mercoledì 10 settembre 2003

Cretino, ti dici. Cretino, demente, coglione. Cretino, demente, coglione, mona. Deficiente, ti dici. Imbecille, cretino, demente, minorato mentale. Cretino, demente, imbecille, demente, cretino, errore genetico. Ti dici. Cretino, mona, cretino, imbecille, cretino, minorato genetico, cretino, errore mentale, ti dici. E mentre ti dici tutto ciò – cretino, mona, imbecille, coglione - cammini con l’ombrello in mano, l’altra mano alla cintola dei pantaloni troppo larghi, che ti ostini a portare senza cintura. Ti cadono continuamente, sono di duecento taglie troppo grandi e ti ostini, cretino, deficiente, mongoloide, ti ostini a portarli senza cintura. E piove e sono le undici di notte e attorno non c’è nessuno: ci sei solo tu, da solo, che guardi per terra, cammini e ti insulti, non solo per i pantaloni cadenti, ma anche perché da due giorni, dopo mesi, sei tornato a sentirti a disagio con te stesso. (Cretino)

Per di più, da un momento all’altro, ti invade lo spirito santo della paranoia (The holy ghost of paranoia: sarebbe un nome magnifico per un gruppo) e hai la netta e concreta certezza che verrai rapinato nel giro di mezz’ora, massimo un’ora.

Ti aggiri furtivo verso la stazione. Cammini radente ai muri. Controlli gli angoli in ombra. Strisci. Ti tiri su i pantaloni. Ma soprattutto nascondi i soldi nelle scarpe. E se ti rubano le scarpe?
Allora prendi i soldi e li nascondi nei calzini. Olè.

Così insultandoti, con un ombrello in mano, con i pantaloni nell’altra, furtivo, imparanoiato, insultandoti sottovoce, radente i muri, nel buio, con la pioggia, i soldi nel calzino destro che si aggirano sotto la pianta del piede, ti avvicini al videonoleggio aperto anche di notte, per riconsegnare, in ritardo, un dividdì orrendo. Sei a due passi dal videonoleggio quando un tipo – un metro e settanta, pallido, barba - ti fa: “Vuoi combinare?” “Eh?” “Vuoi combinare?” “No grazie.” “Allora hai della moneta?” “No” dici “Non ho moneta”. “Allora dammi il tuo ombrello” ti dice. “Scusa?” “Dammi il tuo ombrello.” “Perché?” “Perché piove, no? Mi sto bagnando” “Giusto. E io?” “E tu ti arrangi.” Ci pensi. Poi: “No, mi spiace.” “Ah, vabe’” e si allontana.

“Devo riconsegnare un video. Sono in ritardo.”
“Ok. Fanno X euro.”
“Un attimo.”
“Cosa sta facendo?”
“Prendo i soldi.”
“Sì, ma dove li tiene?”
“Ecco.”
“No, non li voglio.”
“Scusi?”
“Non voglio i suoi soldi.”
“Ma devo pagare.”
“Pagherà un’altra volta.”
“No mi scusi, ma perché? Tenga.”
“Non li voglio, li tiene nei calzini!”
“Sì, ma non puzzano. Vede? Non puzzano. Annusi!”
“Non voglio annusare i suoi soldi! Non li voglio. Pagherà un’altra volta.”
“Ma li annusi, senta!…”
“Nooo. Non li annusooo!”
“Ma li annuso io, vede? Non hanno – ehm – non hanno odore…”
“La smetta. Se ne vada.”
“Ma…”
“Niente ma. Arrivederci.”
“Ma…”
“ARRIVEDERCI.”