domenica 28 settembre 2003

Mi svegliavo a intermittenza.
Dalla finestra aperta mi arrivavano gli echi degli allarmi. Alle cinque di mattina, mia sorella discuteva con suo marito: “Non c’è luce”, diceva. Di lui sentivo solo il suono della voce, ma non decifravo le parole. Alle cinque e mezza l’ho sentita dire: “La luce non è ancora tornata”. La prima cosa che ho pensato, da semi-lucido, è stata: “Che cosa ha combinato mia madre, stavolta?”. Io e mia sorella, poco dopo, ci siamo incontrati in cucina. Lei col pancione – è incinta, all’ottavo mese - io nel tentativo di ristabilire l’elettricità. “E’ tutto il quartiere che è al buio.” mi ha detto. Sapere che il black out non era solo una questione di casa nostra, non mi convinse dell’innocenza di mia madre, anzi. Nel pomeriggio scoprii che mia sorella aveva pensato la stessa cosa, quasi con le stesse parole. Tuttora non siamo sicuri che lei non c'entri nulla. Il che - a parte dar conto, forse, di una sottile malafede - fa capire di quali catastrofi riteniamo capace nostra madre. Lei, comunque, continua a negare qualsiasi coinvolgimento.
La luce è tornata verso le sei, credo. L’ho capito quando gli allarmi hanno ripreso a funzionare, svegliandomi di nuovo. Ho aspettato alla finestra del salotto per qualche minuto. Il primo allarme, quello più vicino, ha smesso subito. Gli altri si sono spenti piano piano, uno per uno, sempre più lontani.


Non credo finirò la tesi per questa sessione.



Odio Quasimodo.

venerdì 26 settembre 2003

Quando ho urlato, non l’ho fatto perché avessi paura. Non ero terrorizzato. Non mi stava venendo la pelle d’oca e la gelatina nello stomaco. No. I miei nervi erano perfettamente sotto controllo. Immobili. Cavi d’acciaio, praticamente, quelli dei ponti, o degli ascensori. Ho gridato “C’è nessuno?”. Ho accelerato il passo. Il mio cuore non stava battendo più forte. No, si era rallentato in una calma gelida e impassibile. Le stanze buie della biblioteca, i tavoli vuoti, i libri sugli scaffali, tutto questo non mi ricordava una tomba, se qualcuno se lo stesse chiedendo. Girare da solo per i corridoi, col computer a tracolla e un quaderno in mano, gridando “C’è nessuno?”, pensando “Non c’è più nessuno.”, non mi ricordava Shining. No. No no. No no no. No no no no no. E neppure accorgersi che la porta a vetri era chiusa a chiave, e che davanti mi passavano gli ultimi studenti, senza vedermi. Mi dicevo anzi: ma che bello restare qua, nel fine settimana, tra i libri; ma che bello, c’è anche internet; stare tra i corridoi vuoti, scombinare i computer della biblioteca, aprire tutti i Meridiani, i libri rari, i manoscritti; pensavo: ma che bello, è la volta che finisco la tesi per davvero.


Poi in mente mi si è stampata la parola cibo: ho iniziato a urlare.

martedì 23 settembre 2003

Tu non ci crederai, ma a tratti, di solito per strada - mentre pedalo o cammino - in quella zona della testa giusto a metà tra i cervello e il naso, nel retro degli occhi per intenderci, quel posto piatto dove si stampano le immagini, mi compare quella foto di te dove sei appoggiata a una balaustra di legno e hai i jeans stretti alle caviglie, i capelli raccolti a treccia e una felpa che, se anche mi sforzo, non posso fare a meno di ricordare come una felpa della best company.


Continuo a rischiare incidenti.

domenica 21 settembre 2003

L’orecchio sinistro ha deciso di sua spontanea volontà di non funzionare più. Parlate più forte per favore.

8.00 a.m. Sabato mattina. Rumori di pentole. Un frullatore. Lavapiatti che si svuota. Fornelli accesi. Mi alzo. Mi gira la testa. Chiedo a mia madre cosa sta facendo. Cucino, dice. A quest’ora? Be’? Sono le dieci, dice. I miei occhi si muovono prima sulla sveglia bianca – lancette fosforescenti – poi su mia madre – capelli rossi. Orologio. Madre. Lancette, capelli rossi. Capelli rossi, lancette. Lancette, capelli rossi. Capelli rossi, lancette. Oh, ma guarda, dicono i capelli rossi. Sono le otto!
Il sonno mi inibisce le sinapsi omicide, purtroppo.

