venerdì 11 luglio 2003

Arrivi in biblioteca che sembri un facchino - altro che.

Una tracolla e una borsa a mano. Nella borsa c’è il portatile. Col portatile ti senti finalmente professionale. Nordesticamente professionale. Imperativamente professionale. Guardatemi!, pensi, Guardate, quanto professionale sono. Sono o non sono professionale?, pensi pedalando, Sembro o non sembro un professionista? – e tieni la borsa con la mano destra e solo con la destra perché a sinistra c’è l’unico freno funzionante della bici. La borsa - mentre pensi alla tua superba professionalità, al fatto che solo per andare in giro così professionalmente dovrebbero pagarti un tanto al metro, perché alzi il livello medio di professionalità dalla tua città e quindi in qualche modo influisci sul PIL nazionale - ti sloga la spalla, ti sbilancia, ti inclina sbilenco.
Uno sbilenco professionale, però sbilenco (però professionale).

Arrivi in biblioteca. Lucchetti la bici. E senti un odore. Un odore acido, come di piscio di gatto. Cammini e l’odore ti segue. Ti avvolge. Annusi. Ne ricerchi l’origine: scopri che l’origine sei tu. O meglio: la tua maglietta. Le cose sono due: o il tuo sudore è marcito per il troppo alcool maturato in un decennio di bevute, o qualche gatto si è infiltrato in camera e ti ha pisciato sulla maglietta. E’ sicuramente la seconda ipotesi: qualche gatto si è infilato attraverso le tapparelle sbarrate, attraverso le finestre sigillate e ti ha pisciato sulla maglietta. E tu non te ne sei accorto. Un’orda di gatti notturni e silenziosi, una fila di gatti che si è arrampicata sul tuo balcone, si è fatta strada tra le piante, si è infilata spettralmente negli infissi, si è bilanciata nel disordine della tua scrivania senza far cadere nulla e infine ti ha pisciato sulla maglietta per marcare il territorio. (E’ noto che i gatti invidiano le tue magliette.) Stupidi gatti. E tu? Tu, mentre milioni di gatti in fila per uno facevano la coda attraverso la città per arrivare a marcare la tua maglietta, una fila immensa che neanche ai bagni di un concerto dei Rolling Stones, una fila di gatti di tutto il veneto, da tutta Europa, gatti che avevano attraversato l’oceano solo per pisciarti sulla maglietta e renderti quindi socialmente infrequentabile, più infrequentabile del solito, nonostante tutta la tua nuova professionalità, tu: tu dov’eri?

Tu stavi sognando.

Nel sogno eri un uomo, eri una donna. Cioè vedevi un uomo e una donna, assieme, dall’alto, distesi. Lui sopra, di spalle. Lei sotto: ne vedevi il viso. Sentivi le sensazioni di lui. Pensavi i pensieri di lei. Contemporaneamente. Fisicamente eri lui, psicologicamente eri lei. Lei era un’attrice. Prima – poco prima – qualcuno aveva detto di lei che si era rifatta la verginità chirurgicamente.