domenica 22 giugno 2003

Da tre giorni qualcosa dietro l’occhio destro punge e pulsa. Sento il dolore anche ai bordi delle palpebre. Chiudo l’occhio, lo riapro. Chiudo l’altro occhio e lo sguardo si offusca come se non avessi gli occhiali, i margini si sfaldano, i contorni degli oggetti si mischiano, le distanze si appiattiscono come se la terza dimensione fosse il soffietto di una fisarmonica che si chiude. Se riapro l’altro occhio all’improvviso, per un attimo mi gira la testa: come se, per riequilibrarsi, lo sguardo si travasasse da un occhio all’altro; invece è solo l’occhio sinistro che riprende il possesso della vista globale. Come se. Se. Se. Come.

Salita sul treno, dalla porta ancora aperta, A. mi domandò se le avevo fatto l’occhiolino.
- Mi hai strizzato l’occhio.
Non proprio una domanda. Una constatazione.
- No – le dissi, io – Odio le persone che strizzano l’occhio.
- Ma ti ho visto! Hai chiuso l’occhio destro. – disse.
La gente, attorno, continuava a salire sull’interregionale per Mestre. Il binario era un cantiere: assi di legno sul pavimento, polvere, pavimenti sfasciati, intere zone recintate da muri di plastica arancione.
- Non è possibile. Non sopporto le persone che fanno l’occhiolino. Non le reggo.
- Be’ allora hai un tic.
- Non ho un tic.
- Hai un tiiic! Hai un tiiiiiic!
- Non ho un tic. E non faccio l’occhiolino.
- Haaaai uuuuun tiiiiiiiiiiiic!
- Smettila.
- Tiiiiic! Tic tic TIC!
- Vuoi smetterla? Non ho un tic.
- Ok, va bene. La smetto.
- Tra quanto arrivi?
- L’hai fatto di nuovo! L’hai fatto di nuovo! TIIIIIC! TIIIIIIIIIIIIC!

Non mi ricordo dove volevo andare con questa storia. Comunque non ho un tic. E davanti al treno le assi erano talmente messe male che nell’ordine: un signore grasso vestito di blu, una signora con le zeppe, una signora larga e bassa con una borsa di paglia, un uomo normale con un cappello grigio, un ragazzo con lo zaino verde, un tipo di carnagione scura con la barba incolta, un’insegnante di matematica, una ragazza che sicuramente - dalla faccia - doveva chiamarsi Annaluisa; tutti questi nell’ordine inciamparono sull’asse subito dopo gli scalini e rischiarono di spaccarsi il naso, ma non se lo spaccarono. E io non ho un tic. E il treno a un certo punto partì con A. dietro i finestrini chiusi che mimava con la bocca: (lo devo proprio scrivere?)