6.00 a.m. Sabato mattina. Canto per tentare di mantenere sveglio Ale che guida. Dovrei parlare, dire qualcosa di interessante, ma tutto ciò che faccio è cantare i Tribalistas. Ale è quasi appoggiato al volante, con gli occhi mezzi chiusi. Dice di vedere la strada doppia.

5.30 a.m. Sabato mattina. Nel parcheggio di una banca. Ale dorme perché stavamo sbandando sulla strada dei colli. Lo fai apposta? No, è che vedo la strada doppia. Io però non ho un cazzo di sonno. Ho sempre sonno. Ora non ho un cazzo di sonno. Sento i galli abbaiare. Pardòn, cantare.
E’ buio.

5.10 a.m. Umbe, Ale, io. In salita. La strada è quella dell’andata. Umbe ha la chitarra in mano e zaino sulle spalle. Sbuffa e fa fatica a parlare. Si discute dello stupefacente successo sentimentale di alcune persone che non ti aspetteresti. Ogni tanto parte una scoreggia. E’ per facilitare la risalita.

4.30 a.m. Sulle sedie, Sergio e Gian dormono in posizioni improbabili. Gian, che ne pensi della festa dell’unità? Gian, cosa ci dici del problema della siccità? Lui dorme. Gian, sei proprio di compagnia. Quando stiamo in silenzio per più di cinque minuti, lui apre gli occhi e ci manda affanculo. Poi torna a dormire. E’ finita la mortazza. E’ finito il formaggio. E’ rimasto: pan biscotto, gin, chinotto, acqua tonica, patatine. Mi strappano la chitarra dalle mani, perché è mezz’ora che suono la stessa corda.

3.00 a.m. circa. Il Johnny Cash italiano, l’uomo dalla dentatura perfetta, ci delizia con una performance eccezionale. Country con movenze rockabilly. Matteo the pelvis, king of the colli euganei.

Dalle 1.00 a.m. alle 3.00 a.m. Un po’ di vuoto. Qualche barlume. Un’armonica a bocca. Le approvazioni del Sensei Sergio. Tranne quando suono Obladì Obladà per venti minuti in loop.

1.00 a.m. Ale, sul palco, cerca di scalzare i due cantanti ufficiali durante un reggae improvvisato. Con cinque birre per mano controllo quale sia l’angolo giusto da cui fare stage diving. Umbe si aggira dicendo frasi del tipo: “Mi hanno inculato la chitarra.” “C’avevo preso gusto a stare sul palco!” “Bella topona!”. A “Bella topona” segue un verso che è un misto tra lo squalo in calore e un trattore in folle.
Nicola osserva da sopra la collina. Guarda. Ascolta. Tiene la situazione sotto controllo.

12.00 a.m. Non raccontate mai le vostre figure di merda a Ducc, perché poi lui va a raccontarle a quelli con cui le avete fatte, spiegandogliele nel caso non le avessero colte! Ducc!

11.00 p.m., venerdì sera. Umberto mi presenta a una sua amica. Piacere, dico, alessandro. Piacere, dice, Prosciutto Scopadisaggina.

9.40 p.m. Per arrivare c’è una discesa di venti minuti. La strada è senza luci e il bosco attorno manda un’ombra che avvolge. Le persone, dal parcheggio, scendono a ondate, in gruppi provvisti di pile. Lupetti! urla Ale, mentre scendiamo. Poi, dietro una curva, si apre uno spiazzo, una casa, un palco circondato da lampadine colorate.

