lunedì 22 dicembre 2003

- Voi mi spaventate - dici - Mi fate paura. - Stai guardando il marciapiede parallelo al tuo, dall'altro lato della strada. - Mi terrorizzate - dici alla folla sul marciapiede. Piove. La folla è ferma davanti all'inferriata di un cinema che aprirà tra mezz'ora. Sono in tantissimi. Sono vestiti di nero. Stanno aspettando di entrare a vedere "Natale in India". Tu, sul tuo marciapiede, da solo, a pochi metri, con una borsa di plastica nella mano sinistra, un ombrello mezzo rotto nella mano destra, li fissi. Una signora si volta, ti guarda sorridendo e con un gesto della mano ti invita ad avvicinarti - Vieni - dice. Si girano altri e ti osservano dall'altro lato del marciapiede, sorridono. - Vieni - dicono - Avvicinati. -
- No - dici
- Dai - ti dicono - non vorrai mica fare il solito snob -
- No, è che... - dici, o almeno ci provi, perchè ti sembra che la tua voce si sia fatta più sottile.
- Avvicinati - dice un ragazzino con gli occhiali
- Io... - dici, e in quell'istante ti senti come se non fossi più concreto, come se ti stessi smaterializzando.

Questo è il catalogo
(parte 1, con qualche approssimazione)
Aramis si pizzica i lobi delle orecchie, il vestito da donna di Enne2 prende vita, l'uomo con gli uncini fotografa le case, Pedro Camacho gira per casa in mille travestimenti, il borseggiatore scrive una lettera accompagnatoria, Hoover si traveste da suora (Suor Edgarina), un uomo fa un bagno abusivo al Lido di Venezia, Arturo Bandini regala un libro al deserto, Joe Chip ha dei problemi con uno strano spray, il fiato di Alessandro si spezza sul cavalcavia dell'arcella.

Tuo fratello ti chiede se ti piacciono le cipolle. Ha il tono di chi sta per cucinare qualcosa e vuole sapere se può utilizzare tutti gli ingredienti che ha a disposizione. Tu lo guardi negli occhi, poi guardi la tua pizza, sul tavolo, davanti a te. La tua pizza è una pizza alle cipolle.
- No. - gli rispondi.
- Allora perchè hai preso una pizza alle cipolle? - chiede.
- Perchè la pizzeria chiude per ferie -
- E allora?
- Allora deve finire le cipolle, ti fanno gli sconti se prendi una pizza con le cipolle
- Ah - dice, e inizia a tagliare la sua diavola.
Sei ammirato. Lo osservi mentre taglia la fetta e la porta alla bocca.
- Che c'è? - chiede.
- Stavo scherzando -
- Su cosa?
- Sulle cipolle.
- Eh?
- Ti pare che prendo una pizza alle cipolle se non mi piacciono le cipolle?
- Boh - ti fa - che ne so?
Forse questa è la prova definitiva che tuo fratello non è stato adottato.

Questo è il catalogo
(parte 2, con molte approssimazioni)
Il cadavere di Angela viene raccolto quasi a pezzi nella nebbia, la casa delle bambole ha la lampada che si accende davvero, Levin chiede a Kitty di sposarlo scrivendo solo le iniziali delle parole, gli angeli dicono a Venedikt dove trovare dello sherry, Phoebe Caulfield vince una gara di rutti, la marmotta nella teiera racconta una storia senza capo ne coda, alcune colline sembrano elefanti bianchi, la vecchia in carrozzina ha il vizio del gioco d'azzardo.

Il tecnico avvicina il defibrillatore al case del computer, dice: - Libera! - e una scossa parte dal macchinario, attraversa i fili e dalle piastre cerca di riavviare il cuore bruciato del tuo computer. - Libera! - il led rosso sbrilluccica per un secondo, il floppy si apre e il computer esala l'ultimo respiro... il tecnico apre il cd-rom, prova a soffiare dentro, riprende fiato, soffia, ma niente, niente, non c'è più niente da fare.
- Si accomodi - ti dice
- Cosa è successo?! Sta bene? -
- Si sieda per favore -
- Mi dica cosa è successo! Come sta? -
- Non c'è più niente da fare.
- Cosa? Cosa vuole dire?
- Se ne è andato.
- E' morto? E' morto? Mioddio, vuole dire che il mio computer è MORTO!
Il tecnico annuisce e si asciuga le mani sudate sui jeans.

