo, Lapaola è una figona.
Sabato - le racconto - ci siamo trovati al Bar degli Osei. C’era anche AleP. Marco ha detto ad AleP che ha conosciuto Lapaola. Poi gli ha sussurrato, lì davanti a me, qualcosa nell’orecchio.
Che cosa?
Non me lo voleva dire. Allora l’ho chiesto ad Alep.
E?
Praticamente gli ha detto che è vero che tu e Lapaola siete identiche.

[Comunque non pensavo che Padova potesse, nel giro di due giorni, diventare una città ancora più allucinante di quanto non lo sia normalmente]

M. si mette a ridere: Se fossi in te mi preoccuperei!
Lo faccio già, le dico
Gli hai detto che il culo delLapaola è 10 volte più sodo del mio?
No, rispondo, perché poi magari pensano che ti tocco il culo ogni momento.
O peggio, dice lei, che tu tocchi il culo a tua madre.
O peggio ancora, aggiungo, che tu e mia madre vi smanacciate il culo a vicenda.

In manifestazione non saremo più di 1500 persone. Sono le sei: piove ed è buio.
Partiamo da Piazza delle Erbe, curviamo verso piazza dei Signori e dopo cinquanta metri troviamo lo sbarramento di polizia. Nessuno se l’aspettava. La zona rossa è lontanissima. Siamo imbottigliati. Cerco di capire cosa succede. Nessuno capisce niente. Mi avvicino per guardare meglio. Trovo un riparo sotti i portici, vicino a L. Cominciano gli insulti. A mani alzate, si spinge un po’ contro lo sbarramento. C’è la prima carica della polizia. Si sta fermi. Dagli altoparlanti si sentono le proteste degli organizzatori. Qualcuno, davanti, si è fatto male. Comincio ad avere paura, ma sto fermo, sto dove sono: gli altri stanno dove sono. Piove. Partono dei fumogeni. La testa del corteo preme ancora contro la barricata. Molti indossano caschi. Ma niente. Non ci si muove. I flash delle macchine fotografiche fanno brillare la pioggia a mezz’aria. A un certo punto corre voce che debba passare un’ambulanza. In mezzo al corteo? In mezzo al corteo. Si sentono le sirene, appare l’ambulanza da dietro la curva. Il corteo si apre e si schiaccia sulle vetrine, rischiando di sfasciarle. Sulla scia dell’ambulanza c’è un tipo che corre. Rasato a zero, con jeans e giacca scura. Dietro di lui un altro tipo, più alto, capelli biondissimi, col pungo destro caricato, lo afferra per il bavero con l'altra mano, se lo trascina a sè e lo colpisce dritto in testa. L’ambulanza si blocca. Intanto quello coi capelli biondi schianta il rasato contro il cofano di una macchina parcheggiata e picchia di brutto. Arrivano altri ad aiutarlo, mentre, attorno, in molti urlano: “No!”.
La rissa finisce prima che chiunque possa capire cosa è successo.

(Se anche io decidessi all’improvviso che la mia psiche ha bisogno di più rispetto e quindi cominciassi a trattarla con la cura che merita, l’influenza esterna, nella fattispecie il vicino di appartamento che alle otto e quarantacinque, dopo che mi sono appena riaddormentato, accende la televisione a tutto volume e si guarda Verissimo, con Cristina Parodi vestita da Nonna Papera, incrinerebbe comunque l’instabile equilibrio ottenuto nottetempo attraverso la vendita dell’anima (euro 530* all’ultima quotazione).
Quindi, tanto vale.)

L’ambulanza passa. Tutto ritorna normale. La polizia decide di indietreggiare e nel giro di un secondo i celerini sono del tutto scomparsi. Il corteo può procedere. Diluvia fino a quando non decido di abbandonare la manifestazione.

"Temi la morte per template"

(*link recuperato attraverso Strel')

martedì 25 novembre 2003

Ti scrivo dalla biblioteca in cui mi sono trasferito.
Qui è pieno di cadaveri e di voci di cadaveri.

