martedì 25 novembre 2003

Ti scrivo dalla biblioteca in cui mi sono trasferito.
Qui è pieno di cadaveri e di voci di cadaveri.

TS mi osserva da cinque minuti, senza che io me ne renda conto. Vede che sto fissando il monitor senza toccare i tasti, ipnotizzato. Mi scuote una spalla e dice, accademico, “Pensa che non sarà finita. Ci saranno altri tre anni così!” Io sorrido a stento. Lo guardo come se fosse un pazzo. Lui ride e, mentre ride, pop! gli salta via un occhio sulla mia tastiera. “Altri tre anni!” ripete, senza accorgersi di niente. Mi batte con la mano aperta sulla scapola. Sorridendo pacatamente, faccio il gesto di buttarmi fuori dalla finestra. “Ah!”, fa lui, “Ah! Deja-vu!” “Eh?” TS alza l’indice della mando destra e dice: “L’hai già fatta, questa scenetta! Deja-vu! Deja-vu!” Se ne va. Il suo occhio, intanto, si è squagliato sui miei tasti.

Lo sai. Da quando è nato mio nipote, mia madre sta sempre da mia sorella- io, ogni sera, devo preparare da mangiare a mio padre che torna dal lavoro. Oggi mi ha detto che giovedì non è a casa, sarà a cena fuori. Mi arrangerò, gli ho risposto. Lui ha continuato a guardare l’insalata, mangiandola a piccole forchettate, come fa di solito. Mi ha chiesto se non ho un’amica che cucini per me. E io ho risposto di no. Lui allora mi ha chiesto se sono tutte laureate. No, gli ho detto: è che hanno altre persone a cui cucinare. Lui, allora, ha pulito il piatto con un pezzo di pane. L’ha masticato bene. Ha preso un sorso di vino. Nel silenzio, con una voce solo indizialmente preoccupata, ha detto: potresti trovarti delle nuove amiche che cucinino per te.