giovedì 31 luglio 2003

Già. Eppure la nostalgia, lo diresti? Ti rimescola le ossa, e senza neanche rendertene conto ti ritrovi un femore al posto di una falange, una costola dove prima c’era la spalla, la spalla al posto della tibia, la falange al posto dello sterno. Tutto un groviglio.

Sei isolato da giorni. La tua massima vita sociale è andare in biblioteca a parlare con i libri. Interi scaffali si sono stufati di te, hanno deciso di non risponderti. Se solo ti avvicini, minacciano di cascarti addosso. La Letteratura Italiana Einaudi ti ha morsicato una mano, l’ultima volta, quasi ti staccava un dito. Una foto di AsorRosa, perdendo per un attimo il naturale aplomb che la contraddistingue, ti ha urlato frasi terribili che ancora ti vibrano nei sogni, tipo: “Vai a studiare Fogazzaro!” o anche “In culo a Monti!” o anche, la più tremenda: “Vaffanculo con Metastasio!”

L’aria condizionata della feltrinelli è troppo condizionata. Ma tu, come al solito, te ne accorgi troppo tardi. Hai appena guardato un libro che non dovevi guardare e nel guardarlo, nel guardare un articolo che forse avresti fatto meglio a ignorare tout court, hai sentito un pop sonorissimo, come se qualcuno avesse stappato uno spumante. Ti giri, ma sei solo. Fa freddo. Fai due passi e capisci cos’era il pop: ti sono saltate le ginocchia. Saltate via, completamente. Sei tutto sproporzionato adesso, e le gambe sembrano come piallate. Le vedi, le tue ginocchia, lì per terra vicino allo scaffale di linguistica. Cerchi di raccoglierle, ma senza ginocchia è dura chinarsi. Chiedi aiuto, ma i commessi si ritraggono schifati. Nel frattempo, l’aria condizionata colpisce. Per la precisione: mentre sei chinato, cominci a sentire una burrasca nello stomaco. Allarme. Sudori freddi. Rumore di onde che ti sciabordano ovunque.

Senza ginocchia, naturalmente, non puoi pedalare. Correre non è proprio il verbo più adatto a descrivere quella specie di andatura da burattino che hai preso, ma diciamo che forse è l’espressione più vicina al tuo zoppichio.

Incontri S. Sono anni che non vi incontrate, vi incontrate adesso. Ovvio.
- Ciao!
- Ciao, scusa ma io-
- Ma che è successo alle tue ginocchia?
- Niente, sono saltate via. Be’ io dev-
- Eh, anche a me è successo una volta, ma con i gomiti, stavo cucinando una fritt-
- Ah interessante. Senti io-
- E lì? Cosa hai fatto al piede?
- Niente, mi è caduta una lampada addosso. Adesso però-
- Una lampada? Ma ti avranno dato dieci punti!
- Sì. Lampada. Vetro. Ma- (senti che stai perdendo la tua battaglia interiore. Stringi i denti.)
- E là dietro? Cosa hai fatto sulla coscia?
- No. Niente. Caduto. Calcetto. Io-
- E il gomito? Cosa hai fatto al gomito?
A questo punto, fai l’unica cosa sensata prima di soccombere: le tiri un pugno sulla testa. Lei non dà segni di cedimento, ti chiede cosa ti sei fatto in fronte. Le tiri un altro pugno. Sembra non accorgersi di nulla. Dice: – E quella cicatrice sul mento? – La colpisci allo stomaco, ma ha degli addominali di ferro. Sudi. Allora, senza crederci troppo, indichi il cielo e dici: - Guarda! Un’enorme cicatrice che vola!-
E lei ci casca.
- Dove? Dove? Non la vedo?

Ma quando si gira per chiederti spiegazioni, tu sei già a casa, salvo, in bagno.