TS mi osserva da cinque minuti, senza che io me ne renda conto. Vede che sto fissando il monitor senza toccare i tasti, ipnotizzato. Mi scuote una spalla e dice, accademico, “Pensa che non sarà finita. Ci saranno altri tre anni così!” Io sorrido a stento. Lo guardo come se fosse un pazzo. Lui ride e, mentre ride, pop! gli salta via un occhio sulla mia tastiera. “Altri tre anni!” ripete, senza accorgersi di niente. Mi batte con la mano aperta sulla scapola. Sorridendo pacatamente, faccio il gesto di buttarmi fuori dalla finestra. “Ah!”, fa lui, “Ah! Deja-vu!” “Eh?” TS alza l’indice della mando destra e dice: “L’hai già fatta, questa scenetta! Deja-vu! Deja-vu!” Se ne va. Il suo occhio, intanto, si è squagliato sui miei tasti.

Lo sai. Da quando è nato mio nipote, mia madre sta sempre da mia sorella- io, ogni sera, devo preparare da mangiare a mio padre che torna dal lavoro. Oggi mi ha detto che giovedì non è a casa, sarà a cena fuori. Mi arrangerò, gli ho risposto. Lui ha continuato a guardare l’insalata, mangiandola a piccole forchettate, come fa di solito. Mi ha chiesto se non ho un’amica che cucini per me. E io ho risposto di no. Lui allora mi ha chiesto se sono tutte laureate. No, gli ho detto: è che hanno altre persone a cui cucinare. Lui, allora, ha pulito il piatto con un pezzo di pane. L’ha masticato bene. Ha preso un sorso di vino. Nel silenzio, con una voce solo indizialmente preoccupata, ha detto: potresti trovarti delle nuove amiche che cucinino per te.

lunedì 24 novembre 2003

Verrà la morte e avrà gli occhi di un muratore marchigiano con un trapano calibro .44 nella fondina ascellare e pantaloni di velluto beige a zampa di elefante.

Il punto di psicosi arriva, come al solito, a tradimento da dietro, nel momento in cui, alla tua destra, una ragazza che non ti sta ascoltando dice, seria e scocciata, madonnamia. In quel momento ti sembra che tutti ti guardino con occhio allibito; la tua coscienza fa un passo indietro, si mette ad ascoltare il tuo racconto e si imbarazza per te, contro di te. E mentre un secondo prima ti sentivi divertito ed esaltato, adesso sei incerto se continuare a parlare o zittirti di scatto. (Intanto ti si afflosciano le spalle, ti cadono i capelli, ti si ammolliscono le unghie delle mani.)

- Cosa dobbiamo fare?
- Prendi il tagliapizza
- Questa rotella qui?
- Sì, adesso incidigli la fronte, così. Segui la circonferenza. Ok. Premi un po’ di più.
- E’ duro.
- Spingi un po’ più forte. Bene. Adesso apri. Ok. Hai comprato la formalina in tabaccheria?
- Sì
- Bene. Allora, solleva il cervello, mettilo con la formalina in quel recipiente di vetro.
- Quale?
- Quello lì, sull’ultimo scaffale. Aspetta, cosa c’è scritto?
- Ab… Ab… qualcosa
- Ab che cosa?
- Ab – normal.
- Ok, è il recipiente giusto.

venerdì 21 novembre 2003

Il semaforo.
Accanto al semaforo - alla sinistra del semaforo - ci sono io. E il semaforo è rosso. Piove. Ho un ombrello. Accanto a me, alla mia sinistra, c’è una signora. Più bassa di me.
Visti da dietro, siamo perfettamente in scala. Il semaforo, io, la signora. Anche la signora ha un ombrello. Infatti, piove. Mi sembra di averlo già detto.

