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La finestrella del bagno mi arriva al collo. Verso le cinque di pomeriggio, di solito, ci appoggio le braccia incrociate, il mento sulle braccia e aggrappo lo sguardo al ramo spezzato del tiglio di fronte (non è un tiglio), all’ascensore in vetro della clinica privata, alla terrazza dei vicini, all’azzurro uniforme che sembra così leggero.

«Questa deriva casalinga del blog» dice, «questo richiuderti nella relazione» soggiunge, «non mi piace per nulla». «E poi scrivi poco. Non scrivi mai» dice l’altro. «Preferivo», fa un terzo, «preferivo quand’eri paranoico».

A notte, quando Giovanna si addormenta, cammino sul letto, in piedi, a larghi passi per non pestarla. La luce bassa della lampada dal design fantascientifico - anche se di una fantascienza tutta anni settanta - proietta un'ombra tenue sulla parete. Strizzo gli occhi in cerca di zanzare nascoste, in mano la racchetta fulminate che m'ha regalato mio fratello. Un passo sul copriletto, appoggio le dita dei piedi sul cuscino, scavalco Giovanna se si rigira. Quando schiaccio i pulsanti sul manico, si sente il sibilo dell'elettricità che passa sulla rete. Se prendo un insetto, scintilla e brucia, rimane appiccicato finché non lo scuoto via in bagno. Ho scoperto che le zanzare si mimetizzano con l’armadio, o nei crepi dell'intonaco. In silenzio, aspetto un ronzio.

«Allora, come va?»
«Insomma, dai»
«Forse domani siamo a Padova, ci siete tu e Giovanna?»
«Eh, non so, almeno fino a ottobre siamo pieni di scadenze...»
«Cioé?»
«Sì, esami, dottorato, fumetti, solite cose, ma tutte insieme...»
«Le scadenze... dovresti dire che ti aspettano dietro l'angolo...»
«Più o meno...»
«Ti aspettano dietro l'angolo, poi ti assaltano. Magari assieme a delle zanzare, ecco. Farebbe molto brekane. A proposito, quando aggiorni?»

Nelle pozzanghere, nello stagnare del lavandino, nelle piccole polle che si raccolgono in balcone, mi appaiono le sopracciglia del guru che mi intimano di finire: «Portami i capitoli! Fammi leggere quello che hai scritto! Hai due settimane da ora» dice in uno scoppiettio di bolle. Scompare in onde che seguono il corrucciarsi della sua fronte. Pensavo di sfuggirgli non presentandomi in dipartimento, ma ha lui ha canali misteriosi a disposizione. E io? Io credo che un giorno le librerie mi cascheranno addosso, dietro l’angolo del salotto...

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UNA QUESTIONE DI LESSICO (ovvero: e mo' che faccio? cambio nome?) Dove si scopre che il limite della propria cialtroneria è sempre un po' più in là rispetto a dove lo si sospetti. (tratto da questi commenti al blog di giuliomozzi ) (...) Brèkane. Chissà dove ha preso quel nome da cattivo di cartone animato giapponese tipo Goldrake. Posted by Raspberry at 21.07.04 01:41 Ehm, be', il nome... il cattivo di un cartone animato giapponese ancora non me l'aveva detto nessuno... comunque, brekane (o meglio "breccane") è la parola veneta per ortiche. In sè non vuol dire nulla, ma qui "andare a breccane" significa - oltre che "andare così lontano che ci sono solo le ortiche", cioè (con un'altra perfetta locuzione locale) "andare in tanta mona" - anche "divagare, uscire dal discorso". Posted by brekane at 21.07.04 08:52 Ma le brecane non sono le eriche selvatiche? Posted by Mro at 21.07.04 18:36 o...
Se una notte d'inverno lo spazzolino elettrico di tuo figlio si anima di vita propra senza nessun apparente motivo e tu e tua moglie vi trovate in bagno, assonnati, per capire da dove proviene quella vibrazione e in quel momento, dallo scarico del lavandino un gorgoglio rauco esala una risata che richiama alla memoria una brutta storia mai del tutto chiusa, allora, ecco, forse qualcosa si sta agitando; ma non qui: di qua . So che non dovrei farlo.