giovedì 10 aprile 2003

Ho un violentissimo attacco di pigrizia.

Un’altra laurea: non se ne può più; e sono al verde. E fuori ci sono 4 gradi, e piove.

B. si è laureata alle nove di mattina, mezz’ora dopo era già sbronzissima. C’era il sole e un freddo che ghiacciava la saliva in bocca, e B., laureata e barcollante, girava per i banchi del mercato con attorno dieci amici. “Date, date qualcosa alla laureata! date!”: dicevano gli amici ai negozianti, urlando che sembravano più ubriachi dell’ubriaca. E in una scatola di polistirolo, raccattata tra la spazzatura, B. ha raccolto nel disordine: un pezzo di pane, un salame intero, del prosiutto marcio, un’aringa morta, qualche spicchio di limone, due carciofi e un porro, scaglie di grana, campioni di creme rassodanti, e – attenzione – una testa di gallina: il macellaio coinvolto nel delirio l’ha tagliata lì, davanti a lei, e ne ha creato una collana che B. subito ha indossato. Ed è stata il suo trofeo: una testa di gallina più che morta, spiumata, con l’occhio spento, la cresta spiegazzata. B. l’accarezzava, le parlava, le muoveva il becco facendone la voce, anche un nome ha dato alla testa orrenda che emetteva un odore acre e asprissimo (un odore che ancora dopo giorni mi sento addosso), una puzza che provocava negli ospiti al banchetto - pronti come lo sono sempre gli ospiti ai banchetti di laurea ad abbuffarsi così tanto da non dover mangiare per il resto della settimana – provocava, in questi ospiti, una serie di brividi e di sforzi di vomito che metà dei tramezzini sono rimasti sul tavolo immangiati.