Suona il telefono. Rispondo. Dico:
- Pronto?
Risponde una donna:
- Pronto? Chi parla?
- No, mi scusi, chi parla?
- Ho risposto io al telefono.
- No, ho risposto io al telefono.
Silenzio (tre secondi)
- Ho risposto io al telefono. Chi parla?
- Anche io ho risposto al telefono. Ma chi è lei?
- No, chi è lei?
- Facciamo così. Lei adesso mette giù e così anch'io.
- Ma come faccio a sapere che poi lei mette giù veramente?
Silenzio (cinque secondi)
- Scusi?
- Io metto giù. Invece lei no e mi occupa il telefono.
- Perché dovrei fare una cosa del genere?
- E chi lo sa? Lei è un acher?
- Un che?
- Un acher, quelli che ti entrano nel computer. Poi si vanno a vedere i siti pedofili.
- Mi scusi, ma cosa sta dicendo?
- Lei è un acher?
- No.
- E io come faccio a saperlo?
Silenzio (dieci secondi)
- Facciamo che metto giù prima io.
- Lo sapevo che avrebbe detto così. Lei sta tentando di fregarmi.
- Non capisco.
- Lei ha portato avanti la conversazione in modo da farmi credere che è meglio per tutti e due se lei mette giù per primo, per poi fregarmi.
- Io non ho fatto niente. Ha fatto tutto lei.
- Non racconti storie, conosco i vostri trucchetti da acher.
Sbatto giù la cornetta.

La signora alla mia sinistra ha un cappotto rosso rosso. E i capelli corti, biondi, ricci. Dopo essersi affiancata a me, guarda dall’altro lato della strada. Passati un paio di secondi mi chiede se sto aspettando l’autobus. Ci metto un po’ a capire la domanda, ma le rispondo di no. Lei mi guarda strano. Dice: - Mi hanno detto che l’autobus passa ogni mezz’ora. – E io: - Ah. Interessante.
- Ma tu stai aspettando l’autobus?
- No. Vede? – le dico – Questo è un semaforo
- Io devo prendere l’autobus per Abano
- Ah, bene.
- L'autobus passa ogni mezz’ora.
- Probabile. Ma vede lì, quel cartello? Quella è una fermata dell’autobus.
Lei non muove minimamente la testa. Mi fissa.
Le dico: - Questo – indico il semaforo – è un semaforo.
- Mi hanno detto che passa ogni mezz’ora.

Riprendo la cornetta. Dico:
- Pronto?
- Vede? Vede che ho fatto bene ad aspettare? Voi acher siete così prevedibili.

It’s been a bad day, please don’t take my picture

E a me, i R.E.M., non è che piacciano un gran che…

martedì 18 novembre 2003

Quando ho detto a P. che mia sorella era incinta - sarà stato giugno, forse luglio - lui mi ha guardato come se fossi un deficiente, con le palpebre mezzo abbassate e un angolo della bocca (il sinistro) tirato indietro. Embé, mi ha detto, E allora? E’ di moda, mi ha detto. Non lo vedi che lo fanno tutti?

Nell’appartamento di sopra hanno iniziato i lavori di restauro, io c’ho già le balle girate.

Da due settimane sento l’esigenza di comprare delle schede. Schede di cartone 10X15, dove prendere appunti. La cartoleria in cui entro espone in vetrina un enorme tricolore afflosciato. Sul tricolore, un nastro nero di stoffa appoggiato a caso. Mi infilo tra i quaderni, e, mentre cerco (inutilmente) le schede che piacciono a me, mi scopro a canticchiare You make me feel like a natural woman.
Il che mi rende piuttosto perplesso, perché non mi sento proprio natural woman.

Soprattutto natural, a dirla tutta.

Sarà che ci sto più attento, ma, mentre canticchio, mi accorgo di essere circondato da carrozzine. Marmocchi dappertutto. Ovunque marmocchi. Tra i quaderni, abbandonati sulla cassa. Appesi al soffitto. Marmocchi che volteggiano sui lampadari. Allora esco dalla cartoleria e ci sono marmocchi anche lì. Milioni di marmocchi portati a passeggio da milioni di genitori sorridenti. Non so.