Poco fuori città, da un campo, disturbato da un rumore lontano, si alza uno stormo di uccelli neri che strepita e svolazza e si allontana in cerca di un posto più tranquillo.

(continua, forse, prima o poi, sempre che trovi un computer funzionante in giro... il catalogo è ancora molto lungo. Intanto Buon Natale, diobuono, buonnatale.)

mercoledì 17 dicembre 2003

Evidentemente devo espiare qualcosa.

Non è solo il fatto di essere stato attaccato da uno sciame di cavallette; o la banale pioggia di rane che mi ha travolto oggi pomeriggio (Ale, ma cos'hai nel cappuccio? - Eh?... E' una rana - Ma scusa, che ci fa una rana nel tuo cappuccio? - Be'... mi è piovuta addosso - Una rana? - Non una rana, una pioggia di rane - Ma se c'è il sole! - Eh, è stato un attimo...)
E' che le macchine hanno deciso di dichiararmi guerra.

Alle nove di mattina, per controllare la posta elettronica, accendo il computer. Il computer esplode. Infatti adesso sto scrivendo dalla biblioteca. Il computer di casa mia fa PUM - un pum attutito - e non si accende. Contemporaneamente si sente nell'aria un odore di plastica bruciata. Ok.

Ho solo perso qualche capitolo della mia tesi, in quel computer. E qualche altra cosa di minore importanza, che so, tutto quello che ho scritto dal 1992 a oggi.

So già la domanda. Me l'hanno fatta in dieci stamattina. "Ma non hai salvato da qualche altra parte?"

No, ok? OK? No. Non ho salvato niente da nessuna altra parte. Io mi fido delle macchine - aerei a parte. Io, il progresso, le macchine, la meccanica, l'informatica, la nanotecnologia, io, tutti questi prodigi, io... io...

Sì, ok sono un deficiente, lo so, grazie.

Allora, sconfortato, mi metto a scrivere sul portatile di mio padre. Ma sulla mia testa iniziano i lavori. Mi sposto in cucina. Appena mi sposto, iniziano i lavori sopra la cucina. Torno nella stanza precedente, dove adesso c'è silenzio, i lavori mi seguono. Mi sposto ancora, si spostano i lavori. Comincio a sospettare un complotto.

Spengo il portatile. Lo metto in borsa. Mi vesto. Vado in biblioteca.

Alle tre del pomeriggio, scendo in emeroteca per fare due fotocopie. Lascio il computer sul tavolo, acceso con lo schermo chiuso, per non far leggere al mio vicino di tavolo, che mi sta sulle palle, cosa sto scrivendo. La macchina per caricare la tessera delle fotocopie ha deciso che i miei cinque euro non le piacciono. Me lo scrive nel display a cristalli liquidi. "Non voglio i tuoi soldi di merda", scrive. Mi faccio cambiare le banconote in monete. La macchina mi risputa addosso le monete. Mi faccio cambiare le monete con una nuova banconota. La macchina, evidentemente, controlla le impronte digitali. I miei soldi non li vuole. Quelli della ragazza dopo di me, invece, li prende al primo colpo.

Ok. Alla fine, dopo tre cambi di banconote e monete, la macchina desiste.
(D'altronde è una macchina veneta, i schei, alla fine, son sempre schei.)

Fotocopio le due pagine. Torno al computer. Alzo lo schermo. Lo schermo rimane nero.
Aspetto.
Nero.
La ventola inizia a sbuffare.
Aspetto.
Aspetto.
Non ho salvato quello che ho scritto.
Abbasso e alzo lo schermo. Lo schermo è nero.
Aspetto.
Aspetto.
Formulo un piano per sganciare bombe atomiche a bassa intensità su tutto il mondo in modo da eliminare dal pianeta ogni traccia di campo magnetico.
Aspetto.
Aspetto.
Sto ancora aspettando...

domenica 14 dicembre 2003

Mio nipote

Mio nipote non è un bambino, è una macchina per le scoregge. Gli tocchi la pancia, scoreggia. Gli tocchi un piede, scoreggia. Gli batti una mano, scoreggia. Gli accarezzi la testa, scoreggia. Ti sembra che ti stia sorridendo (Ooooh sta sorridendo) e invece sta solo torcendo la faccia per lo sforzo di scoreggiare. Gli sorridi, scoreggia. Gli canti una canzone, scoreggia. Dorme, scoreggia. Scoreggia, scoreggia.
Più che Emiliano, d'ora in poi lo chiamerò Zeppelin.