8.40 p.m. “Allora andiamo.” “Andiamo.” “Sì, ma torniamo presto.” “Sì, non voglio fare tardi.” “Devo studiare.” “Devo finire la tesi.” “Sì, ok.” “Ok.” “Torniamo a mezzanotte.” “Sicuro.” “Mezzanotte, ok?” “Certo. Mezzanotte. Non un minuto più tardi.”

giovedì 18 settembre 2003

Mi sveglio. Mi trascino in cucina. Mi accorgo di lasciare una traccia grigia sul pavimento. Arriva mia madre. Ha in mano la scopa e la paletta. Mi colpisce con la scopa per farmi salire sulla paletta. Colpisce velocemente.
Ehi! dico
Lei si china, mi guarda: Ale?
Sì, dico.
Sei tu? chiede.
Sì.
Sei proprio tu?
Sìiii. E allontana quella scopa, per favore, che mi fa paura.
Ma sei un mucchietto di cenere, dice.

Non le rispondo. Cerco di arrampicarmi sulla sedia. Ma ogni volta che ci provo perdo troppa consistenza.
Aspetta, mi fa.
Mi colpisce piano con la scopa, mi mette sulla paletta. Mi solleva e mi fa ricadere sul tavolo. Poi con le mani spinge i mucchietti di cenere dispersi verso di me. Grazie, le dico.
Ma cosa è successo?
Un fulmine.
Un fulmine?
Ieri sera. All’improvviso. Zap. Un fulmine. Mi ha centrato in pieno.
Ma come è successo?
Eravamo al Santo, io e Ale. Stavamo chiacchierando. A un certo punto gli ho raccontato una delle mie paranoie. Gli ho detto - come scherzando - sai cosa sospetto su X? E gli ho raccontato cosa sospettavo su X. Lui mi ha guardato serio, è rimasto zitto zitto; poi ha detto: Non lo sapevi? E’ proprio così, mi ha detto. Pensavo che scherzasse, ma era troppo serio. E ho risposto: be’ dai bene, almeno so che non sono del tutto paranoico. E in quel momento, proprio in quel momento, si sono concentrate delle nuvole nell’aria. Saranno state due nuvole, eh? Mica tante. Due. Due nuvole si sono mosse e addensate sopra di noi ed è partito un fulmine che mi ha preso in pieno.
E ad Ale? Cosa gli è successo ad Ale?
Ad Ale non è successo niente.
Ah, e adesso?
E adesso non so. Per caso c’è un po’ di vinavil in casa?

(Non raccontate mai le vostre paranoie a nessuno. Se lo fate, finisce che scoprite che son vere.)

mercoledì 17 settembre 2003

Chiudo il garage. Il mio vicino sta entrando in casa. Mi vede, mi saluta.
E' un uomo basso, magro. Avrà settant'anni.

- Torni o vai? - mi fa
- Torno, torno - dico
- Eh, ma sei proprio un girellone - dice



Non ho saputo rispondere.

(e ieri nel vicolo un topo m'ha attraversato la strada)

lunedì 15 settembre 2003

Quando alla radio passano Paradise City dei Guns’n’Roses non posso fare a meno di pensare a che musica di merda ascoltavo dieci anni fa. Take me down to the Paradise City where the grass is green and the girls are pretty. Mi rimane la soddisfazione di non aver mai comprato originale Use your illusion, con quelle canzoni ruffianissime, con quei video pacchiani pieni di modelle strafighe attorno a quel simobolo della pura mostruosità che è, che era, Axl Roses – a partire dalla voce.

Cantavamo i Guns’n’roses come difesa, come per resistere, io e Christian. Avevo anche comprato una maglietta orribile con un teschio enorme sul davanti. Ce l’ho ancora. Christian era tedesco, di Brema, ma non lo diceva mai, perché tanto gli americani se gli dici Brema ti chiedono: and where the fuck is? E se anche gli dici che è vicino ad Amburgo, loro annuiscono, perché il nome magari l’hanno sentito nominare, ma sulla carta gli è oscuro come prima. Una ragazza davanti a me, nell’aula di chimica, mi chiese che lingua si parlava in Italia. L’italiano, dissi. E lei ci rimase male, che non se l’aspettava. Dopo sei mesi progettavamo vie di fuga. Christian era ridotto peggio di me: era finito in una famiglia il cui figlio maggiore voleva fare il prete. Ma si era rifatto con gli amici: girava con Brad che teneva una pistola nel cassetto della Lexus e una tanica piena di benzina nel bagagliaio. Diceva che gli serviva, la tanica, perché prima o poi avrebbe dato fuoco a qualcosa. E tieni giù la pistola, che se ci vede un poliziotto sono cazzi.