Io a vedere tutti questi nani da passeggio - lo so che non dovrei dirlo - ma la prima cosa che penso è: chissà che stronzi che diventeranno questi qui da grandi.
Più ne vedo, più mi sento minacciato.

Allora. Perché io esca da questo stato di odio in cui mi trovo, immagino dovrà accadere uno o più di questi avvenimenti:

1) finisco la tesi;
2) mi trovo una morosa;
3) D’Alema la smette di dirsi di sinistra. Perchè non lo è. Non è di sinistra. (La cosa - se qualcuno aveva dei dubbi - si è resa evidente lunedì sera a Otto e mezzo.)

Visto che la probabilita che uno qualsiasi di questi fatti accada è molto vicina allo zero, io consiglio a tutti di starmi a distanza di sicurezza, perché recentemente ho scoperto di provare soddisfazione solo morsicando la gente.

domenica 16 novembre 2003

Di domenica, il centro di padova è pieno di facce da culo che passeggiano. Compreso il sottoscritto. In cerca di una farmacia aperta, digrigno i denti, strizzo gli occhi, trattengo l’impulso di colpire i passanti con l’ombrello. E’ uno sforzo sovrumano. Trattenere l’impulso. Di colpire i passanti.

Ciaaaaaooooooooo. Da un gruppo di filippini davanti a me, tutti alti uguali (1.60), mi si avvicina un ragazzo – avrà sedici anni – capelli corti, baffi e un accenno di barba. Gli altri si zittiscono di colpo. E’ Mirk. Al tempo in cui vivevo una vita che non era simile in tutto e per tutto a quella di uno stilita, lo aiutavo nel doposcuola. Mirk, al doposcuola, non capiva un cazzo. Adesso parla un italiano quasi perfetto. Ehi Mirk. Ehi. Come va? Bene? – Siamo di fronte a un’internet point, gli chiedo se è qui a giocare, lui alza le mani e scrive su una tastiera immaginaria; con un sorriso enorme dice: no: chat!

Sei migliorato con l’italiano…
Ostia! so anche il dialetto!

Cambiando discorso: se continuo così, nel giro di pochi giorni, saprò a memoria tutte e trentaduemila le combinazioni di FreeCell. Me ne mancano giusto 10000 o giù di lì. Sono sempre più convinto che qualcuno crei questi giochi apposta per me, ben sapendo quanto la mia compulsività ne venga attratta.

“Dove cazzo è il nove di picche?” Ogni volta che mi faccio una domanda del genere, spero che il computer mi risponda: hai provato a cercarti nel culo?

Hal 9000 lo farebbe. Sicuro.



Comunque.

Davanti alla vetrina della farmacia di turno, incontro Bill Gates insieme col fantasma di mia nonna. E' una coincidenza, perché Bill Gates e il fantasma di mia nonna non si conoscono neppure di vista. Il fantasma di mia nonna, infatti, appena mi vede, si allontana. Bill invece mi stringe la mano: Stavo guardando le barrette energetiche, dice.

Senti Bill, dico, avrei una proposta per migliorare FreeCell.
So già tutto, dice, Piuttosto: sai consigliarmi un integratore?
Sarebbe un’innovazione geniale. Pensa: Free Cell che insulta i giocatori.
Ci avevamo già pensato per aumentare la produttività, dice tornando alla vetrina, ma i programmatori disattivavano il sonoro oppure ci godevano.

Poi mi guarda le orecchie - Bill non guarda mai le persone negli occhi - sta in silenzio qualche secondo, e, serio, dice: Ma tu lo sapevi che alcune di queste pillole per dimagrire contengono anfetamine?

mercoledì 12 novembre 2003

A questo punto ho il sospetto di avere, nella calotta cranica, al posto del cervello, una specie di stomaco: una sacca vuota di colore rosa/violacea, poco elastica, che amalgama, scioglie, non assimila le informazioni, anzi, le espelle non so dove.