Inglese, internet, itterizia

Per rispetto della privacy, al posto dei nomi dei tre protagonisti di questo episodio - due laureati e uno quasi - userò delle sigle in modo da rendere irriconoscibile la loro identità: X, Y, Z.

Più o meno le otto di sera.
Un bar gestito da cinesi.
Grado alcolico: uno spriz (quindi: quasi sobri).

- Allora Z, com’è quel disco dei Wire?
- Bello. Bello. Stupendo!
- Sì, ma che vuol dire Wire?
- Wire? Wire vuol dire filo… cavo elettrico.
- Ah sì? Io ho sempre pensato che volesse dire spire.
- Spire?
- Ma cosa dite? Wire non significa mica filo.
- Come no, hai presente gli oggetti wireless? Senza filo, significa
- Noo, non si dice wireless: si dice cordless; Wire è un’altra cosa
- Cioè?
- [mimando una specie di cubo di rubik] Wire è un oggetto meccanico... un meccanismo.
- Io pensavo volesse dire spire, come le spire del cobra [sibila, e alza la mano, atteggiando le dita come fossero zanne]
- Sì, le spire arricciate come quelle del cavo del telefono!
- No, no, scusate, sono sicuro che wire significa meccanismo.

- Ah, be’ se lo dici tu.
- Sei sicuro che non vuol dire spire? Sicuro?
- [Incrocia le braccia, chiude gli occhi, annuisce]

Wire: filo; (ELEC) filo elettrico.

Mio zio

Mio zio è morto qualche anno fa, schiacciato da un armadio, o qualcosa del genere. Non ho mai capito cosa gli è successo, ma ho stampata in testa un’immagine di lui che attende a braccia aperte un oggetto pesante e, dall’alto, questo oggetto – un oggetto di legno chiaro - gli precipita addosso e lo schiaccia. Naturalmente non l’ho mai vista questa scena, l’ho sempre e solo immaginata, unendo gli indizi raccolti nei pochissimi racconti circolati in famiglia dopo la sua morte. Del funerale ricordo il prete, vestito di bianco, che a metà della funzione, agitato e quasi paonazzo, comincia un’invettiva contro l’aborto. Ricordo anche altre cose, ma non ho voglia di raccontarle. Tutto questo, mi è tornato in mente d’improvviso stamattina, dopo aver sognato mio zio che mi parlava. Aveva, come sempre, un’irrittante somiglianza con Bud Spencer, ma, vicino alle tempie, gli si erano arricciate le sopracciglia verso l’alto. Continuo a pensare che forse dovrei giocare qualche numero al lotto, ma, oltre al quarantasette, non so bene su quali altri puntare.

Stamattina fuori dal portone, sul marciapiede proprio davanti a casa mia, c’era una striscia rossa che aveva tutta l’aria di una scia di sangue. Proseguiva, barcollando, fin dentro al vicolo, poi spariva nel nulla.

martedì 9 dicembre 2003

E io che, cazzo, pensavo di averti espulso dai miei sogni, te e tutti i tuoi oggetti: la molla per capelli a forma di serpente, la nikon col grandangolo, i bicchieri rubati. E invece ritorni, di prima mattina, ritorni, insieme con i disastri aerei, l’incarcerazione preventiva, la pulizia della casa. (Poi, durante il giorno, le immagini si stemperano, si diluiscono e scompaiono lasciandomi come sempre insufficiente: l’ombra dell’ombra di me stesso - pensavo camminando stamattina - che potrebbe sembrare una cosa impossibile, perché se illumini l’ombra, l’ombra scompare, e invece la mia è così densa, pensa, pensavo, che se la illumini proietta un’altra ombra più grande, più flebile, irreale)

giovedì 4 dicembre 2003

La mummia di Raymond Carver che tengo in garage, avvolta in un lenzuolo, ieri notte ha lacrimato sangue. Càpita, alle volte. Credo lo faccia in concomitanza con altri eventi del genere. Forse per invidia. Non aprirò un santuario finchè la Comunità Europea non deciderà di finanziarmi adeguatamente.

Il cero votivo a forma di testa di Lenin che sta accanto alla lampada in camera mia, invece, sta accumulando una dose interessante di polvere. Ancora un po’ e sulla testa gli si sarà formato un toupet perfetto e grigio – un diabolico tupè.

