mercoledì 3 aprile 2002

I RAGAZZI
(terza parte)


Firas ha 15 anni e milita nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, uno dei gruppi di resistenza che influenzarono la rivolta nelle prime settimane di agitazione…
Come mai ti sei lasciato coinvolgere dall’intifada?
“Per me è un modo per riprendermi il mio paese, per liberarlo dall’occupazione, per far sì che il mondo intero conosca la nostra situazione… Vedo come i soldati trattano i miei genitori, i miei fratelli sono stati picchiati, uno di loro è in carcere…”
Come sei stato reclutato dal Fronte Popolare?
“Un mio vicino di casa è venuto a trovarmi, mi ha chiesto quale fosse la mia fede politica, se aderissi alle iniziative di Hamas o a quelle di altri gruppi. Poi, per un paio di giorni, mi ha osservato e studiato, ha visto chi frequentavo, dove andavo… Quando decise che potevo essere la persona giusta, mi chiese se volessi aderire al Fronte Popolare. Mi disse che avrei dovuto prendere in considerazione la proposta se mi importava qualcosa di me e del mio paese, dei nostri problemi e del nostro modo di vivere. Gli risposi che ci avrei pensato. Non mi fece pressioni. Lo incontrai sei volte, insieme ad altri, prima di decidere. Fui contattato da altri gruppi, ma avevo già deciso per il Fronte Popolare…"
Quanti anni avevi quando prendesti la tua decisione?
“13 anni. Dai 13 ai 15 anni svolgi mansioni generiche. Scrivi slogan sui muri con le bombolette e distribuisci volantini. A 16 anni, se lo vuoi. Puoi diventare membro effettivo del gruppo. Il tuo nome viene scritto in un registro… Si va dalle scritte sui muri ad altre cose.”
Che genere di cose?
“Tipo dare avvertimenti ai collaborazionisti. Li avvisi due volte, alla terza scatta il pestaggio.”
Hai amici nelle altre fazioni?
“Io sto col mio gruppo. Ci sono problemi tra Al Fatah e il Fronte, tra Al Fatah e Hamas, problemi innescati dal processo di pace. Al Fatah aderisce alle proposte, il Fronte Popolare no…”
Ma le fazioni arrivano mai allo scontro diretto?
“Sì, una volta, per esempio, i sostenitori di Al Fatah uscirono in strada gridando ‘Noi siamo l’OLP! Noi aderiamo agli accordi di Madrid!’ mentre quelli del Fronte cominciarono ad inveire contro quegli stessi accordi. Cominciarono a picchiarsi con dei bastoni… e arrivarono alle coltellate… rimasero coinvolte 150-200 persone, e ci furono dei feriti…Non mi piace quando succedono certe cose, e vorrei che un giorno Al Fatah capisse che questo processo di pace non ci dà un bel niente, mentre Israele otterrà tutto ciò che desidera. Speriamo un giorno di poterci coordinare con Al Fatah e continuare insieme la nostra lotta.”
Pensi ad altre iniziative oltre all’intifada?
“Non penso a nient’altro, solo a una lotta politica.”
Che mi dici della scuola?
“La mattina esco di casa e se incontro i soldati li affronto. E a scuola non ci vado.”
Com’è stata la tua esperienza di lotta?
“Una volta ho beccato una pallottola e sono stato arrestato tre volte. Durante uno di questi arresti ci hanno legati, bendati e picchiati…Io non ho ancora 16 anni, e quindi posso evitare il carcere se i miei genitori pagano un’ammenda di 300 dollari…”
I tuoi genitori tentano di scoraggiarti dal lanciare pietre?
“Loro credono che io stia facendo una cosa giusta.”
Cos’è successo la volta che ti hanno sparato?
“Ero insieme a molti altri ragazzi. Arrivarono i soldati e noi scappammo via. Mi colpirono alle spalle. Gli altri del gruppo cominciarono una fitta sassaiola per impedire ai soldati di arrestarmi. In quel momento arrivò un’ambulanza e mi portò all’ospedale. Mi misero in una camerata di 12 letti, tutti feriti dell’Intifada. I soldati e lo Shin Bet vennero a controllare chi era stato colpito quel giorno. Ci chiesero i nostri nomi, picchiandoci e chiamandoci cani. (…) Se scoprono i nostri nomi possono arrestarci. E io non volevo che i miei genitori fossero costretti a pagare per tenermi fuori dal carcere. E così non risposi…Cinque soldati mi tirarono giù dal letto e mi buttarono per terra… nella caduta mi ruppi un braccio. Quando videro che mi tenevo il braccio, cominciarono a prenderlo a calci… I medici e le infermiere tentavano di fermarli, ma quelli li respingevano… I soldati spezzarono un braccio anche a un impiegato dell’ospedale… Non saprei dire quanti colpi mi hanno dato… Perdevo sangue dalla bocca e dal naso… Mi ruppero un dente…
Dopo due giorni ripresi conoscenza… I soldati tornarono ma trovarono ad attenderli alcuni uomini dell’ONU e della Croce Rossa, e così non poterono più picchiarmi…”
Conclusa l’intervista, Samah e io ci sedemmo a discutere della storia di Firas e di altri suoi coetanei…
“L’Autorità Palestinese ha chiuso i circoli giovanili. I ragazzi non giocano a pallone, né possono coltivare altri interessi. Non possono fare altro che pensare alla lotta. Anche a scuola cantano inni dell’Intifada. E i soldati non lasciano in pace nessuno… Ti fermano di continuo, ti sommergono di domande… E ogni famiglia qui ha parenti che sono stati uccisi, feriti o sono finiti in carcere… Ma che infanzia è questa?”

Joe Sacco – Palestina, Mondadori 2002