Alla laurea di D, oggi, i suoi amici gli hanno fatto indossare guanti e calzini pieni di nutella mista a larve bianchiccie, ancora in vita. Dopo averlo cosparso ovunque di miele, farina, uova e nastro adesivo, mentre leggeva il papiro, gli lanciavano le larve rimaste a mo’ di coriandoli.

Diciamo. Non è. Diciamo. Un periodo. Diciamo. Meraviglioso.
Non è.
Diciamo.
Non.

No. Proprio.

Ha gli occhi crudeli, come fosse cinese, ma a volte penso a lei e non riesco a smettere.
L'uomo di gennaio, David Mithcell

domenica 9 novembre 2003

Le patate al forno che ti sei preparato in un momento di disperazione - il tuo frigo conteneva, a parte le patate, tre spicchi d’aglio, una confezione di ketchup, un vasetto di pesto scaduto dal 1862, una maschera di bellezza congelata - ti hanno ustionato il palato. Non potevi aspettare che si raffreddassero, no. Dovevi per forza mangiarle quando ancora la loro temperatura rasentava i 451 gradi. Adesso, nel chiudere la bocca, gli incisivi inferiori sfiorano la gengiva superiore provocandoti scosse e punture. Per riuscire a dormire devi studiare complesse posture della lingua in modo da creare un cuscinetto che attutisca il dolore. Poi ti svegli e parli tutto fuffoso. “Come stai stamattina Ale?” “Fefe”

(Domani hai un incontro col guru. Voglio vederti a difendere un capitolo indifendibile, scritto in velocità e consegnato non finito perché ti stava prendendo l’ansia – ansia che non solo ti sorprende quando meno te l’aspetti, ma ti sorprende anche quando te l’aspetti: sai che l’ansia arriverà nel giro qualche secondo; lei, matematica e calcolatrice, in effetti arriva, e quando arriva, e tu ti aspettavi che arrivasse, comunque ti sorprende – voglio vederti domani a parlare al guru del tuo capitolo, a difenderti dalle sue correzioni quando tutte le tue consonanti sono tutte sostituite dalla F, tranne la F che è diventata V. Voglio proprio vederti.)

Nonostante le tue proteste, G ti racconta l’ultimo sogno che ha fatto.
Esordisce così: “Mi stavo masturbando furiosamente…”
Dice furiosamente scandendo le sillabe una a una: fu ri o sa men te. “Ero in camera mia, ma non c’era la solita porta. La porta di camera mia, nel sogno, era come la porta di un saloon, hai presente?” “Fì” “Quando finivo di masturbarmi, tre, sette, cinquanta volte, alzavo la testa e vedevo che la porta oscillava sui cardini, si apriva e si chiudeva. Oltre la porta c’era un salotto enorme. Nel salotto: un tavolo, e dietro il tavolo mia nonna che preparava per la cena. Mi guardava.” “FiFFFia!” “Già, e poi guardavo in giro e c'erano altre porte così, nella stanza, e attraverso di loro vedevo che la casa era piena di gente. E tutti a guardare me. Ma come si chiama quel tipo di porta?” “Foh; foffa a faffeffe?” “Sì, probabilmente si chiama proprio così.”

giovedì 6 novembre 2003

Esperienza mistica n. 452

Con uno scatto senza suono, il lucchetto della bicicletta si apre. Lo richiudo attorno alla sella. Una goccia mi colpisce la guancia. Guardo in alto, seguo la prospettiva del muro a cui la bici è appoggiata. C’è il sole. Dal cornicione del palazzo spunta la coda di un colombo. Se strizzo gli occhi sono sicuro di vedere il suo buco del culo ancora spalancato. Abbasso lo sguardo sulla sella, la sella ha una minuscola chiazza bianca. Giro la testa a sinistra, verso il braccio, e sulla manica della giacca (marrone scuro) s’è spalmata una chiazza marrone chiaro. In tutto questo le mie mani sono rimaste fisse sul lucchetto. Dal cornicione la coda del colombo è sparita, evidentemente si è sporto solo dopo aver preso bene la mira. Ipotesi di sterminio. Minimiccette dal potenziale esplosivo di una carica magnum di C4 da graffettare ai chicchi di mais. Colombi che esplodono in volo.

