giovedì 22 gennaio 2004

I poliziotti arrivarono alle dieci e mezza, annunciati da una telefonata.

Quando ha suonato il telefono, ho pensato subito che fossi tu – di solito dopo una certa ora qui non chiama mai nessuno - invece era il 113. I poliziotti arrivarono di lì a poco, e non si vollero sedere. Erano alti uguali, ma, dei due, parlava solo il più grasso. Aveva un’aria amichevole, nonostante tutto. L’altro, invece, aveva il viso di chi è abituato a portare gli occhiali da sole anche di notte. Teneva le braccia sempre incrociate.

Il quartiere in cui vivo era un quartiere popolare, un tempo, e malfamato. Ora ci abitano per lo più studenti e famiglie. Il portone di casa mia dà su un vicolo. Sulla parete opposta, di fronte al portone, c’è una finestra. Ora ci stanno dei nordafricani, ma quando siamo venuti qui noi ad abitare, nel 1988, quella finestra, col buio, si illuminava di un rosso acceso che, nelle notti senza luna, dava all'acciottolato un’aria sanguigna, intuitivamente pornografica. Le puttane che ci vivevano non erano antipatiche, ma spesso i clienti, quando loro erano occupate, sbirciavano gli altri campanelli in cerca di alternative. Uomini in fregola che suonavano a tutte le ore: “Ciao, sono io”, dicevano con una familiarità inquietante, “Aprimi, stella.”

“Buonasera” disse il poliziotto, pulendosi le scarpe sullo zerbino, “Scusi se la disturbiamo a quest’ora.” Mia madre non capiva bene cosa stesse succedendo. “Lei è stata la prima a telefonare” disse lui. Sull’avambraccio della giacca era cucito uno scudetto che diceva Squadra Mobile: sotto la scritta una pantera cavalcava una freccia. “Hanno chiamato anche altri?”, chiese mia madre. I due poliziotti annuirono contemporaneamente. Quello che parlava aprì un’agenda e lesse qualcosa. “Mi può dire cosa ha visto?” “Volete accomodarvi?” “No, grazie, signora. Stiamo in piedi”, disse. Mia madre rise leggermente: "Ma su" disse "sedetevi un secondo!" "No, signora, grazie", disse lui, “Ci può dire cosa ha visto?”
“Be’ erano in due. Uno aveva un piumino chiaro, l'altro una giacca scura col cappuccio. Si stavano picchiando. Si spingevano contro le macchine parcheggiate. Le faccio vedere.” Tirò le tende, aprì la porta del balcone e indicò dove aveva visto la scena. “Ci siamo affacciati assieme, io e mio figlio, perché urlavano come matti.” “Ha capito cosa si dicevano?” “No,” disse lei “Era in arabo. Mohamed qui di fronte era alla finestra. Forse lui ha capito.” “Mohamed?” “E’ un operaio che abita con la moglie, qui di fronte.” Il poliziotto scrisse qualcosa sull’agenda. Poi alzò la testa e chiese cos'altro era successo. Così mia madre: “Subito dopo che vi ho chiamato sono scomparsi, uno a destra, l'altro giù verso il fiume”, disse.

“Quindi non sa niente di quello che è successo in via B*?”
“No, cosa è successo?”
I poliziotti si guardarono in silenzio, come comunicando telepaticamente. Poi il più grasso disse che sì, poteva dircelo, che in definitiva a uno dei due gli avevano sparato.
"Che giacca aveva?", chiese mia madre.
"Quello a terra non aveva giacca." disse il poliziotto.
Rimanemmo senza parole, come sospesi, per qualche istante, senza capire se il tipo era stato ammazzato o cosa, immaginando.

“Non si spaventi se la ricontatteremo”, disse il poliziotto, prima di uscire, “Dobbiamo stendere il verbale”, disse, scendendo le scale, “Una cosa da poco.”

Poi mi sedetti in salotto, agitato da una strana eccitazione.