"Ciao!" mi dice all'ingresso della biblioteca. E' un ragazzo. Giovane, avrà 22 anni: giacca di velluto marrone, docevita nero, jeans. Sorride. Penso, con cattiveria, che sia un leninista. Ha una valigetta, e mi sorride di un sorriso totale. Lo supero per dirigermi verso il parcheggio delle biciclette. Mentre gli passo accanto modulo con la glottide, per spaventarlo, un ringhio subsonico, un suono a metà strada tra il respiro di Dart Fener e la moka del caffè. Ma lui: mi segue. E' il mio primo giorno di dottorato. Non ho la minima idea di cosa debba succedere, non so dove dovrei essere o cosa fare. Dopo l'iscrizione nessuno mi ha più contattato - e io che contavo su missioni segrete, ordini che si autodistruggono in cinque secondi, furti di manoscritti! - non ho neppure un documento che certifichi che sono iscritto a qualcosa, da qualche parte: non una tessera, non una ricevuta, neppure una spilla, nulla, niente, niente di niente di niente di niente. "Ciao...