mercoledì 26 maggio 2004

Guarda che sono un drago - dice mia madre apparendo nel vano della porta con uno scatto laterale, quasi una scivolata sul pavimento del corridoio - Un drago, hai capito? - io ruoto millimetricamente il collo per guardarla attraverso gli spigoli degli occhiali, un po' a fuoco un po' no, penso : sì, come no, mentre lei appoggia la mano sullo stipite di legno - Ho fatto un test di intelligenza, dallo psicologo. Ho sbagliato cinque domande su cento, quindi stai attento, che sono un drago - e come un ninja scompare in una nuvola di fumo. Non starò qui a spiegare come mia madre sia finita da uno psicologo; non è il caso, casomai rassicuro che non è niente, niente di preoccupante, anche se è preoccupante che non ci sia andata prima, forse, per motivi più reali di quelli per cui c'è andata adesso - ma questa è la personalissima opinione di chi scrive e che tanto pensa che uno psichiatra farebbe bene pure a lui, così, en-passant.

Dopo due minuti di corsa sull'argine il fiato mi si ingruma, si blocca all'ingresso della trachea; non ho le narici abbastanza larghe, avrei bisogno delle froge di un cavallo per sopravvivere. Nitrisco per immedesimarmi.

- Ok, io vado. Ma se telefona qualcuno tu non dire che sto correndo. Dì qualcos'altro. Dì che sono a studiare in biblioteca; o che sono andato a fare un giro, a ubriacarmi con i soldi del pane; dì che mi sono dovuto nascondere perchè ho dei debiti con la mafia cinese oppure che sono andato a sabotare le rotaie del metrobus; dì che sono in bagno col cagotto e non posso uscire, che ho la scarlattina, gli orecchioni, la varicella tutti insieme. Insomma, dì quello che vuoi, ma non dire che sono a correre, che ho una reputazione da difendere.
- Guarda che l'avevo capito, sai. Sono un drago, io.




(continua a continuare)