martedì 28 settembre 2004

Ecco quello che volevo dire la settimana scorsa e poi mi sono dimenticato: mi rendo conto delle partenze sempre con un secondo di ritardo. O un minuto, un'ora, o anche un giorno intero. Credo che sia una forma di autismo, lo stesso che mi fa ricordare le scarpe che indossano le persone e certe equazioni differenziali. Al momento del saluto non mi rendo conto di quello che sta accadendo, anzi: non capisco tutto l'agitarsi degli altri. Poi la mancanza mi lavora ai fianchi di sorpresa. A pordenone mi hanno detto che questo diario sta diventando ermetico, o incomprensibile. Per chiarire, direi che posso riassumere la mia vita di settembre con queste parole: l'animale che mi porto dentro non mi fa vivere felice mai, mi prende tutto, anche il caffè, eccetera. Il fatto è che, per quanto tutto vada bene, qualcosa continua a stuzzicarmi lo stomaco, ad annodarmi il fiato. Sono sempre stanco, ma non è una novità. Non sono solo le partenze a scompensarmi (AP è a barcellona, M a milano), ma anche la distanza: il qui, il lì, l'oltre, il collegamento, il tempo, gli orari, l'organizzazione. Non è molto più chiaro di prima, me ne rendo conto. Giro l'italia in treno a scrivere temi di dottorato. Non ne parlo per scaramanzia, ma mi sono già rotto le balle di questa situazione - e ne ho fatto solo uno. Cambio umore tre volte all'ora; non riesco a distrarmi se non quando guardo, al cinema, film orrendi; inciampo su tutto. Altro? La mia borsa si muove da sola. Oggi l'ho lasciata all'ingresso della biblioteca, l'ho trovata un'ora dopo alle macchinette del caffè, in un altro edificio della facoltà