Esperienza mistica n. 77/bis

Nek, da Ricordi, ha la faccia così scura da sembrare tornato appena adesso da una vacanza direttamente sul sole. Dalle vetrine lo vedo stringere mani e firmare. Non sorride mai, ma quando accenna a un movimento della bocca, la pelle gli si raggrinzisce come una prugna secca. Sulla porta di Ricordi, una ragazza con un microfono e due altoparlanti urla a dieci persone: “Allora! Com’è questo nuovo album di Nek, vi piace?” A parte due ragazzine che vengono subito picchiate e schiacciate sulla vetrina in modo da lasciare una scia di sangue, tutti urlano “Fa cagare!”. La ragazza con microfono, in stato mistico/allucinatorio (risplende), sorride e annuisce: “Anche a me piace tanto.” Fans di Nek che esplodono in volo.

Esperienza mistica n.2398

Cammino a una discreta velocità, al limite della corsa. Vedo: il semaforo; una ragazza che aspetta di attraversare la strada; il semaforo rosso; nessuna macchina; i paletti di metallo che delimitano i marciapiede. Decido: supero la ragazza passando a sinistra del paletto, attraverso la strada in tutta velocità. Non vedo: la catena che pende da un paletto all’altro. Quasi: giro su me stesso – asse di rotazione: la catena che non ho visto – per almeno due volte, sbattendo entrambe le volte la testa sullo spigolo del marciapiede. Quasi 2: vengo tranciato in due tronconi dalla catena che prendo in pieno in mezzo alla pancia; le gambe procedono per altri due chilometri per inerzia spruzzando sangue come in killbill mentre il resto bestemmia (sempre inerzia). Quasi 3: si raduna una folla di vecchietti, piccioni, fans di Nek, che mi prende per il culo.

martedì 4 novembre 2003

popecountdown
Come quando, al primo morso, la risposta a una domanda che da poco ti rimbalzava in testa parte dalla forchetta che trattiene mezzo raviolo al vapore, comperato in un take away cinese solitario e isolato, polveroso, nel quale una commessa col piumino blu guarda, in piedi e con le braccia incrociate, rossa in viso, un quiz in cinese coi sottotitoli in cinese a una televisione appesa in alto a destra accanto al murale del dragone, impolverato anch’esso, e, una volta preso l’ordine dei ravioli al vapore – verdure e gamberetti – si dirige in cucina e ci passa dei minuti sternutendo, presumibilmente sui ravioli stessi, poi te li consegna in una vaschetta di alluminio piena di bacilli che richiude con il domopak e tu, non contento, ti fai dare anche una confezione minuscola di salsa di soia in evidente stato solido, per dirigerti finalmente a casa dove, da solo, coi vestiti che puzzano di fritto, prepari un piatto su cui disponi i ravioli, rigidi, in pieno rigor mortis, poi ti siedi e ne addenti uno osservando come sembri estratto direttamente da un film di Cronemberg e in questo modo, cioè addentando, la risposta alla domanda di cui sopra ti oltrepassa i denti e attraversa le papille gustative per esploderti tra i neuroni, consumandone almeno mezzo milione, facendoti ricordare, quindi, perché da così tanto tempo non mangiavi cinese--- allo stesso modo, sabato, a lucca, ripensando a giovedì e venerdì, quando, con la pioggia, siamo andati in giro, in cerca del regalo di laurea di L. e siamo rimasti da me a mangiare, decidendo cosa fosse meglio prendere e dove, mi sono ricordato del perché, negli ultimi tempi, non ti frequentavo così tanto come una volta.

Prima che equivochi, te lo dico io: perché poi ci prendo gusto.