Sì, lo so, i soliti luoghi comuni.

“Ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo. Comunque, volete stare comodi a casa vostra? Sì, fate quello che volete, ma non le pantofole. Le donne al limite possono mettersi le scarpe cinesi, anche se mi hanno lasciato sempre un po’ freddo. Quei colori così decisi: rosso rosso, azzurro azzurro, nero nero. E poi quella specie di scollatura attraverso cui si intravedono alcune dita: ma che mi vuoi provocare facendomi vedere un po’ di dita?! E allora le caviglie?”

No, non diventerò psicopatico.
Lo sono già.

mercoledì 10 settembre 2003

Cretino, ti dici. Cretino, demente, coglione. Cretino, demente, coglione, mona. Deficiente, ti dici. Imbecille, cretino, demente, minorato mentale. Cretino, demente, imbecille, demente, cretino, errore genetico. Ti dici. Cretino, mona, cretino, imbecille, cretino, minorato genetico, cretino, errore mentale, ti dici. E mentre ti dici tutto ciò – cretino, mona, imbecille, coglione - cammini con l’ombrello in mano, l’altra mano alla cintola dei pantaloni troppo larghi, che ti ostini a portare senza cintura. Ti cadono continuamente, sono di duecento taglie troppo grandi e ti ostini, cretino, deficiente, mongoloide, ti ostini a portarli senza cintura. E piove e sono le undici di notte e attorno non c’è nessuno: ci sei solo tu, da solo, che guardi per terra, cammini e ti insulti, non solo per i pantaloni cadenti, ma anche perché da due giorni, dopo mesi, sei tornato a sentirti a disagio con te stesso. (Cretino)

Per di più, da un momento all’altro, ti invade lo spirito santo della paranoia (The holy ghost of paranoia: sarebbe un nome magnifico per un gruppo) e hai la netta e concreta certezza che verrai rapinato nel giro di mezz’ora, massimo un’ora.

Ti aggiri furtivo verso la stazione. Cammini radente ai muri. Controlli gli angoli in ombra. Strisci. Ti tiri su i pantaloni. Ma soprattutto nascondi i soldi nelle scarpe. E se ti rubano le scarpe?
Allora prendi i soldi e li nascondi nei calzini. Olè.

Così insultandoti, con un ombrello in mano, con i pantaloni nell’altra, furtivo, imparanoiato, insultandoti sottovoce, radente i muri, nel buio, con la pioggia, i soldi nel calzino destro che si aggirano sotto la pianta del piede, ti avvicini al videonoleggio aperto anche di notte, per riconsegnare, in ritardo, un dividdì orrendo. Sei a due passi dal videonoleggio quando un tipo – un metro e settanta, pallido, barba - ti fa: “Vuoi combinare?” “Eh?” “Vuoi combinare?” “No grazie.” “Allora hai della moneta?” “No” dici “Non ho moneta”. “Allora dammi il tuo ombrello” ti dice. “Scusa?” “Dammi il tuo ombrello.” “Perché?” “Perché piove, no? Mi sto bagnando” “Giusto. E io?” “E tu ti arrangi.” Ci pensi. Poi: “No, mi spiace.” “Ah, vabe’” e si allontana.

“Devo riconsegnare un video. Sono in ritardo.”
“Ok. Fanno X euro.”
“Un attimo.”
“Cosa sta facendo?”
“Prendo i soldi.”
“Sì, ma dove li tiene?”
“Ecco.”
“No, non li voglio.”
“Scusi?”
“Non voglio i suoi soldi.”
“Ma devo pagare.”
“Pagherà un’altra volta.”
“No mi scusi, ma perché? Tenga.”
“Non li voglio, li tiene nei calzini!”
“Sì, ma non puzzano. Vede? Non puzzano. Annusi!”
“Non voglio annusare i suoi soldi! Non li voglio. Pagherà un’altra volta.”
“Ma li annusi, senta!…”
“Nooo. Non li annusooo!”
“Ma li annuso io, vede? Non hanno – ehm – non hanno odore…”
“La smetta. Se ne vada.”
“Ma…”
“Niente ma. Arrivederci.”
“Ma…”
“ARRIVEDERCI.”

martedì 9 settembre 2003

Tenore della conversazione di ieri sera.