I martellamenti che dalle otto e mezza fino alle sette di sera continuano imperterriti, non aiutano il mio rush finale verso una laurea che mi ha debilitato. Adesso ve lo posso dire: stanno costruendo, nell’appartamento di sopra, il tratto di ferrovia su cui passerà il treno per Yuma.

- Elephant è un bel film.
- Ma chi ti ha detto niente? Io volevo sapere la ricetta per…
- A me, per esempio, è piaciuto molto.
- Non ne dubito, ma senti: come si cucina il risotto di ort—
- Mi chiedi perché? Be’ intanto, ci sono delle scene prese pari pari da Shining.
- Shining non l’ho visto. Neppure Elephant, se è per questo…
- Così sembra intendere che gli Stati Uniti sono infestati come l’Overlook Hotel…
- Ma ti senti quando parli? Stai dicendo un sacco di cazz..
- Ma la vera figata è come VanSant gioca con le categorie della narrazione.
- Senti, non me ne frega niente. Voglio solo sapere quanto devo cuocere il b…
- Se ci fai conto, VanSant crea delle attese riguardo i personaggi: usa dei clichè di racconto che poi disattende, tradisce. Hai presente il nero che c’è alla fine? Sembra che con la sua calma debba salvare la situazione, ma lo sembra perché siamo abituati a percepire un personaggio del genere, in quel contesto, come uno che ha in mano la situazione. E invece…
- Ancora stai parlando? Ero andato a prendere un po’ d’acqua.
- E non è l’unico esempio: la ragazza brutta, i due innamorati… Il romanzesco entra in scena continuamente, ma è spiazzato. Le categorie del romanzesco non sono in grado, per VanSant, di raccontare questa storia in modo da raggiungere la verità. Capisci? Elephant, tra le altre cose, racconta il fallimento della narrazione codificata.
- …
- Che c’è?
- Ti rendi conto che questo è un modo bieco e paraculo di fare una recensione? Facendo finta di non prendersi sul serio?
- Sì.
- Almeno te ne rendi conto. Senti: il risotto di ortiche, quante ortiche servono?

p.s. Per Tess Gallagher. Se vuoi indietro la salma di Ray, spedisci il manoscritto autografato di Cattedrale all’indirizzo che sai. Il manoscritto e un paio di scarpe usate. Usate da lui, intendo. Non imbrogliare: conosco il suo odore. Nel frattempo non gli accadrà nulla. La piccola concavità sulla fronte, nonostante quel che ne dici, era già lì prima che, per sbaglio, gli facessi sbattere la testa contro lo spigolo del cancello.

martedì 2 dicembre 2003

Mi sa che sto perdendo l'uso della memoria a breve termine.
Mi sa che sto perdendo l'uso della memoria a breve termine.
Mi sa che sto perdendo l'uso della memoria a breve termine.

lunedì 1 dicembre 2003

Stai bene?
Sì, grazie. E tu?
Bene, grazie…

Sei sicura di star bene?
Sì sì


Sicura al cento per cento? Non ti senti un po’ male?
No, perché?
Nessun malore? Ansia? Pesantezza? Mal di testa?
Nooo. Mi vuoi dire perché?
Niente, no, niente… Chiedevo.


Bruciori allo stomaco? Ulcera?
No, smettila, sto bene.
Tonsille? Tutto a posto con le tonsille?
Ma che cazzo hai stamattina? Mi vuoi spiegare?
No, mi chiedevo. Sei stanca?
No. Sto lavorando.
Dormito male? Incubi? Perdi i capelli?
Noo.
Senti le voci? vedi un’aura luminosa attorno alle persone?
Ma che è, il Minnesota test?
E il fegato? Tutto bene il fegato? La milza?
Ma la smetti?
Vene varicose? Emorr…
SMETTILA!


Ma tu, non eri juventina?



In effetti forse un po' di febbre ce l'ho.

Mia madre ha tirato fuori dalla cassapanca le sciarpe dell’Inter, gli striscioni con su scritto Lothar Mattheus campione del Multiverso. Le ha appese al posto della bandiera della pace.

Il libraio juventino si gela non appena mi vede passare; la faccia gli si plastifica in un sorriso scemo. Il mio saluto placido attraverso la vetrina è in tutto e per tutto uguale alla minaccia di un criminale.