domenica 4 gennaio 2004

Tutto è cominciato il giorno in cui mio padre mi stramaledì. Credo fosse poco dopo Natale, ma è anche vero che prima - prima di essere stramaledetto - e stramaledetto con una certa gratuità - prima, dicevo, non è che andasse una meraviglia. In definitiva, l'anno si è concluso con più botti del previsto, e la sensazione familiare di sentirsi un coglione è tornata come un vecchio amico: ha suonato il campanello alle nove del mattino del primo gennaio e mi ha abbracciato, approfittando dell'intontimento post veglione, neanche ci fossimo separati da anni, quando invece se ne era andata solo da qualche giorno. Il 2003 mi ha regalato la consapevolezza di non essere l'unico affetto di sindome da antitaccheggio, quella sensazione sudosa che trafigge, uscendo da un negozio, non appena si attraversano le sbarre dell'antifurto; ma, a dirla tutta, credo che siano pochi quelli colpiti dalla stessa sindrome soprattutto quando incontrando alcune persone.
Mi spiego meglio?
Forse dopo.
Magari un'altra volta.

Quando sono tornato a casa, mia sorella stava allattando Palladilardo, detto anche Bestia Immonda, mi ha convocato in camera sua con un urlo fioco - una specie di ultrasuono d'ordinanza alle neomamme, una vibrazione che si sente in lontananza ma mai nei dintorni di Steptococco, alias Pannocchia Infernale - e dopo che sono apparso sulla porta - YogSothot, a.k.a. Zeppelin Mefitico, era placido e attaccato al seno - mi ha detto che aveva telefonato mio padre. A quel punto, come si richiede in queste occasioni, ho chiesto cosa aveva detto, mio padre. Lei, guardando con un occhio avvolgente la Belva dall'Oltrespazio - conosciuto in famiglia anche come il Polpettone dei Mille Tormenti - ha detto: Ha chiesto se c'eri.
Ah, le ho detto.
Gli ho risposto di no.
E lui?
E lui ha detto: Che dio lo stramaledica.
Che dio lo stramaledica, ha ripetuto

E' cominciata da lì.
La confusione.

Ma poi, un altro giorno, prima o dopo la stramaledizione non ricordo, F era seduto sui gradini del Palazzo della Ragione, aspettava una telefonata; io invece aspettavo che arrivassero gli altri, mi ero portato una birra da casa e continuavo a offrirgliela. Faceva un freddo siberiano, si sentivano i lupi ululare da Piazza dei Signori e i baristi accendevano dei fuochi per tenerli lontani, ed F mi diceva che stava cercando di smettere, che ci stava dando un taglio con l'alcol. Credo che fosse in pensiero per qualcosa, perchè era silenzioso, e pure io non è che stessi proprio al meglio, mi era appena saltato il computer...
F se ne stava seduto e non diceva quasi niente. Gli ululati si avvicinavano sempre di più e io continuavo a offrirgli un po' di birra.
No, diceva, smettila.

Muovevo i piedi nel tentativo di scaldarli; lui prendeva il cellulare e ne fissava il display. La luce del display gli illuminava il viso, evidenziava la consistenza della sua pelle.

Sai una cosa? ho detto: forse N si sposa.
Non mi stupisce, ha risposto. Ha la mente da matematico.
Il vento quasi mi portava via il cappello.
E allora?
E allora deve avere tutto organizzato, tutto a scompartimenti, ha detto: la laurea, la carriera, la famiglia...
Già, ho detto. E pensare che abbiamo cominciato assieme.
Che vuoi dire? ha chiesto, guardandomi.
Abbiamo iniziato l'università assieme, ho detto, era una battuta.
Ah, ha detto. E' vero: però lui ha fatto qualche metro in più.
Sentivo il ghiaccio scorrere lentissimo nelle vene, fino a fermarsi. Sentivo il freddo diffondersi dalle arterie dentro di me, al mio interno.
Ha fatto giusto pochi metri in più, ha detto F ridendo.
Giusto pochi, ha ripetuto mostrandomi il pollice e l'indice paralleli di poco scostati, ridendo e ridendo.