Come quando, al primo morso, la risposta a una domanda che da poco ti rimbalzava in testa parte dalla forchetta che trattiene mezzo raviolo al vapore, comperato in un take away cinese solitario e isolato, polveroso, nel quale una commessa col piumino blu guarda, in piedi e con le braccia incrociate, rossa in viso, un quiz in cinese coi sottotitoli in cinese a una televisione appesa in alto a destra accanto al murale del dragone, impolverato anch’esso, e, una volta preso l’ordine dei ravioli al vapore – verdure e gamberetti – si dirige in cucina e ci passa dei minuti sternutendo, presumibilmente sui ravioli stessi, poi te li consegna in una vaschetta di alluminio piena di bacilli che richiude con il domopak e tu, non contento, ti fai dare anche una confezione minuscola di salsa di soia in evidente stato solido, per dirigerti finalmente a casa dove, da solo, coi vestiti che puzzano di fritto, prepari un piatto su cui disponi i ravioli, rigidi, in pieno rigor mortis, poi ti siedi e ne add...