- Io a Cristina Aguileira ci piscerei addosso. Davvero.

- Ogni volta che vedo gli Mtv Music Awards vorrei essere un terrorista.

- Ma è possibile che il papa abbia sempre qualcosa da dire su tutto e non dica niente di Michael Jackson?

- Ma se uno dorme in una camera iperbarica, come fa quando deve andare a cagare?

venerdì 5 settembre 2003

PAROLE CROCIATE SENZA SCHEMA

Orizzontali

1. Media di ore dormite negli ultimi quattro giorni.
(Tre lettere. La prima è T. L’ultima è E.)
2. Profondità delle occhiaie. Sedici lettere.
(Inizia per DIEC. Finisce per TIMETRI.)
3. Grado di allucinazione raggiunto.
(INSONDABILE.)

Se ci penso - se penso al dolore, se penso a dare una forma al dolore, una oggettività, un contorno, dei confini, dei margini; se provo a concretizzare il dolore in un luogo, in una cosa, se penso a una cosa che manifesti il dolore, che lo descriva - se immagino il dolore come una forma, come un volume, un peso, come una densità; se cerco di descrivere il dolore nei termini di misura, lunghezza, larghezza, profondità... se organizzo sulla libreria o su uno scaffale uno spazio vuoto in cui inserire il dolore, l’oggetto dolore; se tento di scardinare il dolore e di trovarne il nucleo, il colore, l’odore, la consistenza; se penso al dolore: io al dolore non so dare forma.

(Per anni, a distanza di tempo, pensavi, pensavo, sarebbe stato bello avere una malattia grave che desse forma al dolore. Avere un dolore fisico che segnasse i margini del dolore in quanto tale. Sentire dolore per qualcosa che si può descrivere.)

io sto bene grazie no sul serio ci sono giornate meravigliose in giro in questi giorni quasi mi viene da studiare in riva al fiume se non temessi le nutrie assassine (non ho paura di voi nutrie assassine) se solo riuscissi a dormire di più non sarebbe male stanotte andrò a sabotare il martello pneumatico che da qualche giorno mi sveglia alle sette e mezza si accettano volonari per una missione pericolosissima – ma cazzo non posso fare a meno di pensare che tra poco, tra qualche giorno, ricomincerà il periodo dell’isteria demeziale. Sarete aggiornati. Spriz. Spriz per tutti.

lunedì 1 settembre 2003

Questa casa è diventata il regno della dislocazione - dici a voce alta, camminando tra gli oggetti sparsi al suolo. Stai lentamente espandendo il concetto di casino, spostandone l’orizzonte sempre più lontano - tanto da far apparire il passaggio di un tornado come un semplice riorganizzazione ambientale, rispetto al caos che stai creando in casa, senza neppure troppa difficoltà.

Ricapitoliamo? Ricapitoliamo.
Come c’è finita una bottiglia d’acqua sull’ultimo scaffale della libreria di tuo padre, tra il secondo volume della storia del partito comunista e la Storia della Rivoluzione Russa di Trotzky? Che ci fa il pupazzo gonfiabile a figura umana dell’Uomo Ragno - quello che ti ha regalato tuo fratello per il compleanno e che tua madre ti ha espropriato per piazzarlo in salotto - disteso sul tavolo della cucina? Ma soprattutto: come ha fatto un paio di tue mutande a finire in camera di tua sorella, quando in camera di tua sorella tu non ci vai mai, e la porta è sempre chiusa? eh? come?

Lo sai? E’ come se tu - in trance - afferrassi gli oggetti a caso per spostarli dove non dovrebbero stare. Ti crei il tuo disordine inconsapevolmente: tanto che a volte non riesci neppure a trovare gli occhiali che hai sul naso. E poi, dopo aver creato questo disordine con le tue mani, ti stupisci del concentrarsi sistematico dell’entropia nei tuoi dintorni.

Sarebbe troppo facile, a questo punto, rivelarti che questo è il segnale di un disordine ben più inquietante e intimo, una sconnessione mentale, una dislocazione dei nessi razionali.
Mi spiace essere io a dirtelo: ma è proprio così.