domenica 28 settembre 2003

Mi svegliavo a intermittenza.
Dalla finestra aperta mi arrivavano gli echi degli allarmi. Alle cinque di mattina, mia sorella discuteva con suo marito: “Non c’è luce”, diceva. Di lui sentivo solo il suono della voce, ma non decifravo le parole. Alle cinque e mezza l’ho sentita dire: “La luce non è ancora tornata”. La prima cosa che ho pensato, da semi-lucido, è stata: “Che cosa ha combinato mia madre, stavolta?”. Io e mia sorella, poco dopo, ci siamo incontrati in cucina. Lei col pancione – è incinta, all’ottavo mese - io nel tentativo di ristabilire l’elettricità. “E’ tutto il quartiere che è al buio.” mi ha detto. Sapere che il black out non era solo una questione di casa nostra, non mi convinse dell’innocenza di mia madre, anzi. Nel pomeriggio scoprii che mia sorella aveva pensato la stessa cosa, quasi con le stesse parole. Tuttora non siamo sicuri che lei non c'entri nulla. Il che - a parte dar conto, forse, di una sottile malafede - fa capire di quali catastrofi riteniamo capace nostra madre. Lei, comunque, continua a negare qualsiasi coinvolgimento.
La luce è tornata verso le sei, credo. L’ho capito quando gli allarmi hanno ripreso a funzionare, svegliandomi di nuovo. Ho aspettato alla finestra del salotto per qualche minuto. Il primo allarme, quello più vicino, ha smesso subito. Gli altri si sono spenti piano piano, uno per uno, sempre più lontani.


Non credo finirò la tesi per questa sessione.



Odio Quasimodo.