lunedì 8 maggio 2006

Diventiamo competitivi quando si unisce a noi il bambino Teo. Un tipo magro, diciamo sui sette anni, con due incisivi grandi come il sudamerica. Gli diamo in mano una boccia gialla, gli facciamo vedere la linea nella sabbia dalla quale lanciare, indichiamo il boccino sommerso tra le dune. Mentre perde, gli enumeriamo i privilegi della sconfitta. Facciamo gli ottimisti, in rima: non ti preoccupare! il risultato può cambiare! vedrai! magari vincerai! Attorno, l'odore della carne alla griglia. Siamo infiltrati tra infiltrati. Abbiamo un amico che conosce un amico che conosce un amico di chi fa la festa. Infiltrati di quarto grado, quindi. Tra le sterpaglie, dietro la spiaggia libera, hanno costruito un gazebo bianco. Si sente a tratti il generatore che va e che viene. Quando va, il dj propone colonne sonore di film italiani degli anni sessanta. Cazzo, come in quelli di Alberto Sordi? Oh, be', direi di sì. E ci sono anche gli aquiloni. Due: uno vola bene, l'altro tenta inutilmente. C'è uno spilungone che lo traina di corsa, avanti e indietro sul bagnasciuga. E' uno spettacolo straziante, ricorda qualcuno strascicato per terra da un cavallo che galoppa. Il bambino Teo, intanto, ha ribaltato a sorpresa il risultato. Si esagita e cerca di animare i compagni di squadra, rotolandosi sulla sabbia: squittisce. Non dura molto. Giusto il lancio di un paio di bocce e si trova di nuovo in svantaggio. Alla fine piange.

Io l'avrei fatto vincere, siete crudeli - dico, anche se so bene che no.
Ma no - dice T* - coi bambini bisogna comportarsi normalmente.
Certo che piangere per una cosa così - dice A* - deve essere un bambino instabile.
Ci versiamo da bere.